Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: vittime

  • Como – Don Marco Mangiacasale subirà processo per abusi su minorenni

    Como – Don Marco Mangiacasale subirà processo per abusi su minorenni

    La Procura di Como ha deciso di non fare sconti nemmeno davanti a un sacerdote e ha così deciso che Don Marco Mangiacasale subirà un prospetto per presunti abusi su minorenni. Non è la prima volta che emergono sospetti sulla condotta di un sacerdote, ma raramente si era arrivati a decidere di mettere in atto un processo come capiterà presto a Don Marco Mangiacasale, sacerdote di 48 anni arrestato lo scorso 7 marzo con l’accusa di violenza sessuale continuata nei confronti di alcune ragazzine minorenni che frequentavano la sua parrocchia. Secondo il testo che ha portato all’accusa nei confronti di Don Marco e formulato dal sostituto procuratore di Como Simona De Salvo i fatti sarebbero iniziati nel 2008 e continuati fino a poco prima del suo arresto a dimostrazione di un comportamento non isolato.
    Un ruolo importante nella vicenda l’avrà ora però anche l’ex economo della Diocesi di Como, che ha già avuto diversi contatti con le famiglie delle presunte vittime e che si occuperà non solo da aiutarle a superare quanto vissuto ma anche di stabilire quale possa essere il risarcimento migliore nei loro confronti. Sarà quindi ora compito del sacerdote cercare di difendersi da un accusa certamente infamante, ma che lascerà un segno indelebile nelle piccole vittime.
    Fonte MILANO

  • Orchi in talare VATICANISTA DE LA STAMPA

    Orchi in talare VATICANISTA DE LA STAMPA

    La Chiesa cattolica australiana ha avviato una nuova inchiesta sui casi di abuso sessuale nei confronti di minori in due parrocchie del Nuovo Galles del sud nei primi anni ’80, dopo che è emerso un dettagliato documento secondo il quale tre fra i più alti prelati d’Australia non hanno denunciato alle autorità i gravi casi di pedofilia che aveva ammesso davanti a loro un sacerdote, identificato solo come padre F per ragioni legali. Intanto la polizia dello Stato indaga sulla vicenda per verificare se i tre prelati abbiano commesso un reato, punibile fino a due anni di carcere, per non aver denunciato gli abusi alla polizia. Arrestato nel 1987 per reati di pedofilia commessi nella parrocchia di Moree, padre F fu processato ma il giudice accantonò il caso prima di sottoporlo all’esame della giuria, sostenendo che la credibilità di una delle vittime, allora 15/enne, non potesse essere messa a confronto con quella di un prete. Padre F continuò quindi la sua ‘missionè nella parrocchia di Parramatta presso Sydney, dove molestò sessualmente altri chierichetti. A seguito delle continue voci di abusi nella parrocchia stessa, padre F fu convocato presso la cattedrale di Sydney dal segretario della Conferenza Episcopale padre Brian Lucas, dal direttore della Commissione cattolica di assistenza padre John Usher, e dal vicario generale della diocesi di Armidale, padre Wayne Peters. Pochi giorni dopo padre Peters scriveva al suo vescovo, mons. Kevin Manning, che padre F aveva fatto delle ammissioni sugli abusi nei confronti di cinque ragazzini di 10 e 11 anni, fra il 1982 e il 1984. Lo scandalo ha investito anche l’arcivescovo di Sydney Card. George Pell, che ha difeso in Tv i tre prelati, negando che vi fosse stata alcuna ammissione da parte di padre F, ignaro dell’esistenza della documentazione che indicava come questi avevano chiuso un occhio sull’intera storia. La vicenda, emersa in dettaglio in un servizio giornalistico della Tv nazionale Abc, ha provocato un nuovo coro di richieste di una commissione giudiziaria d’inchiesta per far luce sui casi di abusi sessuali nella chiesa cattolica d’Australia. Intanto una portavoce della polizia ha confermato che i detective stanno esaminando i contenuti del programma Tv e invitano tutte le presunte vittime, o chiunque sia in possesso di informazioni, di contattare la più vicina stazione di polizia.

  • Vaticano, le vittime della pedofilia contro la nomina di mons. Muller

    Vaticano, le vittime della pedofilia contro la nomina di mons. Muller

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Alla più influente associazione americana di vittime della pedofilia, Snap, l’arrivo ai vertici della Congregazione per la Dottrina della Fede del vescovo di Ratisbona, Gerhard Mueller non piace proprio. Attraverso un comunicato l’organizzazione americana (ma con sedi anche in Europa) ha espresso forti perplessità per la scelta di un vescovo che, negli anni passati, ha dimostrato di aver gestito male il caso di un prete pedofilo. Nonostante il caso fosse eclatante il prete venne spostato da una parrocchia all’altra. Il fatto poi che monsignor Mueller adesso sia stato scelto dal Papa proprio per guidare la congregazione dalla quale dipende il tribunale interno competente per questo genere di crimini, non fa altro che accrescere i timori.
    La Snap racconta che padre Peter Kramer fu arrestato in Germania con il sospetto di abusi sessuali per una serie di fatti che vennero confermati in sede processuale anche dalle vittime sia durante il processo che, successivamente, nel corso di diverse interviste a giornali tedeschi. Una delle vittime si chiama Benedikt, oggi ha 25 anni e ha raccontato che aveva 12 anni quando Peter Kramer gli fece “tirar giù i pantaloni”. Il ragazzo faceva il chierichetto. Tutto avvenne durante una festa di Pasqua in una parrocchia a Viechtach, vicino Ratisbona, in Baviera. “Peter Kramer. disse a me e ad altri bambini giochiamo ad acchiapparella. Aggiunse: chi acchiappo sarà mio. Lui acchiappò mia sorella ma si vedeva che le bambine non lo attiravano. Poi prese mio fratello. Lo strinse a sé, lo toccò. Ci inquietammo, ma mio fratello aveva solo 9 anni, non lo eccitava tanto. A me disse che ero nella pubertà, e dovevo imparare”. Fu lì che iniziarono i palpeggiamenti. “Mi strinse da dietro. Non mi violentò, ma fu una sensazione tremenda. E dall’altra stanza mia sorella e mio fratello gridavano».

    La Snap si chiede perché una scelta del genere visto che “non fa altro che aumentare il dolore e la sofferenza delle vittime”.
    Lunedì 02 Luglio 2012 – 21:15
    Ultimo aggiornamento: 21:21

  • Prete pedofilo violenta 17 bambini. “Anche io vittima”

    Prete pedofilo violenta 17 bambini. “Anche io vittima”

    Un documento eccezionale rivela i meandri perversi della mente di un prete pedofilo, il quale si definisce “una vittima” pur avendo violentato 17 ragazzi, tra cui suo nipote.

    Ha violentato 17 ragazzi, tra cui suo nipote, frequentatori della parrocchia e dei seminari da lui tenuti, ma  si definisce “una vittima”. Un ex prete pedofilo Robert Van Handel  in un racconto di 27 pagine parla di come le sue paure della pubertà e le sue repressioni sessuali abbiano contribuito a farlo diventare un pedofilo. Lui stesso fu vittima di un prete pedofilo quando aveva 15 anni. Il Reverendo Robert Van Handel iniziava il suo “gioco” sempre nello stesso modo. Inizialmente toglieva gli indumenti intimi al ragazzoper fargli indossare dei pantaloni corti abbastanza larghi. Successivamente lo accarezzava fino a toccare tutto il suo corpo mentre teneva le cuffie del walkman facendo finta di dormire. Il racconto dell’ex francescano è stato scritto tra il 1993 e 1994 mentre era in terapia al Pacific Treatment Associates a Santa Cruz in California ed è avvalorato da lettere, interviste alle vittime e atti giudiziari. Questa vicenda è stata divulgata  La storia di Van Handel è stata rivelata a seguito di un accordo da 28 milioni di dollari tra i francescani e sei vittime di abusi da parte di ecclesiastici, su precisa richiesta di queste ultime. La divulgazione è stata resa possibile grazie ad una senteza della Corte Suprema degli Stati Uniti, perchè le autorità religiose si erano, inizialmente, opposte.

  • “Io, bimbo sordo violentato sotto l’altare”

    “Io, bimbo sordo violentato sotto l’altare”

    Giuseppe, sordo, si fidava: mai avrebbe immaginato di diventare vittima dentro le mura di uno dei simboli della carità della Chiesa. In un istituto specializzato per rendere migliore la vita a bambini sordi, gestito dalle suore della Compagnia di Maria per l’educazione delle sordomute, sull’esempio dell’Istituto Provolo. Poi, negli anni, diventato istituto misto e ora centro di formazione professionale. Ma come al Provolo il dramma dei bambini sordi, e ancora più indifesi di un qualsiasi bambino, si è consumato sotto l’altare. In quell’istituto ci andava per le funzioni religiose anche quel giovane sacerdote, che allora aveva circa 25 anni, e lì sono cominciate le violenze, all’insaputa delle suore, sospetta Giuseppe.

    GIUSEPPE sa che da domani potrebbe essere additato in pubblico come il ragazzo abusato, ma prende coraggio e trova la forza di raccontare. “Quando avevo tre anni la mia famiglia si spostò dalla Calabria a Verona. Io sono nato sordo e giù non c’erano istituti specializzati”. Ha, infatti, riconoscenza verso l’istituto, “perché a scuola ho cominciato a parlare”. Ma è proprio nel luogo più sacro, tra le mura della Chiesa del Pianto, davanti al crocifisso, che sono cominciate le violenze. “Mi toccavano nelle parti più intime, piangevo anche tre volte la settimana, ma loro non si fermavano. Lo facevano anche quando andavo a confessarmi, in una stanza, quando eravamo faccia a faccia”.

    Niente e nessuno fermava soprattutto un giovane sacerdote, non c’era pietà per quel bimbo che aveva l’età per andare alla scuola materna. Non ricorda più il nome di quel prete, lo ha rimosso a forza dalla mente. Ma le cicatrici di quei torbidi momenti sono rimaste su quel dramma vissuto a lungo e taciuto per troppo tempo: “C’erano tre preti, due giovani e uno più anziano”. Giuseppe avrebbe avuto le attenzioni e gli abusi da tutti e tre, ma uno era il più cattivo, quello “giovane, attorno ai 25 anni, che aveva la pelle chiara, magro, alto di statura. Con lui andavamo solo per la messa e la confessione.

    Lui non dormiva all’istituto Gresner, ma al Provolo”. Giuseppe ne parla con sollievo, per non aver dovuto subire il tormento anche di notte. Ricorda anche l’aspetto dell’anziano prete, “con gli occhiali e quasi calvo. Io sono rimasto per un certo periodo completamente solo a Verona, perché mia madre andò in Calabria a prendere i miei fratelli. In quel periodo non parlavo e non riuscivo a capire e il prete ci ha obbligati a non parlare. Ci faceva paura, avevo paura che mi succedesse qualcosa di brutto”. Le violenze non sarebbero state solo sessuali. “Una psicologa mi diceva che mia mamma mi aveva abbandonato, ma non era vero, era andata in Calabria per i miei fratelli”. Giuseppe apre uno squarcio ancora più inquietante, pensa di essere stato “una delle prime vittime”  di quel giovane sacerdote, in un crescendo di violenza: “Prima mi toccava solo, poi pretendeva sempre di più. Voleva anche che lo baciassi , mi faceva schifo.

    Ero nervoso, mi allontanavo, ma lui mi teneva fermo, poi mi diceva di non parlare”. Un racconto dell’orrore con altre vittime. “Io sono stato il primo, poi è toccato ad altri, almeno quattro, subire le violenze di quell’uomo. Però continuava ad abusare anche di me, finché sono andato via, a 12 anni”. È più di un sospetto che altri ragazzi sarebbero stati abusati, Giuseppe ne è certo: “A Ferrara del Monte Baldo, nella colonia montana del Gresner, facevamo tra noi ragazzi quello che ci facevano quei tre preti. È allora che abbiamo scoperto il significato della parola omosessuale”. Con qualcuno Giuseppe è ancora in contatto e uno dei ragazzi abusati ha ora gravi problemi di socializzazione: non esce più di casa, non parla con nessuno, evita ogni contatto con le persone. Ha cercato inutilmente di dimenticare e non ha più voluto fare il chierichetto per non rivangare il passato. Ha pure cancellato la Chiesa dal suo presente. “Non ho parlato con nessuno, mi dicevo che era troppo tardi, anche se con qualcuno volevo confidarmi. Ma mi prendeva lo stomaco, stavo male e se parlo, mi dicevo, che cosa mi succederà? Ero terrorizzato”.

    HA RIVELATO il suo insopportabile segreto solo poco tempo fa, quando “ne ho parlato con mamma, perché pensava fossi gay. Si è messa a piangere. Adesso, davanti a voi, mi sento come spogliato” rivela a Giorgio Dalla Bernardina e a Marco Lodi Rizzini, responsabili dell’Associazione Provolo, che in questi anni si è battuta contro la pedofilia e che per oggi ha organizzato una marcia contro gli abusi sessuali avvenuti per trent’anni all’istituto Provolo, fino al 1984. Un evento di risonanza internazionale a cui parteciperanno persone provenienti da Inghilterra,

    Olanda e Stati Uniti, con l’adesione di importanti organizzazioni internazionali contro la pedofilia. I manifestanti sfileranno fino in piazza Brà, sotto la sede del Comune del sindaco Tosi. Ed è proprio la firma del sindaco leghista che manca al patrocinio della manifestazione, che invece hanno dato Regione e Provincia.

    Paolo Tessadri in “il Fatto Quotidiano” del 30 giugno 2012

  • “Io, bimbo sordo violentato sotto l’altare”da 3 preti”. A 3 anni, per 9 anni, fino al 2000, Verona. Istituto religioso Fortunata Gresner

    “Io, bimbo sordo violentato sotto l’altare”da 3 preti”. A 3 anni, per 9 anni, fino al 2000, Verona. Istituto religioso Fortunata Gresner

    Per troppi anni ha taciuto, mentre la rabbia gli esplodeva dentro. Ora ha trovato il coraggio di parlare, anche con l’aiuto della madre: “Per quasi una decina di anni ho subito le violenze di tre sacerdoti, ma soprattutto di un giovane prete. Hanno cominciato che avevo tre anni e gli abusi sono proseguiti fino a 12 anni, quando lasciai l’istituto”. Giuseppe Consiglio ha 22 anni e i fatti risalirebbero a dieci anni fa, all’istituto religioso Fortunata Gresner di Verona. Proprio di fronte all’istituto Provolo, teatro di orchi seriali, dove sessanta ex allievi sordi hanno denunciato le violenze di una ventina di preti, avvenute per trent’anni, fino al 1984. Al Gresner, invece, gli abusi sessuali sarebbero proseguiti fino al Duemila. Non ci sarebbe, dunque, prescrizione per reati così recenti.

    Giuseppe, sordo, si fidava: mai avrebbe immaginato di diventare vittima dentro le mura di uno dei simboli della carità della Chiesa. In un istituto specializzato per rendere migliore la vita a bambini sordi, gestito dalle suore della Compagnia di Maria per l’educazione delle sordomute, sull’esempio dell’Istituto Provolo. Poi, negli anni, diventato istituto misto e ora centro di formazione professionale. Ma come al Provolo il dramma dei bambini sordi, e ancora più indifesi di un qualsiasi bambino, si è consumato sotto l’altare. In quell’istituto ci andava per le funzioni religiose anche quel giovane sacerdote, che allora aveva circa 25 anni, e lì sono cominciate le violenze, all’insaputa delle suore, sospetta Giuseppe.
    GIUSEPPE sa che da domani potrebbe essere additato in pubblico come il ragazzo abusato, ma prende coraggio e trova la forza di raccontare. “Quando avevo tre anni la mia famiglia si spostò dalla Calabria a Verona. Io sono nato sordo e giù non c’erano istituti specializzati”. Ha, infatti, riconoscenza verso l’istituto, “perché a scuola ho cominciato a parlare”. Ma è proprio nel luogo più sacro, tra le mura della Chiesa del Pianto, davanti al crocifisso, che sono cominciate le violenze. “Mi toccavano nelle parti più intime, piangevo anche tre volte la settimana, ma loro non si fermavano. Lo facevano anche quando andavo a confessarmi, in una stanza, quando eravamo faccia a faccia”. Niente e nessuno fermava soprattutto un giovane sacerdote, non c’era pietà per quel bimbo che aveva l’età per andare alla scuola materna. Non ricorda più il nome di quel prete, lo ha rimosso a forza dalla mente. Ma le cicatrici di quei torbidi momenti sono rimaste su quel dramma vissuto a lungo e taciuto per troppo tempo: “C’erano
    tre preti, due giovani e uno più anziano”. Giuseppe avrebbe avuto le attenzioni e gli abusi da tutti e tre, ma uno era il più cattivo, quello “giovane, attorno ai 25 anni, che aveva la pelle chiara, magro, alto di statura. Con lui andavamo solo per la messa e la confessione. Lui non dormiva all’istituto Gresner, ma al Provolo”. Giuseppe ne parla con sollievo, per non aver dovuto subire il tormento anche di notte. Ricorda anche l’aspetto dell’anziano prete, “con gli occhiali e quasi calvo. Io sono rimasto per un certo periodo completamente solo a Verona, perché mia madre andò in Calabria a prendere i miei fratelli. In quel periodo non parlavo e non riuscivo a capire e il prete ci ha obbligati a non parlare. Ci faceva paura, avevo paura che mi succedesse qualcosa di brutto”. Le violenze non sarebbero state solo sessuali. “Una psicologa mi diceva che mia mamma mi aveva abbandonato, ma non era vero, era andata in Calabria per i miei fratelli”. Giuseppe apre uno squarcio ancora più inquietante, pensa di essere stato “una delle prime vittime” di quel giovane sacerdote, in un crescendo di violenza: “Prima mi toccava solo, poi pretendeva sempre di più. Voleva anche che lo baciassi , mi faceva schifo. Ero nervoso, mi allontanavo, ma lui mi teneva fermo, poi mi diceva di non parlare”. Un racconto dell’orrore con altre vittime. “Io sono stato il primo, poi è toccato ad altri, almeno quattro, subire le violenze di quell’uomo. Però continuava ad abusare anche di me, finché sono andato via, a 12 anni”. È più di un sospetto che altri ragazzi sarebbero stati abusati, Giuseppe ne è certo: “A Ferrara del Monte Baldo, nella colonia montana del Gresner, facevamo tra noi ragazzi quello che ci facevano quei tre preti. È allora che abbiamo scoperto il significato della parola omosessuale”. Con qualcuno Giuseppe è ancora in contatto e uno dei ragazzi abusati ha ora gravi problemi di socializzazione: non esce più di casa, non parla con nessuno, evita ogni contatto con le persone. Ha cercato inutilmente di dimenticare e non ha più voluto fare il chierichetto per non rivangare il passato. Ha pure cancellato la Chiesa dal suo presente. “Non ho parlato con nessuno, mi dicevo che era troppo tardi, anche se con qualcuno volevo confidarmi. Ma mi prendeva lo stomaco, stavo male e se parlo, mi dicevo, che cosa mi succederà? Ero terrorizzato”.
    HA RIVELATO il suo insopportabile segreto solo poco tempo fa, quando “ne ho parlato con mamma, perché pensava fossi gay. Si è messa a piangere. Adesso, davanti a voi, mi sento come spogliato” rivela a Giorgio Dalla Bernardina e a Marco Lodi Rizzini, responsabili dell’Associazione Provolo, che in questi anni si è battuta contro la pedofilia e che per oggi ha organizzato una marcia contro gli abusi sessuali avvenuti per trent’anni all’istituto Provolo, fino al 1984. Un evento di risonanza internazionale a cui parteciperanno persone provenienti da Inghilterra,
    Olanda e Stati Uniti, con l’adesione di importanti organizzazioni internazionali contro la pedofilia. I manifestanti sfileranno fino in piazza Brà, sotto la sede del Comune del sindaco Tosi. Ed è proprio la firma del sindaco leghista che manca al patrocinio della manifestazione, che invece hanno dato Regione e Provincia.

    Paolo Tessadri in “il Fatto Quotidiano” del 30 giugno 2012

  • Continua da giorni la protesta di Alesandro, incatenato davanti al seminario di Bergamo.

    Continua da giorni la protesta di Alesandro, incatenato davanti al seminario di Bergamo.

    Nei giorni scorsi vi avevamo parlato del caso di Alessandro Vavassori che come decine di vittime cerca di affrontare il suo passato di abusi sessuali, nel suo caso avvenuti quando a 11 anni era seminarista a Bergamo. Non abbiamo mai smesso di seguire Alessandro, il quale in modo non violento si reca tutti i giorni presso il seminario di Bergamo dove passa il pomeriggio incatenato all’unico accesso del seminario .
    Alessandro con la sua civile protesta vuole solamente ottenere udienza con il rettore, vuole portare avanti le promesse precedentemente ricevute dall’ex Vescovo Amadei. Nelle diverse lettere tra Diocesi e Alessandro, risulta che la Diocesi ammise le proprie responsabilità, diede addirittura 20 mila € a Alessandro come anticipo, direi una piena ammissione, ma ora, morto Amadei il nuovo Vescovo non solo sembrerebbe non aver alcuna intenzione di onorare le promesse fatte dal suo predecessore, ma non vuole neppure ricevere la vittima.
    E’ paradossale ma preferiscono subire l’imbarazzo di avere un uomo incatenato al cancello del seminario, piuttosto che dargli 10 minuti di udienza. Non chiamano neppure le forze dell’ordine in quanto il rischio è che con il loro intervento l’intera storia finisca sulle prime pagine dei quotidiani locali.
    Qualche giorno fa telefonai al seminario, chiedendo il motivo di quella persona incatenata all’ingresso, prima mi risposero che non c’era nessuno, poi ammisero promettendo di andare a parlare con lui e di sapermi dire. In questi giorni comunque Alessandro ha raccolto una serie di testimonianze audio rilasciate dai sacerdoti, è triste dirlo ma siamo di fronte a un caso di “menzogna clericale” in quanto dagli audio si apprende che tutti conoscevano le tendenze pedofile del carnefice di Alessandro, esiste addirittura una denuncia di diversi anni fa, ma non è mai esista la volontà da parte del clero, di tutelare i minori, dalle testimonianze e dai documenti emerge la volontà dei vertici diocesani, di tutelare il prete pedofilo e non i minori .
    Francesco Zanardi
    Portavoce L’ABUSO
  • COMO. PARROCO PEDOFILO ARRESTATO. PRETE ACCUSA CRONISTI: CANNIBALI E COPROFAGI

    COMO. PARROCO PEDOFILO ARRESTATO. PRETE ACCUSA CRONISTI: CANNIBALI E COPROFAGI

    MARTEDÌ, GIUGNO 19, 2012 ROSSELLA RICCHIUTI NO COMMENTS

    Polemiche e proteste per un articolo di Don Angelo Riva, direttore del settimanale diocesano. La stampa locale reagisce: E’ nostro dovere raccontare i fatti, dire che un parroco è stato arrestato per pedofilia e quali deliitti ha confessato

    OSSIGENO – Como, 19 giugno 2012 – “Certe ferite della vita sono per il Medico celeste, non per il pubblico ludibrio, né per la gogna mediatica. E meno ancora per lo sciamare malsano del pettegolezzo, o per il gusto compiaciuto del torbido”. Così don Angelo Riva, direttore del Settimanale della Diocesi di Como, ha bollato gli articoli di cronaca – comparsi su varie testate locali – che hanno riferito le accuse a don Marco Mangiacasale, ex-parroco arrestato per violenza sessuale aggravata a danno di due minorenni. I cronisti hanno replicato: noi dobbiamo raccontare i fatti e lo facciamo rispettando le regole e le persone coinvolte.

    La vicenda. E’ il 7 marzo quando l’ex parroco di San Giuliano, don Marco Mangiacasale, economo della Diocesi di Como dal 2009, viene arrestato. Da quel momento i giornalisti della stampa locale si occupano della questione che pian piano assume proporzioni notevoli. Il prete incriminato ha ammesso subito di aver intrattenuto rapporti sentimentali e sessuali con le due ragazze per quattro anni, da quando avevano rispettivamente 12 e 13 anni, e anche di aver molestato sessualmente altre tre giovani minorenni.

    Tutto normale. Come non raccontare ciò che è successo? Nessuno mette in dubbio che i cronisti abbiano il preciso dovere di fare sapere ai cittadini turbati come sono andate le cose e cosa emerge da indagini e ammissioni. Nessuno ci trova da ridire fino al 2 giugno scorso quando, tre mesi dopo l’arresto del parroco, appare un articolo su Il settimanale della Diocesi di Como, che sulla questione ha mantenuto il più assoluto silenzio. E’ firmato dal direttore editoriale, don Angelo Riva. Il contenuto lascia interdetti i giornalisti che si sono occupati del caso. Ecco come termina l’editoriale: “Può darsi che il silenzio del Settimanale abbia deluso qualche lettore, ma dal cannibalismo (per non dire la coprofagìa) di certa informazione noi intendiamo smarcarci”.

    Le reazioni. “Sono rimasto spiacevolmente sorpreso, le parole di don Riva sono avulse da ogni contesto”, commenta Paolo Moretti, giornalista della Provincia di Como, che ha seguito la vicenda insieme al collega Stefano Ferrari. Paolo racconta di aver trattato il caso con estrema cautela nei confronti delle vittime al fine di non consentirne l’identificazione. “Per questo motivo all’inizio abbiamo anche evitato di riportare negli articoli l’età delle bambine ed i molti dettagli scabrosi contenuti nelle carte giudiziarie. Questo è avvenuto anche dopo che la segretezza degli atti è caduta, quando è stato notificato all’indagato l’avviso di conclusione indagini”, aggiunge Paolo, sottolineando l’estrema attenzione alla deontologia professionale durante la documentazione dei fatti.

    La Provincia di Como si è occupata del caso con estrema attenzione e costanza, così come ha fatto il Corriere di Como attraverso le penne di Mauro Peverelli e di Anna Campaniello. I due quotidiani hanno raccontato con precisione e meticolosità gli spiacevoli fatti: dall’arresto del parroco grazie alla denuncia della ragazzina che, alla fine di febbraio, ha deciso di dire basta confidandosi prima con l’attuale parroco di San Giuliano e poi con gli inquirenti, fino alle migliaia di sms ed mms inviati dal prete alle sue vittime.

    “L’Unione Cronisti Lombardi ha subito pubblicato una nota in cui è stato stigmatizzato l’accaduto. L’attacco di don Riva risulta inspiegabile, dal momento che la vicenda ha interessato un prete pedofilo reo confesso”, sottolinea Moretti. L’autore dell’articolo si definisce anche giornalista, quindi formalmente collega di Paolo e degli altri cronisti che ha accusato di cannibalismo e coprofagia. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che dovrebbe far riflettere, poiché se monsignor Riva si reputa un giornalista dovrebbe conoscere alla perfezione il diritto di cronaca, che ha palesemente offeso.

    www.ossigenoinformazione.it/?p=9524

  • Altri cinque ragazzi sono stati molestati da don Sergio

    Altri cinque ragazzi sono stati molestati da don Sergio

    IL CASO. Quando era in servizio a S. Croce
    Il prete ha patteggiato 22 mesi complessivamente per 6 episodi
    15/06/2012

    Non un ragazzo. Sono sei complessivamente le parti offese nel procedimento che ha visto don Sergio patteggiare l’altra mattina in tribunale davanti al giudice Massimo Gerace. Per lui un anno, dieci mesi e 20 giorni di reclusione; l’accusa a suo carico era di violenza sessuale continuata, dall’estate 2006 ai primi giorni di gennaio di quest’anno. Don Sergio Rappo, 59 anni (era assistito dall’avv. Michele Carotta), all’epoca dei fatti era in servizio nella parrocchia di Santa Croce a Schio, da dove è stato subito trasferito dalla Curia vicentina che ha seguito passo passo la delicatissima vicenda ed ha aiutato le vittime, anche economicamente. In base a quanto ricostruito dai carabinieri della stazione di Schio e dai colleghi della sezione della procura, coordinati dal pubblico ministero Antonella Toniolo, i contatti illeciti del sacerdote erano iniziati parecchi anni fa. L’indagine era scattata dopo la denuncia di un ragazzo di 20 anni, che aveva denunciato le pesanti molestie del sacerdote, avvenute nei locali dell’oratorio. Don Rappo, si legge scorrendo il capo di imputazione, «con violenza di natura psicologica, consistita nell’aver costruito un rapporto di fiducia e di intimità graduale con il giovane, tanto da indurlo a fare affidamento su di lui; con minaccia consistita nel timore di perdere l’unica occasione di lavoro dopo un periodo di disoccupazione; con abuso d’autorità, per il ruolo di sacerdote e datore di lavoro», lo costringeva a subire atti sessuali in diverse occasioni. Non solo. Nel corso delle indagini è emerso che nell’estate 2006 don Sergio aveva carpito la fiducia di un ragazzino di 13 anni, che faceva l’animatore in parrocchia: lo aveva invitato da solo in oratorio, gli aveva offerto un’aranciata e 10 euro e lo aveva toccato. Nell’estate 2011 era accaduto ad un ragazzo di 16 anni, che ricevette una mancia in cambio di alcuni lavori e di un’aranciata; il prete gli fece dei massaggi, il ragazzino si allontanò. Infine, ad altri tre giovanissimi aveva chiesto di scambiarsi dei massaggi dietro il pagamento di piccole mance, ma dopo i primi toccamenti i minorenni avevano reagito ed erano scappati. Queste ulteriori cinque vittime si erano rivolte in caserma quando la vicenda era diventata di dominio pubblico. Il sacerdote, pentito, ha preferito patteggiare. La pena è stata sospesa. D.N.

  • Pedofilia, Usa: I Gesuiti pagheranno 166 mln di dollari alle vittime (Ansa)

    Pedofilia, Usa: I Gesuiti pagheranno 166 mln di dollari alle vittime (Ansa)

    I gesuiti del nord-ovest degli Usa hanno accettato di pagare la somma di 166,1 milioni di dollari a oltre 500 vittime di preti pedofili. L’accordo, che prevede anche una lettera di scuse alle vittime, comprende gli stati di Oregon, Washington, Idaho, Montana ed Alaska. «È finalmente venuto il giorno della giustizia», ha dichiarato Clarita Vargas, che aveva rivelato di essere stata abusata, insieme ad altre due sorelle, mentre frequentava una scuola in una riserva indiana nello stato di Washington, quando aveva sei anni. Quasi tutte le vittime sono indiani d’America e indigeni d’Alaska. Molti degli abusati vivevano in villaggi remoti e in riserve indiane. I gesuiti sono stati accusati di avere usato queste aree povere e remote per liberarsi dei preti che davano problemi altrove. L’accordo raggiunto è il terzo per valore del risarcimento dopo i 660 milioni di dollari pagati a suo tempo dalla Diocesi di Los Angeles a 508 vittime e i 198 milioni di dollari pagati da quella di San Diego a 144 vittime. (DI)