Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: seminario

  • “Volevo farmi prete, ma don C. mi violentò per 8 anni”, Catanzaro. Emilio Grimaldi racconta gli abusi iniziati da bambino in seminario calabrese

    “Volevo farmi prete, ma don C. mi violentò per 8 anni”, Catanzaro. Emilio Grimaldi racconta gli abusi iniziati da bambino in seminario calabrese

    IL BLOGGER ANTIMAFIA/ «Così il prete abusò di me per otto anni»

    La coraggiosa denuncia di Emilio Grimaldi, il più noto blogger antimafia calabrese, che sognava di diventare prete e che vide il suo sogno diventare un incubo. Il suo racconto a Fronte del Blog.

    C’è in giro un prete pedofilo. In regolare servizio. Non si tratta di creare allarmismi. Si tratta di una storia dannatamente vera di un bimbo che sognava di votarsi a Dio e che invece quel prete ha seviziato per anni. Ce ne sono voluti venti perché quel bimbo, ormai cresciuto, avesse il coraggio di raccontare l’accaduto. Lo ha fatto in un durissimo libro, “Il giovane Emilio”, Città del Sole edizioni. E, chissà, forse è per trovare questo coraggio che da anni è diventato uno dei più noti, se non il più noto, blogger antimafia della Calabria.


    «Dici? Sai, anche a me è venuto questo dubbio. Che siccome allora mi mancò il coraggio ora, invece, cerco di manifestarlo ad ogni piè sospinto. Non so cosa rispondere, dovrebbe essere uno psicologo a riferirlo con la dovuta spiegazione. Però c’è una cosa che mi porta a dire di no, così: di primo acchito, un discrimine che separa in modo inconfutabile le mie “due” vite, quella del seminario e questa di oggi come giornalista e scrittore. È il piacere, del tutto intellettuale, a muovere la mia penna adesso. Un piacere che diventa bisogno, come il respiro. Da ragazzo, invece, provavo solo sofferenza ed umiliazione. Se fosse un riscatto il mio, invece, proverei odio».

    IL BLOG

    Si chiama Emilio Grimaldi e sul suo sito, emiliogrimaldi.blogspot.it, denuncia collusioni e mafiosi, crimine organizzato e porcherie istituzionali. Incappando talvolta, com’è ovvio, in querele da parte delle personalità più disparate.

    «Il blog l’ho aperto nel mese di gennaio 2009. Le querele sono un bel ginepraio. A mente ne ricordo 16 che mi riguardano personalmente. Di cui 2 si sono concluse positivamente per me, gli altri procedimenti, invece, sono ancora in itinere. Ma non ci sono solo le querele contro di me, quale responsabile del blog, vi sono dei fascicoli aperti dalla Procura anche per alcuni commenti lasciati sul mio spazio web».

    L’INFANZIA

    Partiamo dall’inizio.

    «A otto anni ero chierichetto e volevo diventare prete. Sarei stato diverso a quello del mio Paese, Belcastro, che picchiava i ragazzi che non lo assecondavano e che si faceva pagare per ogni messa che diceva. Un giorno, doveva venire il Papa a Crotone e scappai di casa per incontrarlo. Alla fine mi persi e fortunatamente mi riportarono a casa. A 11 anni entrai in seminario».

    Pensa ad una vita migliore, invece no.

    «Campanella alle ore 6 e 30. Lodi alle 7. Messa e colazione. Alle 8 scuola, al pomeriggio tre ore di studio. Quindi cena, televisione e a letto. In una camerata di 23 posti letto e senza, ovviamente, alcuna ragazza. Ma fin qui era normale, anche se molti seminaristi non avevano la vocazione. I genitori li mandavano lì perché studiassero meglio».

    L’ARRIVO DI DON C.

    La cosa più importante è che dunque, senza ragazze e giovanissimo, del sesso Emilio non sa nulla.

    Ne sa invece qualcosa Don C., che arriva per insegnare. Un amicone. «Stava con noi dalla mattina alla sera. E si occupava dei contatti con le istituzioni. Non era un sacerdote. Però “stava concludendo il suo cammino”. E la vocazione “da grande” era qualcosa di speciale, ci dicevano. Perché Gesù chiamava non solo i bambini e li guidava puri e casti fino al sacerdozio non permettendo loro di fare tutte le esperienze che fanno tutti gli altri, ma anche quelli che “erano stati nel mondo” e che l’avevano conosciuto».

    I 40mila abusi in Vaticano su cui l’Onu vuol veder chiaro- LEGGI

    GLI ABUSI

    Come riuscì Don C. ad avvicinarti?

    «Il clima che si respirava nella struttura era condizionato dalla piena fiducia dei genitori verso il rettore. E dal rettore che ci diceva che se ci fossimo “comportati male” l’avrebbe riferito ai nostri genitori. Avevamo timore dei suoi rimproveri. Don C. era diverso. Non ci sgridava mai. Ci aiutava nei compiti di scuola, come un fratello maggiore. Tra i ragazzi lui individuava quelli che avevano contatti più sporadici con i genitori, cioè quelli che venivano dai paesi più lontani, e quelli che, apparentemente, erano più docili, più inoffensivi, psicologicamente più deboli. Come me. Iniziò con un abbraccio. Mi abbracciava e mi invitava nella sua stanza. Era un “adulto”. Io, piccolo com’ero, non riuscivo a percepirlo come un abuso su di me».

    Nel libro racconti di rapporti sessuali patiti, della vergogna provata senza nemmeno sapere cosa stessi subendo e delle sevizie peggiori che lui ti inflisse. Tuttavia, con Don C sei rimasto legato 8 anni. Perché?

    «Era l’unico “amico” che avevo. Non avevo nessuna considerazione del “reato” e dell’ “abuso”. Ero solo un ragazzo e pensavo, sbagliando, che la Chiesa accettasse queste cose perché fanno parte della “debolezza della carne”. Non lo odio, più che altro me la sono presa con me stesso».

    Come si esce psicologicamente da una situazione del genere?

    «Non si esce. Nelle relazioni interpersonali, nei rapporti con l’altro sesso e soprattutto con se stessi. Ho sofferto di psicosi maniacodepressive per parecchi anni. L’aver tenuto tutto dentro, le mie energie, intellettuali e psicologiche, impegnate a nascondere l’abuso e a sublimarlo a forza come “peccato da perdonare”, sulla falsa riga dell’educazione ricevuta, mi ha scatenato una battaglia contro me stesso».

    LA FINE DI DON C.

    Quando l’hai raccontato ai tuoi genitori come hanno reagito?

    «Non gliel’ho raccontato. Ho consegnato loro il libro, con la dedica. Non sapevano nulla».

    Cosa diresti oggi a chi vuole entrare in seminario?


    «Di andarci, non ho pregiudizi. Non tutti i preti sono pedofili. Più che altro mi rivolgerei ai capi delle Chiese locali. Mandate nei seminari come educatori i migliori che avete e non la feccia della società e della stessa Chiesa. Anche se…».

    Anche se?

    «… so che oggi giorno molti si fanno preti per convenienza. In fondo, si tratta di un lavoro sicuro. Nella religione non c’è disoccupazione».

    Che fine ha fatto Don C?

    «Ora è ufficialmente un prete. Sono venuto a saperlo pochi giorni fa. Vive in una casa del clero, lontano dalle parrocchie, visto che negli ambienti religiosi poi si è sparsa la voce della sua malattia. Ma non mi pare sia stato mai denunciato».

    E tu, credi ancora in Dio, nella chiesa e nella castità dei sacerdoti?

    «Sì, purtroppo. Sono un debole, come la maggior parte degli uomini. L’idea della Sua presenza, della Sua giustizia e della Sua misericordia, mi conforta. Forse è questa l’unica debolezza dell’uomo che merita rispetto. La castità dei sacerdoti è l’ago della bilancia della loro santità. Solo i santi riescono a sublimare le esigenze “normali” del corpo. Gli altri sono solo umani, troppo umani, esattamente come i laici. Con i pedofili, invece, andiamo oltre il comprensibile, oltre l’accettabile, oltre la libertà. Siamo nell’orrore. Hai mai incrociato lo sguardo di terrore di un bambino?»

    IL BLOGGER ANTIMAFIA EMILIO GRIMALDI/ «Così il prete abusò di me per otto anni»

  • Alla Casa del Giovane i domiciliari per don Marco condannato per pedofilia

    Alla Casa del Giovane i domiciliari per don Marco condannato per pedofilia

    La vicenda era iniziata il 26 novembre 2007 creando non poco scalpore: don Marco Baresi era stato prelevato dal Seminario di via Bollani a Brescia, dove era vicerettore, e portato in isolamento nel carcere di Canton Mombello. Sull’ordinanza di custodia cautelare un’accusa da brivido: violenza sessuale su minore e diffusione di materiale pedopornografico.

    In cella don Baresi era rimasto solo per una notte, il giorno successivo all’arresto il gip Silvia Milesi aveva accolto la richiesta dei difensori e concesso gli arresti domiciliari. Il sacerdote era tornato a casa dei genitori e aveva atteso il processo con il sostegno dei familiari, ma soprattutto di un gruppo di giovani che aveva creato in Rete il sito “FreeDon” per dimostrare l’innocenza del sacerdote e chiedere la sua assoluzione. Anche nei giorni scorsi il gruppo ha ribadito “Chi condanna don Marco, condanna un innocente”.

    A inchiodare don Marco c’erano le accuse di un ragazzo che due anni prima dell’arresto, in cura da una psicologa, si era confidato raccontando di aver avuto rapporti sessuali con il sacerdote quando frequentava le medie al Seminario e non aveva ancora compiuto 14 anni. Dalla scuola del Seminario il ragazzino era stato allontanato per una serie di problemi, ma in precedenza non aveva raccontato nulla.

    La psicologa, ricevuta la confidenza, aveva subito avvisato i genitori del ragazzino che si erano rivolti alla polizia. La credibilità del ragazzino era stata valutata da esperti, le accuse avevano retto e il 26 novembre 2007 erano scattate le manette. Dopo l’arresto l’abitazione del sacerdote in Seminario era stata perquisita dagli investigatori della Mobile.

    Il computer aveva riservato una serie di sorprese. Nell’hard disk del portatile, senza alcuna password d’accesso, in uso al sacerdote – ma utilizzabile anche da altre persone come è stato sostenuto nel corso dei processi dall’imputato e dai difensori – l’esperto aveva trovato traccia di ben seicento files dal contenuto pedopornografico. I files erano stati cancellati, ma in modo non perfetto, nei giorni immediatamente precedenti all’arresto.

    Nel processo d’appello la difesa aveva sostenuto che il giorno in cui vennero scaricati 180 files (l’ordine era partito dal computer alle 12.30 del 28 aprile 2007) don Baresi non era al Seminario, ma era ospite a pranzo in un’altra parte della città. Il 20 maggio 2009 il Tribunale di Brescia ha condannato don Baresi a sette anni e mezzo di reclusione.

    Un anno dopo, il 16 giugno 2010, in secondo grado è stata confermata la condanna. In questa occasione il vescovo di Brescia Luciano Monari si era detto fiducioso che don Baresi potesse dimostrare la propria innocenza. Ma anche in Cassazione, il 23 giugno 2011, la condanna a sette anni e mezzo è stata confermata a seguito delle prove ritenute schiaccianti nei confronti dell’imputato. Nel febbraio 2013 è stato arrestato per scontare la pena nel carcere di Bergamo.

    A dicembre 2013 don Fausto Resmini aveva annunciato che a breve don Marco sarebbe potuto uscire dal carcere per seguire un percorso personale. Percorso che era previsto al Patronato San Vincenzo di Sorisole da lui diretto, e dove ha sede la Comunità per minori “Don Milani” che si occupa di ragazzini vittime di violenza o che stanno scontando pene per reati gravi.

    Bergamonews aveva sollevato il caso denunciando la contraddizione di questa convivenza tra sacerdoti condannati per pedofilia e minori vittime di abusi sessuali. Il direttore della struttura di Sorisole aveva garantito che non esisteva questa possibilità.

    Tempo tre mesi e don Baresi è stato affidato al Conventino alla Casa del Giovane. Il Conventino dà ospitalità ad anziani sacerdoti, ma nella stessa struttura ci sono adolescenti e giovani studenti ospiti alla Casa del Giovane, non ultimi i ragazzi delle fomazioni giovanili dell’Atalanta.

    http://www.bergamonews.it/cronaca/alla-casa-del-giovane-i-domiciliari-don-marco-condannato-pedofilia-189423

  • Scoprire gli altarini della Chiesa non è diffamazione

    Scoprire gli altarini della Chiesa non è diffamazione

    Da che mondo e mondo si ha diffamazione quando la notizia riferita dal presunto diffamante, verosimilmente a mezzo stampa ma anche in discussioni private, è falsa. Anche solo parzialmente falsa, nel senso che potrebbe essere basata su dati veri ma riportati secondo interpretazioni soggettive non supportate da riscontri oggettivi. Questo è quello che dice il buon senso ed è anche l’assunto su cui si basa la corrente giurisprudenza, anche perché diversamente verrebbe violato il principio costituzionale della libertà di parola e di stampa.

    Notizie sì scomode, ma anche senza dubbio vere come stabilito dallo stesso Tribunale

    Non è evidentemente dello stesso avviso il seminario della diocesi di Acqui (AL), visto che aveva denunciato il mensile francescanoTempi di fraternità per un articolo, pubblicato online anche dal sitoTrucioli savonesi, in cui vengono riportate sul seminario notizie sì scomode, ma anche senza dubbio vere come stabilito dallo stesso Tribunale, che ha rigettato il ricorso e ha perfino condannato il seminario al risarcimento delle spese legali affrontate dalla controparte. In realtà l’articolo non ha nemmeno toni di rimprovero, semmai esorta il vescovo di Acqui a procedere nella sua opera di deopacizzazione già pubblicizzata dal settimanale Panorama Economy. E nel farlo mette in luce alcune vicende a dir poco discutibili.

    Oggetto della controversia è la splendida Villa Paradiso in quel di Varazze, immobile di proprietà del seminario vescovile utilizzato come struttura ricettiva di lusso, dotata di parco con piscina e campo da golf, il tutto senza nessuna licenza e senza nemmeno pagare l’Ici. Il Secolo XIX aveva pubblicato un’inchiesta sull’anomalo utilizzo di quell’immobile, stuzzicando così i vigili urbani di Varazze che nel giro di qualche giorno bussarono alla porta del resort contestando, tra le altre cose, anche il reato di abuso edilizio per aver trasformato il sottotetto e frazionato la villa in unità abitative. Un totale di 5.000 euro di ammenda. È lo stesso quotidiano a darne notizia, in un articolo in cui si fa riferimento anche al palazzo del Seminario Maggiore di Acqui dato in concessione agli albergatori locali per farne un ostello con 40 camere. L’articolo contiene anche un’intervista in cui il direttore del seminario don Giacomo Rovera si difende dalle accuse. O almeno ci prova.

    Per il prete si tratta semplicemente di sfruttare degli immobili che a causa del calo vocazionale sono rimasti sostanzialmente vuoti. Mentre cerchiamo di capire la provenienza dello stridio che si avverte nell’aria possiamo, se lecito, dare un suggerimento per un possibile utilizzo alternativo. Il suo più alto superiore, infatti, giusto pochi mesi fa aveva chiesto che i conventi vuoti non venissero utilizzati per lucrare ma venissero impiegati per accogliere i rifugiati, ma pare che quell’appello non abbia avuto molto seguito. Diciamo pure che non ci risultano simili cambi di destinazione finora. In un simile contesto la diocesi di Acqui potrebbe volersi distinguere adeguandosi, probabilmente per prima, all’appello papale.

    Il gestore del resort, risulta condan­nato per estor­sione e bancarotta

    Ma torniamo alla vicenda giudiziaria. Per il seminario chi riporta questi fatti, che sono talmente veri al punto che ci sono perfino verbali ufficiali della polizia municipale, diffama. Deve trattarsi di un’interpretazione inusuale del messaggio evangelico “non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” (Mt 6,3). Diffamatori sono persino gli avverbi, e infatti il seminario contesta all’articolista di aver etichettato il mancato ricorso del comune di Varazze contro la sentenza del Giudice di Pace, che per inciso ha respinto la cartella per il pagamento dell’Ici non versata, con l’avverbio “stranamente”. In effetti un mancato ricorso da parte di chi amministra la cosa pubblica non può essere considerato strano, no, dovrebbe essere considerato assurdo. E diffamatorio è anche l’aver detto che Renato Bonora, il gestore del resort, risulta condan­nato per estor­sione e bancarotta fraudolenta, e che quindi la sua scelta è inopportuna per un ente religioso.

    Le motivazioni con cui il Tribunale ha respinto il ricorso sono innanzitutto il fatto che si tratta di notizie vere, e come già detto laddove c’è verità non può esserci diffamazione. Poi, nella sentenza si pone l’accento anche sul diritto di cronaca laddove si legge che “ogni cittadino italiano cattolico ha interesse – e diritto – ad essere reso edotto di come la Chiesa gestisce ed utilizza i beni di cui dispone”. Fortunatamente il testo non si ferma a questo punto ma continua: “anche indipendentemente, poi, dal credo religioso, la Chiesa è una istituzione la cui rilevanza pubblica è imprescindibile, ciò da cui consegue l’interesse pubblico delle notizie che ne riguardano le attività istituzionali”. Perché è giusto dire che i cattolici, a maggior ragione in quanto tali, devono conoscere le attività dell’organizzazione di cui fanno parte, purché si ammetta anche che in forza della dimensione pubblica della Chiesa, anche e in quanto destinataria di risorse statali, tale diritto ce l’ha anche chi cattolico non è. O non è più.

  • Un dossier segreto su Don Desio? E l’amico: «Nel 2012 avvisai la Curia…»

    Un dossier segreto su Don Desio? E l’amico: «Nel 2012 avvisai la Curia…»

     di Andrea Alberizia – Alla diocesi di Ravenna esisterebbe un archivio, accessibile al vescovo e alle alte sfere ecclesiastiche, dove starebbe un fascicolo riservato che porta sopra il nome di Giovanni Desio e raccoglierebbe tutte le informazioni personali, comprese eventuali segnalazioni su atteggiamenti dubbi e comportamenti sospetti, catalogate dalla curia sulla figura del 52enne nato a Milano e parroco di Casalborsetti dal 2000 fino allo scorso 5 aprile quando è stato arrestato per adescamento e atti sessuali con minorenni.

    Dell’esistenza di questo fascicolo è convinto Francesco Zanardi, portavoce dell’associazione nazionale Rete l’Abuso, un gruppo di attivisti, vittime e professionisti volontar (altro…)

  • Olanda. Vescovo Johannes Gijsen abusò di minori. Chiesa cattolica ammette, Trasferito in Islanda, il pedofilo è morto impunito nel 2013

    Olanda. Vescovo Johannes Gijsen abusò di minori. Chiesa cattolica ammette, Trasferito in Islanda, il pedofilo è morto impunito nel 2013

     Genova – La Chiesa cattolica olandese, in una rara ammissione di colpa, ha confermato che il vescovo Johannes Gijsen, deceduto l’anno scorso, è stato responsabile di abusi sessuali su due ragazzi tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ‘60.

    Ad ammettere la colpa di Gijsen è stata unacommissione formata dalla diocesi di Roermond, che dopo le dovute indagini ha dovuto ammettere la fondatezza delle accuse. L’ammissione è arrivata ieri, nello stesso giorno in cui Papa Francesco ha chiesto perdono per le colpe dei preti pedofili.

    “Mea Culpa”, una associazione olandese di supporto alle vittime di questo tipo di abusi, ha accolto positivamente la notizia, ma ha sottolineato che le accuse a Gijsen erano state fatte tempo fa, constatando che «le accuse nei confronti di membri del clero viventi spesso non vengono riscontrate».

    Il vescovo Frans Wiertz, attualmente alla guida della diocesi, ha accettato i risultati della commissione esprimendo il proprio «rammarico per gli abusi e le sofferenze inflitti alle vittime». Wiertz ha personalmente incontrato i due uomini chiedendo loro perdono.

    Gijsen, a capo della diocesi dal 1972 al 1993, è uno dei pochi alti membri del clero cattolico a venire riconosciuto colpevole di abusi sessuali. Secondo le accuse, il vescovo, all’epoca cappellano in un seminario, palpeggiò i due uomini, all’epoca minorenni, e costrinse uno dei due a un rapporto orale.

    Nel 2011 Gijsen fu accusato pubblicamente di questo episodio, ma rispose di non saperne nulla. La commissione ha riaperto il caso dopo aver ricevuto una nuova denuncia, riguardante un altro episodio di cui il vescovo «non poteva non essere a conoscenza».

    Gijsen è stato uno dei vescovi conservatori inviati dal Vaticano in Olanda negli anni ‘60, per contrastare l’onda riformista che pervadeva la chiesa locale all’epoca. Dopo la diocesi di Roermond, Gijsen ha guidato quella d’Islanda dal ‘96 al 2007. Un’altra commissione lì lo ha accusato di aver “coperto” un altro p rete accusato di abusi.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2014/04/12/AQY2bdSC-minorenni_ammette_ragazzi.shtml

  • Spunta un’altra vittima:  «Anch’io fui molestato». E la Onlus «Rete L’abuso» presenta un esposto alla Procura

    Spunta un’altra vittima: «Anch’io fui molestato». E la Onlus «Rete L’abuso» presenta un esposto alla Procura

     Le molestie avvenute nel seminario di Bergamo approdano anche in tribunale. Nei giorni scorsi Francesco Zanardi della Onlus «Rete L’abuso» ha presentato un esposto in Procura per chiedere di fare chiarezza sull’operato di un sacerdote che insegnava in Città Alta negli anni Ottanta, e che viene indicato come autore di casi di molestie sessuali protratte negli anni. Il sacerdote, che aveva poi avuto guai giudiziari per delle molestie commesse in un campo scuola in Valtellina, era infine stato allontanato a Roma, per poi morire a Bergamo nel 2007. La Onlus si basa «sul secondo comma dell’art.40 del codice penale secondo il quale “non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”». Chiede quindi di accertare se la Curia dell’epoca fosse al corrente di ciò che avveniva.

    Almeno due degli ex allievi sostengono di sì. Uno è proprio don Alessandro Reccagni, che ha lasciato il sacerdozio perché sostiene di avere viste frustrate le sue richieste di intervento nei confronti di chi era ai vertici del seminario all’epoca e ancora oggi. Il secondo è il suo ex compagno di classe Alessandro Vavassori, 44 anni, che ha anche intentato una causa penale. Dopo una prima archiviazione nel 2010 causa prescrizione ha presentato opposizione, ottenendo nel giugno 2013 una seconda archiviazione ma con il nulla osta a procedere per via civile. Cosa che si starebbe apprestando a fare. «Le molestie si sono svolte per tre anni, da quando ne avevo 11 – racconta Vavassori, imprenditore edile che ora vive a Milano con la moglie e la figlia -. Non ne avevo parlato con nessuno perché ero convinto di non essere creduto. Poi nel 2003 mia madre mi ha detto: sono convinta che a te in seminario è successo qualcosa. È stato come far saltare un tappo, è esplosa la mia rabbia».

    Vavassori ha contattato ex compagni scoprendo casi simili, ha cominciato la causa e intrattenuto rapporti con l’allora vescovo Roberto Amadei: «Era molto comprensivo. Morto Amadei, sono cessati i rapporti con la Curia. Non mi hanno risposto a 27 raccomandate, non mi hanno più ricevuto né risposto alle telefonate. Tanto che tre anni fa mi sono incatenato alla cancello della Diocesi. Quando ti capita quello che è successo a me pensi di essere inferiore, hai paura ad affrontare la vita e le persone. Da anni vado avanti grazie alla terapia. Non sono più credente. E mi sono convinto che nella vita non serve essere prete ma aiutare il prossimo, e seminare il bene per raccogliere il bene» .

    http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_aprile_15/spunta-un-altra-vittima-anch-io-fui-molestato-9e34a07c-c489-11e3-9713-8cc973aa686e.shtml

  • Il Vescovo Roberto Amadei sapeva già nel 2004 che don Aristide Belingheri era un molestatore. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Il Vescovo Roberto Amadei sapeva già nel 2004 che don Aristide Belingheri era un molestatore. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    La cronaca di pochi giorni fa ci racconta la vicenda di don Alessandro Raccagni il sacerdote del bergamasco che dopo la messa, parlando ai fedeli ha annunciato di voler abbandonare la tonaca e confessa di essere stato abusato da piccolo nel seminario di Bergamo.

    Alessandro Raccagni non svela il nome del suo molestatore, la diocesi si guarda bene dal fare dichiarazioni, ma come dice il proverbio il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.

    Alla Rete L’ABUSO arrivano centinaia di vittime ogni anno le quali ci mettono a conoscenza di fatti, li documentano e nel caso di Bergamo possiamo dirvi non solo che il prete molestatore è don Aristide Belingheri morto nel 2007, ma possiamo anche dirvi che la diocesi e il seminario erano ben informati sulle tendenze pedofile di don Aristide almeno dal 2004 al punto tale che lo spostarono a Roma.

    Ad aggiungere un pezzo a questa storia è un’altra vittima di don Aristide Belingheri anche lui come Raccagni si chiama Alessandro, un suo compagno di corso.

    Parliamo di Alessandro V. che a differenza di Raccagni non prese mai i voti e lasciò il seminario con un trauma che anni dopo gli rovinerà la vita.

    Alessandro V. si rivolse alla Rete L’ABUSO nel 2010 chiedendo di essere aiutato, in quanto ha dietro le spalle una storia drammatica fatta di traumi ma anche di porte chiuse in faccia dai vari vescovi che si sono susseguiti.

    Alessandro ci fornisce lettere dei primi anni 2000 che aveva inviato alla diocesi, lettere alle quali l’allora vescovo Roberto Amadei rispose. Le lettere manoscritte in questione sono una del 24 agosto 2004, l’altra del 15 marzo 2005 nelle quali Amadei si scusa per la tarda risposta e rassicura Alessandro “Le garantisco che da diversi anni, cioè da quando si è conosciuto qualcosa, la persona da lei indicata è stata messa in condizione di non aver più contatti con i ragazzi”.

    Nella successiva lettera, quella del 15 marzo 2005 Amadei concede ad Alessandro V. un incontro e gli chiede di rivolgersi a don Alessandro Locatelli, suo segretario per fissare una data.

    Ci sono diversi incontri tra Amadei e Alessandro V. nei quali la vittima racconta degli abusi subiti in seminario e del muro di gomma che anche lui si trovò ad affrontare quando denunciò. Parlarono della situazione in cui si trova, delle cure mediche alle quali è sottoposto a causa di quegli abusi. Amadei non si mostra ostile, anzi cerca di venire incontro ad Alessandro e gli promette giustizia e un risarcimento che lo aiuti ad affrontare almeno le spese mediche.

    La cosa però va per le lunghe e nel 2007 il prete abusatore don Aristide Belingheri muore e forse con lui anche un pò dell’interesse della curia a fare silenzio sulla vicenda. Amadei si allontana sempre più da ciò che erano gli impegni presi con Alessandro. Nel 2009 anche il vescovo Roberto Amadei muore.

    Alessandro. V. si rivolge al suo successore, mons. Francesco Beschi nel maggio del 2010 il quale però chiuderà bruscamente il dialogo. Arrivò solo una comunicazione da parte di un assistente legale dell’arcivescovado di Milano (Avv. Mario Zanchetti) nella quale si diceva che a seguito di indagini, nella Diocesi e nel Seminario di Bergamo non era emerso nulla, nessuno ricordava nulla di queste vicende.

    Alessandro non si arrende e denuncia al tribunale di Bergamo ma il 07-06-2013 il fascicolo viene achiviato.

    Chiede anche più volte udienza al rettore del seminario don Pasquale Pezzoli arrivando fino ad incatenarsi nel giugno del 2012, senza ottenere nessuna risposta.

    Nel marzo del 2014 un’altra vittima di quel seminario, un sacerdote Alessandro Raccagni, conferma non solo i fatti, ma nelle sue dimissioni lamenta l’omertà che la chiesa ha avuto anche questa volta, si dissocia con un gesto clamoroso da una chiesa che non condivide.

    Rendiamo noto che giorni scorsi la Rete L’ABUSO ha formalizzato una denuncia sulla vicenda alla Procura della Repubblica di Bergamo inviando anche il materiale in nostro possesso.  Da quello che abbiamo potuto apprendere esisterebbero altre vittime alle quali facciamo un appello, quello di rivolgersi direttamente alla Procura della Repubblica di Bergamo o in qualunque stazione di polizia o carabinieri denunciando.

    Comprendiamo la difficoltà a compiere questo passo, soprattutto se sono passati degli anni e se si deve informare una famiglia che magari ancora oggi è allo scuro di tutto, ma riteniamo sia importante almeno rifletterci.

    La Rete L’ABUSO è a disposizione qualora sceglieste di denunciare anche attraverso l’associazione o per qualunque altra esigenza potete scrivere a lombardia@retelabuso.org .

    Francesco Zanardi

    Rete L’ABUSO

  • Richiamato in servizio il grande insabbiatore maltese, ora promosso vescovo, mons. Scicluna

    Richiamato in servizio il grande insabbiatore maltese, ora promosso vescovo, mons. Scicluna

    Charles Scicluna, perché è stato richiamato in servizio lo 007 del Vaticano anti-pedofili

    05 – 04 – 2014Matteo Matzuzzi

    Ritorno al passato in Vaticano. Dopo un anno e mezzo di lontananza dai riflettori, torna sulla scena monsignor Charles Scicluna, per anni storico promotore di Giustizia alla Congregazione per la Dottrina della fede. Il prelato maltese è stato infatti nominato dalla Congregazione per i Vescovi capo dell’inchiesta chiamata a far luce sui “comportamenti inappropriati” del cardinale scozzese Keith O’Brien, accusato di abusi sessuali nei confronti di tre preti e di un ormai ex sacerdote che frequentavano il seminario di cui il porporato all’epoca era rettore. I fatti contestati risalgono a trent’anni fa.LO SCANDALO DEL CARDINALE O’BRIENLo scandalo era scoppiato poco più di un anno fa, nel bel mezzo del trambusto seguito alla storica rinuncia al Soglio petrino di Benedetto XVI. I quattro ex seminaristi avevano accusato O’Brien di averli molestati sessualmente durante le preghiere serali o comunque in altri momenti in cui si trovavano soli con l’allora rettore. Un ragazzo decise di abbandonare il seminario e chiedere consulenza psicologica. Inizialmente, il cardinale arcivescovo di St.Andrews aveva negato tutto, affidandosi a un legale per la tutela della sua reputazione. Intanto, però, l’affaireaveva già raggiunto il nunzio a Londra, mons. Mennini, che aveva provveduto immediatamente a informare la Santa Sede.COSTRETTO ALLE DIMISSIONI

    Nonostante i timori degli accusatori, dopo una rapida inchiesta il Vaticano adottò le prime decisioni: O’Brien fu sollecitato – in pratica costretto – a inviare la lettera di rinuncia alla guida della diocesi “per raggiunti limiti d’età”, benché al compimento dei canonici 75 anni mancasse quasi un mese. Una volta giunta la lettera a Roma, Benedetto XVI accettò immediatamente le dimissioni. Ma non fu l’unica decisione drammatica. Pur continuando a professarsi innocente e infangato da accuse inesistenti, il porporato – dopo un attimo di esitazione – annunciò che non avrebbe preso parte al Conclave. Il motivo? “Per non distrarre, attirando l’attenzione su di me”, commentò allora.

    “LA MIA CONDOTTA SESSUALE AL DI SOTTO DEGLI STANDARD A ME RICHIESTI”

    Ma il caso non era chiuso con il pensionamento e la rinuncia al Conclave. L’inchiesta della Santa Sede e della chiesa locale proseguiva, fino all’ammissione delle responsabilità da parte del cardinale: “In un primo momento, la natura non specifica e anonima delle accuse mi ha indotto a contestarle. Ora voglio cogliere questa opportunità per ammettere che ci sono stati dei momenti in cui la mia condotta sessuale è stata sotto gli standard a me richiesti in quanto prete, vescovo e cardinale. Chiedo scusa e domando il perdono a coloro che ho offeso, e chiedo scusa anche alla chiesa cattolica e al popolo di Scozia”.

    FRANCESCO LO ALLONTANA DALLA SCOZIA

    Una volta eletto Francesco, poi, l’iter sarebbe stato ancor di più velocizzato. Già dallo scorso maggio, d’intesa con il Papa – come recitava il comunicato ufficiale della Santa Sede –, il cardinale lasciava la Scozia “per alcuni mesi di rinnovamento spirituale, preghiera e penitenza”. Sostanzialmente, un esilio dal quale verosimilmente non sarebbe più tornato in Scozia.

    I DIECI ANNI DI SCICLUNA AL SANT’UFFIZIO

    E ora, a far luce su ogni particolare, arriva monsignor Scicluna. E’ stato lui, per dieci anni, a lavorare al fianco di Joseph Ratzinger prima e Benedetto XVI poi nella lotta senza esclusione di colpi alla piaga della pedofilia nella chiesa. Quando nel 2001 Giovanni Paolo II avocò alla Santa Sede ex Motu Proprio tutti i casi per gli abusi di chierici su minori, Scicluna fu scelto come promotore di giustizia alla Congregazione per la Dottrina della fede. Un incarico che avrebbe mantenuto fino al 2012. E’ grazie alla sua opera scrupolosa che si riuscì a fare luce sugli abusi del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel, e su decine di altri casi sui quali per decenni era calato il silenzio.

    INTERPRETE DELLA TOLLERANZA ZERO

    Interprete della linea più dura, quella della tolleranza zero, aveva fatto discutere la sua decisione di promuovere leggi cosiddette emergenziali per combattere il fenomeno. Un comportamento, questo, che aveva creato anche qualche mal di pancia tra le mura vaticane. Dalla sua parte, però, c’era Ratzinger, che con lui condivideva la richiesta alle conferenze episcopali locali di applicare (dopo averle stilate) le linee guida contro gli abusi. Un principio caro anche al cardinale arcivescovo di Boston, Sean O’Malley, ora nel team anti-abusi creato ex novo da Papa Francesco.

    IL TRASFERIMENTO A SORPRESA A MALTA 

    Un lavoro, quello di Scicluna, interrotto nell’ottobre di due anni fa. Con una decisione a sorpresa, Benedetto XVI lo nominava vescovo ausiliare de La Valletta, senza neppure il diritto alla successione. Decisione sorpendente non tanto per la promozione del presule, quanto per la destinazione: non si pensava che Scicluna sarebbe uscito dalla curia. Qualcuno disse che Ratzinger l’aveva “parcheggiato” sull’isola per proteggerlo da chi – nei Sacri palazzi – non aspettava altro che il suo scalpo. E fu proprio Scicluna, in più di un’intervista successiva al suo trasferimento – a difendere la decisione del Papa oggi emerito. Ora, lentamente, il ritorno sulla scena. Ancora da vescovo ausiliare a Malta, ma con un richiamo al passato di detective.

    http://www.formiche.net/2014/04/05/richiamato-servizio-lo-007-del-vaticano-anti-pedofili/

  • Il sacerdote molestato:  «In seminario sapevano»

    Il sacerdote molestato: «In seminario sapevano»

    Silenzio dalla Curia. I vertici della diocesi bergamasca per ora non vogliono commentare la vicenda di Endenna, dove la comunità della frazione di Zogno è stata sconvolta dall’annuncio pubblico del parroco don Alessandro Raccagni, che durante una messa ha spiegato la sua intenzione di lasciare non solo la guida della parrocchia ma anche il sacerdozio stesso. E questo a causa delle molestie sessuali che ha raccontato di avere subito quando, ancora minorenne, era uno studente del seminario di Città Alta. Prima di arrivare alle sue pubbliche dimissioni il sacerdote era sceso diverse volte a Bergamo, spiegando ai vertici della Curia l’angoscia che si porta dietro da quasi trent’anni a causa della violenza subita e invocando giustizia. L’insegnante autore delle molestie è ormai morto da qualche anno, ma secondo don Alessandro alcuni dei dirigenti del seminario erano a conoscenza di ciò che avveniva, («e non credo che fosse successo solo a me», ha specificato) ma avrebbero preferito non punire il responsabile. Ed è nei loro confronti che il parroco di Endenna chiedeva un intervento diretto. Ma visto che l’intervento della Curia non c’è stato il sacerdote è andato avanti sulla sua strada, fino all’annuncio pubblico che ha scosso i suoi parrocchiani.

    Anche ora che la vicenda è diventata di pubblico dominio la Curia preferisce non commentare e nemmeno entrare nello specifico delle accuse. Potrebbe essere lo stesso vescovo Francesco Beschi a intervenire, con tempi e modalità ancora in corso di definizione. Un intervento diretto di monsignor Beschi è esplicitamente chiesto dalla comunità di Endenna. Sono in trecento ad avere firmato una lettera aperta per invitarlo a salire in valle e discutere pubblicamente della vicenda. La lettera non è ancora stata inviata perché si cerca di raccogliere il maggior numero di adesioni possibile, ma intanto è stata affissa a una bacheca nel porticato della chiesa parrocchiale. «Ci sentiamo una comunità ferita – dice tra l’altro il documento -. Ed è per questo che vogliamo esprimere il desiderio che lei possa venire a incontrarci. Desideriamo capire, riflettere per poter dare risposte concrete alle tante domande che ci poniamo in questo delicato momento, per cercare insieme la verità, senza la quale per noi sarà difficile rimettersi in cammino come se nulla fosse successo».

    La vicenda ha inevitabilmente avuto un’ampia risonanza. La trasmissione Rai «La vita in diretta» ha contattato don Alessandro per chiedergli di andare a raccontare la sua storia davanti alle telecamere, ma ha ottenuto un netto rifiuto. Sono stati tantissimi anche i lettori che hanno commentato la notizia sul sito bergamo.corriere.it , sviluppando delle vere conversazioni a distanza tra chi si schiera dalla parte del sacerdote (i più numerosi) e chi invece ne critica le scelte. «È triste constatare – scrive un lettore – che il parroco non sia stato in grado di separare quella brutta esperienza dal dialogo con Gesù, che per chi ha scelto il sacerdozio dovrebbe essere costante. Non vedo la connessione tra l’abuso e l’abbandono del sacerdozio. La Chiesa potrà non incarnare al meglio la via indicata da Gesù, ma sta ad ognuno cercare di migliorarla, e questo non avviene certo gettando la spugna». «Ma come si può secondo lei – ha risposto un altro lettore – continuare a credere e a far parte della Chiesa, con la sua morale e la sua disciplina, dopo che si è stati molestati proprio da quella Chiesa?». Significativo un altro scambio di battute, con un lettore che accusa: «Non si lascia il sacerdozio per protesta. E soprattutto, se lo si vuole lasciare, non ci si nasconde dietro cose simili per autogiustificarsi». E un secondo che replica: «Non ha lasciato il sacerdozio per protesta! Ha lasciato il sacerdozio perché proprio dai sacerdoti è stato molestato! E non deve giustificarsi di nulla…èchi lo ha molestato che dovrebbe dare giustificazioni ed essere punito».

    http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/14_aprile_03/sacerdote-molestato-in-seminario-sapevano-5fdf5ed2-baf4-11e3-8a36-5d2bd872f898.shtml

  • «Fui molestato in seminario lascio parrocchia e sacerdozio» L’annuncio di don Alessandro Raccagni al termine della messa. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    «Fui molestato in seminario lascio parrocchia e sacerdozio» L’annuncio di don Alessandro Raccagni al termine della messa. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

     Bergamo, seminario degli orrori. Già altre vittime hanno denunciato abusi. Era a Endenna dall’ottobre del 2011. In terapia da otto anni. «Una ferita che sanguina da una vita»

    «Fui molestato in seminario lascio parrocchia e sacerdozio» L’annuncio di don Alessandro Raccagni al termine della messa.

    di Fabio Paravisi Donatella Tiraboschi

    La Messa sembrava finita, invece no. Mancava ancora un ultimo gesto, poche parole da leggere su un foglio. Un macigno che pesava sul cuore del sacerdote da 30 anni. Don Alessandro Raccagni ha allontanato i chierichetti e poi ha letto quel foglio, e ogni parola era come una fucilata al cuore di chi stava ascoltando. Parole che parlavano di molestie subite in seminario, di una ferita che sanguina da una vita e, ancora, di un silenzio che doveva essere spezzato. Don Alessandro ha lasciato la sua parrocchia di Endenna e anche il sacerdozio, lasciando dietro di sé molti dispiaceri, tanti dubbi e una comunità «orfana» che chiede verità. Don Alessandro, 44 anni, parroco di Endenna dal 4 ottobre 2011, aveva finora tenuto dentro di sé il dramma e l’angoscia. Lo straziante ricordo delle molestie che dice di avere subito nel Seminario di Città Alta a metà degli anni Ottanta, un periodo in cui il giovane Alessandro era ancora minorenne (a quell’epoca il rettore del seminario era monsignor Roberto Amadei). Da allora ha trovato il coraggio di raccontarlo a uno psicologo che lo segue da otto anni e al padre Guido, che gli è stato vicino negli ultimi difficili mesi. Il prete indicato come responsabile degli abusi si sarebbe ritirato in pensione in un quartiere alla periferia di Bergamo, senza che nessuno gli abbia mai chiesto conto di ciò che avrebbe fatto.

    È stato lo stesso don Alessandro, nei mesi scorsi, a decidere di scendere a Bergamo più volte e a parlare del problema con i vertici della Curia, manifestando anche la sua intenzione di lasciare l’abito sacerdotale se non avesse avuto le risposte che voleva. Risposte che evidentemente non sono arrivate, visto che alle 18 di sabato 15 marzo don Alessandro è salito all’altare per celebrare la Messa con quel foglietto in tasca. In uno dei banchi sedeva il padre, venuto da Cividino per dargli sostegno nel momento più difficile della sua vita. La grande chiesa parrocchiale dedicata a Santa Maria Assunta, che ospita anche una teca con il cranio di San Barnaba, era piena. Al termine della funzione il parroco ha chiesto ai chierichetti di andare in sacrestia a cambiarsi, poi ha estratto il foglio e ha cominciato a leggere.

    «Sembrava che stesse parlando in termini generali, di vicende che succedono nella Chiesa e nel mondo», ricorda Daniela Ravanelli, che era seduta in uno dei primi banchi. Il parroco ha raccontato di ferite che ci si porta dietro e da cui non si riesce a guarire, di ragazzi che vengono abusati da persone di cui hanno fiducia, e di un seminarista che ha subito molestie senza che i responsabili siano stati puniti. E poi ha annunciato la sua intenzione di lasciare il sacerdozio. «Appena abbiamo capito che parlava di se stesso è calato il gelo, siamo rimasti tutti in silenzio», racconta ancora la donna. La stessa scena si è ripetuta il giorno dopo alla Messa delle 11. A chi gli chiedeva chiarimenti, il parroco avrebbe spiegato di non aver voluto parlare della vicenda finora per non dare un dolore alla madre, e di essersi deciso solo dopo la morte della donna, lo scorso 8 dicembre. Poi don Alessandro ha raccolto le sue cose e si è trasferito a casa del padre, a Cividino.

    Quella stessa domenica la Curia ha nominato un amministratore parrocchiale (si tratta di don Cesare Micheletti, prevosto di Brembilla e a capo del Vicariato di Brembilla-Zogno) che si occuperà di gestire gli affari di quella che con i suoi 1.200 abitanti è la seconda parrocchia di Zogno fino alla nomina del nuovo parroco, prevista per settembre-ottobre. Dopo qualche giorno di sgomento, la comunità di Endenna ha reagito. Il Consiglio parrocchiale ha convocato una riunione alla quale hanno partecipato in tantissimi e alla fine è stato deciso di scrivere a Bergamo. «Non alla Curia, ma proprio al vescovo in persona – specifica uno dei responsabili -. È stato deciso di lasciare partire un parroco, e noi vogliamo capire perché. Così come vogliamo anche capire, ascoltando entrambe le versioni dei fatti, quale sia la verità». In 300 hanno firmato una lettera che è stata affissa sotto il porticato della chiesa parrocchiale. Gli abitanti di Endenna vogliono sapere che cosa di preciso la Curia e il vescovo stesso abbiano intenzione di fare per accertare le responsabilità dei fatti. Per questo il diretto interessato (che al telefono dice di essere ormai solo «Alessandro») non vuole parlare dell’accaduto: «Non vorrei con le mie parole pregiudicare il lavoro che i parrocchiani stanno facendo in questi giorni».

    Commento asciutto da parte della Curia: «Non abbiamo ricevuto la lettera che don Alessandro ha letto in chiesa, se la riceveremo risponderemo – dice il segretario generale don Giulio Dellavite -. Ma per il momento non commentiamo la vicenda. Dovremo procedere a opportune verifiche e valutazioni».