Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • A Savona pedofili coperti dalla Curia

    A Savona pedofili coperti dalla Curia

    “I vertici della Curia di Savona hanno coperto casi di preti pedofili“. Proprio nei giorni in cui emerge con tutta la sua forza lo scandalo della pedofilia nella Chiesa, si apre un nuovo inquietante fronte con le dure parole di Don Lupino, parroco di Lavagnola, al funerale di Luisa Bonello. La donna, nota per le sue denunce contro gli abusi sessuali in diocesi, si è tolta la vita. E viene aperto un fascicolo in Procura per istigazione al suicidio. “Chi deve vada in galera”.

    “Credo che il vescovo, il vicario e il rettore del Seminario debbano fare un esame di coscienza”, ha detto don Giovanni Lupino durante la sua dura omelia. “Chi deve andare in pensione ci vada, chi deve pagare sconti la pena con un bel ritiro spirituale a Sant’Agostino dove ci sono le celle per pregare. Bisogna chiedersi perché la Curia decida di punire le amicizie pulite tra un sacerdote e una donna, mentre tollera che un sacerdote dorma con il suo fidanzato in canonica”, dice ancora don Lupino riferendosi ad altri casi denunciati a Savona.

    Luisa Bonello era da tempo attiva, insieme al portavoce della Rete L’Abuso, Francesco Zanardi, in inchieste e docu-film per portare alla luce le vicende di abusi sessuali all’interno della Chiesa. Zanardi, tra l’altro, proprio una decina di giorni fa ha presentato il docu-film “Parole, opere e omissioni” che, attraverso documenti della Procura di Savona, testimonianze, ma anche colloqui riservati, registrati e riprodotti, racconta anni bui in cui le violenze sui minori sono state perpetrate da parte di sacerdoti, due dei quali, don Nello Giraudo e don Giorgio Barbacini, sono stati condannati, mentre un terzo, don Pietro Pinetto, risultato colpevole, è stato salvato dalla prescrizione.

    Ora la Procura indaga sulla morte di Luisa, dopo aver aperto un fascicolo per istigazione al suicidio, per ora contro ignoti. Il sospetto è venuto leggendo la lettera lasciata da Luisa, nel quale riferendosi al marito lo chiama per nome e non col soprannome che, a sentire il coniuge, ha sempre utilizzato in qualsiasi occasione. Ma non solo, tra le righe lasciate dalla donna, 53enne medico, molte cose non tornano e il sospetto è che siano state scritte da qualcun altro.

    http://www.affaritaliani.it/cronache/a-savona-pedofili-coperti-dalla-curia260914.html

  • La chiesa, il sesso e i seminari….

    La chiesa, il sesso e i seminari….

     L’ultima intervista, rilasciata a questo giornale, che aveva per tema la pedofilia dei preti si concludeva con la seguente considerazione di don Mazzi: “Andrebbero aboliti i seminari. L’errore inizia da lì. Il seminario che è l’istituzione cattolica in cui i ragazzi in età da liceo studiano e si preparano a diventare sacerdoti è un luogo che castra, non è un luogo naturale. La preparazione non va fatta nei seminari. La formula da allevamento nel pollaio – non è al passo coi tempi”.

    Molte sarebbero le cose da dire a commento di questa affermazione di don Mazzi. E’ certo che i seminari in questi ultimi decenni sono cambiati. I seminari minori, un po’ dappertutto, non esistono più ma esistono i preti che in tali seminari si sono formati e che portano ancora su di sé le conseguenze di quella educazione data. Nel seminario che mi ha accolto appena undicenne e nel quale sono stato per ben tredici anni, non vi era una chiara intenzionalità educativa che avrebbe dovuto tradursi in interventi riconducibili ad un efficace progetto atto a garantire la serenità, la socializzazione e lo sviluppo ottimale, nonchè un buon equilibrio socio-relazionale e la crescita integrale della persona. “Educare la persona nella sua integralità” non può che voler dire educare in senso positivo ed esplicito tutte le dimensioni, inclusa anche la dimensione “sessuale”.

    La sessualità, lo sappiamo, è una caratteristica fondamentale dell’uomo e di ogni uomo, che parte sì dalla sua realtà corporea e si estende però a tutta la sua persona: noi siamo sessuati in tutto ciò che siamo e che facciamo, anche nella vita spirituale e nella preghiera. Mascolinità e femminilità sono due principi universali della persona. Essi insieme rendono completa l’”immagine” di Dio nell’umanità (Cfr. Gen. 1)… Quindi, come tutto il corpo, anche la sessualità in tutti i suoi aspetti, compreso quello corporeo, è un grande dono.

    Per il Cristianesimo, essa partecipa addirittura della “sacralità” stessa del corpo: Gesù e Maria erano realmente maschio e femmina… Educare alla sessualità… E’ questo quindi un dovere di ogni educatore. Educare alla sessualità vuol dire educare ad essere se stessi con la propria identità, superando i tabù, ed ad avere rapporti costruttivi col “diverso da sé”. Con i termini generali “educare alla sessualità” comprendiamo vari temi e varie discipline connessi all’educazione.

    In modo particolare, ci riferiamo ai ragazzi in periodo di maturazione sessuale e, quindi, alla conoscenza dell’anatomia e della fisiologia dell’apparato genitale, dei cambiamenti che avvengono durante quell’età, della psicologia, delle problematiche di tipo morale, delle curiosità e, perciò, di tutto ciò che abbraccia tutti gli aspetti del comportamento sessuale umano. Educare alla sessualità, quindi, garantisce una crescita “globale” dei ragazzi e una loro crescita normale.

    E’ questo un aspetto fondamentale e importantissimo che non può essere assolutamente trascurato e che, se trascurato, può portare conseguenze gravissime nella vita dell’intera persona. Purtroppo in seminario non mi è stata impartita alcuna educazione sessuale Non si teneva conto, perciò, che l’educazione sessuale durante la mia adolescenza, cioè nel periodo dei rapidi cambiamenti, in cui dovevo affrontare notevoli difficoltà, non ho avuto, quindi, nessun sostegno, nessun supporto, nessun aiuto, nessuna informazione utile a vivere e gestire la mia sessualità e affrontare e risolvere tutti i problemi connessi.

    I problemi connessi credo che fossero i problemi di tutti i ragazzi, anche se non vivevano nei seminari.
    Quelli che dovevo affrontare e risolvere erano i problemi di tutti i ragazzi della mia età e non erano solo problemi che riguardavano la maturazione fisica ma erano una grande quantità di problemi psicosociali: l‘indipendenza, lo sviluppo delle capacità di entrare in rapporto con i coetanei, l‘elaborazione di principi etici applicabili, il desiderio di acquistare una competenza intellettuale, un aumentato senso di responsabilità personale e sociale, e molte altre questioni di ugual peso.

    Mentre subivo questa complessa serie di difficoltà connesse allo sviluppo, dovevo anche imparare a gestire il variare sensazioni sessuali e a distinguere il sentimento d‘amore dagli altri stati d‘animo. Ciò, però, non poteva avvenire in quanto, essendoci una frequentazione solo maschile, mancava la possibilità di fare esperienze affettive con l’altro sesso. Questa indubbiamente è stata una grande carenza. Del resto non poteva essere se non così. Ciò per due motivi. Il primo è dato dal fatto che il seminario doveva preparare ad una vita celibataria.

    Il secondo motivo è quello che la Chiesa, diciamolo pure, è stata sempre, almeno nel passato, sessuofobica. Nessuno si stupisca dell’assenza di un’educazione sessuale non solo nel mio seminario ma in tutti i seminari del mondo. Non poteva, del resto, essere diversamente; ci trovavamo in una istituzione sessuofobica, che dava seguito alla “dottrina” della Chiesa, che aveva un’avversione morbosa per tutti i fenomeni riguardanti la vita sessuale, in cui, gli istinti sessuali erano da ritenere impuri, capaci di asservire lo spirito e allontanare dalla salvezza. Questa concezione si traduce in una “ precettistica” molto rigorosa. I precetti della Chiesa cattolica, infatti, che riguardano la sessualità sono numerosissimi, e dettano prescrizioni su praticamente ogni aspetto della vita sessuale: dalla masturbazione ai contraccettivi, dal sesso prematrimoniale alle relazioni omosessuali.

    La Chiesa proibisce ogni relazione sessuale che non avvenga all’interno del matrimonio e che non sia destinata alla procreazione, ed esalta la castità come strumento per avvicinarsi a Dio. Tentiamo di fare un veloce excursus storico-teologico di questa visione sessuofobica della Chiesa. Già nei primi secoli l’influsso delle culture con cui il cristianesimo è venuto in contatto ha depositato sull’originario messaggio biblico una patina di pessimismo e di svalutazione della sessualità e della corporeità; ciò è diventato vistoso nella letteratura patristica.

    Agostino non dà spazio per una valutazione positiva del piacere: esso è condannato, o nel caso della procreazione, tollerato. Gregorio Magno assumerà in pieno la testi agostiniana di condanna del piacere e la trasmetterà a tutta la tradizione seguente. Di fatto dopo Agostino la discussione sulla morale sessuale si restringe alla questione della peccaminosità del piacere. Sulla stessa scia Pietro Abelardo, in cui troviamo il riconoscimento della naturalità della ricerca del piacere sessuale, ovviamente nel matrimonio.

    San Tommaso d’Aquino che considera il seme maschile come un omuncolo; conseguentemente, in lui e in altri teologi dell’alto medioevo si giunge alla condanna della masturbazione come peccato di aborto, cioè come uccisione di esseri viventi. Date queste premesse, dato il fatto che venivo privato di un’educazione sessuale, per me la sessualità non diventava, come doveva essere, un gioco, una relazione, una comunicazione, uno scambio di piacere e, non ultimo, un momento privilegiato dell’intimità ma un’attività ritenuta peccaminosa. Il rischio era quello che tale attività umana vissuta in modo ossessivo, potesse fare diventare “dipendenti”.

    E’ questo un disturbo che viene definito come “ipersessualità”, in inglese “sex addiction” o “sex dependance”. Parliamo ovviamente di rischio e non affermiamo che tutti i preti soffrono di questo disturbo della personalità, Da osservare che i sesso-dipendenti non sono coloro che si prodigano in scappatelle più o meno concesse ma coloro che si privano o sono privati di quel piacere che fa parte della vita di ogni persona. Spesso sono persone che elaborano molti moralismi e con disgusto dichiarano la loro estraneità a tutto quel che gira intorno al sesso, ma questo non è dovuto ad una loro vera scelta ma piuttosto ad un disagio che non riescono a rivelare nemmeno a se stessi. In realtà si tratta di affamati di amore. L’ostacolo principale alla presa di coscienza di soffrire di questo serio disturbo è l’incapacità di riconoscerlo come tale.

    Da mettere in evidenza, inoltre, che Il rifiuto fobico del sesso, facilmente razionalizzato, nel senso che viene giustificato con motivazioni di ordine religioso e morale, dà forma in genere a individui immaturi, che mai raggiungono un equilibrio psico-sessuale. In seminario tutto, quindi, concorreva a reprimere l’istinto sessuale e non si pensava che la repressione della sessualità, quando è priva di sublimazione, crea disagio sociale ed emotivo in chi è costretto a subirla. Ritengo interessante la considerazione di don Enzo Mazzi quando afferma che bisognerebbe intervenire sul “disprezzo” per la sessualità che spesso è diffuso tra il clero, e dunque sul seminario, luogo nel quale questo “disprezzo” nasce e si sviluppa. Accettare questa opinione, significa affermare che il cammino formativo dei seminari tende a “congelare” la sessualità, e, quindi, a bloccare il naturale sviluppo sessuale dei ragazzi-seminaristi. Se esso non si recupera, a fatica e da soli dopo, si rischia di diventare adulti con una sessualità ferma al periodo puberale o adolescenziale o, addirittura, con specifiche patologie sessuali.

    Ormai è accertato, infatti, che l’avversione sessuale esprime sempre marcate difficoltà emotive verso il sesso in condizioni psicologiche e psicopatologiche che coinvolgono estrema ansietà, sentimenti di terrore, attacchi di panico e manifestazioni somatiche. La Chiesa impone che chi vuol fare il prete deve rinunciare, vita natural durante, ai piaceri della carne per rendersi oltretutto meritevole di ricompense dopo la morte. Ciò – diranno – è affermato dal Codice del Diritto Canonico nel canone 277, nei paragrafi 1 e 2, in cui c’è scritto: «I chierici sono tenuti all’obbligo di osservare la continenza perfetta e perpetua per il regno dei cieli, perciò sono vincolati al celibato, che è un dono particolare di Dio mediante il quale i ministri sacri possono aderire più facilmente a Cristo con cuore indiviso e sono messi in grado di dedicarsi più liberamente al servizio di Dio e degli uomini. (Canone 277, paragrafo 1 del Codice di diritto canonico).

    «I chierici si comportino con la dovuta prudenza in rapporti con persone la cui familiarità può mettere in pericolo l’obbligo della continenza oppure suscitare lo scandalo dei fedeli. » (Canone 277, paragrafo 2 del Codice di diritto canonico). Secondo Salvatore Natoli, docente di filosofia teoretica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, la Chiesa ha formulato i propri precetti nel contesto di una fase storica ben determinata, quella in cui ha vissuto Cristo, ma ha commesso l’errore di assolutizzare e difendere ostinatamente la dottrina senza più badare alla sua adeguatezza rispetto alle trasformazioni sociali: “ Il Cristianesimo ha trasformato in un assoluto quello che è solo un passaggio della civiltà”.

  • Pedofilia clericale e celibato obbligatorio

    Pedofilia clericale e celibato obbligatorio

     di Antonio Lombatti   – Parlare di pedofilia clericale oggi, a più di dieci anni dallo scandalo scoppiato a Boston [1] e diffusosi in numerose diocesi cattoliche anche negli altri continenti [2], sembra un argomento di scarsa attualità. Ma non è così. Non solo perché una commissione dell’ONU a difesa dei diritti dei bambini, lo scorso febbraio, ha censurato il comportamento del Vaticano avuto nel corso degli anni [3].

    Ma, soprattutto, perché anche una parte dei vertici della Chiesa cattolica – in particolare, il cardinale australiano George Pell – ha identificato nel celibato obbligatorio la causa della pedofilia clericale [4]. È così? Cerchiamo di analizzare i fatti.

    La violazione sessuale di un bambino o di un adolescente da parte di un sacerdote è, nei fatti, un incesto. È un tradimento della relazione perpetrato da colui che è il padre della famiglia spirituale del bambino: un uomo del quale il ragazzino ha imparato, fin dalla nascita, a fidarsi più di chiunque altro, solo secondo a Dio [5]. La Chiesa cattolica apostolica romana è ancora una monarchia medievale maschile. I vescovi e i cardinali rispondono solo al papa. Sono isolati dalle influenze esterne e provenienti dal basso. Non sono educati alla trasparenza e al processo decisionale, alla discussione dei problemi all’interno delle diocesi o alla consultazione di esperti laici. Resta molto viva, ancora oggi, la convinzione che il clero costituisca un’élite speciale, sopraordinata alla gente comune in virtù dei poteri discendenti dal ministero sacramentale.

    Il Vaticano ha sempre risposto che i propri preti non possono sposarsi perché questa è la tradizione della Chiesa. Ma non è così. Il primo papa, Pietro, era sposato. Sono noti gli apostoli e i fratelli di Gesù con le loro mogli, diaconesse e donne prete, sacerdoti e vescovi coniugati per secoli e, illegalmente, per oltre un millennio [6]. Si conoscono pontefici e le loro mogli o, più spesso, le loro amanti [7]. Il celibato obbligatorio sacerdotale, istituito nel XII secolo in modo tale da non fare ereditare i beni della Chiesa a mogli e figli del clero, ha conferito ai preti, nel corso dei secoli, un’altissima funzione sociale. Esso ha determinato complesse dinamiche nei rapporti umani per cui si è creata una vera e propria frattura tra laici e religiosi. Solamente preti, vescovi e cardinali possono diffondere il messaggio di Gesù e, soprattutto, mediare la presenza di Dio tra i fedeli o guidare una persona verso la salvezza eterna. Quindi, il cattolicesimo ha costruito nei secoli un modello di assoluta dipendenza del credente dal suo prete [8].

    Attraverso i secoli, il sacerdote è stato percepito non solo come un’autorità, ma come un essere intoccabile: superiore alla legge degli uomini e non punibile dai tribunali civili. I credenti si sono sempre sentiti inadeguati verso i preti, incompetenti, intellettualmente e moralmente inferiori. Attorniati da un’aura di prestigio, presbiteri e vescovi sono stati trattati per generazioni e generazioni come agenti speciali di Dio, mediatori tra i comuni esseri mortali e il divino. Il celibato, infine, ha conferito ai preti un alone magico di potere e spiritualità. I sacerdoti non sposati non erano uomini comuni. I preti si sono serviti di questa aureola mistica acquisita nei secoli per approfittare di bambini e adolescenti vulnerabili appartenenti a famiglie semplici e, forse, affettivamente carenti [9].

    Il celibato obbligatorio nella Chiesa non è un dogma, ma una norma. Infatti, si possono ordinare preti sposati provenienti dalla Chiesa anglicana o in quella cattolica di rito orientale. L’autorità è rappresentata da maschi celibi che parlano di sesso e famiglia, ma si devono comportare contro natura e non avere mogli, figli, né provare amore per una donna. È importante sottolineare che ogni singolo documento della Chiesa su questioni legate alla sessualità umana è stato scritto da uomini celibi. Perciò, nello scrivere o parlare di sessualità, i preti cattolici devono essere osservatori incorporei. Vivendo in mezzo a persone immerse in relazioni affettive, che sono sposate o convivono, i sacerdoti guardano ciò che gli altri fanno, reprimendo gli impulsi biologici del loro corpo e della loro mente. Come osservatori incorporei – occhi senza viso – i preti valutano ciò che nelle relazioni sociali è buono o malvagio senza averne la minima esperienza, senza conoscere ciò che stanno giudicando. Non possono capire come la sessualità, il matrimonio o l’avere dei figli aumenti positivamente le relazioni umane e il vivere quotidiano.

    Già nel Medioevo, alcuni chierici eruditi, come Pier Damiani, si erano resi conto che negare una moglie ad un sacerdote o impedirgli di vivere la pienezza della vita famigliare portavano al concubinato, alla sodomia, ad abusi su ragazzini e relazioni incestuose [10]. Era solo un’intuizione. Ma san Pier Damiani aveva anticipato i tempi. E l’incessante legislazione ecclesiastica sugli abusi sessuali del clero dimostra come sia stato un problema diffuso già a partire dal Medioevo. I documenti provano come la Chiesa abbia cercato di fronteggiare questa piaga. Le citazioni in documenti ufficiali degli abusi sessuali, delle concubine o della sodomia sono la prova inconfutabile dell’esistenza del problema. È, quindi, proprio la legislazione della Chiesa a tradire la vastità del fenomeno. A dispetto di quasi duemila anni di prove documentate sulle violazioni del celibato ecclesiastico e a fronte di continui, ma infruttuosi e inutili, tentativi ufficiali di debellare il fenomeno, il papato si è opposto anche con Giovanni Paolo II alla riconsiderazione del celibato obbligatorio [11].

    Senza dubbio, gli abusi sessuali sui minori da parte del clero sono un problema urgente, ma ciò non è che un sintomo di una crisi più profonda che il cattolicesimo deve affrontare [12]. La base scientifica e quella teologica per gli insegnamenti della Chiesa su celibato e sesso sono inadeguate e false. Qui non si vuole attaccare l’istituto del celibato nel suo complesso. Ci sono persone davvero virtuose pronte a fare scelte difficili e a rispettarle, come quella dell’astinenza dai rapporti sessuali. Ma questa deve restare una libera opzione e non un’imposizione a persone psicologicamente fragili e sessualmente immature. Come hanno dimostrato gli studi psicologici sul clero di Richard Sipe, i sacerdoti che raggiungono un celibato pieno sono solo circa il 10% [13]. La Chiesa, purtroppo, continua ancora oggi ad usare la Bibbia, come in epoca pre-
copernicana, per illustrare la sua etica sulla sessualità umana. Ma usare le sacre scritture come base per spiegare celibato e rapporti intimi è come prendere a modello la Genesi per spiegare la formazione dell’universo. La Chiesa ha riabilitato Galileo, ma non sembra voler ripensare la questione del celibato.

    Il punto centrale della storia del celibato, delle mogli dei sacerdoti, delle concubine dei papi, dei rapporti omosessuali e, soprattutto, degli abusi perpetrati nei secoli su poveri giovani indifesi, è capire se esista un nesso tra l’invenzione ecclesiastica del celibato obbligatorio e la pedofilia. Sono convinto che la risposta sia nascosta nei dati che abbiamo a disposizione, benché siano parziali e tendenti al ribasso [14]. Pedofilia ed efebofilia sono disturbi della condotta sessuale di un individuo, che gli provocano fissazioni erotiche su bambini in età prepuberale, solitamente accompagnate da disfunzioni psicologiche ed emotive piuttosto gravi. I pedofili hanno spesso atteggiamenti asociali o antisociali, una struttura comportamentale ossessiva e un grave deficit di autostima [15]. Su questo concorda il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders curato dall’American Psychiatric Association.

    Dagli studi clinici effettuati, ai preti pedofili sotto trattamento psicoterapeutico è stato diagnosticato uno sviluppo psicosessuale interrotto in età postpuberale e disturbi narcisistici. Tale vulnerabilità della condotta porta a manie di grandezza compensatorie. Il narcisismo clericale, secondo gli studi di Gerald Kohansky e Murray Cohen, nasce dall’autoselezione di uomini che sono stati spinti al sacerdozio dal desiderio di contrastare o neutralizzare sentimenti di inadeguatezza, impotenza e inferiorità tramite un ruolo che permette loro di sentirsi superiori, speciali, ammirati e quasi onnipotenti. Nei seminari si è sempre esaltata la verginità e l’astinenza totale. Si è svalutata l’intimità del matrimonio e la sessualità è stata condannata come peccato. Da questi luoghi di formazione non potevano che uscire candidati alla cura dei fedeli incapaci di affrontare la realtà proprio perché erano loro stessi ad essere fuori dalla realtà che volevano affrontare [16].

    Riflettete un attimo. In seminario entrano giovani, che si affacciano alla pubertà, isolati in un contesto tutto maschile, caratterizzato da un’avversione istituzionale al matrimonio, da una totale ostilità ai rapporti sessuali, alle relazioni intime e alle donne. Tagliati fuori da qualsiasi dimensione affettiva e sessuale, i giovani preti sono mandati nel mondo reale con l’aspettativa che conducano una vita completamente casta. Diversi studi hanno dimostrato come questo sistema di formazione, basato sui seminari, abbia prodotto un significativo livello di immaturità emozionale, psicoaffettiva e sessuale. In particolare, dagli studi di Sipe [17] si evince che questi giovani uomini non hanno risolto né superato le tappe fondamentali dello sviluppo psicosessuale, che in genere si affrontano durante la tarda adolescenza.

    Secondo Thomas Plante, professore di Psicologia presso la Santa Clara University e di Psichiatria e Scienze del Comportamento alla Scuola di Medicina dell’Università di Stanford, e lo stesso Sipe, i preti nord-americani che hanno avuto esperienze sessuali con minori sono circa il 6%. Il 2% può essere considerato pedofilo, il 4% efebofilo [18]. Visto che ci sono circa 46.000 preti attivi negli Stati Uniti, Sipe ha suggerito che circa 2.700 sacerdoti avrebbero abusato sessualmente di bambini e adolescenti. Plante, inoltre, ha aggiunto a questa stima i circa 15.000 preti in pensione e altri religiosi, come frati e diaconi, che hanno portato il numero ad oscillare vicino al 3.600. Questi dati sono stati stabiliti in una conferenza accademica all’Università di Santa Clara nel 1999, anni prima, quindi, dello scandalo dei preti pedofili del 2002 [19]. Perciò, il numero è stato decisamente sottostimato.

    Negli ultimi anni, Sipe ha riconsiderato i dati a disposizione, dopo i numerosi articoli della stampa di tutto il mondo, calcolando che per alcune diocesi americane come Boston, Tucson e Los Angeles, la percentuale di preti pedofili oscilla tra il 10 e il 20% [20]. Quindi, anche se tenessimo a mente il primo rapporto scientifico in merito, quello uscito nel 1999 con la percentuale al 6%, il numero di sacerdoti coinvolti in abusi sessuali su minori è di almeno due volte superiore alla media rilevata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, per la quale nella popolazione generale la pedofilia si attesta tra 3 e il 4% della popolazione [21]. I numeri parlano da sé [22]. E sono convinto che la Chiesa lo sappia benissimo.

    La lunga strategia vaticana del nascondere e lavare i panni sporchi in casa propria è continuata. Non solo papa Giovanni Paolo II, con la Sacramentorum Sanctitatis Tutela del 2001, ha ribadito che i gravi crimini del clero contro la morale sono di esclusiva competenza dei tribunali ecclesiastici. Ma la CEI ha recentemente sancito (28 marzo 2014) che le diocesi non hanno l’obbligo di denunciare alle autorità i preti pedofili. Finché la Chiesa vorrà restare fuori dalla realtà psicologica e storica della vita quotidiana, non ci sarà modo di porre fine alla pedofilia clericale.

    Note

    [1] Boston Globe Investigative Staff (a cura di), Betrayal. The Crisis in the Catholic Church, Boston 2002.

    [2] J. Freiburger, Clergy Pedophiles. A Study of Sexually Abusive Clergy and their Victims, Bloomington 2012.

    [3] F.A. Grana, Pedofilia, ONU, “Vaticano ha permesso gli abusi dei preti”. In: «Il Fatto Quotidiano», 5 febbraio 2014.

    [4] F. Peloso: Il cardinale Pell, “Gli abusi? Colpa del celibato”. In: «Linkiesta», 30 maggio 2013.

    [5] M. Benkert, T. Doyle, Clericalism, Religious Duress and its Psychological Impact on Victims of Clergy Sexual Abuse. In: «Pastoral Psychology», 58 (2009).

    [6] A. Lombatti: La moglie del monsignore. Dal celibato alla pedofilia nella Chiesa cattolica, Torino 2013. [Recensione su: L’Ateo, n. 93, 2/2014].

    [7] A.B. Horsley, Pontiffs, Palaces, and Pornocracy: A Godless Age. In: Peter and the Popes, a cura di A.B. Horsley, Provo 1989.

    [8] T.P. Doyle: Clericalism: Enabler of Clergy Abuse. In: «Pastoral Psychology», 54 (2006).

    [9] T.P. Doyle: The Spiritual Trauma Experienced by Victims of Catholic Clergy Abuse. In: «Pastoral Psychology», 58 (2009).

    [10] I. Zavattero: Il Liber Gomorrhianus di Pier Damiani. In: «Rivista di Sessuologia», 22 (1998).

    [11] N. Sheper-Hughes, J. Devine, Priestly Celibacy and Child Sexual Abuse. In: «Sexuality», Vol. 6 (2003).

    [12] M.G. Frawley-O’Dea, V. Goldner (a cura di), Atti impuri, Milano 2009.

    [13] A.W.R. Sipe, Celibacy in Crisis. New York 2003.

    [14] T. Plante, K.L. MacChesney (a cura di), Sexual Abuse in the Catholic Church: A Decade of Crisis 2002-2012, Westport 2012.

    [15] V. Andreoli: La pedofilia come malattia. In: G. Chinnici (a cura di), Sulle tracce della pedofilia. Aspetti psicologici, criminologici, etici e giuridici, Palermo 2004.

    [16] G.E. Kohansky, M. Cohen: Priests who sexualize male minors: psychodynamic, characterological, and clerical cultural situations. In: Predatory Priests, Silenced Victims (a cura di M.G. Frawley-O’Dea, V. Goldner), Hillsdale 2007.

    [17] A.W.R. Sipe, The Serpent and the Dove, Westport 2007.

    [18] T. Plante (a cura di), Sins Against the Innocents, Westport 2004.

    [19] T. Plante, Forvige me Father for I have sinned, Westport 1999.

    [20] A.W.R. Sipe, Mother Church and the Rape of Her Children. In: T. Plante et al. (a cura di), Sexual Abuse, cit.

    [21] J. Cloud: Pedophilia. In: «Time», 13 gennaio 2003 (speciale sugli abusi clericali negli USA con intervista a John Bradford, direttore del Dipartimento di Psichiatria Clinica dell’Università di Ottawa).

    [22] P.J. McDevitt, Sexual and Intimacy Health of Roman Catholic Priests. In: «Journal of Prevention & Intervention in the Community», 40 (2012).

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    Antonio Lombatti, storico del cristianesimo ha fondato la rivista internazionale di sindonologia “Approfondimento Sindone”. Ha pubblicato vari volumi ed articoli su la Sindone, l’archeologia biblica, il Sacro Graal, le reliquie, i templari.

    http://www.uaar.it/uaar/ateo/archivio/2014_4_art2.html

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  • Quebec giudice ordina a un gruppo religioso di risarcire le vittime di abusi sessuali

    Quebec giudice ordina a un gruppo religioso di risarcire le vittime di abusi sessuali

     MONTREAL – Un tribunale del Quebec ha ordinato a un gruppo religioso di risarcire le vittime di abusi sessuali che coinvolgono diversi sacerdoti dell’organizzazione – un totale complessivo che potrebbe alla fine raggiungere milioni di dollari.

    La Corte Superiore del Quebec condanna l’Ordine dei Redentoristi a pagare almeno $ 75.000 di danni per ogni vittima che ha partecipato al Seminario di Saint-Alphonse tra il 1960 e il 1987.

    Finora, 70 ex-allievi si sono fatti avanti , altri furono abusati mentre frequentavano la scuola di Quebec City  che ormai non è più in attività.

    Un avvocato che rappresenta le vittime dice che si aspetta che questa decisione incoraggi gli studenti più vecchi a denunciare, e crede che il compenso totale potrebbe raddoppiare o triplicare.

    “E ‘la punta di un iceberg”, ha detto l’avvocato Pierre Boivin.

    “In una class-action, le persone non comunicano con noi finché non ci sarà un giudizio.”

    Nella sua sentenza, il Giudice Claude Bouchard ha detto che gli ex-studenti che possono dimostrare di essere stati vittime di aggressioni “di natura particolare” potranno inoltre beneficiare di un ulteriore $ 75.000.

    Boivin ha dichiarato che l’ordine cattolico romano ha i fondi sufficienti per pagare i danni, che potrebbero ammontare a un totale di diversi milioni di dollari.

    L’ex studente di Frank Tremblay ha lanciato l’accusa nel 2010 contro l’ordine, la scuola e il suo aggressore, il Rev. Raymond-Marie Lavoie.

    Fino ad oggi, solo Lavoie è stato condannato per accuse penali. Nel 2011, si è dichiarato colpevole di 18 conteggi riguardanti 13 vittime su un periodo di 11 anni 1973-1984 ed è stato condannato al carcere.

    Dei nove sacerdoti citati nella class action, sei sono morti e altri tre hanno sostengono di vivere al di sotto della soglia di povertà.

    Il giudice ha ordinato Tremblay sarà aggiudicato l’intero importo di 150.000 dollari.

    Tremblay definito la sentenza una “vittoria storica”.

    Ma ha detto Giovedi la sua principale fonte di soddisfazione deriva dal fatto la Corte Superiore del Quebec gli ha creduto.

    “L’intera organizzazione è stata una cancrena per la giustizia,  Bouchard si dichiara soddisfatto”, ha dichiarato Tremblay al The Canadian Press.

    Carlo Tarini, un portavoce per l’Associazione Quebec di vittime dei preti, chiama Tremblay “, un eroe vero e proprio” per il coraggio nel farsi avanti.

    “Il Redentorista ha lottato come gatti randagi a difendere l’indifendibile”, ha detto Tarini.

    “Hanno fatto di tutto per evitare che le vittime di testimoniassero, e ogni volta che accadeva, erano storie diaboliche soprattutto per le persone che danno lezioni di moralità.”

    http://www.winnipegfreepress.com/arts-and-life/life/faith/quebec-court-orders-religious-group-to-compensate-victims-of-sexual-abuse-266665101.html?device=mobile

  • Il solito prete pedofilo nel cuore della Sicilia dove nessuno ha visto niente

    Il solito prete pedofilo nel cuore della Sicilia dove nessuno ha visto niente

    Condanna a 4 anni per don Vincenzo Calà Impirotta, sacerdote di Randazzo in provincia di Catania (Che orrore!). Per tutti era un sacerdote integerrimo e di grande moralità, insomma una guida spirituale per i fedeli della sua chiesa, nel cuore della Sicilia. E invece, don Vincenzo Calà Impirotta, parroco della basilica di Santa Maria Assunta di Randazzo, paese sull’Etna in provincia di Catania, si è beccato una condanna a 4 anni per violenza sessuale su un minorenne. 

    A condannarlo è stato il gup Flavia Panzano e la sentenza è arrivata fra la sorpresa generale in paese, dove nessuno sapeva niente delle accuse mosse al prete e dove fino a ieri il parroco ha continuato a dire messa come se nulla fosse. E infatti, il sacerdote in tutti questi anni di vicenda processuale non è stato destinatario di alcun provvedimento di sospensione da parte del vescovo di Acireale don Antonino Raspanti, competente per il paese di Randazzo. E ci si chiede come mai…

    Secondo l’accusa, sostenuta dai magistrati Marisa Scavo e Lina Trovato, l’uomo di chiesa avrebbe più volte tentato approcci omosessuali con un giovane, fra il 2005 e il 2007, quando la presunta vittima era ancora minorenne. Fra gli episodi contestati che hanno comportato la condanna del religioso ce n’è uno che sarebbe avvenuto a Gerusalemme, durante un viaggio spirituale. L’inchiesta è scattata proprio a seguito della denuncia del giovane.

    I giudici lo hanno anche condannato all’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici ma anche da ogni incarico in istituti scolastici di ogni ordine e grado, da uffici o istituzioni frequentati da minori e da uffici inerenti la tutela e la curatela. Don Vincenzo Calà Impirotta era difeso dall’avvocato Carmelo Galati e ha scelto di farsi giudicare con il rito abbreviato, regime processuale che prevede uno sconto di pena di un terzo in caso di condanna. (fonte: resapubblica.it)

    Quando si parla di argomenti simili per tipologia al caso del parroco di Randazzo, i detrattori della Chiesa sono tentati dal generalizzare mentre gli strenui difensori si giustificano con frasi del tipo “i pedofili non sono solo nella Chiesa ma sono di più in altre istituzioni educative” come se questo potesse lenire il dolore delle vittime che, come si è già detto, fossero anche solo due sarebbe comunque una tragedia.

    La pedofilia è un reato orribile che suscita la reazione più estrema perché è un obbrobbio commesso ai danni dei minori , ossia, dei più indifesi. La pedofilia è uno di quei reati per i quali anche i più miti e contrari alla violenza invocano. Premessa doverosa vista la delicatezza della notizia del parroco di Randazzo sotto accusa da una denuncia schiacciante che ha deciso di patteggiare la pena con un giudice terreno tralasciando la vera condanna che lo aspetta quando si troverà davanti al Giudice Celeste se non si ravvede dei suoi peccati.

    A nostro parere, fatti del genere sono  ancora più gravi, se esistesse un grado ancora superiore di gravità in reati di questo tipo, quando questa ignominia la compiono delle persone che fanno leva sulla fiducia non solo dei bambini o dei ragazzi a loro affidati ma anche su quella dei genitori.

    La colpa principale, quindi, della Chiesa cattolica è un’eccessiva tolleranza dell’omosessualità nei seminari e in secondo luogo è determinante anche il tema del celibato. Comunque, a scanzo di equivoci la Sacra Bibbia, per i servitori di Dio, non parla ne di seminario ne tantomeno di celibato, perche queste sono solo invenzioni dell’uomo e l’esempio più emblematico è quello dell’Apostolo Pietro sposato e con figli; perchè  il Signore Cristo Gesù ha benedetto il matrimonio e i figli che dall’uomo e dalla donna nasceranno.

    Con questa riflessione non intendiamo dare valore più di quello che meritano i freddi numeri dei pedofili o fornicatori all’interno delle chiese perché anche un solo caso al mondo grida giustizia, ma sull’impatto mediatico che si è fatto di questi casi nei riguardi di una Chiesa Cattolica che ha certamente le sue responsabilità. Lo sconcerto attuale relativo alla pedofilia tra il clero è ancora una volta sotto gli occhi di tutti, ma spesso pochi o quasi nessuno degli organi di informazione riportano dei dati statistici sul fenomeno che tuttavia sono disponibili.

    Ti ricordo, che viviamo in un mondo contaminato dai peccati della carne e da mille altre insidie che ci circondano. Quindi, apriamo gli occhi e facciamo attenzione alle insidie del diavolo anche nelle piccole azioni quotidiane. Il Cristiano, divenuto figliolo di Dio, non solo deve fuggire dalla corruzione mondana, che sono opere malvagie, Gal. 5; 19-21 ma deve anche mantenersi puro dalla concupiscenza della carne, capisci questo? Per tutti coloro che operano malvagiamente, un giorno  non molto lontano, si apriranno per loro le porte dell’inferno è saranno tormentati giorno e notte per l’eternità, leggi Luca 16; 24, Apac. 20; 11-15. Se uno non accetta Cristo, nel suo cuore come personale Salvatore non potrà mai avere la vita eterna ed essere un vero figliolo di Dio. Questa è la legge dello Spirito Santo. (Rom.8, 1-2).

  • OLTRE 60 BAMBINI SORDOMUTI VITTIME DI 25 PRETI PEDOFILI

    OLTRE 60 BAMBINI SORDOMUTI VITTIME DI 25 PRETI PEDOFILI

     Decine di bambini e ragazzi sordi violentati e molestati in un istituto di Verona fino al 1984. E dopo decenni di tormenti, gli ex allievi trovano la forza di denunciare gli orrori. Ma molti dei sacerdoti sono ancora lì  Per oltre un secolo è stato un simbolo della carità della Chiesa: una scuola specializzata per garantire un futuro migliore ai bambini sordi e muti, sostenendoli negli studi e nell’inserimento al lavoro. L’Istituto Antonio Provolo di Verona ospitava i piccoli delle famiglie povere, figli di un Nord-est contadino dove il boom economico doveva ancora arrivare. Fino alla metà degli anni Ottanta è stato un modello internazionale, ma nel tetro edificio di Chievo, una costruzione a metà strada tra il seminario e il carcere, sarebbero avvenuti episodi terribili.

    Solo oggi, rincuorati dalle parole di condanna pronunciate da papa Ratzinger contro i sacerdoti pedofili, decine di ex ospiti hanno trovato la forza per venire allo scoperto e denunciare la loro drammatica esperienza: “Preti e fratelli religiosi hanno abusato sessualmente di noi”. Un’accusa sottoscritta da oltre 60 persone, bambini e bambine che hanno vissuto nell’Istituto, e che ora scrivono: “Abbiamo superato la nostra paura e la nostra reticenza”.

    Gli abusi di cui parlano sarebbero proseguiti per almeno trent’anni, fino al 1984. Sono pronti a elencare una lunga lista di vittime e testimoni, ma non possono più rivolgersi alla magistratura: tutti i reati sono ormai prescritti, cancellati dal tempo. I sordomuti che dichiarano di portarsi dentro questo dramma sostengono però di non essere interessati né alle condanne penali né ai risarcimenti economici. Loro, scrivono, vogliono evitare che altri corrano il rischio di subire le stesse violenze: una decina dei religiosi che accusano oggi sono anziani, ma restano ancora in servizio nell’Istituto, nelle sedi di Verona e di Chievo. Per questo, dopo essersi rivolti al vescovo di Verona e ai vertici del Provolo, 15 ex allievi hanno inviato a ‘L’espresso’ le testimonianze – scritte e filmate – della loro esperienza.

     Documenti sconvolgenti, che potrebbero aprire uno squarcio su uno dei più gravi casi di pedofilia in Italia: gli episodi riguardano 25 religiosi, le vittime potrebbero essere almeno un centinaio.

    La denuncia

    Gli ex allievi, nonostante le difficoltà nell’udito e nella parola, sono riusciti a costruirsi un percorso di vita, portandosi dentro le tracce dell’orrore. Dopo l’esplosione dello scandalo statunitense che ha costretto la Chiesa a prendere atto del problema pedofilia, e la dura presa di posizione di papa Benedetto XVI anche loro hanno deciso di non nascondere più nulla. Si sono ritrovati nell’Associazione sordi Antonio Provolo e poi si sono rivolti alla curia e ai vertici dell’Istituto. Una delle ultime lettere l’hanno indirizzata a monsignor Giampietro Mazzoni, il vicario giudiziale, ossia il magistrato del Tribunale ecclesiastico della diocesi di Verona. È il 20 novembre 2008: “I sordi hanno deciso di far presente a Sua Eminenza il Vescovo quanto era loro accaduto. Nella stanza adibita a confessionale della chiesa di Santa Maria del Pianto dell’Istituto Provolo, alcuni preti approfittavano per farsi masturbare e palpare a loro volta da bambine e ragazze sorde (la porta era in quei momenti sempre chiusa a chiave).

    I rapporti sodomitici avvenivano nel dormitorio, nelle camere dei preti e nei bagni sia all’Istituto Provolo di Verona che al Chievo e, durante il periodo delle colonie, a Villa Cervi di San Zeno di Montagna”. E ancora: “Come non bastasse, i bambini e ragazzi sordi venivano sottoposti a vessazioni, botte e bastonature. I sordi possono fare i nomi dei preti e dei fratelli laici coinvolti e dare testimonianza”. Seguono le firme: nome e cognome di 67 ex allievi.

    Le storie

    I protagonisti della denuncia citano un elenco di casi addirittura molto più lungo, che parte dagli anni Cinquanta. Descrivono mezzo secolo di sevizie, perfino sotto l’altare, in confessionale, dentro ai luoghi più sacri.

    Quei bambini oggi hanno in media tra i 50 e i 70 anni: il più giovane compirà 41 anni fra pochi giorni. Qualcuno dice di essere stato seviziato fino quasi alla maggiore età. Gli abusi, raccontano, avvenivano anche in gruppo, sotto la doccia. Scene raccapriccianti, impresse nella loro memoria. Ricorda Giuseppe, che come tutti gli altri ha fornito a ‘L’espresso’ generalità complete: “Tre ragazzini e tre preti si masturbavano a vicenda sotto la doccia”. Ma la storia più angosciante è quella di Bruno, oggi sessantenne, che alla fine degli anni Cinquanta spiccava sugli altri bambini per i lineamenti angelici: era il ‘bello’ della sua classe. E solo ora tira fuori l’incubo che lo ha tormentato per tutta la vita: “Sono diventato sordo a otto anni, a nove frequentavo il Provolo che ho lasciato a 15 anni. Tre mesi dopo la mia entrata in istituto e fino al quindicesimo anno sono stato oggetto di attenzioni sessuali, sono stato sodomizzato e costretto a rapporti di ogni tipo dai seguenti preti e fratelli.”. Ha elencato 16 nomi. Nella lista anche un alto prelato, molto famoso a Verona: due sacerdoti del Provolo avrebbero accompagnato Bruno nel palazzo dell’ecclesiastico.

    “Era il 1959, avevo 11 anni. Mi ha sodomizzato e preteso altri giochi sessuali. È stata un’esperienza terribile che mi ha procurato da adulto gravi problemi psicologici”.

    Il dramma

     Un altro ex allievo, Guido, dichiara di essere stato molestato da un prete: “Avveniva nella sua stanza all’ultimo piano. E mi costringeva a fare queste cose anche a Villa Cervi durante le colonie estive e al campeggio sul lago di Garda”. Carlo è rimasto all’istituto dai 7 ai 18 anni, e chiama in causa un altro sacerdote: “Mi costringeva spesso con punizioni (in ginocchio per ore in un angolo) e percosse (violenti schiaffi e bastonature) ad avere rapporti con lui”. Altre volte si sarebbe trattato di bacchettate sulle mani, mentre di notte “nello stanzone dove dormivo con altri sordi spesso mi svegliava per portarmi nei bagni dove mi sodomizzava o si faceva masturbare. Non ho mai dimenticato”.

    Sono racconti simili. Tragedie vissute da bambini di famiglie povere, colpiti dalla sordità e poi finiti tra le mura dell’istituto; drammi tenuti dentro per decenni. Ricostruisce Ermanno: “La violenza è avvenuta nei bagni e nelle stanze dell’Istituto Provolo e anche nella chiesa adiacente”. “Se rifiutavo minacciava di darmi un brutto voto in condotta, questi fatti mi tornano sempre in mente”, scrive un altro. Giuseppe qualche volta a Verona incontra il suo violentatore, “ancora oggi quando lo vedo provo molto disagio. Non sono mai riuscito a dimenticare”. Stando alle denunce, le vittime erano soprattutto ragazzini. Ma ci sono anche episodi testimoniati da bambine. Lina ora ha cinquant’anni, è rimasta “all’istituto per sordomuti dai sei ai 17 anni. A tredici anni nella chiesa, durante la confessione faccia a faccia (senza grata), il sacerdote mi ha toccata il seno più volte. Ricordo bene il suo nome. Io mi sono spaventata moltissimo e da allora non mi sono più confessata”. Giovanna scrive che un altro prete “ha tirato fuori il membro e voleva che lo toccassi”. E per molte ragazzine i fatti avvenivano nella chiesa dell’istituto, sotto l’altare. A qualcuna, però, è andata molto peggio.

    Gli esposti

    Oggi l’Istituto Antonio Provolo ha cambiato completamente struttura e missione. Le iniziative per il sostegno ai sordomuti sono state ridimensionate e vengono finanziate anche dalla Regione Veneto. Adesso l’attività principale è il Centro educativo e di formazione professionale, gestito interamente da laici, che offre corsi d’avanguardia per giovani ed è specializzato nella riqualificazione di disoccupati. Al vertice di tutto ci sono sempre i religiosi della Congregazione della Compagnia di Maria per l’educazione dei sordomuti, che dipendono direttamente dalla Santa Sede. Alla Congregazione si sono rivolti gli ex allievi chiedendo l’allontanamento dei sacerdoti chiamati in causa. Secondo la loro associazione, “c’è già stata più di un’ammissione di colpa”. La più importante risale al 2006, quando don Danilo Corradi, superiore generale dell’Istituto Provolo, avrebbe incontrato più di 50 ex allievi. Secondo l’Associazione, il superiore a nome dell’Istituto avrebbe chiesto 12 volte scusa per gli abusi commessi dagli altri religiosi. I testimoni ricostruiscono una riunione dai toni drammatici: don Corradi che stringe il capo fra le mani, suda, chiede perdono, s’inginocchia. Ma i sordomuti avrebbero preteso l’allontanamento dei sacerdoti coinvolti, senza ottenerlo. A ‘L’espresso’ don Danilo Corradi fornisce una versione diversa: “Ho sentito qualcosa, ma io sono arrivato nel 2003 e di quello che è successo prima non so. Non rispondo alle accuse, non so chi le faccia: risponderemo dopo aver letto l’articolo”.

    La Curia

    Da quasi due anni gli ex allievi si sono appellati anche alla Curia di Verona, informandola nel corso di più incontri. Il presidente della Associazione sordi Antonio Provolo, Giorgio Dalla Bernardina, ne elenca tre: a uno hanno preso parte 52 persone. E scrive al vescovo: “Nonostante i nostri incontri in Curia durante i quali abbiamo fatto presente anche e soprattutto gli atti di pedofilia e gli abusi sessuali subiti dai sordomuti durante la permanenza all’istituto, a oggi non ci è stata data alcuna risposta”. L’ultima lettera è dell’8 dicembre 2008. Pochi mesi prima, a settembre, avevano fatto l’ennesimo tentativo, inviando una raccomandata al vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti. Senza risposta, “nonostante le sue rassicurazioni e promesse di intervento”. Questa missiva è stata firmata da tre associazioni di sordi: Associazione Sordi Antonio Provolo, Associazione non udenti Provolo, Associazione sordi Basso Veronese-Legnago.

    Il vescovo, interpellato da ‘L’espresso’, replica con una nota scritta: “Il Provolo è una congregazione religiosa. In quanto tale è di diritto pontificio e perciò sotto la giurisdizione del Dicastero dei religiosi. La diocesi di Verona, sul cui territorio è sorta la Congregazione, apprezza l’opera di carattere sociale da essa svolta in favore dei sordomuti”. Poi monsignor Giuseppe Zenti entra nel merito: “Per quanto attiene l’accusa di eventuale pedofilia, rivolta a preti e fratelli laici, che risalirebbe ad alcune decine di anni fa, la diocesi di Verona è del tutto all’oscuro. A me fecero cenno del problema alcuni di una Associazione legata al Provolo, ma come ricatto rispetto a due richieste di carattere economico, nell’eventualità che non fossero esaudite. Tuttavia a me non rivolsero alcuna accusa circostanziata riferita a persone concrete, ma unicamente accuse di carattere generico. Non ho altro da aggiungere se non l’impegno a seguire in tutto e per tutto le indicazioni contenute nel codice di diritto canonico e nelle successive prese di posizione della Santa Sede. Nella speranza che presto sia raggiunto l’obiettivo di conoscere la verità dei fatti”.

    L’Associazione sordi Antonio Provolo risponde al vescovo negando qualunque ricatto o interesse economico: “Gli abbiamo soltanto fatto presente i problemi, noi vogliamo che quei sacerdoti vengano allontanati perché quello che hanno fatto a noi non accada ad altri”.

    PAOLO TESSANDRI

    http://amedit.wordpress.com/2009/01/22/oltre-60-bambini-sordomuti-vittime-di-25-preti-pedofili/

  • La verità del vescovo sul cadavere di Elisa  Oggi monsignor Superbo in aula

    La verità del vescovo sul cadavere di Elisa Oggi monsignor Superbo in aula

    POTENZA – È un giorno importante. Per alcuni fondamentale. La deposizione dell’arcivescovo di Potenza, Agostino Superbo, nell’ambito del processo alle donne delle pulizie della chiesa della Trinità, assume contorni che vanno al di là della semplice “testimonianza”.

    Il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata non è un imputato. È un testimone dell’accusa. Significa che per il pm, le sue parole, possono “incastrare” le colf della Trinità, accusate di aver reso falsa testimonianza ai giudici. Ma è anche il teste della difesa dei Claps e delle donne delle pulizie.

    I giudici, a questo punto, vogliono capire una volta per tutte, come e soprattutto quando è stato trovato il cadavere di Elisa Claps.

    Una premessa. L’opinione pubblica sull’arcivescovo è spaccata. Da una parte c’è chi lo vede come uno “stratega” capace di aver architettato una messinscena (come la famiglia di Elisa e l’avvocato delle colf) e, quindi, di aver coinvolto loro malgrado le donne delle pulizie, dall’altra gli innocentisti che lo vedono come vittima di un sistema anche mediatico  alla costante ricerca di un capro espiatorio.

    Il prelato verrà ascoltato sulla base di ciò che ha reso nelle “informazioni sommarie testimoniali” in tre date diverse: il 20 marzo (a tre giorni dalla scoperta dei resti di Elisa Claps), il 15 aprile e il 22 maggio del 2010.

    A queste vanno aggiunti i riscontri scientifici rappresentati dai tabulati telefonici (le intercettazioni telefoniche in questo processo non sono state ammesse n.d.r.).

    In questa ricostruzione partiamo proprio da quello che ha detto l’arcivescovo ai giudici.

    QUANDO LA POLIZIA “SETACCIÒ” LA TRINITÀ

    Dice l’arcivescovo agli inquirenti il 20 marzo 2010: «Don Mimi Sabia non mi ha mai parlato della vicenda Claps se non quando mi chiese di parlare con il prefetto per far rimuovere i sigilli dei locali sotterranei della Chiesa apposti per accertamenti dell’Autorità giudiziaria».

    Monsignor Superbo si riferisce all’indagine fatta partire dall’allora questore di Potenza Vincenzo Mauro.

    E’ il 2007 e precisamente il 9 novembre. La polizia oltre alle scale mobili, “setacciò” (è il termine usato dal cronista di allora del “Quotidiano”) anche la chiesa della Trinità (vedere la pagina de “Il Quotidiano” del 10 novembre 2007 che riproponiamo  in alto a destra).

    Non ci fu un semplice sopralluogo come quello del 2001 (che pure c’è stato), ma una vera e propria ispezione certosina fatta con l’ausilio di radar di ultima generazione.

    Scrive Barbara Strappato alla fine del 2008 nell’informativa consegnata alla procura di Salerno riferedosi all’omicidio di Elisa: «L’azione violenta è stata condotta verosimilmente in un luogo contiguo alla centralissima chiesa della Trinità, ricandente nella zona soggetta a ricostruzione post-sismica e per tale motivo non frequentata».

    Purtroppo nessuno pensò di andare nel sottotetto, che pure faceva parte della chiesa, dove giacevano già da 14 anni i resti di Elisa. Per la cronaca i locali della Trinità sequestrati vennero riconsegnati diversi mesi dopo, come lo stesso vescovo precisa nel suo verbale.

    I LAVORI DEL 2010

    Siamo a febbraio del 2010. Lungo una parete delle stanze ubicate al piano superiore della Trinità vi è un’infiltrazione.

    «Effettuammo un sopralluogo con il capo dell’Ufficio tecnico don Pasquale e  la ditta Lacerenza  – racconta Superbo – Arrivammo fin sotto l’ingresso che accede al terrazzo, tuttavia io non salii perchè non era necessario ed anche perchè sopra era allagato».

    Questo problema venne risolto subito. Gli operai quello stesso giorno salirono sul terrazzo e liberarono le canalette di scolo.

     «Dopo circa 15 giorni – continua l’arcivescovo – don Ambrogio comunicò che vi era un’infiltrazione nella Chiesa. Chiamammo nuovamente la ditta Lacerenza che tardò alcuni giorni a inviare i lavoratori a causa del maltempo. Alla prima giornata di sole, il mercoledì (giorno del ritrovamento di Elisa ndr) vennero gli operai».

    Sui lavori si è fatto un gran parlare. I “messinscenisti” la vedono come una “scusa” per far ritrovare il corpo della povera Elisa.

    Ma perchè, allora, farlo ritrovare dagli operai? Non era meglio, qualora fosse stato scoperto prima, dirlo subito?

    A sostegno degli innocentisti che credono alla versione del vescovo, vi è una relazione di un pool di tecnici – non della diocesi – formato dai Vigili del fuoco, dalla Soprintendenza e dal Comune, redatta qualche settimana  dopo il decreto di dissequestro di parte del tempio di culto. Sul posto c’era anche il personale della Polizia.

    E’ il 27 aprile 2012. Nella relazione – pubblicata su tutti i quotidiani locali con la foto che ripubblichiamo a destra  – si precisa:  «I presenti prendono atto che tutto l’immobile (Chiesa) è interessato da notevoli fenomeni di infiltrazioni d’acqua e umidità con piccoli distacchi di intonaci. Per quanto attiene alla canonica, la cui situazione è molto più grave dal punto di vista delle infiltrazioni, si consiglia: di sgomberare da mobili e suppellettili; di puntellare i solai interessati dalle infiltrazioni; di regimentare le acque meteoriche. Per quanto concerne le opere d’arte eventualmente da rimuovere, le relative operazioni saranno concordate con la soprintendenza BSAE di Matera. Si precisa che non è stato possibile accedere e ispezionare il terrazzo e il sottotetto, in quanto sottoposti a sequestro giudiziario a tutt’oggi». A quanto pare, dunque, quei lavori erano davvero necessari.

    Nel marzo di quest’anno, inoltre – come riportato da “Il Quotidiano” – sono caduti alcuni calcinacci dalla parete esterna, il segno di un deterioramento della struttura in continua evoluzione.

    Per la cronaca: al sottotetto sono ancora apposti i sigilli. Anche per questo gli interventi sono rinviati a data da destinarsi.

    “MENTRE STAVO RECANDOMI A SATRIANO”

    Questa frase è diventata, secondo i “messinscenisti” una delle prove che inchioderebbe il vescovo. Superbo era ancora a Potenza quando, la mattina del 17 marzo 2010, riceve la telefonata di don Wagno che lo avverte del ritrovamento di un cadavere nella chiesa. Questa circostanza sarebbe supportata dal fatto che quando arriva la chiamata del sacerdote brasiliano, la cella telefonica avrebbe agganciato un ponte radio fissato nel centro di Potenza. E’ risaputo che le celle telefoniche hanno un ampio raggio e il fatto che la cella sia stata agganciata al ponte radio del centro, non vuol dire che l’arcivescovo si trovasse nel centro storico. E’ un dato oggettivo.

    In realtà si stava recando a Satriano, come dimostra  il fatto – sempre per lo stesso principio – che pochi minuti dopo il suo cellulare sarebbe stato agganciato nei pressi di Tito. Il vescovo dunque era in movimento quando riceve la prima telefonata di don Wagno. Da aggiungere un altro particolare. Il tutto si svolge in pochissimo tempo: dalla prima telefonata di don Wagno a quelle dell’arcivescovo alla Polizia, passano forse non più di 2-3 minuti. Per dare corpo alla tesi messinscenistica, l’arcivescovo avrebbe nel giro pochissimo tempo: ricevuto la telefonata di don Wagno, chiamato un sacerdote per farsi accompagnare a Satriano, chiamare la polizia, chiamare poi i sacerdoti per organizzare l’incontro e recarsi poi nella città del Melandro. Inverosimile.

    In realtà quell’incontro a Satriano era stato organizzato da diverso tempo. L’arcivescovo  stava già  facendo delle riunioni zonali con il clero per promuovere la visita pastorale indetta con un proprio decreto qualche mese prima. Il 15 marzo lo stesso incontro si era tenuto nel seminario di Potenza con la zona pastorale della città e il giorno dopo, e cioè il 16 marzo, l’arcivescovo si recò in Val D’Agri e precisamente a Viggiano per lo stesso motivo. Il 17 toccava appunto a Satriano. Ecco perchè Superbo si reca nel Melandro dove, per completezza di cronaca, c’erano ad attenderlo una dozzina di sacerdoti.

    Ma allora perchè non tornare indietro? D’altronde era stato trovato un cadavere in chiesa.

    In realtà la prima cosa che fece l’arcivescovo è quella più ovvia: chiamare la polizia. Pare che fece più di qualche telefonata tra questura e 113. Sul posto oltre alla presenza di un membro della diocesi, e cioè don Wagno con cui è rimasto in costante contatto, arrivò  subito dopo la polizia. Intorno a mezzogiorno, poi, arriva in Chiesa anche il vicario generale della diocesi avvertito precedentemente da Superbo. Intorno alle 13 l’arcivescovo è di nuovo a Potenza. «Io gli dissi (a don Wagno ndr) di far scendere tutti  – racconta il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata – di non far allontanare nessuno e chiamai personalmente il 113, accertandomi poco dopo che fosse giunta sul posto la Polizia. Per non creare intralcio agli accertamenti per due giorni ho evitato di andare presso la Chiesa della Ss Trinità». E così fece. Andò nella Trinità la sera del giovedì.

    IL CRANIO E L’UCRAINO

    Se si volesse prendere in giro l’arcivescovo di Potenza, basterebbe dire: «cranio e ucraino».

    Queste due parole dal suono simile, sono entrate di diritto nel vocabolario del potentino medio diventando sinonimo da una parte di “stupidità”, dall’altra di inciucio.

    In realtà la questione è ben diversa da come è stata raccontata.

    Dice il vescovo agli investigatori: «Verso la sera del giovedì (il mercoledì precedente era stato scoperto il corpo di Elisa ndr) don Wagno mi disse una cosa che io non capii bene anche perchè lui si esprime con un po’ di difficoltà quando è nervoso. Don Wagno mi disse che la signora delle pulizie aveva visto un “cranio” quando mi aveva telefonato a gennaio e successivamente se ne era dimenticato. In verità io capii ucraino che portava un sacco di immondizia mentre lui diceva cranio nell’immondizia».

    E’ sabato 20 marzo quando il vescovo racconta agli inquirenti questa circostanza. Un dettaglio non da poco perchè spinge a una serie di riflessioni. La prima: è l’arcivescovo che, nel descrivere i suoi spostamenti dal 17 marzo 2010 in poi, porta a conoscenza del fatto gli inquirenti. La seconda: è un dialogo “de visu” con il sacerdote brasiliano (e non una telefonata). Terzo: l’incontro – ed è un dettaglio non da poco – è avvenuto dopo il ritrovamento del corpo di Elisa.   Superbo, infatti, riferisce di aver incontrato don Wagno la sera di giovedì 18 marzo.

    L’arcivescovo, per la prima volta dopo la scoperta dei resti della povera Elisa, si era recato nella chiesa della Trinità e proprio all’interno del tempio incontrò per qualche minuto il sacerdote brasiliano che cercò di raccontagli la vicenda. Cercò ma non vi riuscì. Superbo infatti capendo «ucraino con l’immondizia», liquidò il sacerdote dopo pochi minuti e si intrattenne a parlare con la polizia. La sera di quello stesso giorno parlando al telefono con don Ambrogio, parroco della Trinità che in quel periodo si trovava a Roma per motivi di studio gli racconta, ricorda Superbo «ciò che avevo capito dal primo colloquio con Don Wagno e cioè che era stato visto un “ucraino” con una busta di immondizia».

    L’immaginario collettivo ha sempre confuso la circostanza del “cranio e l’ucraino” con la telefonata che don Wagno fece all’arcivescovo quando salì nel sottotetto.

    In quella telefonata di qualche settimana prima del ritrovamento, parlarono per pochi secondi. «Mi disse che doveva comunicarmi una cosa importante. Ricordo di avergli detto che ero impegnato e che ne avremmo parlato al mio ritorno».

    In realtà di questa circostanza ne parlarono due volte ma solo dopo il ritrovamento. La prima il 18 marzo 2010 con l’equivoco del cranio e l’ucraino e la seconda il giorno dopo, e cioè il 19 marzo,  nella chiesa di San Rocco Confessore dove era in programma una messa, in suffragio di Elisa Claps, concordata con i familiari della ragazza.

    Solamente qui l’arcivescovo, parlando nuovamente con il sacerdote brasiliano, capì la gravità della situazione.

    «Ho capito cosa volesse dirmi in quel gennaio quando mi aveva telefonato».

    «La donna delle pulizie – continua  nel suo verbale in merito  a quanto gli aveva riferito lo stesso don Wagno il 19 marzo – aveva visto un cranio senza spiegarmi dove e per questo motivo mi aveva cercato».

     Superbo la sera del 19 marzo immediatamente si attivò per segnalare la questione alla polizia.

    «Dopo aver inutilmente cercato la dottoressa Strappato  ho invitato quest’ultimo (e cioè don Wagno ndr) a recarsi in Questura».

     Don Wagno si recherà in questura il 20 marzo per raccontare che in quel sottotetto lui c’era salito. La sera dello stesso giorno, l’arcivescovo rese agli inquirenti la sua prima testimonianza.

    Nelle varie versioni rese da don Wagno e l’arcivescovo c’è effettivamente una discrepanza. Nei primi verbali si parla di fine gennaio come il periodo in cui don Wagno sarebbe salito nel sottotetto.

    Il sacerdote brasiliano il 30 marzo (il 20 era stato sentito per la prima volta dagli inquirenti n.d.r.) si presenta spontaneamente in Questura. Erano giorni in cui sui giornali e in tv, si parlava solo di lui, dell’arcivescovo e delle presunte coperture della Chiesa.

    Era molto inquieto «a causa – ha poi spiegato agli inquirenti – delle notizie pubblicate dai giornali che mi hanno molto offeso».

    In quella circostanza don Wagno consegna uno scontrino che attestava l’acquisto di medicinali che riportava la data del 24 febbraio. Il giorno che salì nel sottotetto, pare stesse poco bene. Circostanza che sembra essere stata confermata anche da altre persone sentite dalla polizia nell’ambito della vicenda. Ricordando la sua malattia – effettivamente si assentò dalla parrocchia per diversi giorni – sarebbe poi risalito alla data in cui è salito nel sottotetto.

    «Nello scorso verbale – racconta il prete – ho riferito che ero stato nel sottotetto con la mamma di Annalisa  e quest’ultima, nel mese di gennaio: ciò non risponde al vero perchè in base a quello che si rileva dallo scontrino il tutto è accaduto a febbraio di quest’anno e non a gennaio come vi ho riferito». Gli investigatori, chiaramente, hanno indagato anche su questa circostanza chiedendo anche all’arcivescovo dove si trovasse proprio quel 24 febbraio.

    Superbo, quando ad aprile e maggio si reca nuovamente dagli inquirenti, porterà con sé l’agenda personale dove segna tutti i suoi appuntamenti.

    Il 24 febbraio si trovava a Frosinone per degli esercizi spirituali che ha tenuto per delle suore.

    Alla fine di gennaio – ecco perché in un primo momento si confonde – era a Roma a un Consiglio permanente della Cei. La versione di don Wagno (a cui nel frattempo era stata perquisito l’appartamento dove viveva e sequestrato il computer, successivamente restituito) e dell’arcivescovo (il cui telefono è stato intercettato per diverse settimane) è stata ritenuta credibile dagli inquirenti. Ecco perché in questo processo sono dei testimoni e non degli imputati.

    SCENARI

    Questo è quanto accaduto in quei giorni che hanno cambiato il volto della Chiesa potentina.

    Se da una parte, a quanto pare, gli inquirenti hanno ritenuto credibile la versione dei membri della diocesi, dall’altra c’è la famiglia Claps che da 4 anni a questa parte, chiede che il vescovo dica la verità.

     Sono stati anni in cui Gildo non ha lesinato critiche a  Superbo definendolo, in un discorso davanti la chiesa della Trinità, «incapace» oppure che «aveva coperto» i responsabili dell’omicidio della sorella. E come non ricordare quando, durante la trasmissione “Chi l’ha visto” Filomena Iemma – circostanza poi ritrattata dalla stessa trasmissione nella puntata successiva a seguito di una dura presa di posizione della diocesi – aveva sostenuto che l’arcivescovo «copriva i pedofili». La famiglia non si è arresa durante tutti questi anni e in un memoriale consegnato alla Procura di Salerno (la notizia fu pubblicata da Panorama nell’agosto 2012 dal titolo “Il vescovo mentì sulla morte di Elisa”), i Claps hanno denunciato di fatto Superbo sostenendo senza mezzi termini che ha mentito ai pm, favorito l’occultamento del cadavere e per questo «punta – è scritto nell’articolo – anche al risarcimento danni a carico dell’arcidiocesi».  Parole forti. A dissipare gli animi tra i Claps e la Chiesa di Potenza, non è bastata neanche la telefonata di Papa Francesco alla mamma di Elisa.

     Dal canto suo l’arcivescovo non ha mai alzato la voce continuando a mantenere un atteggiamento “cristiano”.

    Nonostante le accuse mossegli  ha sempre preferito non entrare in polemica con la famiglia. Per questo è stato anche criticato. Fin dal primo momento si è messo a disposizione dell’autorità giudiziaria (lo dimostra per esempio il viaggio pagato al sacerdote congolese per farlo venire a deporre a Salerno) confidando nel fatto che la verità venisse prima o poi a galla. Ha sempre raccontato la stessa versione sostenendo – anche con la famiglia nelle volte che li ha potuti incontrare – che è venuto a conoscenza della scoperta del cadavere il 17 marzo 2010 e di aver appreso da don Wagno che era salito nel sottotetto, soltanto il 19 seguente.

    Questo processo, che oggi lo vedrà protagonista, non è a carico suo ma alcuni sperano che possa contraddirsi nella sua deposizione. Sarebbe la prova che ha mentito e “abiliterebbe” la magistratura ad aprire un fascicolo per falsa testimonianza.

    Scenari plausibili? Forse.

    Intanto nell’ultima nota diramata dall’Ufficio comunicazioni sociali, monsignor Superbo si dice «sereno di rendere testimonianza il prossimo 17 giugno allo scopo di contribuire all’accertamento della verità»

    Una verità che una parte della città mette in dubbio. Anche se ciò che emerge dagli atti è l’assoluta estraneità nella vicenda del presidente della Conferenza episcopale di Basilicata.

    POTENZA – È un giorno importante. Per alcuni fondamentale. La deposizione dell’arcivescovo di Potenza, Agostino Superbo, nell’ambito del processo alle donne delle pulizie della chiesa della Trinità, assume contorni che vanno al di là della semplice “testimonianza”.

    Il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata non è un imputato. È un testimone dell’accusa. Significa che per il pm, le sue parole, possono “incastrare” le colf della Trinità, accusate di aver reso falsa testimonianza ai giudici. Ma è anche il teste della difesa dei Claps e delle donne delle pulizie.

    I giudici, a questo punto, vogliono capire una volta per tutte, come e soprattutto quando è stato trovato il cadavere di Elisa Claps.

    Una premessa. L’opinione pubblica sull’arcivescovo è spaccata. Da una parte c’è chi lo vede come uno “stratega” capace di aver architettato una messinscena (come la famiglia di Elisa e l’avvocato delle colf) e, quindi, di aver coinvolto loro malgrado le donne delle pulizie, dall’altra gli innocentisti che lo vedono come vittima di un sistema anche mediatico  alla costante ricerca di un capro espiatorio.

    Il prelato verrà ascoltato sulla base di ciò che ha reso nelle “informazioni sommarie testimoniali” in tre date diverse: il 20 marzo (a tre giorni dalla scoperta dei resti di Elisa Claps), il 15 aprile e il 22 maggio del 2010.

    A queste vanno aggiunti i riscontri scientifici rappresentati dai tabulati telefonici (le intercettazioni telefoniche in questo processo non sono state ammesse n.d.r.).

    In questa ricostruzione partiamo proprio da quello che ha detto l’arcivescovo ai giudici.

    QUANDO LA POLIZIA “SETACCIÒ” LA TRINITÀ

    Dice l’arcivescovo agli inquirenti il 20 marzo 2010: «Don Mimi Sabia non mi ha mai parlato della vicenda Claps se non quando mi chiese di parlare con il prefetto per far rimuovere i sigilli dei locali sotterranei della Chiesa apposti per accertamenti dell’Autorità giudiziaria».

    Monsignor Superbo si riferisce all’indagine fatta partire dall’allora questore di Potenza Vincenzo Mauro.

    E’ il 2007 e precisamente il 9 novembre. La polizia oltre alle scale mobili, “setacciò” (è il termine usato dal cronista di allora del “Quotidiano”) anche la chiesa della Trinità (vedere la pagina de “Il Quotidiano” del 10 novembre 2007 che riproponiamo  in alto a destra).

    Non ci fu un semplice sopralluogo come quello del 2001 (che pure c’è stato), ma una vera e propria ispezione certosina fatta con l’ausilio di radar di ultima generazione.

    Scrive Barbara Strappato alla fine del 2008 nell’informativa consegnata alla procura di Salerno riferedosi all’omicidio di Elisa: «L’azione violenta è stata condotta verosimilmente in un luogo contiguo alla centralissima chiesa della Trinità, ricandente nella zona soggetta a ricostruzione post-sismica e per tale motivo non frequentata».

    Purtroppo nessuno pensò di andare nel sottotetto, che pure faceva parte della chiesa, dove giacevano già da 14 anni i resti di Elisa. Per la cronaca i locali della Trinità sequestrati vennero riconsegnati diversi mesi dopo, come lo stesso vescovo precisa nel suo verbale.

    I LAVORI DEL 2010

    Siamo a febbraio del 2010. Lungo una parete delle stanze ubicate al piano superiore della Trinità vi è un’infiltrazione.

    «Effettuammo un sopralluogo con il capo dell’Ufficio tecnico don Pasquale e  la ditta Lacerenza  – racconta Superbo – Arrivammo fin sotto l’ingresso che accede al terrazzo, tuttavia io non salii perchè non era necessario ed anche perchè sopra era allagato».

    Questo problema venne risolto subito. Gli operai quello stesso giorno salirono sul terrazzo e liberarono le canalette di scolo.

    «Dopo circa 15 giorni – continua l’arcivescovo – don Ambrogio comunicò che vi era un’infiltrazione nella Chiesa. Chiamammo nuovamente la ditta Lacerenza che tardò alcuni giorni a inviare i lavoratori a causa del maltempo. Alla prima giornata di sole, il mercoledì (giorno del ritrovamento di Elisa ndr) vennero gli operai».

    Sui lavori si è fatto un gran parlare. I “messinscenisti” la vedono come una “scusa” per far ritrovare il corpo della povera Elisa.

    Ma perchè, allora, farlo ritrovare dagli operai? Non era meglio, qualora fosse stato scoperto prima, dirlo subito?

    A sostegno degli innocentisti che credono alla versione del vescovo, vi è una relazione di un pool di tecnici – non della diocesi – formato dai Vigili del fuoco, dalla Soprintendenza e dal Comune, redatta qualche settimana  dopo il decreto di dissequestro di parte del tempio di culto. Sul posto c’era anche il personale della Polizia.

    E’ il 27 aprile 2012. Nella relazione – pubblicata su tutti i quotidiani locali con la foto che ripubblichiamo a destra  – si precisa:  «I presenti prendono atto che tutto l’immobile (Chiesa) è interessato da notevoli fenomeni di infiltrazioni d’acqua e umidità con piccoli distacchi di intonaci. Per quanto attiene alla canonica, la cui situazione è molto più grave dal punto di vista delle infiltrazioni, si consiglia: di sgomberare da mobili e suppellettili; di puntellare i solai interessati dalle infiltrazioni; di regimentare le acque meteoriche. Per quanto concerne le opere d’arte eventualmente da rimuovere, le relative operazioni saranno concordate con la soprintendenza BSAE di Matera. Si precisa che non è stato possibile accedere e ispezionare il terrazzo e il sottotetto, in quanto sottoposti a sequestro giudiziario a tutt’oggi». A quanto pare, dunque, quei lavori erano davvero necessari.

    Nel marzo di quest’anno, inoltre – come riportato da “Il Quotidiano” – sono caduti alcuni calcinacci dalla parete esterna, il segno di un deterioramento della struttura in continua evoluzione.

    Per la cronaca: al sottotetto sono ancora apposti i sigilli. Anche per questo gli interventi sono rinviati a data da destinarsi.

    “MENTRE STAVO RECANDOMI A SATRIANO”

    Questa frase è diventata, secondo i “messinscenisti” una delle prove che inchioderebbe il vescovo. Superbo era ancora a Potenza quando, la mattina del 17 marzo 2010, riceve la telefonata di don Wagno che lo avverte del ritrovamento di un cadavere nella chiesa. Questa circostanza sarebbe supportata dal fatto che quando arriva la chiamata del sacerdote brasiliano, la cella telefonica avrebbe agganciato un ponte radio fissato nel centro di Potenza. E’ risaputo che le celle telefoniche hanno un ampio raggio e il fatto che la cella sia stata agganciata al ponte radio del centro, non vuol dire che l’arcivescovo si trovasse nel centro storico. E’ un dato oggettivo.

    In realtà si stava recando a Satriano, come dimostra  il fatto – sempre per lo stesso principio – che pochi minuti dopo il suo cellulare sarebbe stato agganciato nei pressi di Tito. Il vescovo dunque era in movimento quando riceve la prima telefonata di don Wagno. Da aggiungere un altro particolare. Il tutto si svolge in pochissimo tempo: dalla prima telefonata di don Wagno a quelle dell’arcivescovo alla Polizia, passano forse non più di 2-3 minuti. Per dare corpo alla tesi messinscenistica, l’arcivescovo avrebbe nel giro pochissimo tempo: ricevuto la telefonata di don Wagno, chiamato un sacerdote per farsi accompagnare a Satriano, chiamare la polizia, chiamare poi i sacerdoti per organizzare l’incontro e recarsi poi nella città del Melandro. Inverosimile.

    In realtà quell’incontro a Satriano era stato organizzato da diverso tempo. L’arcivescovo  stava già  facendo delle riunioni zonali con il clero per promuovere la visita pastorale indetta con un proprio decreto qualche mese prima. Il 15 marzo lo stesso incontro si era tenuto nel seminario di Potenza con la zona pastorale della città e il giorno dopo, e cioè il 16 marzo, l’arcivescovo si recò in Val D’Agri e precisamente a Viggiano per lo stesso motivo. Il 17 toccava appunto a Satriano. Ecco perchè Superbo si reca nel Melandro dove, per completezza di cronaca, c’erano ad attenderlo una dozzina di sacerdoti.

    Ma allora perchè non tornare indietro? D’altronde era stato trovato un cadavere in chiesa.

    In realtà la prima cosa che fece l’arcivescovo è quella più ovvia: chiamare la polizia. Pare che fece più di qualche telefonata tra questura e 113. Sul posto oltre alla presenza di un membro della diocesi, e cioè don Wagno con cui è rimasto in costante contatto, arrivò  subito dopo la polizia. Intorno a mezzogiorno, poi, arriva in Chiesa anche il vicario generale della diocesi avvertito precedentemente da Superbo. Intorno alle 13 l’arcivescovo è di nuovo a Potenza. «Io gli dissi (a don Wagno ndr) di far scendere tutti  – racconta il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata – di non far allontanare nessuno e chiamai personalmente il 113, accertandomi poco dopo che fosse giunta sul posto la Polizia. Per non creare intralcio agli accertamenti per due giorni ho evitato di andare presso la Chiesa della Ss Trinità». E così fece. Andò nella Trinità la sera del giovedì.

    IL CRANIO E L’UCRAINO

    Se si volesse prendere in giro l’arcivescovo di Potenza, basterebbe dire: «cranio e ucraino».

    Queste due parole dal suono simile, sono entrate di diritto nel vocabolario del potentino medio diventando sinonimo da una parte di “stupidità”, dall’altra di inciucio.

    In realtà la questione è ben diversa da come è stata raccontata.

    Dice il vescovo agli investigatori: «Verso la sera del giovedì (il mercoledì precedente era stato scoperto il corpo di Elisa ndr) don Wagno mi disse una cosa che io non capii bene anche perchè lui si esprime con un po’ di difficoltà quando è nervoso. Don Wagno mi disse che la signora delle pulizie aveva visto un “cranio” quando mi aveva telefonato a gennaio e successivamente se ne era dimenticato. In verità io capii ucraino che portava un sacco di immondizia mentre lui diceva cranio nell’immondizia».

    E’ sabato 20 marzo quando il vescovo racconta agli inquirenti questa circostanza. Un dettaglio non da poco perchè spinge a una serie di riflessioni. La prima: è l’arcivescovo che, nel descrivere i suoi spostamenti dal 17 marzo 2010 in poi, porta a conoscenza del fatto gli inquirenti. La seconda: è un dialogo “de visu” con il sacerdote brasiliano (e non una telefonata). Terzo: l’incontro – ed è un dettaglio non da poco – è avvenuto dopo il ritrovamento del corpo di Elisa.   Superbo, infatti, riferisce di aver incontrato don Wagno la sera di giovedì 18 marzo.

    L’arcivescovo, per la prima volta dopo la scoperta dei resti della povera Elisa, si era recato nella chiesa della Trinità e proprio all’interno del tempio incontrò per qualche minuto il sacerdote brasiliano che cercò di raccontagli la vicenda. Cercò ma non vi riuscì. Superbo infatti capendo «ucraino con l’immondizia», liquidò il sacerdote dopo pochi minuti e si intrattenne a parlare con la polizia. La sera di quello stesso giorno parlando al telefono con don Ambrogio, parroco della Trinità che in quel periodo si trovava a Roma per motivi di studio gli racconta, ricorda Superbo «ciò che avevo capito dal primo colloquio con Don Wagno e cioè che era stato visto un “ucraino” con una busta di immondizia».

    L’immaginario collettivo ha sempre confuso la circostanza del “cranio e l’ucraino” con la telefonata che don Wagno fece all’arcivescovo quando salì nel sottotetto.

    In quella telefonata di qualche settimana prima del ritrovamento, parlarono per pochi secondi. «Mi disse che doveva comunicarmi una cosa importante. Ricordo di avergli detto che ero impegnato e che ne avremmo parlato al mio ritorno».

    In realtà di questa circostanza ne parlarono due volte ma solo dopo il ritrovamento. La prima il 18 marzo 2010 con l’equivoco del cranio e l’ucraino e la seconda il giorno dopo, e cioè il 19 marzo,  nella chiesa di San Rocco Confessore dove era in programma una messa, in suffragio di Elisa Claps, concordata con i familiari della ragazza.

    Solamente qui l’arcivescovo, parlando nuovamente con il sacerdote brasiliano, capì la gravità della situazione.

    «Ho capito cosa volesse dirmi in quel gennaio quando mi aveva telefonato».

    «La donna delle pulizie – continua  nel suo verbale in merito  a quanto gli aveva riferito lo stesso don Wagno il 19 marzo – aveva visto un cranio senza spiegarmi dove e per questo motivo mi aveva cercato».

    Superbo la sera del 19 marzo immediatamente si attivò per segnalare la questione alla polizia.

    «Dopo aver inutilmente cercato la dottoressa Strappato  ho invitato quest’ultimo (e cioè don Wagno ndr) a recarsi in Questura».

    Don Wagno si recherà in questura il 20 marzo per raccontare che in quel sottotetto lui c’era salito. La sera dello stesso giorno, l’arcivescovo rese agli inquirenti la sua prima testimonianza.

    Nelle varie versioni rese da don Wagno e l’arcivescovo c’è effettivamente una discrepanza. Nei primi verbali si parla di fine gennaio come il periodo in cui don Wagno sarebbe salito nel sottotetto.

    Il sacerdote brasiliano il 30 marzo (il 20 era stato sentito per la prima volta dagli inquirenti n.d.r.) si presenta spontaneamente in Questura. Erano giorni in cui sui giornali e in tv, si parlava solo di lui, dell’arcivescovo e delle presunte coperture della Chiesa.

    Era molto inquieto «a causa – ha poi spiegato agli inquirenti – delle notizie pubblicate dai giornali che mi hanno molto offeso».

    In quella circostanza don Wagno consegna uno scontrino che attestava l’acquisto di medicinali che riportava la data del 24 febbraio. Il giorno che salì nel sottotetto, pare stesse poco bene. Circostanza che sembra essere stata confermata anche da altre persone sentite dalla polizia nell’ambito della vicenda. Ricordando la sua malattia – effettivamente si assentò dalla parrocchia per diversi giorni – sarebbe poi risalito alla data in cui è salito nel sottotetto.

    «Nello scorso verbale – racconta il prete – ho riferito che ero stato nel sottotetto con la mamma di Annalisa  e quest’ultima, nel mese di gennaio: ciò non risponde al vero perchè in base a quello che si rileva dallo scontrino il tutto è accaduto a febbraio di quest’anno e non a gennaio come vi ho riferito». Gli investigatori, chiaramente, hanno indagato anche su questa circostanza chiedendo anche all’arcivescovo dove si trovasse proprio quel 24 febbraio.

    Superbo, quando ad aprile e maggio si reca nuovamente dagli inquirenti, porterà con sé l’agenda personale dove segna tutti i suoi appuntamenti.

    Il 24 febbraio si trovava a Frosinone per degli esercizi spirituali che ha tenuto per delle suore.

    Alla fine di gennaio – ecco perché in un primo momento si confonde – era a Roma a un Consiglio permanente della Cei. La versione di don Wagno (a cui nel frattempo era stata perquisito l’appartamento dove viveva e sequestrato il computer, successivamente restituito) e dell’arcivescovo (il cui telefono è stato intercettato per diverse settimane) è stata ritenuta credibile dagli inquirenti. Ecco perché in questo processo sono dei testimoni e non degli imputati.

    SCENARI

    Questo è quanto accaduto in quei giorni che hanno cambiato il volto della Chiesa potentina.

    Se da una parte, a quanto pare, gli inquirenti hanno ritenuto credibile la versione dei membri della diocesi, dall’altra c’è la famiglia Claps che da 4 anni a questa parte, chiede che il vescovo dica la verità.

    Sono stati anni in cui Gildo non ha lesinato critiche a  Superbo definendolo, in un discorso davanti la chiesa della Trinità, «incapace» oppure che «aveva coperto» i responsabili dell’omicidio della sorella. E come non ricordare quando, durante la trasmissione “Chi l’ha visto” Filomena Iemma – circostanza poi ritrattata dalla stessa trasmissione nella puntata successiva a seguito di una dura presa di posizione della diocesi – aveva sostenuto che l’arcivescovo «copriva i pedofili». La famiglia non si è arresa durante tutti questi anni e in un memoriale consegnato alla Procura di Salerno (la notizia fu pubblicata da Panorama nell’agosto 2012 dal titolo “Il vescovo mentì sulla morte di Elisa”), i Claps hanno denunciato di fatto Superbo sostenendo senza mezzi termini che ha mentito ai pm, favorito l’occultamento del cadavere e per questo «punta – è scritto nell’articolo – anche al risarcimento danni a carico dell’arcidiocesi».  Parole forti. A dissipare gli animi tra i Claps e la Chiesa di Potenza, non è bastata neanche la telefonata di Papa Francesco alla mamma di Elisa.

    Dal canto suo l’arcivescovo non ha mai alzato la voce continuando a mantenere un atteggiamento “cristiano”.

    Nonostante le accuse mossegli  ha sempre preferito non entrare in polemica con la famiglia. Per questo è stato anche criticato. Fin dal primo momento si è messo a disposizione dell’autorità giudiziaria (lo dimostra per esempio il viaggio pagato al sacerdote congolese per farlo venire a deporre a Salerno) confidando nel fatto che la verità venisse prima o poi a galla. Ha sempre raccontato la stessa versione sostenendo – anche con la famiglia nelle volte che li ha potuti incontrare – che è venuto a conoscenza della scoperta del cadavere il 17 marzo 2010 e di aver appreso da don Wagno che era salito nel sottotetto, soltanto il 19 seguente.

    Questo processo, che oggi lo vedrà protagonista, non è a carico suo ma alcuni sperano che possa contraddirsi nella sua deposizione. Sarebbe la prova che ha mentito e “abiliterebbe” la magistratura ad aprire un fascicolo per falsa testimonianza.

    Scenari plausibili? Forse.

    Intanto nell’ultima nota diramata dall’Ufficio comunicazioni sociali, monsignor Superbo si dice «sereno di rendere testimonianza il prossimo 17 giugno allo scopo di contribuire all’accertamento della verità»

    Una verità che una parte della città mette in dubbio. Anche se ciò che emerge dagli atti è l’assoluta estraneità nella vicenda del presidente della Conferenza episcopale di Basilicata.

  • La macchia del peccato

    La macchia del peccato

     La macchia è una parte di qualcosa che ha una tonalità di colore diversa dal resto. E proprio perché diversa balza agli occhi. In genere indica una diversità negativa. Nel linguaggio religioso la “macchia” circoscrive il peccato dal contesto puro. Per toglierla è necessario redimersi. Pentirsi e confessarsi.
    La macchia è ciò di cui si è sporcata una famiglia di Catanzaro. La macchia del peccato. Ossia, il coraggio di denunciare un orco che si aggira indisturbato tra le mura della città e protetto da chi le macchie pretende di vederle solo nella politica e nel bucato. È l’accusa che gli è piombata addosso da un alto prelato della Chiesa locale. E per la quale sono stati scacciati come indegni dalla comunità che frequentavano.
    Lei e lui sono sposati da molti anni. Sulla cinquantina, godono del miracolo di una famiglia numerosa. Ben sei figli. E soffrono il sacrificio della disoccupazione. Ma questo non è mai stato un problema esistenziale. Da buoni cristiani sanno che l’esistenza, una buona e sana esistenza, principalmente si ciba di altro. Fin da giovani frequentano un movimento religioso molto diffuso in città. Gli aprono le porte. Li accolgono. Danno loro una mano. Proprio come fratelli.
    E iniziano un cammino che si blocca all’improvviso dopo circa trent’anni a causa di una calamità naturale. Un terremoto di vaste proporzioni che coinvolge sacerdoti, vescovi, poliziotti, procuratori, giudici, consulenti, psicologi. E un paio di ragazzini. I loro figli.
    Maria (il nome è di fantasia) vuole bene a quel signore che si è unito alla famiglia. Fa il catechista. E’ amico del padre e della madre. Le fa dei regali. È come un secondo padre per lei. Fa parte della comunità. Pranzano spesso tutti insieme. Ma soprattutto pregano insieme. Un giorno lui si permette una confidenza di troppo. Lei si allontana. Non ci fa molto caso. Ha solo dieci anni. E scambia quelle carezze per affetto. Poi succede di nuovo. E capisce che non sono proprio uguali a quelle del padre. Non sa cosa fare. Li vede sorridere insieme.
    Li vede aiutarsi vicendevolmente, lui e il padre. Non vorrebbe rompere questo incantesimo. Una domenica a pranzo il suo tentativo di mantenere un equilibrio impossibile si rompe. Esplode il suo istinto di conservazione. E piange. Piange a dirotto. Sono tutti a tavola. Il padre invita la figlia ad appartarsi per parlare. Gli racconta tutto. M.S. prima di essere un santo è un padre. E la sua unica preoccupazione è proteggere i figli. Anche davanti al Signore sotto mentite spoglie. Vorrebbe scendere e farlo a pezzi. Ma sa anche che creerebbe altri problemi. Rovinerebbe la propria vita e quella della sua famiglia. Si contiene. E decide di andare a denunciare l’episodio al responsabile della comunità.
    Questi gli consiglia di discutere del caso con uno psicologo infantile di sua fiducia, nonché cattolico e sostenitore del movimento. Il giorno dopo il professionista li accoglie nel suo studio. Ascolta il racconto della bambina e non ha dubbi: “O la fate voi la segnalazione alla Questura o la faccio io!” Il padre si fida. E accetta che provenga dalle sue mani e dalla sua competenza. Il terremoto rompe il cammino. E si contano i cocci.
    La Procura apre un’inchiesta. E la comunità gli chiude le porte. Aspetta che le pecorelle smarrite si smarriscano ulteriormente per avere l’alibi dell’allontanamento. Ma lui, il padre, non si demoralizza. Sa che la giustizia terrena e quella divina dovrebbero andare d’accordo e non scontrarsi… se sono orientate al bene.
    L’altro figlio più piccolo, Salvatore, (il nome è di fantasia) ha problemi a scuola. Vittima di bullismo, viene sentito dalle forze dell’Ordine. E deflagra un altro terremoto. Più silenzioso ma ugualmente drammatico. Anzi, anche con qualche sfumatura di giallo.  Aveva confidato le attenzioni dell’amico di famiglia ad un compagno di classe.
    E questi lo ricatta. Il suo silenzio costa caro. Ben 600 euro. E Salvatore, pur di non dare fastidi ai genitori, ripulisce casa. Qualche tempo dopo racconta delle sue peripezie ad una ragazza di 25 anni. La incontra in Chiesa. E gli propina una soluzione irrinunciabile per recuperare il mal tolto. Salvatore ha un’altra missione da compiere. Ripulire sempre casa. Questa volta non dei soldi, ma dell’oro. Il ragazzino è meticoloso. Intasca tutto e glielo consegna. Circa 10 mila euro, ma lui non lo sa. La ragazza gliele ne restituisce solo 200. E’ felice. Torna dai suoi e tutto contento dice di essere riuscito a riscattare un terzo dei soldi persi. La Procura apre altre due inchieste. Una per molestie e una per circonvenzione di minori.
    Il terzo figlio più grande rispetto ai fratelli, Marco (il nome è di fantasia) coltiva la vocazione religiosa. Nonostante la brutta esperienza della famiglia la sua fede non è scalfita. E il padre non condiziona la sua scelta. Tutto fila liscio finché non viene cacciato dal seminario. I gerarchi dei futuri pastori locali verbalizzano che “vuole essere sempre al centro dell’attenzione”. Che “non riconosce gli errore”. Che “dice bugie”. Che “è superficiale.” Che “girovaga nelle ore notturne”. E soprattutto che “non fa le pulizie”. Quasi un essere immondo, insomma. Il padre non si dà per vinto.
    E, conscio della sua poca dimestichezza in psicologia, prende un appuntamento da un esperto. Nello stesso momento chiede di essere ricevuto dall’alto prelato che ha visto così il suo figliolo. Lo psicologo lo rassicura: “E’ sano come un pesce suo figlio. Maturo e responsabile.” Mentre il monsignore con i polsini d’oro gli apre nuovi orizzonti. Prima a lui sconosciuti.

    “Lei, voi come famiglia, avete la macchia della denuncia. E, finché non la toglierete, sarete dannati per sempre!” La macchia del peccato. L’anatema.

    Ultim’ora (18 giugno 2014, h 20.42)

    Il 15 giugno ricevo una mail con oggetto “comunicazione”. È il seminario minore di Catanzaro, me lo indica l’indirizzo della posta elettronica. Mi prega di rimuovere la “foto” a corredo del post. E’ sera, tolgo dalla didascalia la parola “seminario” perché il mio interesse precipuo è quello di indicare la sede arcivescovile, quale Palazzo della Diocesi, e vado a dormire. La voce gira. Chi sarà mai? Chi sarà mai questa famiglia? E chi gli aguzzini? Se lo chiedono. E s’informano. I gerarchi della Chiesa locale mi cercano. Prima uno e poi l’altro. Sempre per la foto. Rispondo a tutti che ho già provveduto. Ma loro non lo sanno. Il motivo è semplice: alcuni non sanno di cosa parlano, non l’hanno letto. Si pronunciano perché altri gli hanno detto di farlo. Ieri mattina altro groviglio di telefonate: la Diocesi vuole un incontro chiarificatore con me. Rispondo che sono disponibile. Ok, andata. Richiamano. Mi pregano di togliere il post nel mentre. Obietto di no. Che non ho problemi a pubblicare una loro versione dei fatti, ammesso che stiamo parlando degli stessi, ma che non cancello nulla. Non sono appagati: sbottano. Oggi pomeriggio, 18 giugno, ricevo la diffida di Giovanni Lacaria, un avvocato di Lamezia Terme, che qui vi allego integralmente ai sensi dell’articolo 8 della legge numero 47 del 1948. Tuttavia, sempre ai sensi dello stesso articolo post bellico, nessuno mi obbliga a “cancellare” alcunché.

    http://emiliogrimaldi.blogspot.it/2014/06/la-macchia-del-peccato.html

  • Ex prete, “sbattezzato” e “libero”

    Ex prete, “sbattezzato” e “libero”

    Signor Domolo, ha affermato che questo libro è una poesia sulla liberazione della coscienza. Il termine coscienza ricorre spesso nelle pagine del libro….

    Sì, sottolineo molto la parola coscienza, se vogliamo la parte „divina“  dell’uomo, ed è la parte più maltrattata della persona. Mentre stiamo parlando si sta facendo un grande lavoro sul plagio delle coscienze delle persone che sono a piazza San Pietro, sparse nel mondo e che vedono la chiesa cattolica come una via di salvezza, ma che invece è un esperienza di plagio, di sottomissione della coscienza, che è la parte più libera, più profonda, più importante dell’essere umano.

    Ci parli del suo il suo percorso

    Da bambino andavo a messa tutti i giorni. All’età di 5 anni, per una situazione famigliare disagiata e i preti si aggiravano intorno alla famiglia come avvoltoi. Hanno insistito con mia mamma e le mie sorelle più grandi invitandole a vivere un’esperienza di spiritualità cristiana quotidiana. Quindi andavamo tutti giorni a messa, io ero obbligato. Durante questi anni in cui partecipavo alla messa quotidiana, il parroco di questa parrocchia poco per volta è riuscito a raggirarmi, presentandosi come papà e alla fine, una volta ottenuta la mia fiducia, è iniziato l’abuso che è durato dagli 8 agli 11 anni.

    Questo prete aveva 60 anni allora

    Sì, esatto, chiaramente oggi è già morto. È morto poco prima che io potessi fare una denuncia, che poi non ho fatto. Lui non ha rispettato il mio essere bambino e io ho voluto rispettare il suo essere anziano, aveva più di 90 anni e infatti dopo qualche mese è morto.

    Poi ha deciso di diventare sacerdote…

    Ecco vorrei sottolineare che la decisione di diventare sacerdote non è una decisione libera per nessun prete, neppure il papa è stato libero di decidere la strada del sacerdote… perché la chiesa sin dalla nascita con il gesto del battesimo  devia completamente la persona, la capacità di decisione secondo la propria coscienza. Innanzitutto non esiste la chiamata di Dio, questo bisogna sottolinearlo, non esiste nessuna chiamata di questo dio che chiede di sacrificare la propria vita per il vangelo, ma c’è invece un plagio, un impostazione di dominio delle coscienze da parte delle gerarchie nei confronti di quei bambini e ragazzi più semplici, più deboli, con problemi spinti a seguire la via del seminario poi del sacerdote. Nel mio caso è stato ancora più facile questa spinta questo plagiarmi fu semplicissimo: ero abusato da questo prete che mi aveva tra le mani, perché la vittima poi diventa completamente dominata dal suo aguzzino.  Sempre questo prete spinse mia madre a farmi entrare in un collegio e poi la scelta dopo fu quella del seminario. E io ero già completamente  plagiato. Vivevo i miei pomeriggi e serate in chiesa quindi era la strada più facile da percorrere. E non è stata una scelta.

    Quindi nel 2005 si auto sospende e quattro anni dopo si sbattezza, può spiegarci questo suo gesto?

    Fu una cosa molto scandalosa perché sono stato il primo ad essere prete che si fa sbattezzare. Ma questo per me era personalmente un grande gesto di liberazione. Vorrei sottolineare il prete che ha abusato di me fu anche il prete che mi ha battezzato quindi fu anche simbolico quel gesto voglio completamente abbandonare questa strada. Lo sbattezzo è un gesto molto importante, molte persone che non credono più mi dicono non vado a fare le carte dello sbattezzo perché non servono a nulla… Non è vero la coscienza imprigionata ha bisogno di gesti simbolici per liberarsi.

    Lei ricorda nel libro che quando ha parlato dell’esperienza d’abuso con le gerarchie, è stato colpevolizzato. Questo le ha lasciato dei segni indelebili

    Chiaramente. Proprio in questo momento che noi stiamo parlando si sta svolgendo una parata carnevalesca a Roma che però non dimentichiamoci è teatrale ma riesce ad entrare nel profondo e ingabbiare la coscienza, perché lo scopo della chiesa è il dominio delle coscienze e delle anime, non l’annuncio del messaggio del Cristo, che è tutt’altra cosa. La maggior parte delle vittime si è dovuta inginocchiare confessare l’abuso subito come peccato, un peccato personale. Io, bambino di 8 anni, parlando dell’abuso subito ho attentato alla grandezza spirituale, alla santità di un prete di 60 anni. Questo basterebbe alle persone con un briciolo di buona coscienza e di cervello per rendersi conto che il lavoro che fa la chiesa nel mondo non è di liberazione della persona, ma di dominio, di sottomissione, di ingabbiamento delle persone e delle coscienze. Lo ha capito l’ONU e quest’anno hanno mandato un documento chiaro alla chiesa perché hanno capito finalmente che la chiesa cattolica fa un lavoro di dominio delle persone e non un lavoro di servizio.

    Infatti lei parla di gerarchia di dominio…

    Parliamo continuamente di salvaguardia dei bambini, dei diritti dei bambini, la tenerezza che ci fanno i bambini che soffrono, ma stiamo salvaguardando un’istituzione demoniaca che domina le persone solo perché è un istituzione che dura duemila anni, non ha niente a che fare con Gesù Cristo che è un liberatore della coscienza non è un dominatore. Questa gerarchia offre una via salvezza attraverso questa mediazione che non serve all’uomo perché Dio è dentro di noi non è fuori.

    L’ONU ha recentemente accusato il Vaticano di aver permesso abusi sessuali su migliaia di bambini. Sempre secondo i dati ONU le dimensioni di questo fenomeno pedofilia clericale sarebbero sterminate, quindi un fenomeno molto più vasto di quanto sia stato dimostrato, affermato.

    Conosciamo il 5% delle vittime mondiali della pedofilia clericale. I vescovi, cardinali e il papa stesso ultimamente sostengono che è vero, però ma il numero è irrisorio. La loro considerazione della persona è bassissima, perché basterebbe un solo bambino abusato da un prete per mettere in discussione il messaggio del Cristo. Ma le cifre sono molte più elevate siamo al 5% di scoperta, immaginate quando verrà fuori il tema della pedofilia clericale in Africa, in Asia, in America latina dove non hanno il coraggio di parlare perché la chiesa ha un potere economico sociale e politico forte.

    Salvatore Domolo, „In nomine padris“ termina in questo modo con queste sue parole “conosci te stesso e vivi nella danza solidale della madre terra” ci può spiegare questo ultimo passaggio? 

    La cosa importante che ho scoperto nel mio percorso di liberazione è che abbiamo un tesoro prezioso: noi stessi, noi abbiamo questo patrimonio personale che dobbiamo sapere curare e che prima di tutto dobbiamo sapere liberare dalle varie istituzioni, soprattutto dalle religioni.

    Ex prete, “sbattezzato” e “libero”

  • Salta la visita di papa Francesco al Divino Amore. Motivazioni misteriose, Nessun rischio di incontrare preti pedofili dell’Oasi di Elim, vicino all’asilo

    Salta la visita di papa Francesco al Divino Amore. Motivazioni misteriose, Nessun rischio di incontrare preti pedofili dell’Oasi di Elim, vicino all’asilo

    15/05/2014
    Rimandata la visita del Papa al Divino Amore per il viaggio in Terra Santa

    Il Pontefice(©LaPresse)
    (©LAPRESSE) IL PONTEFICE
    Doveva recarvisi domenica. Lombardi: “Decisione per alleggerire gli impegni del Santo Padre nel corso della preparazione all’imminente viaggio”

    IACOPO SCARAMUZZI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Papa Francesco non si recherà domenica prossima, come inizialmente previsto, al santuario del Divino Amore.

    “La visita del Papa al santuario-parrocchia del Divino Amore, che era stata prevista per domenica 18 maggio nel pomeriggio, non avrà luogo, al fine di alleggerire gli impegni del Santo Padre nel corso della preparazione all’imminente viaggio in Terra Santa”, ha detto il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi. “La visita è quindi rinviata a data ancora da stabilire, verosimilmente dopo l’estate”.



    Viaggio nella clinica dove curano i preti orchi
    19-04-201011:27

    PANORAMA IN EDICOLAPRETI-PEDOFILIURBI ET ORBI
    L’istituto Oasi di Elim si occupa della riabilitazione dei preti pedofili e sorge a breve distanza dall’asilo Madre del Divino Amore (foto più in basso)
    L’istituto Oasi di Elim si occupa della riabilitazione dei preti pedofili e sorge a breve distanza dall’asilo Madre del Divino Amore (foto più in basso)

    La «clinica» per i preti orchi della diocesi di Roma sorge ad appena 100 metri di distanza da una scuola materna (l’asilo Madre del Divino Amore sulla via Ardeatina). Ma le famiglie dei bimbi non lo hanno mai saputo. Panorama invece lo ha scoperto recandosi al Santuario del Divino Amore dove si trova l’Oasi di Elim: una struttura protetta con otto posti letto per sacerdoti e religiosi afflitti da problemi psichici, depressione, alcolismo, burn-out e pedofilia. Fondata 16 anni fa su iniziativa dell’Apostolato accademico salvatoriano, l’Oasi di Elim è sostenuta dalla diocesi di Roma e dalla Cei.

    Fino a oggi la sua esistenza era nota solo agli addetti ai lavori. La casa di cura per i preti orchi sorge a fianco del vecchio Santuario del Divino Amore. Però basta scendere le scale, attraversare il parcheggio del santuario, pochi passi, e ci si trova di fronte alla scuola materna. Una vicinanza certo non voluta, ma che può provocare sconcerto. Anche perché nell’Oasi di Elim si svolgono attività di ambulatorio e psicoterapia per sacerdoti e religiosi che quasi ogni giorno arrivano da Roma e dintorni.

    All’entrata della casa c’è solo una piccola targa anonima: «Opera salvatoriana per il clero e la vita consacrata. Oasi di Elim». Un piccolo cancello, con un vistoso cartello rosso («vietato l’ingresso»), dà su una scala che conduce alla porta di ingresso. Non c’è citofono, né campanello: per entrare occorre digitare la combinazione sulla tastiera. Finalmente dentro, la pace e il silenzio che si respirano contrastano con i rumori all’esterno e soprattutto con il clamore degli scandali che hanno travolto la Chiesa in queste settimane. Un piccolo corridoio conduce alle stanze, tutte singole e piuttosto spartane: letto, scrittoio, armadio, comodino e un piccolo bagno. Niente radio, tv o computer. In fondo al corridoio la statua della Madonna. Poco distante la cappellina per pregare e celebrare la messa lontano da occhi indiscreti. Quindi una sala per la comunità con qualche poltrona, un televisore, l’occorrente per preparare il caffè.

    Comincia da qui il percorso di risalita dall’orrore per i sacerdoti affidati alle cure di Marco Ermes Luparia, diacono permanente, psicologo e psicoterapeuta, insieme con la sua équipe integrata da confessori e direttori spirituali. La vita nell’Oasi di Elim, infatti, alterna la psicoterapia individuale e di gruppo ai tipici momenti della vita sacerdotale: celebrazione della messa, recita delle Lodi e dei Vespri, sempre all’interno della casa. Si tenta così di ricostruire personalità distrutte dall’ansia, dall’angoscia o dalla depressione; liberare pastori d’anime divenuti schiavi dell’alcol o del sesso; fermare orchi in tonaca in preda a disturbi compulsivi, come la pedofilia e l’efebofilia. Se necessario si ricorre anche a terapie farmacologiche. Ci sono poi le migliaia di ore di ascolto e terapia individuale per preti, religiosi e suore che l’équipe di Luparia garantisce presso l’Oasi di Elim e altri centri.

    La richiesta di aiuto è così vasta e crescente che l’anno scorso, su iniziativa del vescovo di Albano, Marcello Semeraro, in un vecchio casale immerso in un parco in via della Solfatara a Pomezia è sorta un’altra struttura con sei posti letto per accogliere i preti con disturbi psichici. È il Centro Monte Tabor, non distante dall’Oasi di Elim e affidato allo stesso gruppo di esperti.

    L’asilo Madre del divino Amore sorge a breve distanza dall’istituto per i preti pedofili
    L’asilo Madre del divino Amore sorge a breve distanza dall’istituto per i preti pedofili

    Ma dalla pedofilia si può guarire? Lo psichiatra Tonino Cantelmi, fondatore dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, è scettico: «Bisogna distinguere due tipi di pedofilia. Una è di tipo sociale, cioè segnata da profondi sensi di colpa. In questi casi il soggetto rivolge le sue attenzioni principalmente verso gli adolescenti e una corretta terapia può portare dei risultati nel tempo». L’altra, prosegue Cantelmi, «è la pedofilia antisociale, priva di sensi di colpa, caratterizzata da un narcisismo maligno che rivolge le sue attenzioni a bambini, pre-adolescenti, perché punta al dominio e alla manipolazione dei più deboli. Si tratta di soggetti molto abili a dissimulare e capaci di conquistare con facilità la fiducia dei bambini e l’apprezzamento degli adulti (maestri, pediatri, educatori). Sono personalità sdoppiate che, una volta compiuto il crimine, tendono a reiterarlo, compulsivamente. Giungono in terapia solo a seguito di una denuncia e sono poco motivati perché non avvertono alcuna remora etica. In questi casi si può puntare solo al contenimento sociale, difficilmente si ottiene un recupero».

    Per Cantelmi nella popolazione italiana sono ormai circa 100 mila gli adulti con fantasie pedofile, alimentate da un mercato pedopornografico sempre più diffuso su internet. Di questi, almeno 10 mila passano poi all’atto sessuale e la pericolosità sociale è altissima, perché «un singolo soggetto è in grado di fare centinaia e centinaia di vittime». Ma «l’incidenza del fenomeno nelle comunità religiose è pari al resto della società».

    Il cardinale Angelo Bagnasco, appena eletto presidente della Cei, ha incaricato il sottosegretario monsignor Mauro Rivella di occuparsi del problema. Così nell’ottobre del 2007, su spinta della Cei, è stata fondata a Roma l’associazione Ministri della Misericordia, alla quale hanno aderito sette congregazioni religiose maschili e femminili e sei comunità terapeutiche. L’obiettivo dell’associazione è favorire la nascita di una rete di strutture per l’accoglienza di sacerdoti e religiosi in difficoltà e l’adozione di protocolli comuni di terapia. Anche il cardinale Agostino Vallini, vicario della diocesi di Roma, sta dando un grande impulso in questa direzione. E i responsabili di diversi centri si sono riuniti lo scorso 12 aprile per fare il punto della situazione.

    Però tutto questo non basterà a far voltare pagina alla Chiesa se non si investirà nella prevenzione, osserva padre Franco Imoda, già rettore della Pontificia università gregoriana nonché psicologo e psichiatra. Quarant’anni fa Imoda ha fondato alla Gregoriana il primo istituto di psicologia e psicoterapia di un’università pontificia, mentre Sigmund Freud e la psicoanalisi erano ancora vietati dal Sant’Uffizio. «Già allora avvertivamo l’esigenza di investire nella formazione degli educatori dei futuri sacerdoti, offrendo loro competenze di tipo psicologico per accompagnare la crescita dei seminaristi» spiega Imoda. «Se la Chiesa avesse investito nella preparazione dei formatori appena una piccola parte di quello che poi ha speso in risarcimenti per le vittime dei preti pedofili, non ci troveremmo oggi in questa situazione, non solo per quanto riguarda gli abusi sessuali, che sono una piccola percentuale, ma anche per gli abbandoni e per le crisi dei sacerdoti».

    Per Imoda psicologia, teologia e spiritualità devono andare di pari passo: «In seminario arriva un 20 per cento di giovani già maturi dal punto di vista psicologico e affettivo. Un altro 10 per cento invece ha problemi tali da dover essere curato e non è detto che potrà diventare prete. Ma c’è un 70 per cento dei giovani seminaristi nella zona grigia che va aiutato a conoscersi e a crescere, anche con l’aiuto degli psicologi, se si vuole evitare che un giorno possa cadere vittima delle proprie fragilità». Per formare a livello psicologico gli educatori dei seminari la Gregoriana ha fondato 15 scuole in giro per il mondo. Gli stessi Cantelmi e Luparia hanno creato master per formatori di preti.

    Mario De Maio, sacerdote e psicoanalista, impegnato a conciliare psicologia e spiritualità con l’associazione Ore undici, accusa con forza: «Nonostante gli scandali, continuiamo a formare i futuri preti prevalentemente sui libri, basandoci sugli esami che sostengono, senza fare caso ai percorsi di maturazione umana e affettiva. Non dobbiamo avere paura degli psicologi nei seminari perché la psicologia aiuta a purificare la spiritualità». Ma don De Maio invita a guardare al futuro: «È inutile recriminare sugli errori del passato: la comunità cristiana deve inventare soluzioni nuove per formare i presbiteri. Perciò sono convinto che anche il ripensamento del celibato obbligatorio potrebbe contribuire a una migliore qualità umana dei preti». Dalle ceneri degli scandali, insomma, si affaccia una Chiesa che ha voglia di pulizia e rinnovamento.