Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • I preti e il sesso, l’unico vero peccato è accettare la doppia morale della Chiesa

    I preti e il sesso, l’unico vero peccato è accettare la doppia morale della Chiesa

    La repressione – Il celibato serve solo a trasmettere un’idea di superiorità del religioso che però resta un uomo

    Molti dei preti gay coinvolti nella vicenda raccontata dal Fatto, con il dossier dell’escort Francesco Mangiacapra che ha censito oltre 50 religiosie le loro abitudini sessuali, meritano delle attenuanti. Hanno semplicemente fatto quello che fanno probabilmente tante altre persone, appartenenti a diversi gruppi sociali e professionali. Nei tanti festini a luci rosse in giro per l’Italia, nella miriade di giri di prostituzione etero o gay della Penisola sono coinvolte tante persone insospettabili, tanti adulti consenzienti, i quali non fanno niente di male, sempre che non coinvolgano minori e non commettano reati. Sotto questo profilo, i preti sono uomini identici agli altri e non hanno ricevuto in dono da Dio o dai seminari una sessualità depotenziata. Hanno bisogni sessuali identici a quelli del resto della popolazione.

    Le attenuanti crescono per quei preti, e non sono pochi, che ci hanno provato ad avere una vita casta, a lottare eroicamente contro l’umanissima forza del loro desiderio. Ci hanno provato in seminario, dinanzi alle proposte inequivocabili del vicino di stanza o del teologo insegnante. Poi ci hanno provato ancora in parrocchia, quando sono aumentate le possibilità di avere una vita affettiva e sessuale libera.

    Si sono mortificati, fustigati, repressi, magari consegnati all’alcol, alla pornografia, alle fantasie solitarie. E poi hanno ceduto, hanno compreso che l’astinenza sessuale che l’istituzione pretende da loro in cambio della aureola di santità che mette sulle loro teste è una truffa meschina, che non c’entra con il Vangelo e con il volere di Dio, ma serve solo a un’istituzione totalitaria per tenere sotto scacco prima di tutto loro stessi, spesso ricattatiin cambio di coperture, e poi un popolo di fedeli convinto che i preti siano mezzi santi, che Dio li abbia scelti come suoi mediatori. Fare sesso vuol dire allora per costoro ribadire che sono esseri umani, soggetti liberi e non pedine nelle mani di un’istituzione ipocrita che gioca sulle loro debolezze per ricattarli e tenerli in pugno. E anche il fatto che talvolta il sesso lo facciano a pagamento va comunque imputato all’istituzione che ha ordito la repressione sessuale e che ha sviluppato nel clero “un’incapacità addestrata” a costruire relazioni affettive paritarie, un’inabilità a innamorarsi e a legarsi in profondità a qualcuno, amandolo e rispettandolo. Il ricorso alla prostituzione è figlio dell’aridità sentimentale che deriva dalla mentalità celibataria, quella che spinge a vedere il prossimo come un oggetto da “usare”, le persone come entità alle quali non bisogna legarsi, per il timore di perdere la propria narcisistica e solitaria superiorità.

    Tutte queste attenuanti, che ci conducono ad essere indulgenti con i singoli e severi con l’istituzione a cui va addebitata la responsabilità degli enormi danni che provengono dalla repressione sessuale, non possono comunque cancellare la responsabilità morale dei preti coinvolti. Essi, soprattutto se giovani o addirittura seminaristi, hanno tempo e modo di farsi un’altra vita, di lasciare il seminario o la tonaca appena indossata e rinascere come persone libere, accettando di aver commesso lo sbaglio tragico di affidarsi a un’istituzione che non aveva a cuore la loro e l’altrui libertà o benessere, ma solo l’eterna perpetuazione di sé stessa. Quello che dovrebbe risultare inaccettabile per tutti quelli implicati nello scandalo è il godere, al riparo della vista della loro “seconda vita”, di tutti i vantaggi che la professione clericale garantisce in termini di autorità sui fedeli, di sacralizzazione della propria persona, di vantaggi economici e di agi materiali.

    La colpa più grave del clero coinvolto in questa storia è di non seguire l’esempio di Krysztof Charamsa, il prete alto funzionario presso la Congregazione per la Dottrina della Fede che nel 2015 annunciò a tutto il mondo che preferiva rendere nota la sua omosessualità e vivere alla luce del sole la sua storia d’amore piuttosto che continuare un’esistenza falsa e menzognera, in un ambiente come quello vaticano omofobo in pubblico, ma molto omosessuale dietro le tonache.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/lunico-vero-peccato-e-accettare-la-doppia-morale-della-chiesa/

  • Caso Barros, al via la delicata missione cilena di Scicluna

    Caso Barros, al via la delicata missione cilena di Scicluna

    Le Chiese latinoamericane seguono con preoccupazione la vicenda del vescovo di Osorno

    Secondo Jaime Coiro, diacono portavoce dell’episcopato cileno, l’inviato del Papa per la questione che la stampa cilena chiama «affaire Karadima-Barros», monsignor Charles Scicluna, comincerà il suo lavoro nella capitale del Paese sudamericano martedì 20 febbraio nella sede della Nunziatura . L’arrivo dell’arcivescovo di La Valletta (Malta) è previsto per il giorno 19 da New York dove il presule incontrerà il prossimo sabato 17 Juan Carlos Cruz, una delle tre vittime degli abusi da parte del sacerdote Fernando Karadima. 

    Gli altri due denuncianti, José Andrés Murillo e James Hamilton, saranno ricevuti e ascoltati in Cile. Scicluna dovrebbe chiudere il suo delicatissimo lavoro in un arco di tempo di quattro giorni e perciò si ritiene che già lunedì 26 febbraio sarà a Roma per consegnare a papa Francesco un primo rapporto.

    L’inviato del Papa, secondo quanto annunciato in un comunicato del Vaticano nel momento della sua nomina, martedì 30 gennaio , si dovrà occupare specificamente del cosiddetto «caso Juan Barros», vescovo di Osorno, accusato da Cruz, Murillo e Hamilton, di essere stato presente in alcune occasioni in cui padre Karadima abusò di loro. Infatti, il comunicato della Santa Sede dice: «A seguito di alcune informazioni recentemente pervenute in merito al caso di S.E. Mons. Juan de la Cruz Barros Madrid, Vescovo di Osorno (Cile), il Santo Padre ha disposto che S.E. Mons. Charles J. Scicluna, Arcivescovo di Malta e Presidente del Collegio per l’esame di ricorsi (in materia di delicta graviora) alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, si rechi a Santiago del Cile per ascoltare coloro che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso».

    Come è ben noto la nomina di questo inviato speciale è una decisione del Papa successiva alle polemiche e contestazioni suscitate per alcune sue dichiarazioni mentre era ancora in Cile e che poi spiegò e commentò durante la conferenza stampa sull’aereo rientrando dal Sudamerica . Francesco in una lunga e articolata riposta alla domanda di un giornalista cileno a un certo punto sottolineò: «Nel caso di Barros si è studiato, si è ristudiato, e non ci sono evidenze, ed è quello che intendevo dire: non ho evidenze per condannare. E lì, se io condannassi senza evidenze o senza certezza morale, commetterei io un delitto come cattivo giudice. Ma c’è un’altra cosa che in più voglio dire». Poi, concludendo il Papa ha aggiunto: «Barros resterà lì se io non trovo il modo di condannarlo. Io non posso condannarlo se non ho – non dico prove – se non ho evidenze. E ci sono tanti modi per arrivare a un’evidenza. Chiaro? Benissimo».

    Il delicato compito di Scicluna dunque deve essere visto in questo preciso contesto e null’altro. Non corrisponde al vero, come si legge in alcune testate latinoamericane, molto interessate a questa vicenda, che Scicluna riaprirà la «questione Karadima», già sancita con giudizio definitivo sia da parte della Santa Sede che da parte dei tribunali cileni. È chiaro ed evidente che il Papa considera necessario chiarire definitivamente la posizione di questo vescovo anche perché, in sostanza, da quando lui lo ha nominato ordinario diocesano di Osorno, una parte rilevante della comunità ecclesiale non lo accetta, lo rifiuta e lo combatte. Pochi giorni fa, il 2 febbraio, mentre monsignor Barros celebrava la Messa nella missione di Rahuè in occasione della festa della Candelora è stato interrotto diverse volte con delle urla che chiedevano la sua rinuncia. Molti fedeli e pellegrini non appena si sono accorti che il celebrante era Barros hanno lasciato il santuario.

    Sono quindi due questioni diverse ma legate strettamente tra loro: una, la verità dei tre denuncianti contro la verità del vescovo che si dichiara innocente, vittima di persecuzione, e l’altra una comunità diocesana che almeno per la metà dei suoi membri rifiuta la nomina di Barros dal gennaio 2015. Nella diocesi dunque da tre anni si vive un clima insopportabile e ciò fa parte della «questione Barros». Nessuna diocesi può reggere a lungo un clima così polemico, scontroso e a volte violento poiché capita spesso che tra i fedeli, che contestano il Vescovo, e la polizia che lo deve proteggere, scoppiano tafferugli.

    Echi di una visita difficile  

    Prima della partenza si sapeva e diceva apertamente che la visita di Papa Francesco in Cile «era difficile». Da più parti si temevano fallimenti eclatanti. Alla fine il bilancio è chiaro se si analizza il viaggio con onestà e trasparenza. La visita del Papa è stata bella e dal punto di vista pastorale incoraggiante e partecipata. In Cile, il Papa offrì alcuni momenti del suo magistero molto alti, perché coraggiosi, completi e profondi. Fra lui e i cattolici cileni si è scoperta empatia e vicinanza reciproca e la sua parola ha penetrato seriamente il cuore di molti. I punti negativi sono pochi ma pesanti: il primo riguarda la vicenda del vescovo Barros, il secondo riguarda la paralisi che sembra bloccare la Chiesa cilena, incapace addirittura di trarre beneficio dalla presenza di Papa Francesco, ben voluto e accettato nonostante quanto anticipavano i contrari alla visita e, infine, la cordiale freddezza del governo uscente della signora Bachelet che, proprio in questi giorni, ha ritirato il suo ambasciatore presso la Santa Sede.

    In teoria, il diplomatico doveva restare fino alla nomina del suo successore da parte del nuovo presidente, Sebastián Piñera, che s’insedia l’11 marzo. Dopo poco più di mese dalla visita del Papa il Cile è rimasto senza rappresentante presso la Sede Apostolica. A molti in Cile questa decisione è sembrata un «desaire» (sgarbo) nei confronti del Papa.

    La missione di Scicluna va oltre la vicenda del vescovo Barros. Le sue azioni, elaborazioni, indagini e conclusioni necessariamente si proietteranno sull’intera e futura vita della Chiesa cilena, bisognosa di grandi aiuti, solidarietà e vicinanza, a patto di un suo risveglio. Ciò implica un’azione autocritica urgente e coraggiosa. Occorre riavvolgere il nastro della vita ecclesiale cilena almeno di 35 o 40 anni, decenni in cui ha preso posto nel suo corpo un tarlo micidiale, quello del potere, del conformismo, della debolezza di fronte agli abusi (occultamenti e sottovalutazioni) e soprattutto quello dell’arroganza clericale che riduce il popolo di Dio a cordate e claque dei gruppi di poteri ecclesiali ed ecclesiastici.

    Il vescovo Juan Barros  

    Juan Barros Madrid, nato il 15 luglio 1956 nella capitale cilena, attualmente è il vescovo della città di Osorno (820 km a sud di Santiago). Come allievo del collegio «San Ignacio el Bosque», nel 1972, a 16 anni entrò a far parte dei giovani della parrocchia del Sagrado Corazón de Jesús (quartiere benestante di Providencia), guidati da padre Fernando Karadima. Era il 1974 e il dittatore Augusto Pinochet governava da un anno. Dopo il liceo Barros entra nell’Università cattolica di Santiago per studiare Ingegneria commerciale – 12 aprile 1977 – ma dopo i primi tre anni entra anche nel Seminario Pontificio Mayor de Santiago. A 27 anni, il 3 dicembre 1983, Barros diventa diacono e nello stesso anno diventa segretario particolare dell’allora arcivescovo di Santiago, cardinale Juan Francisco Fresno (1914 – 2004). Il cardinale Fresno ordina sacerdote padre Barros il 29 giugno 1984.

    Aveva 28 anni. In questo momento il presbitero Barros entra ancora una volta nella Pontificia Università Cattolica del Cile ma questa volta per studiare Teologia dogmatica. Il 22 aprile 1990, Barros, a 34 anni diventa parroco della chiesa di Nuestra Señora de la Paz (Santiago, Decanato de Ñuñoa). Poi, il 21 marzo 1993 viene nominato Parroco della chiesa San Gabriel (Santiago, Decanato Pudahuel-Sur). Nel mese di maggio dello stesso anno padre Barros diventa direttore dell’area ecclesiale dell’episcopato. Quando aveva 39 anni, Papa Giovanni Paolo II nomina padre Barros vescovo ausiliare di Valparaíso, la seconda città del Paese, porto sul Pacifico. Era il 12 aprile 1995. Poi il 21 novembre 2000 sempre Papa Wojtyla nomina Barros vescovo della città di Iquique. Il 9 ottobre 2004 Barros viene nominato vescovo castrense e il 26 novembre diventa ordinario generale dell’esercito cileno. Dopo aver lasciato l’ordinariato castrense il 15 gennaio 2015 Barros, per decisione di Papa Francesco, diventa il nuovo vescovo di Osorno.

     http://www.lastampa.it/2018/02/12/vaticaninsider/ita/nel-mondo/caso-barros-al-via-la-delicata-missione-cilena-di-scicluna-Tpdz6gDfvOTPZV1bkuwXYJ/pagina.html
  • Accuse di abusi e tensioni con i neocatecumenali avvelenano la Chiesa di Gaum

    Accuse di abusi e tensioni con i neocatecumenali avvelenano la Chiesa di Gaum

    Ma che accade nell’Isola di Guam? Una legge locale ha (giustamente) eliminato la prescrizione per quanto riguarda gli abusi sessuali sui minori e la Chiesa locale è stata travolta da richieste milionarie di indennizzi, essendo i presunti colpevoli quasi tutti morti o ultranovantenni. Le accuse hanno toccato anche la persona dell’arcivescovo cappuccino, monsignor Anthony Apuron, che è stato denunciato da 4 chierichetti, che dicono di essere stati abusati da “fr. Anthony” nella sacrestia della sua parrocchia, e da un nipote che ha raccontato di essere stato violentato in occasione di un pranzo familiare. Il presule sostiene però di non aver mai frequentato quel ramo della famiglia e questa circostanza smonterebbe la veridicità delle asserzioni della vittima (ma non quella delle tre altre denunce).

    Papa Francesco mercoledì scorso ha abbracciato (nella foto) il vescovo, che è gravemente ammalato, ma i suoi atti di governo sono andati nella direzione di un’applicazione corretta e senza sconti delle norme. Infatti ha prima provveduto a nominare un delegato apostolico, monsignor Hon Tai-Fai, già segretario del dicastero dell’Evangelizzazione dei popoli e attualmente nunzio in Grecia, e poi un coadiutore con pieni poteri, il presule statunitense Michael Byrnes, mentre il cardinale Leo Raymond Burke (noto per la sua strenua opposizione al Papa ma da questo considerato un giudice preparato e competente) ha ricevuto il mandato di presiedere in loco un processo canonico del quale si attende il verdetto.

    Le difficoltà della Chiesa – racconta il sito specializzato Vaticaninsider in due documentati reportage – sono poi aggravate da un conflitto che si è creato tra monsignor Byrnes e il Movimento Neocatecumenale, che sull’Isola è presente con diverse famiglie di missionari laici e aveva aperto un grande seminario “Redemptoris Mater” destinato a formare sacerdoti provenienti dall’intera area del Pacifico. L’amministratore apostolico non condivide l’impostazione di questo Movimento e ritiene inoltre che Guam non sia il luogo adatto a un seminario internazionale. E qualche giorno fa il Papa ha ricevuto un ricorso canonico firmato da circa venticinque tra sacerdoti, avvocati e personalità preminenti di Guam, che si appellavano al Pontefice per intervenire sulla decisione di Byrnes in quanto essa – si legge – “ha inflitto un danno spirituale, morale e fisico ai fedeli di Guam come risultato del suo agire senza rispettare il diritto canonico”. In effetti però rientra pienamente nelle competenze di un coadiutore con pieni poteri (o di un vescovo ordinario) decidere in merito alla pastorale sul suo territorio, comprese le spiacevoli decisioni che hanno riguardato il Movimento Neocatecumenale a Guam.
    Insomma nell’Isola affiliata agli Stati Uniti (e che la Corea del Nord ha minacciato di voler bombardare con i suoi missili nucleari) Papa Francesco si trova a dover affrontare un puzzle molto complesso, nel quale si mischiano malvagità e buone intenzioni in un groviglio apparentemente inestricabile.

  • Papa Francesco in difesa di Sepe

    Papa Francesco in difesa di Sepe

    SI, È VERO, è argomento vecchio ma anche a noi di Iustitia piace celebrare ogni anno, nel nostro piccolo, una specie di Giornata della memoria, che dedichiamo alle incompatibilità redazionali, per ricordare quelle strane situazioni che vedono la fonte della notizia identificarsi con il cronista della notizia stessa.
    Facciamo un esempio: come potrebbe Elena Scarici, redattrice di Nuova Stagione, settimanale della curia napoletana, scrivere pezzi sul Corriere del Mezzogiorno riguardanti l’attività della curia napoletana? Può la Scarici, dipendente del cardinale Crescenzio Sepe, raccontare su un altro giornale il lavoro di Sepe Crescenzio?
    Evidentemente può, giacché lo fa da anni e lo ha fatto il 16 dicembre quando sul Cormezz, diretto da Enzo D’Errico, ha firmato il servizio intitolato: All’asta di beneficenza / a ruba i regali del Papa / Il cardinale: grande cuore.
    Quindi non potrebbe, ma può. Ma le buone notizie, per Elena Scarici, non finiscono qui: il suo datore di lavoro, infatti, sua eminenza Sepe, il prossimo 2 giugno compie 75 anni e, come da prassi vaticana, stava preparando la lettera di dimissioni per raggiunti limiti di età, sarebbe andato in pensione e forse stava calcolando il tfr che gli sarebbe spettato in base al suo ultimo stipendio (circa 4mila euro, fonte Libero e Huffpost).
    E voi sapete che quando mutano gli assetti societari in un giornale i cronisti entrano in fibrillazione. Poi, fortunatamente per Sepe, papa Francesco ha deciso, come ci informa un comunicato della curia partenopea (sul Corriere del Mezzogiorno, naturalmente, ce ne dà notizia Elena Scarici), che la pensione può attendere e ha chiesto all’arcivescovo di Napoli di rimanere al suo posto per “almeno altri due anni”.
    La decisione di Bergoglio è apparsa un po’ strana se si pensa alla bufera che ha colpito la diocesi partenopea per le vicende di sacerdoti impegnati in “festini gay” a Monte di Dio e per le accuse gravi di pedofilia emerse con la storia di Diego Esposito, nome fittizio di un uomo oggi 43enne abusato da don Silverio Mura quando ne aveva 13. Una vicenda per la quale esponenti della curia sono a giudizio davanti al tribunale di Napoli sia in sede penale che civile. Partiamo dal penale. Il pubblico ministero della procura partenopea Emilia Galante Sorrentino ha ottenuto il rinvio a giudizio per violazione della normativa sulla privacy del ‘cancelliere arcivescovile’ padre Luigi Ortaglio che ora è imputato davanti al giudice monocratico della quarta sezione penale. Ortaglio nel febbraio del 2017 ha firmato il comunicato con il quale la curia si difendeva dall’inchiesta pubblicata da Repubblica e, in spregio di qualsiasi rispetto della legge, citava per otto volte in trentadue righe il nome e il cognome della vittima degli abusi sessuali. È evidente che un comunicato così ‘violento’ non può essere stato deciso in solitudine dal cancelliere ma l’individuazione di eventuali altri responsabili toccherà alla magistratura. Sul versante civile il 22 gennaio si è tenuta la seconda udienza davanti al giudice della decima sezione Ulisse Forziati per decidere sulla richiesta di risarcimento danni nei confronti di Silverio Mura, del cardinale Sepe, dell’arcidiocesi di Napoli, del vescovo Lucio Lemmo e del ministero dell’Istruzione. Il magistrato ha fissato la prossima udienza per il 18 ottobre quando deciderà sull’ammissione dei mezzi istruttori. Intanto si rafforza lo staff che assiste gratis Diego Esposito: all’avvocato Carlo Grezio si è affiancata la psicologa e criminologa Luisa D’Aniello, a lungo collaboratrice del giudice Ferdinando Imposimato.

    E c’è da segnalare che la coltre del silenzio dei giornali napoletani, con l’eccezione del Mattino, sulle responsabilità dell’arcivescovo e della curia nel coprire i casi degli adolescenti violentati finalmente presenta degli squarci. Il merito va alla cronista Franca Giansoldati, vaticanista del Messaggero, che il 2 febbraio ha firmato un lungo servizio sul quotidiano capitolino riproposto anche sul Mattino dove viene affiancato da un’intervista a un’altra vittima abusata a Ponticelli da don Silverio Mura. E la vaticanista, il 4 febbraio sul Mattino, ha pubblicato anche la storia di un altro ragazzo, questa volta di Aversa, violentato da un sacerdote che insegnava al seminario arcivescovile.
    Chiusa la lunga parentesi giudiziaria e mediatica, torniamo a Diego che da anni chiede invano giustizia e si è rivolto anche ai vertici del Vaticano senza ottenere risposte. La notizia del prolungamento dell’incarico del cardinale non ha suscitato entusiasmo in Diego, che ha scritto una lettera al segretario di papa Francesco, come riportato dal quotidiano on line Fanpage il 29 gennaio: “Il Papa conferma il cardinale Sepe per altri due anni dandogli fiducia. Con questo traggo la conclusione che un cardinale che ha protetto un prete pedofilo, don Silverio Mura, viene premiato. Ora pero voglio mettere fine a tutto ciò: sono stanco e offeso da tutto e da tutti nella Chiesa. Inizierò nuovamente lo sciopero della fame fino alla fine se sarà necessario e questa volta non terrò in considerazione nessuna telefonata, ma solo fatti scritti e concreti. Se mai mi dovesse accadere qualcosa la colpa questa volta sarà solo e esclusivamente del papa Francesco che premia i cardinali protettori dei preti pedofili invece di dare ascolto a noi vittime”.
    E, disperato, Esposito ha indirizzato al papa una seconda lettera il 3 febbraio.
    Pare che ci sia del marcio in Danimarca, ma forse anche da queste parti. Per Bergoglio, che della lotta alla pedofilia nella Chiesa ha fatto un vessillo portato in giro per il mondo (vedi le dichiarazioni dei giorni scorsi in America Latina), si prevedono nuove minacciose nubi all’orizzonte. Perché, diciamolo, perplessi si resta un po’ perplessi.
    Come racconta Sandro Magister sull’Espresso del 5 gennaio scorso, in un libro assai critico in uscita il prossimo 28 febbraio Come papa Francesco sta smarrendo il proprio gregge, il giornalista americano Philip Lawler, apprezzato vaticanista e padre di sette figli, racconta di come padre Hans Peter Kolvenbach, generale dei gesuiti morto nel 2016, fosse assolutamente contrario alla nomina di Bergoglio a vescovo ausiliario di Buenos Aires, accusandolo di una serie di difetti, dall’uso abituale di linguaggio volgare alla doppiezza, alla disobbedienza nascosta sotto una maschera di umiltà e alla mancanza di equilibrio psicologico. Aspettiamo l’uscita del libro, aspettiamo le recensioni e magari anche quella di Elena Scarici.

    Giovanni Drogo

  • Preti pedofili,nuove accuse da Aversa «Abusi subiti da un religioso a 13 anni»

    Preti pedofili,nuove accuse da Aversa «Abusi subiti da un religioso a 13 anni»

    «Rapporti in uno sgabuzzino» Nel 2010 dossier a Ratzinger Benedetto XVI non ha risposto

    Franca Giansoldati

    CITTÀDELVATICANO «Con prontezza si dovrà ammonire il reverendo». È scritto proprio così. Nei sotterranei della Congregazione per la Dottrina della Fede, dove sono ospitati i chilometrici scaffali degli archivi, giace il fascicolo sul prete di Ponticelli. Il caso è stato archiviato l’anno scorso, dopo tre anni di accertamenti, sulla base della documentazione raccolta dalla diocesi di Napoli a seguito della denuncia di abusi su un minore per fatti avvenuti agli inizi degli anni Novanta. L’iter burocratico si è concluso da parte del Vaticano con il semplice consiglio all’arcivescovo di Napoli di inoltrare una «ammonizione» all’ex parroco di Ponticelli. I referti medici, i documenti ma soprattutto la testimonianza della vittima, Diego Esposito, oggi un uomo sposato, affetto da profonda depressione, non sono bastati per avviare un ulteriore procedimento canonico e punire il prete che, nel frattempo, la curia napoletana aveva provveduto a fare sparire dalla circolazione. Ora vive ospite di una struttura religiosa top secret dove sembra celebri regolarmente la messa e amministrando i sacramenti. Un vistoso caso di insabbiamento? I dubbi affiorano inevitabilmente visto che ad indagine vaticana chiusa e archiviata nei sotterranei dell’ex Sant’Uffizio con la decisione dell’ «ammonimento» per correggere i «comportamenti impropri» del prete, una seconda vittima. G.S., ha scelto nel frattempo di uscire dal silenzio. I vent’anni carichi di vergogna e dolore li ha raccontati anche al Mattino in una intervista in cui emergono non solo gli abusi ma soprattutto un atteggiamento rapace e predatorio da parte del sacerdote verso diversi ragazzini. «Vorrei che la Chiesa capisse la necessità di punire questi sacerdoti e di renderli finalmente incapaci di fare del male ad altri bambini». La denuncia choccante di G.S. in queste 48 ore ha avuto la forza di rompere altri muri, aiutare altre presunte vittime di Ponticelli ad uscire allo scoperto. Evidentemente erano diversi gli adolescenti entrati nel radar del sacerdote e adescati. Nello studio dell’avvocato che difende Diego Esposito, Carlo Grezio, sono arrivate altre carte, documentazione di persone che dopo avere letto l’inchiesta del Mattino lo hanno contattato chiedendo l’anonimato ma mettendo nelle sue mani certificati, lettere, persino una supplica al Papa, in questo caso Papa Ratzinger visto che la denuncia fu inoltrata in Vaticano nel 2010 dalla città di Aversa. Se la giustizia canonica non funziona, se nemmeno il Papa o il Vaticano rispondono alle vittime, allora sarà la giustizia civile a farlo. «Questo è un caso che mi è appena arrivato. Sto ancora leggendo le carte». A corredo ci sono referti medici, la risposta protocollata della Congregazione della Fede che assicura di avere ricevuto il plico con la denuncia e la copia della lettera inviata nel 2010 a Papa Benedetto XVI. La vittima sta volta è un uomo di 38 anni, originario di Aversa, che dal 1992 al 1999 ha frequentato il seminario arcivescovile. All’età di 13 anni avrebbe subito gli abusi di un religioso che insegnava nella struttura. Per costringerlo ad avere rapporti lo chiudeva in una specie di sgabuzzino. I documenti riportano nel dettaglio fatti, circostanze, testimoni. C’è poco margine per la fantasia. «Il caso di Ponticelli ha scoperchiato un verminaio» scuote la testa l’avvocato che non si capacita di tanta desolazione. Su uno dei fogli, scorrendo nella lettura, individua un’altra volta il nome del vescovo Lucio Lemmo, il vicario della diocesi di Napoli, ancora una volta presente nell’iter burocratico di queste denunce anche se si tratta di un caso avvenuto altrove, ad Aversa. Naturalmente nessuno vuole sentire la parola «insabbiamento». Tuttavia alla vittima di Aversa non è mai arrivata nessuna risposta dal Papa di allora, come se la sua vicenda fosse finita in un buco nero, inghiottita e sepolta per sempre.

    Il Mattino del 4-2-2018

  • Papa Francesco chiede scusa alle vittime di abusi: “Su Barros ho usato una parola sbagliata”

    Papa Francesco chiede scusa alle vittime di abusi: “Su Barros ho usato una parola sbagliata”

    Dopo le polemiche, il pontefice torna sul caso del vescovo di Osorno, accusato di violenze sessuali: “Volevo dire ‘evidenze’, non ‘prove’”

    “La parola ‘prova’ è quella che mi ha tradito. Ho fatto confusione: non volevo parlare di ‘prove’, quanto di ‘evidenze’. C’è molta gente abusata che non può avere prove, non le ha. Magari le ha, ma sente vergogna e soffre in silenzio”. Così papa Francesco, durante il volo da Lima, ha risposto ai giornalisti sulle polemiche nate dalle sue dichiarazioni sul caso di Juan Barros, vescovo di Osorno (Cile) allievo dell’abusatore seriale Fernando Karadima. “Devo chiedere scusa – ha detto – perché la parola ‘prova’ ha ferito: ha ferito tanti abusati”.

    Le dichiarazioni del pontefice avevano aperto un duro scontro in Vaticano sulla pedofilia, con il cardinale Sean Patrick O’Malley, capo della commissione per la protezione dei minori, che aveva sentito il bisogno di distanziarsi dalle parole del Papa con una nota ufficiale: “È comprensibile che le parole di Papa Francesco siano state fonte di grande dispiacere per le vittime di abusi sessuali da parte del clero”.

    Oggi Francesco è tornato sulla vicenda, chiedendo scusa a tutte le vittime di abuso per averle “ferite senza volerlo”. E ringraziando il cardinale O’Malley per la sua dichiarazione: “Io ho apprezzato il cardinale O’Malley, ringrazio per la dichiarazione, perché è stato molto giusto […]. Ha detto tutto quello che ho fatto e faccio per le vittime, e quello che fa la Chiesa. E poi ha detto del dolore delle vittime”.

    “Sul vescovo Barros ho fatto una sola dichiarazione, a Iquique – ha ricordato Francesco – In Cile ho denunciato gli abusi con molta forza, davanti al governo, nel discorso ai sacerdoti, ho detto cosa penso più profondamente sull’argomento. Sento di dover andare avanti con la tolleranza zero. Inoltre in cinque anni di pontificato non ho firmato una sola richiesta di grazia. In cinque anni avrò ricevuto venti-venticinque richieste di grazia e non ne ho firmata nessuna. Solo un caso in cui si contestava il processo. Come si dice in giurisprudenza, unico caso in cui c’era il principio ‘in dubio pro reo’”.

    Quello del vescovo Barros “è un caso che ho fatto studiare, investigare, ci ho fatto lavorare molto: non c’è evidenza, sotto l’aspetto delle prove, per l’incolpabilità”. E secondo il Papa, “nel caso in cui non c’è evidenza, ‘nemo malus nisi probetur’”, nessuno è cattivo se questo non sia provato. “E in questo caso ho detto la parola che mi ha attirato le critiche”, ha proseguito. “Io ho detto, stavo entrando alla messa, un giornalista a Iquique mi ha chiesto sul vescovo Barros: ‘Il giorno che avrò una prova parlerò. Non ho prove’, ho risposto. La parola prova è quella che mi ha tradito. Ho fatto confusione. Non volevo parlare di prove, quanto di evidenze”.

    Secondo il Pontefice, “c’è molta gente abusata che non può avere prove, non le ha. Magari le ha, ma prova vergogna e soffre in silenzio”. “Il dramma degli abusati è tremendo, è tremendo”, ha aggiunto, raccontando il caso di una “donna di 40 anni, sposata, con dei figli: questa donna non prende la comunione da quell’epoca, perché la mano del parroco era la mano dell’abusatore”. “La parola prova non era la migliore – ha insistito -, volevo dire evidenze. Nel caso Barros non c’è evidenza. Non ho evidenze per condannare, né certezza morale”.

    Il Papa ha parlato anche di una lettera che è uscita e che “io scrissi alcuni anni fa. Quando cominciai a vedere il caso Barros. Quella lettera devo spiegarla – ha detto -, perché è anche una lettera a favore della prudenza su come è stato gestito il problema Barros. Quella lettera non è la narrazione di un fatto puntuale, è la narrazione di dieci-undici mesi. Quando è scoppiato lo scandalo Karadima, purtroppo conosciamo questo scandalo, si incominciò a vedere quanti sacerdoti che erano stati formati da Karadima, erano stati abusati o sono stati abusatori. Ci sono in Cile quattro vescovi che Karadima inviò al seminario. Qualche persona della Conferenza episcopale ha suggerito che questi vescovi, che sono tre – uno era molto malato e non era in carica in diocesi -, forse era meglio che rinunciassero, dessero le dimissioni, prendessero un anno sabbatico, poi, passata la tempesta, per evitare accuse… Sono vescovi bravi, buoni vescovi, come Barros, che è vescovo da 20 anni”. “Voleva dare le dimissioni – ha rivelato il Pontefice -, è venuto a Roma, io ho detto ‘no, così non si gioca, perché questo è ammettere la incolpabilità previa’. Io ho respinto le dimissioni, poi quando è stato nominato a Osorno è andato avanti questo movimento di protesta. Lui ha dato le dimissioni per la seconda volta. Ho detto ‘tu vai’, ho parlato a lungo con lui”.

    “Io continuo a fare l’indagine su Barros senza che ci sia un’evidenza. Questo ho voluto dire. Non oso condannare, perché non ho l’evidenza, ma io sono anche convinto che non c’è”.

    “Cosa sentono gli abusati? – ha aggiunto – Ecco, su questo devo chiedere scusa. Perché la parola ‘prova’ ha ferito tanti abusati. ‘Ecco, io devo andare a cercare la certifica di questo?’ La parola ha ferito e chiedo scusa loro se li ho feriti senza accorgermi, ma è una ferita senza volerlo. E a me questo fatto dispiace tanto, perché io li ricevo. In Cile ho ricevuto. Tanti altri in privato. In ogni viaggio c’è qualche possibilità. Due o tre sono stati pubblicati. So quanto soffrono. Sentire che gli dici in faccia, ‘portatemi una prova’, è uno schiaffo. E adesso io mi accorgo che la mia espressione non è stata felice, perché non pensavo quello. E capisco l’incendio che si è sollevato. Ma Barros resterà lì perché io non posso condannarlo se non ci sono evidenze”.

    http://www.huffingtonpost.it/2018/01/22/papa-francesco-chiede-scusa-alle-vittime-di-abusi-su-barros-ho-usato-parole-sbagliate_a_23340076/

  • Papa Francesco commissaria ‘Società di vita cristiana’: gestione economica nel mirino. Il fondatore accusato di pedofilia

    Papa Francesco commissaria ‘Società di vita cristiana’: gestione economica nel mirino. Il fondatore accusato di pedofilia

    Creata nel 1971 in Perù dal laico peruviano Luis Fernando Figari, l’organizzazione è composta da appena 238 membri, dei quali 23 sacerdoti, ma negli ultimi decenni ha conquistato un potere enorme. “Il Papa ha mostrato di essere particolarmente attento alla gravità delle informazioni che riguardano il regime interno”, si legge nel comunicato del Vaticano

  • Pedofilia, l’arcivescovo di Milano coinvolto nello scandalo Don Galli: “Sapeva degli abusi”

    Pedofilia, l’arcivescovo di Milano coinvolto nello scandalo Don Galli: “Sapeva degli abusi”

    Le più alte cariche della Chiesa in Lombardia sapevano del presunto abuso sessuale di un prete di Rozzano ai danni di un minore tre anni prima delle indagini della magistratura, ma non hanno mai denunciato l’accaduto.

    “Che cosa aspettiamo che ci mettano tutti in galera per pedofilia? Aspettiamo che ci mettano tutti in galera per pedofilia e poi cominciamo seriamente a guardare le cose, va bene, cioè, basta saperlo e ci adeguiamo, però già che possiamo farlo prima, facciamolo prima”

    A parlare sono due preti di Rozzano intercettati dai carabinieri. Un prete della loro parrocchia, don Mauro Galli, è accusato di abusi sessuali su un minore e la magistratura ha messo sotto controllo i loro telefoni. Il caso non è ancora di dominio pubblico, ma nell’ambiente ecclesiastico ha suscitato un polverone, tanto da dover richiedere l’intervento delle più alte cariche della Chiesa.

    È qui nell’hinterland milanese che inizia la vicenda che coinvolgerà l’attuale arcivescovo di Milano, monsignor Delpini, successore di Scola, e l’attuale vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada.

    A svelarlo sono gli atti del processo a carico del sacerdote che nella notte tra il 19 e il 20 dicembre del 2011 invitò a dormire nella sua abitazione un ragazzo di 15 anni che frequentava la parrocchia. Stando al racconto del ragazzo – che qui per tutelarlo chiameremo Fausto – in quell’occasione il prete dopo averlo abbracciato avrebbe tentato più volte di sodomizzarlo.

    La circostanza emerge al mattino seguente quando il ragazzo inizia a mostrare i primi segni del turbamento per quello che era successo. I familiari si rivolgono allora al parrocco di Rozzano, Don Carlo Mantegazza, che informa monsignor Delpini, all’epoca dei fatti vicario di zona, che si precipita ad incontrare il sacerdote accusato.

    È da questo momento in poi che la storia inizia ad intricarsi. Monsignor Delpini, infatti, invece di denunciare l’accaduto decide di spostare Don Galli nella parrocchia di Legnano, a pochi chilometri da Rozzano, destinandolo sempre alla pastorale giovanile, ossia a contatto continuo con giovani e giovanissimi.

    Oggi però la diocesi, attraverso un comunicato pubblicato sul loro sito e ripreso dai maggiori quotidiani nazionali, offre una versione differente dell’accaduto, sostenendo che “né monsignor Mario Delpini, né monsignor Pierantonio Tremolada, né il cardinale Angelo Scola e altri responsabili dell’Arcidiocesi di Milano hanno coperto o insabbiato alcun reato” e che “l’episodio contestato risale al 2011, quando ancora nessuno era a conoscenza di quanto realmente accaduto e soprattutto quando ancora la parola “abuso” si manteneva distante dal racconto della vicenda”.

    Per queste affermazioni la Diocesi è stata diffidata dal legale della famiglia della vittima. Ci sono numerose prove, infatti, che smentiscono queste circostanze. Prima fra tutte l’interrogatorio del 24 ottobre 2014 disposto dal pm Lucia Minutella nel quale l’arcivescovo afferma: “Il trasferimento da Rozzano a Legnano fu deciso da me in persona”. “Don Carlo Mantegazza – aggiunge Delpini nel colloquio sotto giuramento avuto con gli inquirenti – mi disse al telefono che il ragazzo aveva segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte”.

    Quindi già dalla prima telefonata, intercorsa nel dicembre 2011, quasi subito dopo l’accaduto, Delpini viene messo al corrente che il prete è coinvolto in un presunto “abuso sessuale”, ma se non bastasse sarà lo stesso Don Galli che di lì a pochi giorni gli confesserà di aver dormito con il 15enne: “Ha peraltro ammesso di aver dormito con il ragazzo quella notte” – si legge nel verbale.

    Nonostante queste evidenze, però, la decisione dell’allora vicario sarà quella di rimettere il prete a contatto con i minori, senza denunciare l’accaduto alla giustizia e senza avviare un’indagine conoscitiva interna, come previsto dalle direttive della Cei.

    Nel corso dell’interrogatorio con la squadra mobile si chiede:

    “Monsignore lei era consapevole che Don Mauro Galli nella parrocchia di Legnano si occupava di pastorale giovanile?”

    Delpini: “Sì certo, ne ero a conoscenza”

    Saranno gli stessi genitori di Fausto a mostrare delle perplessità rispetto a questa decisione e ottengono un incontro il 24 settembre 2012 con Delpini per avere delle spiegazioni. La discussione viene registrata ed oggi è agli atti del processo. L’arcivescovo esordisce ringraziando i familiari per non essersi ancora rivolti ai carabinieri e ammettendo più e più volte che quella decisione era stata presa espressamente da lui: “Ho deciso io”, “La destinazione di Legnano è stata scelta da me”, “L’emergenza è stata gestita da me” – ribadisce.

    Ma quando un familiare di Fausto gli fa notare che quella decisione poteva mettere in pericolo altri bambini, Delpini traballa:

    Delpini: “[…] Io sono molto allarmato di tutto quello che può succedere, perché non è che vivo sulla Luna”

    Familiare della vittima: “[…] Se dovesse accadere un caso analogo, in coscienza, penso che lei avrebbe dei problemi…”

    Delpini: “Non solo dei problemi, sono anche molto trepido, perché non mi sento neanche di dire ‘Sono in grado di garantire che abbiamo fatto una scelta che lo mette del tutto al sicuro’”

    Familiare della vittima: “È una cosa che io trovo inconcepibile”

    La discussione si accende e va avanti per quasi due ore, fino a che Delpini non ammette di aver sbagliato:

    Delpini: “[…] Avendo fondamentalmente stima del giovane prete naturalmente ho dato credito agli elementi che alleggerivano la versione”

    Ma a finire negli atti dell’inchiesta è anche un altro importante esponente della curia, si tratta di monsignor Pierantonio Tremolada, nominato pochi mesi fa da Papa Francesco vescovo di Brescia, ma che all’epoca dei fatti era collaboratore della formazione permanente del clero e responsabile dell’Istituto Sacerdotale Maria Immacolata (ISMI), che si occupa dei presbiteri del primo quinquennio di ordinazione, ossia quindi anche di Don Galli.

    I genitori di Fausto, preoccupati per le sorti degli altri bambini che entravano in contatto col prete, il 3 agosto del 2012 incontrano anche Tremolada e registrano la conversazione che ora è agli atti del processo.

    Tremolada rassicura sul percorso avviato da don Mauro e si prende la responsabilità di quello che potrà succedere:

    Tremolada: “Non me la sento di dire don Mauro è un pedofilo, cioè questa cosa mi fa un male, perché dico, forse qui c’è qualche cosa, lo dovremmo aiutare sicuramente, però da questo a dire sicuramente è così e quindi noi dobbiamo toglierlo da ogni contatto con le persone, perché altrimenti potrebbe far loro del male, ecco qui c’è quello spazio di valutazione di cui noi ci assumiamo la responsabilità.”

    Ma è da questo incontro che emerge il clima che l’attuale vescovo ha creato intorno alla vicenda. La famiglia chiede infatti a Tremolada che cosa era stato detto al decano di Legnano circa il trasferimento di Don Galli in quella parrocchia e che cosa il decano aveva detto ad un altro parroco del paese, don Pietro Re:

    Tremolada: “Gli ho raccontato quello che è successo… però questa cosa ce la teniamo per noi…”

    Familiare della vittima: “È cos’è che è successo, secondo lei?”

    Tremolada: “Questa cosa del letto, gli ho detto ‘te la tieni per te‘, è chiaro che lui a sua volta non può andare a raccontarlo a don Piero Re, sarebbe scorretto! E cioè, abbiamo anche comunque una persona che ha il diritto di non essere buttata in pasto, allora!”

    Familiare della vittima: “Perché, don Piero Re, se gli avesse detto la verità avrebbe chiamato noi, l’avrebbe messo in piazza…”

    Tremolada: “Io ho una grande stima di don Piero Re, ho una sacrosanta stima. Però a sua volta, don Piero doveva tenere il segreto, e non avrebbe potuto dirlo alle altre persone.”

    Familiare della vittima: “Guardi, secondo me, la strategia, quella del segreto, non paga.    A questo punto…”

    Tremolada: “Voglio dire, però, capite?”

    Familiare della vittima: “No, no, è chiarissima…”

    L’intento dell’attuale vescovo di Brescia è chiarissimo: la vicenda non deve divenire di dominio pubblico: “Questa cosa del letto, gli ho detto: ‘te la tieni per te’” o ancora “Don Piero doveva tenere il segreto e non avrebbe potuto dirlo alle altre persone”.

    Nei mesi successivi agli incontri con Tremolada e Delpini, la famiglia, ancora molto scossa per quanto successo a Fausto e preoccupata da come i responsabili della curia milanese gestiscono don Mauro, inizia una corrispondenza con l’allora arcivescovo di Milano, monsignor Angelo Scola. In una lettera del 13 marzo 2015, Scola allega una nota redatta dai suoi collaboratori, per spiegare lo spostamento di don Mauro.

    Dalla nota di Scola, però, la vicenda viene ricostruita in maniera molto diversa da come la raccontano gli stessi protagonisti nei verbali: il trasferimento di don Mauro a Legnano viene fatto risalire a Tettamanzi, predecessore di Scola, e il comportamento di don Mauro viene ritenuto consono addirittura fino al novembre del 2012, quando avviene il suo trasferimento da Legnano in un ospedale di Milano (per impedirgli di vedere minori) e poi a Roma, presso il Pontificio seminario lombardo, dal 1 settembre 2013.

    Queste circostanze sono state subito tutte smentite dalla famiglia. A cominciare dalla più evidente: proprio mentre dovrebbe trovarsi a Roma, Don Galli compare su tutti i telegiornali il 26 luglio 2014 per aver trovato un neonato abbandonato nella cappella dell’ospedale san Giuseppe di Milano. Riportano le cronache di quel giorno che il prete avrebbe avvertito il personale del pronto soccorso prima di toccare il bambino: “Non l’ho voluto toccare temendo di combinare qualche guaio”.

    Queste circostanze sono state subito tutte smentite dalla famiglia. A cominciare dalla più evidente: proprio mentre dovrebbe trovarsi a Roma, Don Galli compare su tutti i telegiornali il 26 luglio 2014 per aver trovato un neonato abbandonato nella cappella dell’ospedale san Giuseppe di Milano. Riportano le cronache di quel giorno che il prete avrebbe avvertito il personale del pronto soccorso prima di toccare il bambino: “Non l’ho voluto toccare temendo di combinare qualche guaio”.

    Mentre Don Galli è a piede libero e salva bambini, Fausto dopo il trauma subito entra in una spirale depressiva che cerca di affrontare con degli specialisti, ma nel frattempo perde due anni di scuola e il contatto con i suoi coetanei. Quando però proverà a togliersi la vita per l’ennesima volta, durante i soccorsi rivela ai carabinieri il motivo del suo gesto estremo e denuncia Don Galli.

    Nel frattempo, Delpini e Tremolada, i responsabili del trasferimento e della mancata denuncia di don Galli, fanno carriera, scalando le gerarchie ecclesiastiche. Sarà proprio Papa Francesco a nominarli ai vertici della Chiesa lombarda. Lo stesso pontefice che nel 2015 aveva proclamato l’istituzione, mai avvenuta, di una sezione del tribunale ecclesiastico per giudicare i vescovi che coprono i loro preti per le violenze sui minori.

    Il Vaticano fu anche informato della vicenda dai genitori di Fausto che scriveranno una lettera alla Congregazione per la Dottrina della Fede, denunciando il comportamento di Tremolada e Delpini, e il loro ruolo nell’insabbiamento del caso. La risposta del nunzio apostolico è datata 22 marzo 2016: “Le accuse saranno debitamente esaminate” – vi si legge.

    Un anno dopo però, il 12 luglio 2017, Tremolada viene nominato vescovo di Brescia, mentre il 7 luglio è stato il turno di Delpini, promosso addirittura a successore di Scola, arcivescovo di Milano, una delle diocesi più grandi al mondo.

    di Sacha Biazzo e Simone Giancristofaro

    https://www.fanpage.it/pedofilia-l-arcivescovo-di-milano-coinvolto-nello-scandalo-don-galli-sapeva-degli-abusi/

  • Preseminario San PioX; un’altra vittima denuncia, accuse anche a un monsignore

    Preseminario San PioX; un’altra vittima denuncia, accuse anche a un monsignore

    A pochi giorni dall’ultimo servizio delle IENE sui presunti abusi ai danni dei chierichetti del preseminario San Pio X in Vaticano, a contattare la Rete L’ABUSO è un’altra presunta vittima che chiameremo “Roberto”, un compagno di corso di “Carlo” (nome dato alla presunta vittima nella terza puntata delle IENE) che, non solo ci svela il nome del presunto molestatore, ma commenta così: “Nel racconto dell’ ex seminarista ho individuato ovviamente subito di quale prete si trattava, ovviamente di Don G. B. ; come potrei dimenticarmi di questo personaggio orrendo”, sottolinea inoltre che già negli anni 70 “i vertici dell’opera don Folci sapevano, difatti mi pare fu trasferito a Santa C. V.”.

    A verificare l’identità della nuova presunta vittima diverse foto tra cui questa, insieme a Papa Paolo VI, nella quale oscuriamo il volto di “Roberto” e del sacerdote accusato, ma lasciamo scoperto quello di “Carlo”, già apparso nella trasmissione Mediaset per fare un confronto e accertarne la somiglianza. È lui.

    Nella lettera, breve ma dettagliata, Roberto racconta una serie di situazioni: “C’era un altro elemento incredibile all’epoca aveva 18 anni ed era un autentico aguzzino e violento, aveva l’abitudine di mettere al centro del refettorio la sua vittima e cominciava a picchiare di santa ragione… mi pare che fu anche radiato dall’opera Don Folci anche per sospetta pedofilia… recentemente ho fatto una ricerca e incredibilmente l’ho trovato vestito da monsignore, sua eccellenza si chiama MONSIGNOR Xxxxxx Xxxxxx…rivederlo ora in questa posizione mi fa tanta rabbia anche se sono passati quasi 5O anni”.

    Quanto racconta “Roberto” sembra attendibile e quel monsignore di cui parla, oggi vive a Roma e riveste un ruolo di rilievo.

    Continua…

  • L’inchiesta sul preseminario in Vaticano, lezioni sospese per l’ex vicario giudiziale della Diocesi di Como

    L’inchiesta sul preseminario in Vaticano, lezioni sospese per l’ex vicario giudiziale della Diocesi di Como

    L’ex vicario giudiziale della Diocesi di Como, don Andrea Stabellini, coinvolto proprio per questo suo ruolo nel servizio della trasmissione di Italia1 Le Iene sui presunti abusi al preseminario San Pio X, in Vaticano, ha temporaneamente sospeso l’insegnamento in seminario a Como ma anche a Roma e a Lugano. Per la Diocesi si tratta di una decisione personale del sacerdote, che avrebbe chiesto una pausa proprio alla luce delle tensioni e delle difficoltà legate alla vicenda.

    Don Andrea ha di fatto puntato il dito contro l’ex vescovo di Como monsignor Diego Coletti, dicendo che il presule gli aveva chiesto di non dar luogo a procedere con gli accertamenti sui presunti abusi, sui quali invece il vicario giudiziale avrebbe voluto fare altri approfondimenti.
    Dopo i recenti servizi delle Iene, il Vaticano ha comunicato di aver riaperto il caso e disposto nuovi accertamenti.

    L’ex vicario, che insegna diritto canonico in seminario ma anche all’università a Lugano e a Roma, al momento ha sospeso tutte le lezioni, a tempo indeterminato. La Diocesi di Como precisa tramite l’ufficio stampa che si tratta appunto di una scelta personale del sacerdote e non di una decisione imposta da altri. Nel servizio delle Iene, è stata messa in onda anche una serie di dichiarazioni che don Andrea ha rilasciato quando gli era stato assicurato che le telecamere erano spente e proprio in questa parte del colloquio ci sono le dichiarazioni che puntano il dito contro l’ex vescovo Diego Coletti.

    http://www.espansionetv.it/gate/2017/11/29/linchiesta-sul-preseminario-in-vaticano-lezioni-sospese-per-lex-vicario-giudiziale-della-diocesi-di-como/