RAVENNA – Un parroco della provincia di Ravenna, Don Giovanni Desio, è stato arrestato per atti sessuali con minori. Si tratta dello stesso religioso che a febbraio finì col suo Suv in un canale a Casalborsetti con un tasso alcolemico quasi 4 volte oltre il limite. E’ in carcere.
Il parroco era finito nel canale Destra Reno a Casalborsetti, sul litorale ravennate, con un Suv Bmw nuovo da 35 mila euro. Aveva poi spiegato che quella sera era di ritorno da una cena di una famiglia di parrocchiani, durante la quale aveva bevuto pochi bicchieri di vino bianco. E che comunque non era ubriaco.
La Bmw X1-18 era stata comperata a km zero poche settimane prima da una concessionaria di Ravenna, anche grazie a un finanziamento e alla restituzione della sua vecchia auto. Il sogno di una vita che si era realizzato a 50 anni e che gli avrebbe consentito – aveva spiegato il religioso dopo l’incidente – di fare lunghi viaggi per questioni di sacerdozio e di giornalismo (è critico musicale e cinematografico).
Don Desio – originario di Milano, nel suo curriculum ha anche la direzione del settimanale diocesano ‘Risveglio 2000′ – è da 13 anni parroco della piccola località rivierasca dove è conosciuto con il soprannome di ‘John’. A salvarlo, poco prima che il Suv finisse immerso nelle acque del canale, erano stati tre uomini che, dopo avere sfondato il lunotto posteriore del veicolo con un martello, avevano estratto il sacerdote.
Categoria: Emilia Romagna
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Don Giovanni Desio in carcere per “sesso con minori”. Finì in un canale col suv
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Sesso con ragazzini, arrestato il parroco di Casal Borsetti
Si tratta dello stesso religioso che a febbraio finì con il Suv in un canale (FOTO) con un tasso alcolemico quasi 4 volte oltre il limite. Le manette sono scattate in canonica. Il gip: “Figura con spiccata spregiudicatezza e senza freni inibitori”. Ravenna, 5 aprile 2014 – Il parroco di Casal Borsetti don Giovanni Desio è stato arrestato verso le 11 dalla polizia di Ravenna. L’arresto, per adescamento e atti sessuali con minorenni, è avvenuto in canonica. Quando gli agenti sono entrati hanno prima fatto allontanare le altre persone presenti, poi hanno consegnato l’ordinanza di carcerazione al sacerdote, ammutolito, che è stato il pomeriggio in Questura a Ravenna, in attesa di essere trasferito in carcere. La polizia gli ha notificato un’ordinanza di carcerazione emessa dal gip Rossella Materia, su richiesta del pm Isabella Cavallari. Il gip del parroco scrive: “figura con spiccata spregiudicatezza e capacità a delinquere con totale assenza di freni inibitori”, la sua condotta “poteva essere contrastata solo attraverso la misura estrema di cautela”. Don Giovanni Desio a febbraio finì con il suo Suv in un canale a Casal Borsetti con un tasso alcolemico quasi 4 volte oltre il limite. A salvare il parroco, poco prima che il Suv finisse immerso nelle acque del canale, erano stati tre uomini che, dopo avere sfondato il lunotto posteriore del veicolo con un martello, lo avevano estratto vivo. Il sacerdote aveva poi spiegato che quella sera era di ritorno da una cena di una famiglia di parrocchiani, durante la quale aveva bevuto pochi bicchieri di vino bianco e che non era ubriaco. Il Suv Bmw X1-18 era stato acquistato a chilometro zero poche settimane prima in una concessionaria di Ravenna, anche grazie a un finanziamento e alla restituzione della vecchia auto del religioso. Don Desio, originario di Milano, nel suo curriculum ha anche la direzione del settimanale diocesano ‘Risveglio 2000’. Da 13 anni è parroco di Casal Borsetti dove è conosciuto con il soprannome di ‘John’. Il suo avvocato – Enrico Maria Saviotti, del Foro di Ravenna – che si trovava fuori città, non appena avvertito dell’arresto in corso è tornato per assistere alle perquisizioni. Anche il vescovo, monsignor Lorenzo Ghizzoni, oggi è fuori città: si trova ad Assisi per una due giorni con i ragazzi della Diocesi. “E’ stata un’operazione chirurgica anti-pedofilia – ha precisato il procuratore capo di Ravenna Alessandro Mancini dopo l’arresto del sacerdote -, senza enfasi, sappiamo che è un momento doloroso. Ma non daremo tregua a nessuno per questo tipo di reati”. Il questore, Mario Mandelli, ha voluto sottolineare il buon lavoro di coordinamento con l’autorità giudiziaria per un’indagine definita “molto delicata”. E il dirigente della squadra Mobile, il vicequestore aggiunto Nicola Gallo, ha parlato di un “quadro di riscontri investigativi ampio, solido e consistente”.
http://www.ilrestodelcarlino.it/ravenna/cronaca/2014/04/05/1049134-sacerdote-violenza-minori-arrestato.shtml
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Prete accusato di pedofilia presenta il suo alibi. Un caso seguito da Rete L’ABUSO
Procede su due binari paralleli la vicenda del parroco accusato di atti di pedofilia dal padre di un minore e che ha a sua volta denunciato per minacce, estorsione e stalking la propria controparte.
Ieri in aula, in udienza a porte chiuse, il ‘don’ ha raccontato la sua verità. La vicenda di cui si parla ha inizio nel 2010, quando la famiglia giunge in un paese della provincia ferrarese e viene ospitata dal don, 60 anni, che offre loro vitto e alloggio. Ben presto la convivenza inizia a stare stretta e il prete invita la famiglia ad andarsene. Il 35enne non la vede allo stesso modo e ne nasce una causa civile che darà ragione al sacerdote. La famiglia – marito, moglie e due figli piccoli – però non trasloca nemmeno dopo la sentenza di occupazione abusiva dell’appartamento. Intanto parte la denuncia per violenza sessuale ai danni del bambino della coppia, di pochi anni. Si parla di particolari attenzioni ricevute dal minore durante una festa di compleanno. In più lo straniero, assistito dall’avvocato Giovanni Montalto, deposita un’altra denuncia contro il prete. Questa volta per truffa: con raggiri gli avrebbe sottratto 43mila euro.
L’udienza di ieri pomeriggio, 25 marzo, riguardava però solo il processo per pedofilia. Il parroco, nei panni dell’imputato e difeso dall’avvocato Claudio Maruzzi, ha fornito una lunga deposizione di oltre due ore, parlando di circostanze che lo scagionerebbero dall’accusa. Il prete ha infatti riferito di avere un solido alibi riscontrabile attraverso le testimonianze: la celebrazione di una funzione religiosa proprio in contemporanea alla festa durante la quale è accusato degli atti di pedofilia. Inevitabile anche ‘l’invasione di campo’ nel procedimento parallelo, con il racconto da parte del religioso dei rapporti ormai logori con i genitori del bambino e dei loro presunti tentativi di estorsione.
Al termine dell’udienza, il gup Silvia Marini ha disposto il rinvio per valutare e decidere di ammettere le nuove prove portate dalla difesa, che nel frattempo ha chiesto di procedere con il rito abbreviato.
Il procedimento a parti invertite, per minacce, estorsione e stalking (il prete sostiene di essere stato minacciato dal suo ospite: se mi sfratti di denuncio per pedofilia) al momento è invece stoppato di fronte alla richiesta di archiviazione della procura. Su questo fronte l’avvocato Maruzzi ha fatto opposizione e il passo successivo sarà il vaglio del gup, che deciderà in base alle prove a disposizione se accogliere l’archiviazione o rinviare gli atti al pm per ulteriori indagini.
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Bologna. Don Stefano Benuzzi: “Al Forteto avevo relazione con ragazza”, “Cardinali e vescovi sapevano tutto”. Firenze, processo per abusi in comunità
FIRENZE – «Al Forteto mi chiamavano “il priore”, avevo una relazione con una ragazza di cui sapevano anche vescovi e cardinali»; una volta «capitò che Rodolfo Fiesoli mi baciò in bocca, ma era un atto casto, puro, senza violenza» e comunque «il punto finale è Rodolfo, dopo di lui c’è Dio. Solo Dio c’è sopra di lui. Di Fiesoli mi affascinava la sua interpretazione del Vangelo»: così alcuni passi della testimonianza di un parroco del Bolognese, don Stefano Benuzzi, al processo sul Forteto, la cooperativa agricola del Mugello a cui il tribunale dei minori di Firenze affidava giovani disagiati.
Il prete, che è anche insegnante di religione in un liceo di Bologna, ha risposto alle domande del processo che vede imputati per maltrattamenti Fiesoli, storico fondatore del Forteto, e altri 22 collaboratori. Fiesoli è anche imputato di violenze sessuali su giovani. Don Benuzzi ha intrattenuto rapporti con Fiesoli e la comunità negli anni 2000 tanto da accompagnarvi frequentemente, anche una volta la settimana, suoi giovani parrocchiani che poi hanno scelto di viverci e che attualmente costituiscono il gruppo detto «dei bolognesi», al momento quello anagraficamente più giovane del Forteto, comunità fondata negli anni ’70.
24 febbraio 2014http://corrieredibologna.corriere.it/bolog…123645351.shtml
Un prete-insegnante: “Al Forteto stavo con una ragazza, lo sapevano vescovi e cardinali”
Un sacerdote bolognese parla a Firenze al processo sul Forteto, la cooperativa agricola del Mugello a cui il tribunale dei minori di Firenze affidava giovani disagiatiPROCESSO FORTETO, “IO VIOLENTATO DA FIESOLI PER 8 ANNI”
Noi, prigionieri al Forteto, con le catene nella testa: era come nel libro di Orwell”
Processo Forteto, continuano le deposizioni choc: “Costringemmo un bambino a dire che la madre lo cedeva a un pedofilo”Bologna, 24 febbraio 2014 – Continua il processo sul Forteto, la cooperativa agricola del Mugello a cui il tribunale dei minori di Firenze affidava giovani disagiati. Questa volta arriva la testimonianza choc di un prete bolognese, don Stefano Benuzzi: “Al Forteto mi chiamavano ‘il priore’, avevo una relazione con una ragazza nella comunità di cui sapevano anche vescovi e cardinali”; una volta “capitò che Rodolfo Fiesoli mi baciò in bocca, ma era un atto casto, puro, senza violenza” e comunque “il punto finale è Rodolfo, dopo di lui c’è Dio. Solo Dio c’è sopra di lui. Di Fiesoli mi affascinava la sua interpretazione del Vangelo”.
Questi alcuni passi della testimonianza di don Benuzzi. Il prete, che è anche insegnante di religione in un liceo di Bologna, ha risposto alle domande del processo che vede imputati per maltrattamenti Fiesoli, storico fondatore del Forteto, e altri 22 collaboratori. Fiesoli è anche imputato di violenze sessuali su giovani.
Don Benuzzi ha intrattenuto rapporti con Fiesoli e la comunità negli anni 2000 tanto da accompagnarvi frequentemente, anche una volta la settimana, suoi giovani parrocchiani che poi hanno scelto di viverci e che attualmente costituiscono il gruppo detto “dei bolognesi”, al momento quello anagraficamente più giovane del Forteto, comunita’ fondata negli anni ’70.
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Chiesa e pedofilia: il grande bluff di papa Francesco
Una 14enne violentata da un prete, vittima rimasta senza verità e senza giustizia da parte della Chiesa cattolica e del suo capo, che ha preferito tacere e non agire.
Una delle novità del pontificato di Bergoglio più diffusamente riprese dai media italiani e stranieri sono le telefonate che il nuovo papa compie a persone comuni di qualsiasi ceto sociale e condizione, uomini, donne, ragazze e ragazzi, sia che scrivano al capo della chiesa cattolica, sia che non gli si rivolgano, ma siano da lui stesso cercati per le ragioni le più diverse. Questa pratica fa indubbiamente parte dell’ampia gamma di strategie di propaganda e informazione messe in atto dal nuovo pontificato per rispondere alla profondissima crisi del cattolicesimo istituzionale contemporaneo. A questo proposito, non sono neppure da trascurare le conseguenze dell’assunzione presso la Segreteria di Stato come advisor alla comunicazione (già durante il pontificato di Ratzinger) del giornalista americano dell’Opus Dei Greg Burke.
In quest’ottica, a mio parere, vanno inquadrate iniziative quali la diffusione delle prediche quotidiane tenute da Bergoglio a S. Marta (sull’esempio delle famose “chiacchierate al caminetto” di Roosevelt a partire dagli anni trenta negli Stati Uniti). Oppure l’insistenza su temi come il ritorno all’evangelizzazione degli albori del cristianesimo, immagine che allo stesso tempo rimanda indirettamente alla situazione critica, specialmente in occidente, della religione cattolica. Da questo punto di vista, è possibile paragonare, con tutte le differenze del caso, Bergoglio alla figura di Gorbacëv, ma in un senso diverso da come è stato fatto da parte di molti commentatori: come lo statista sovietico cercò, senza successo, di rinnovare il comunismo tornando alla spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre, così Bergoglio tenta di richiamare i fedeli alla “spinta propulsiva” (per rimanere nel linguaggio marxista) dell’invito evangelico di Cristo ai suoi seguaci di annunciare la fede.
Ovviamente, perché tale paragone funzioni è necessario possedere un’autentica visione storica di questi eventi: Gorbacëv non ebbe alcuna intenzione di abbandonare il comunismo, ma cercò di rinnovarlo e “aggiornarlo” in una situazione di assoluta emergenza del sistema, in preda a una crisi strutturale oramai irreversibile, tornando alle origini leniniste (posizione assai chiara nei suoi discorsi e nelle politiche da lui perseguite). Nell’Europa occidentale la sua azione fu invece letta come una proposta di trasformazione radicale dell’Unione Sovietica, dando così vita al mito del Gorbacëv democratico che ha intenzionalmente prodotto il crollo del comunismo. Così Bergoglio a più riprese ha insistito sulla volontà di rispettare l’attuale struttura istituzionale e clericale della chiesa cattolica, presentandosi come “figlio della Chiesa”, operando solo alcuni minimi cambiamenti, spesso più d’immagine che reali, e promuovendo il ritorno all’evangelizzazione senza mettere in discussione il sistema cattolico, ma agendo totalmente entro di esso. Come del resto è naturale per una persona educata, cresciuta e promossa da tale struttura, membro, egli stesso, del governo della chiesa a livello locale e designato come capo dell’intera chiesa cattolica dai suoi colleghi cardinali.
Anche in questo caso si è diffuso il mito di un papa “democratico”, nel senso di rivoluzionario o riformatore radicale, innovatore e promotore di un sistema e di una struttura differenti, immagine ampiamente sfruttata sia dalla sfera clericale (ma anche laica) della chiesa, sia da molti commentatori e organi d’informazione laici, a tutto vantaggio e interesse della prima (anche se con declinazioni non sempre coincidenti). Diversi segnali fanno tuttavia ritenere che la conclusione potrebbe essere analoga a quella della vicenda del leader sovietico, seppur non con uguale tempistica: l’implosione del sistema clericale e istituzionale che governa la chiesa cattolica di fronte alle esigenze di libertà, dignità, trasparenza e diritti umani che ovunque emergono in maniera sempre più pressante e insistente. Questa divaricazione tra l’immagine propagandata, quella percepita e l’azione reale di papa Francesco appare evidente proprio se si analizzano attentamente le “telefonate papali”, mezzo efficace di promozione del mito. Infatti, a meno di pensare a fantomatiche “intercettazioni” da parte di giornalisti esterni al Vaticano, quando non sono rivelate dagli stessi protagonisti queste chiamate telefoniche del papa a illustri sconosciuti sono abilmente diffuse dall’interno stesso del governo centrale della chiesa cattolica, con una selezione attenta della tipologia dei destinatari e un significativo silenzio sulle chiamate non fatte, sempre in funzione dell’immagine pubblica da coltivare e proiettare.
In effetti, questa strategia di propaganda entra in crisi e mostra tutte le proprie debolezze nel momento in cui si dimostra incoerente: quando cioè non viene fatta una telefonata che invece moltissimi cattolici (e non solo) si attendevano che avvenisse, anche in tempi celeri. Crisi tale che richiede il silenzio su questo “non evento”, altrettanto significativo quanto gli altri “eventi”. Mi riferisco alla vicenda di don Pietro Tosi. Come è noto, don Tosi, il prete violentatore di una ragazza di 14 anni, è morto impunito a metà gennaio scorso. Ed è morto da sacerdote perché, a norma del diritto canonico e delle norme specifiche vigenti, non è stato ridotto allo stato laicale. In realtà, è sempre possibile per le autorità religiose cattoliche, volendolo, spretare simili criminali, ma ciò, in questo come in altri casi, non è avvenuto. A quanto risulta dalle notizie diffuse, il funerale è stato concelebrato da circa una ventina di sacerdoti, circostanza certamente non consueta. Durante la cerimonia è stata letta una vergognosa lettera del prete violentatore, in cui don Tosi si rivolgeva al proprio vescovo e si diffondeva in considerazioni sulla funzione consolatoria del suo sacerdozio.
Lettera quanto mai significativa, perché indirizzata alla gerarchia e imbevuta della consapevolezza di essere membro della casta che lo aveva, di fatto, difeso e protetto nonostante il suo crimine. E anche perché piena della convinzione di dover rendere conto solo ai suoi superiori religiosi e al soprannaturale, non a quella ragazza che aveva violentato, né a suo figlio nato dalla violenza, esseri umani devastati nella loro dignità e offesi in modo permanente senza alcuna riparazione. E neanche a tutti i parrocchiani e i fedeli per anni ingannati da un sacerdote abusatore di una minorenne, lasciata completamente da sola senza alcun aiuto economico ad affrontare una terribile violenza e una maternità all’età di 14 anni. Sempre secondo le cronache, don Andrea Turazzi, celebrante principale del funerale e qualche giorno dopo consacrato vescovo della diocesi di San Marino-Montefeltro, durante l’omelia si è riferito al presunto incontro tra il prete Tosi e dio nel “dolore” e nella “polvere”.
Tralasciamo il fatto che dolore e polvere sono, se mai esistite, conseguenze della scoperta pubblica del crimine compiuto, non del crimine stesso al momento in cui fu commesso. Ciò che colpisce in queste affermazioni è l’assoluta mancanza di consapevolezza della gravità delle violenze e di tutto quanto ne è seguito. Come anche, in filigrana, la persistente volontà di assolvere i criminali solo perché preti. Prova evidente di ciò è il comunicato emesso dal vescovo di Ferrara in occasione della morte di don Tosi. Negri infatti, pur riferendosi alle enormi sofferenze causate da Tosi, ha ricordato anche le opere di bene compiute dal prete. Affermazione sconcertante, se si tiene conto del fatto che proprio quel presunto bene ha consentito a don Tosi di potersi mascherare da persona onesta, compiere indisturbato il crimine ripugnante della violenza su una minorenne, negarlo proteggendosi dietro quella maschera e l’istituzione che per trent’anni l’ha coperto, rimanere impunito per decenni e fino alla morte, una volta che l’abuso è stato pubblicamente provato. Inoltre, il silenzio e l’omertà delle autorità religiose locali e centrali ha impedito di approfondire altre eventuali circostanze: è stato quello l’unico abuso compiuto da quel prete o, come accade in questi casi quasi sempre, ve ne sono altri? La Santa Sede, governo centrale della chiesa cattolica, è stata informata di questo crimine, come farebbero pensare le ripetute dichiarazioni di alcuni protagonisti della vicenda di aver sempre seguito le istruzioni che provenivano da Roma? E soprattutto, si può parlare di dolore e polvere per un simile criminale che ha sempre negato le proprie responsabilità? Ha senso farlo di fronte al vero dolore delle vittime e alla giustizia loro negata?
Proviamo a immaginare per un momento quale sarebbe stata la reazione della cosiddetta opinione pubblica di fronte ad affermazioni del genere (ha provocato grandi sofferenze, ma anche procurato molto bene) se, invece di un sacerdote, si fosse di un violentatore laico. Ora, le considerazioni sul significato di questa vicenda e di questa morte da impunito di un prete violentatore sono numerose e tutte rilevanti. La storia di don Tosi dimostra che nella chiesa cattolica (come è accaduto in altri casi quali quello di padre Maciel, il fondatore dei Legionari di Cristo, di padre Murphy e dei religiosi dell’Istituto Provolo di Verona violentatori di bambini e bambine sordi e muti) chi stupra una minorenne può morire rimanendo prete. Il fatto che esistano altri casi in cui alcuni sacerdoti vengono invece ridotti allo stato laicale, spinge ad altre considerazioni.
Se si analizzano attentamente quei casi, è possibile parlare non solo e non tanto di eccezioni, ma anche di decisioni opportunistiche in relazione al contesto locale o nazionale, alla preoccupazione per lo scandalo pubblico, all’età dei criminali coinvolti (criterio per cui praticamente sempre si cerca di attendere la morte dei sacerdoti già anziani riconosciuti colpevoli, piuttosto che spretarli), al potenziale coinvolgimento di altri personaggi oggettivamente complici delle violenze (in particolare dei vescovi e delle autorità religiose non solo locali). Ossia: i criteri in base ai quali la chiesa cattolica decide della gravità o meno di una violenza sono molto diversi da quelli vigenti nelle società democratiche, per quanto imperfette, incomplete e lacunose possano essere le leggi corrispondenti di queste ultime. Inoltre, vicende come quella di don Tosi costituiscono, nel caso specifico, l’ennesimo esempio della violenza contro le donne (con tutte le sue conseguenze) e sui minori da parte di una struttura patriarcale e maschilista mai messa in discussione, come la chiesa cattolica di fatto è. Non vi è dubbio, infatti, che vi sia una responsabilità istituzionale senza la quale un prete violentatore non sarebbe rimasto impunito così a lungo. E’ proprio grazie alla considerazione, allo status sociale garantito dall’essere sacerdote e dall’istituzione di cui ha fatto parte, all’omertà istituzionale di cui ha goduto che don Tosi ha potuto cavarsela e ricevere l’omaggio di un simile funerale al momento della sua morte.
Non da ultimo, la grave situazione della chiesa italiana, in cui continuano a emergere casi di abusi su minori compiuti dal clero, nella persistente volontà dei suoi vertici di non procedere ad alcuna denuncia una volta che se ne abbia conoscenza. Per tornare al discorso con cui si è aperto questo articolo, è importante prendere in considerazione un altro aspetto di questa vicenda: il grande silenzio di Bergoglio, direttamente chiamato in causa da Erik Zattoni, il figlio della vittima di don Tosi, e anche dal vescovo Negri, nel tentativo, in realtà maldestro, di allontanare le responsabilità dai vescovi che lo precedettero e di rifugiarsi nell’applicazione rigorosa delle norme canoniche previste in questi casi. Si tratta, a mio parere, di un abituale gioco delle parti tra autorità religiose locali (i vescovi) e autorità suprema (il papa), tipico di una struttura altamente gerarchizzata e priva di qualsiasi riferimento efficace ai diritti umani. Ma anche di una smentita clamorosa dell’immagine che il papa sta cercando di presentare di se stesso e della propria istituzione. Infatti, Bergoglio telefona a preti, suore, seminaristi, laici e laiche, amici, persone comuni che spesso gli presentano i propri problemi e le difficoltà che attraversano, ma non a Erik. Papa Francesco, apparentemente così disponibile verso tutti, non ha trovato il tempo di chiamare personalmente il figlio di una ragazza violentata da un prete all’età di 14 anni che reclamava il proprio diritto a una forma di giustizia, per quanto imperfetta, con la riduzione allo stato laicale di quel sacerdote. Di tempo il papa ne ha avuto, essendo stata resa pubblica la richiesta di Erik diversi mesi prima della morte di don Tosi.
Eppure, è mancato qualsiasi intervento pubblico del capo di una chiesa che a livello locale, ma anche centrale, ha una chiara responsabilità in vicende come questa, se non altro proprio per la mancanza di un simile intervento. Tuttavia, Bergoglio ha trovato invece il tempo di promuovere uno dei vescovi a pieno titolo responsabili della copertura di don Tosi, cioè Paolo Rabitti, a membro della Congregazione dei vescovi. Quale sarà mai la competenza dimostrata da don Rabitti per meritare questa carica? E soprattutto, quali i criteri che utilizzerà nella scelta, insieme ai suoi colleghi, dei candidati all’episcopato (la principale competenza di questa Congregazione)? Forse la fedeltà istituzionale, ossia l’omertà e il silenzio di fronte ad analoghi crimini? Evidentemente, intervenire pubblicamente sulla vicenda di don Tosi, secondo queste strategie di propaganda, avrebbe significato esporsi oltre ogni limite in una questione così delicata per la chiesa cattolica come gli abusi commessi dai suoi preti e dalle sue suore. Anche solo operare in silenzio la riduzione allo stato laicale di quel prete, sarebbe stata una manifestazione di attenzione “esagerata” e un precedente pericoloso, che magari avrebbe aperto la strada ad altre richieste di giustizia in tanti altri casi. Vengono in mente le parole che De Andrè mise in bocca al ladrone sulla croce accanto a Gesù: «ma forse era stanco, forse troppo occupato e non ascoltò il mio dolore. Ma forse era stanco, forse troppo lontano, davvero lo nominai invano».
Con una grande differenza: qui non c’è nessun ladrone, nessun dio e nessun cristo crocefisso, ma solo due vittime (una ragazza di 14 anni violentata da un prete rimasto impunito e coperto dai suoi superiori, divenuta madre a causa dello stupro, e suo figlio, rimasto di fatto senza padre per la vigliaccheria, l’arroganza e l’impunità del sacerdote criminale), un colpevole (il prete violentatore) e molti complici (tutti coloro che a diversi livelli lo hanno coperto e protetto). Le vittime sono rimaste senza verità e senza giustizia da parte della chiesa cattolica e del suo capo, il papa, che ha preferito tacere e non agire.
Tommaso Dell’Era, Fondazione Critica Liberale
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Parroco vola nel canale, “Contro di me fango e tanto odio”
Lo sfogo di don Desio, il sacerdote salvato per miracolo. Domenica non dirà messa. Le immagini dell’incidente
di Lorenzo Priviato
Ravenna, 16 febbraio 2014 – ‘Avrò tanti difetti, ma la cattiveria non mi appartiene’, posta sulla sua pagina facebook don Giovanni Desio. Si riferisce, è chiaro, agli sfottò e a quel messaggio incivile al suo indirizzo: ‘era meglio se restavi in carrozzina’. La vicenda è nota. L’incidente lunedì sera, intrappolato con la sua auto nel canale (foto). Salvato da tre eroici parrocchiani di Casal Borsetti. Non dal linciaggio mediatico per quel tasso di alcol sopra il limite trovato nel suo sangue. Don Desio, questa mattina, non dirà messa perché ancora in convalescenza.
«Non voglio nascondermi — precisa —, ma sono a letto da quattro giorni, con una mano dolorante. Lasciare Casal Borsetti? E perché mai? Mi ha telefonato il vescovo, mi ha chiesto dell’incidente e come stavo. Non aveva un tono di rimprovero né vessatorio, abbiamo parlato di tutto, tranne che di un mio trasferimento. E appena sarò guarito tornerò a dire messa ai miei parrocchiani. Non ho ucciso nessuno, ha fatto male solo a me stesso… e a delle cose». È consapevole di aver sbagliato, don Desio. E che il messaggio che ci si aspetta da un uomo di chiesa dovrebbe essere diverso. Per questo si dice «pronto a pagare le conseguenze». Ma al tempo stesso dice di sentirsi umiliato. Come uomo, prima che come religioso.
«È proprio vero — spiega —, la parola ferisce più della spada. Alcuni organi di stampa mi hanno fatto passare per un ubriacone, gettandomi fango addosso, e non lo accetto. Non mi sono mai ubriacato in vita mia, nemmeno quando ho fatto il servizio militare a Pordenone. Lo ripeto. Non ero ubriaco. Avevo bevuto tre bicchieri di vino bianco. I parrocchiani dai quali ero stato ospite a cena ne sono testimoni. Non mi avrebbero mai lasciato salire in auto se mi avessero visto ubriaco. Ho chiesto io di restare in osservazione una notte, ma la sera stessa dell’incidente il medico del pronto soccorso voleva rimandarmi a casa. E un medico non manda a casa un ubriaco. Il mio sangue ha detto un’altra cosa? Accetto e pagherò le conseguenze di una legge severa. Ma io ero lucido».
Poi torna con la mente a quella sera. «Quando mi sono messo alla guida ho rispettato un rosso, uno stop. Poi non ricordo più nulla, se non di essermi trovato a mollo nel canale. È probabile abbia avuto un colpo di sonno. Del resto io soffro di insonnia e quella di lunedì era stata una giornata pesante». Eppure non sono bastati i tanti messaggi di solidarietà e attestati di affetto a cancellargli dalla mente certe parole. «Chi mi ha messo alla gogna, scrivendo solo delle mia auto e dandomi dell’ubriaco, non ha parlato di quello che ho fatto in 13 anni per questa parrocchia, di quanto abbia investito con i ragazzi e le loro famiglie nel doposcuola. Qualcuno si è inventato una petizione per cacciarmi, sono circolate voci assurde, persino che avrei tentato il suicidio. Ma soprattutto, come si può augurare a una persona salvata per miracolo, che ha vissuto un incubo inenarrabile, di restare su una sedia a rotelle? È questo il livello di inciviltà cui siamo arrivati? Siamo a livelli di disumanità tali, che qui non c’entra essere o meno contro la chiesa. Auguro a questa persona, che non conosco, tutto il bene possibile, perché ne ha bisogno. Più di me».
Ma Casal Borsetti, in questi giorni, ha mostrato piuttosto un altro volto. Quello dei tre ragazzi — Andrea Agostini, Marcello Zinzani e Riccardo Giovannelli — che lo hanno tirato fuori da quell’inferno di acqua e lamiere. E dei tanti «che la sera fanno a gara per portarmi la cena a casa, che mi chiedono di quali medicine ho bisogno. Ho sentito Andrea, Marcello e Riccardo, voglio vederli al più presto. Sono queste — dice don Giovanni — le cose che ti rendono felice. L’affetto dei parrocchiani mi ha fatto rinascere. Comunisti o meno, non cambia nulla. E oggi amo ancora di più questo paese, l’ultima parrocchia della diocesi. Qui dicono nel ‘canneto’. Gli improperi? Pazienza, te li butti alle spalle». Solitamente prodigo di comunicati e commenti nelle sue lunghe giornate di lavoro — o tra una telefonata e l’altra alle redazioni —, si registra un insolito silenzio del sindaco Matteucci: neppure due righe di pubblico elogio verso chi ha salvato la vita al sacerdote. Del resto, diceva Gesù, chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Lorenzo Priviato
http://www.ilrestodelcarlino.it/ravenna/provincia/2014/02/16/1026549-casal-borsetti-parroco-sfogo.shtml
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FERRARA: il parroco ha violentato mio figlio di 3 anni. Intervista telefonica al papà. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO
Ferrara 7-2-2014
Il drammatico racconto di Daniel, il papà che sorprende il vicino di casa, il parroco, mentre tocca nelle parti intime il figlio di 3 anni.
La denuncia e subito dopo i soprusi per mano del parroco. Oltre alla tragedia, l’uomo si trova tutti contro, viene perseguitato nel vero senso della parola. Ma non molla, per amore del figlio e per amore del prossimo e grida “quell’uomo deve pagare”.
Il 5 febbraio 2014 arriva dal tribunale la richiesta di rinvio a giudizio per don Andrea Margutti, uno spriraglio di luce per l’uomo, come tanti, troppi che vengono messi alla gogna per avere avuto il coraggio di denunciare di aver subito un crimine.
Il suo racconto.
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Pedofilia, prete nel mirino a Ferrara. la vittima ha 3 anni. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO
L’accusa è pesantissima:violenza sessuali su un bambino di pochi anni. Bordate scagliate contro un sacerdote ferrareseper il quale la procura, nei giorni scorsi, ha presentato il conto, chiedendone il rinvio a giudizio. Una storia iniziata due anni fa con la denuncia di un 35enne straniero (il genitore del piccolo) nei confronti del parroco il quale, a sua volta, ha depositato una controdenuncia per minacce, estorsione e stalking.
«Abbiamo fatto ulteriori indagini difensive — attacca Claudio Maruzzi, avvocato del don — e scoperto cose molto interessanti: tutto quello che ha fatto questo signore che ci chiama in causa, è strumentale per poter rimanere in Italia. Dimostreremo, infatti, che è clandestino. Riteniamo di avere in mano elementi sufficienti per poter sostenere che ci troviamo di fronte a una folle messinscena per evitare l’espulsione». Fine 2010, in un paese del ferrarese arriva il 35enne con la famiglia. Il sacerdote decide di ospitare tutti a casa sua, offrendone vitto e sostentamento. Ma con il trascorrere del tempo il rapporto si spezza e comincia la battaglia giudiziaria.
Partono le denunce contro il parroco. Una per truffa (secondo l’immigrato gli avrebbe sottratto 43mila euro) ma soprattutto, ben peggiore, una per abusi sessuali sul figlioletto, in particolare durante una festa di compleanno del minore. «I fatti — riprende l’avvocato Maruzzi — sono stati costruiti in corso d’opera, la denuncia originaria non menzionava neppure questo episodio. In base ad alcune testimonianze assunte — precisa subito il difensore —, la descrizione delle presunte azioni durante quella festa di compleanno è assolutamente incompatibile sia dal punto di vista temporale che logistico». Una prima vittoria per la difesa è arrivata alla fine dell’anno scorso: il giudice civile, infatti, ha accertato l’occupazione abusiva dell’immobile dove vive lo straniero con ordine di sloggio datato 3 dicembre. «Ma ad oggi non è stato ancora eseguito — chiosa il legale — e il 35enne è ancora in quell’abitazione, e sempre a spese del parroco».
Ma a rivolgersi alla giustizia è stato anche quest’ultimo, che, respingendo le accuse, ha sporto denuncia per estorsione, stalking e minacce. Il religioso ha infatti riferito di aver ricevuto pesanti pressioni dall’immigrato («Mi ha detto: se non mi intesti la casa ti rovino e dico a tutti che sei un pedofilo», aveva raccontato in questura). La procura aveva chiesto l’archiviazione, opposta però dalla controparte. Per questi fatti l’udienza dovrebbe essere fissata ad aprile. Diverso, invece, il discorso delle molestie per le quali il pubblico ministero Ciro Alberto Savino ora ha chiesto il rinvio a giudizio. Degli ultimi sviluppi è già stata informata anche la Curia. «Il mio assistito — chiude Maruzzi — continua a vivere in un incubo per opera di chi ha abusato della sua generosità. Ma abbiamo le carte per dimostrare la verità». Tutto è rimandato alla preliminare.
Nicola Bianchi
http://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/cronaca/2014/02/05/1021034-pedofilia-prete-rinvio-giudizio.shtml
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Pedofilia, chiesto rinvio a giudizio per prete di Ferrara. E’ accusato di molestie sessuali
Dopo due anni di indagini la Procura di Ferrara ha chiesto il rinvio a giudizio per un sacerdote 60enne, di Ferrara, con l’accusa di molestie sessuali su un bambino che all’epoca dei fatti aveva 4 anni. Del procedimento, da fissare davanti al gup per l’udienza preliminare, è stato informato anche il vescovo Luigi Negri, poiché il procedimento penale riguarda un sacerdote della curia di Ferrara. La vicenda è riportata sui quotidiani della città. Ad accusare il prete è il padre del bimbo che il sacerdote aveva accolto in casa sua, a Ferrara: una famiglia con moglie e due figli piccoli che viveva nella stessa palazzina ma in un appartamento diverso da quello del prete. Delle molestie sessuali sul bimbo da parte del prete si sarebbe accorto il padre, che ha poi denunciato i fatti.
Molestie inesistenti, secondo la difesa del sacerdote sostenuta dall’avvocato Claudio Maruzzi: nessuna molestia, nessun atto di pedofilia, sostiene la difesa, poiché il prete sarebbe stato ricattato, minacciato e perseguitato da quel padre che era stato indagato per estorsione, minacce e stalking dal prete. Procedimento per cui la procura ha tuttavia chiesto l’archiviazione contro cui è ora pendente, davanti al giudice Piera Tassoni, la richiesta di opposizione presentata dal legale del sacerdote. Il legale del padre del bimbo: “Mi aspetto e mi auguro che questa vicenda arrivi al dibattimento pubblico, affinché ognuno si assuma responsabilità e non ci si nasconda dietro l’abito talare”.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/05/pedofilia-chiesto-rinvio-a-giudizio-per-prete-di-ferrara-e-accusato-di-molestie-sessuali/869670/
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Il prete che stuprò una 14enne lascia lettera-testamento: “Perdonatemi”
Era finito al centro di uno scandalo per la violenza sessuale, nel 1980, su una quattordicenne che era rimasta incinta. Il prete autore dello stupro, don Pietro Tosi, morto mercoledì, a 87 anni, nella casa di riposo di Cesta (Ferrara), aveva poi espresso il suo rimorso in una lettera al vescovo, Luigi Negri. “Ho sofferto e pianto – dice nella missiva, resa nota solo ora -, ho un macigno sul cuore. Chiedo perdono e ringrazio chi vorrà concedermelo”.
“Ho sofferto e pianto, ho un macigno sul cuore troppo pesante. E solo il senso di essere sacerdote mi consente di sopportarlo. Chiedo perdono per i danni che ho causato e ringrazio chi vorrà concedermelo. Anche se so che sarà difficile” riporta il testo della lettera.
Nonostante la violenza risalga al 1980, lo scandalo è esploso solo recentemente dopo che il bambino nato da quello sturpo, Erik Zattoni, ha rivelato la sua storia alla trasmissione “Le Iene”. Il ragazzo non era presente al funerale, a cui hanno preso parte invece i parenti di don Tosi e molti fedeli della parrocchia di Cornacervina.