Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Asti

  • Francia, la diocesi di Saint Etienne denuncia sospetti abusi sessuali commessi su tre minorenni

    Francia, la diocesi di Saint Etienne denuncia sospetti abusi sessuali commessi su tre minorenni

    Parigi. La diocesi francese di Saint Etienne ieri martedì 4 luglio ha denunciato i sospetti abusi sessuali commessi su tre minorenni negli anni ’80 dello scorso secolo da un prete che oggi ha 84 anni: i fatti sarebbero prescritti dalla legge, ma la diocesi ha ugualmente deciso di sospendere il religioso dal suo ministero; il vescovo, monsignor Sylvain Bataille, ha dichiarato di aver parlato con il prete sotto accusa, il quale gli avrebbe confessato di essere colpevole.

    Le prime denunce contro l’ormai anziano religioso furono presentate all’inizio degli anni 2000, ma non hanno mai avuto seguito; la vicenda aveva suscitato un vasto scandalo in Francia sull’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti degli episodi di pedofilia, spingendo infine le gerarchie ecclesiastiche ad adottare un nuovo codice di condotta per contrastare il fenomeno.

     © Agenzia Nova

    http://www.impaginato.it/article/585/francia-la-diocesi-di-saint-etienne-denuncia-sospetti-abusi-sessuali-commessi-su-tre-minorenni

  • “Perché non denunciai il prete che abusò di mia figlia di 11 – 12 anni”

    “Perché non denunciai il prete che abusò di mia figlia di 11 – 12 anni”

    “L’orco non si può perdonare”

    “La storia di Lucia che a 11 anni ha subìto molestie da un prete. Nessuno le ha creduto: “Ti accorgi anche a quell’età se qualcuno ti tocca il seno”. Parla solo oggi dopo la vicenda di padre Turturro che torna a celebrare messa dopo la condanna per pedofilia. E chiede spiegazioni agli avvocati del sacerdote di Baucina: “Chissà se hanno mai raccontato questa storia ai loro figli…”

    Lucia ha subìto violenza tra gli 11 e i 12 anni. Come tante ragazzine della sua età che hanno anima e testa da bambine ma corpo da adolescente, capì soltanto di non volere quelle attenzioni che le mettevano paura e le davano fastidio. Sul momento più paura, una paura paralizzante, poi a casa montava la rabbia. Era difficile dire alla mamma che proprio l’uomo da cui la lasciava per buona parte della giornata (“così stai con i tuoi amici e al sicuro”) non faceva la cosa giusta. Passò più di un anno prima di riuscire a comprendere che quella storia andava stoppata, anche perché quelle attenzioni, non erano più soltanto carezze.

    Oggi sono trascorsi quasi 10 anni da quando Lucia trovò la forza di parlare, prima con una zia che fece da ponte di trasmissione con una madre tanto incredula quanto poi determinata. Io non conoscevo Lucia, a stento la madre, meglio la nonna tra le più munifiche sovvenzionatrici di quella chiesa con oratorio di un quartiere semi residenziale di Palermo. L’incontro con madre e figlia avviene per volontà della ragazza, ovviamente sensibile al tema della violenza sui minori e sugli atti di pedofilia che talvolta si consumano in luoghi dove non ti aspetti di incontrare il diavolo. Siamo nello studio della casa di famiglia, dove Lucia guardò negli occhi sua madre e raccontò il suo calvario. È possibile immaginare le lacrime di allora guardando gli occhi lucidi di adesso. Una breve premessa prima di cominciare l’intervista. Il nome è di fantasia, il quartiere reale. Non si parlerà mai del padre, un medico tuttora in attività, già separato dalla famiglia all’epoca dei fatti e mai solidale con le scelte di madre e figlia. Qualche indizio temporale è appositamente falsato. È una delle poche condizioni poste dalla protagonista di questa vicenda infinitamente triste.

    Lucia, quando trovò la forza e il coraggio di parlare…

    “Avevo sopportato per diversi mesi, non capivo se ero io a fraintendere il comportamento del parroco. A quell’età le idee sono un po’ confuse. A casa mi chiudevo nella mia stanza a ripensare al significato di quelle carezze, ma prevaleva la voglia di dimenticare. Speravo che la storia finisse così com’era cominciata. Sapevo di non essere la prima a ricevere quelle attenzioni, c’era anche una ragazzina di poco più grande di me. Quando all’improvviso lei non venne più e si distaccò anche da me capii che anch’io dovevo fare qualcosa. Anche perché cominciò a diventare più insistente, più sfrontato”.

    Quindi niente più equivoci?

    “Anche se hai 12 anni se qualcuno ti tocca il seno te ne accorgi”.

    Perché si rivolse alla zia invece che a sua madre?

    “Sia la nonna che mamma ritenevano quell’uomo uno di famiglia, di cui fidarsi. E poi per vergogna. Ricordo l’abbraccio di mia zia, pensai in quel momento di essere al sicuro, che tutto era finalmente finito. Non fu così facile, ovviamente”.

    Cosa accadde dopo che sua madre lo venne a sapere?

    “Alcuni particolari li seppi anni dopo, attorno a me all’inizio scattò un muro di protezione. Mia madre cercò, con cautela, di informarsi con i genitori degli altri ragazzini che frequentavano l’oratorio. La presero quasi per pazza, tranne un professore che intuì o forse sapeva. Io intanto non misi più piede da sola in quella chiesa. Una volta andai di domenica con mia madre, credo che lo volesse sfidare o qualcosa del genere. Io tenni gli occhi bassi per tutto il tempo”.

    Avete denunciato il prete? (A questa domanda risponde la madre)

    “La prima idea fu questa, mio marito mi frenò per evitare che Lucia potesse subire un trauma ancora più prolungato. Grazie ad un conoscente mi recai in Curia e chiesi consiglio ad un amico di amici. Feci nome e cognome, raccontai ciò che mia figlia mi aveva svelato. Mi ascoltò, mi disse che si trattava di un parroco di grande capacità con i ragazzi e di ottima reputazione. Ebbi l’impressione di non essere creduta. Mi chiese di vedere mia figlia. E così lasciai perdere”.

    “Non ha lasciato perdere del tutto – s’intromette Lucia -. Un giorno si presentò in sagrestia, fece uscire tutti e restò faccia a faccia con il prete. Mi dicono che le urla si sentirono sino in piazza. Poi mia madre scrisse una lettera che inviò a tutti i genitori dei ragazzi dell’oratorio. Nessuno le rispose, ma pian piano l’oratorio si svuotò. Il prete disse una volta che c’erano certe malelingue…E la nonna disse a tutte le sue amiche che quel prete era un porco. Così finimmo per essere emarginate in tre”.

    Non lo incontrò mai più?

    “Evitavo di passare davanti alla chiesa, per andare a scuola facevo il giro da dietro il mio palazzo. Poi cambiammo casa. L’ho visto in un paio di circostanze ma non a tu per tu. Una volta a Palazzo Jung, in un convegno della Provincia”.

    Crede che si riconoscerà leggendo la sua storia?

    “Sono stata a lungo combattuta se raccontare tutto ad un magistrato, adesso che sono passati tanti anni e sono maggiorenne. Mi sono consultato con un avvocato, mi ha detto che senza testimoni e dopo così tanti anni sarebbe difficile sostenere l’accusa. Però una cosa l’ho fatta: ho spedito una lettera alla Curia, qualche anno fa, mettendo tutto nero su bianco”.

    Risultato?

    “Nessuno. Ma non potranno dire di non avere saputo”.

    Il prete è ancora al suo posto?

    “E’ l’unica domanda a cui non voglio rispondere. Ma credo che oggi sia innocuo. Non posso dirle di più”.

    Ha perdonato?

    “Non posso perdonare. Quello che ha fatto è schifoso. Ho superato la voglia di vendetta, questo sì. È anche per questo che posso parlarne”.

    Perché proprio oggi?

    “Ho letto la notizia di padre Turturro, un prete che ha scontato la sua pena ma che è tornato a fare il sacerdote, non è stato sospeso a divinis. E allora è giusto ricordare che, in un certo periodo, per ogni caso di pedofilia accertata ce n’erano almeno altri due sommersi. Io ne sono la prova. Mia madre mi ha voluto proteggere, oggi penso che denunceremmo, senza riserve. E sono anche convinta che all’interno della Chiesa alcune cose sono cambiate, anche se la storia di Turturro resta un mistero. Mi permette un ultimo pensiero su questa vicenda?”

    Prego…

    “Ho letto che l’accusa più grave è caduta perché gli avvocati di Turturro sono riusciti a dimostrare che la violenza più grave era stata compiuta un anno prima rispetto ai fatti contestati. E che grazie a ciò il reato è andato in prescrizione. Io studio giurisprudenza e so che il diritto alla difesa è inalienabile. Ma quegli avvocati hanno raccontato questa storia ai loro figli? Hanno spiegato loro come sono riusciti ad evitare una pena più esemplare ad un prete condannato per pedofilia? Saranno anche bravi ma devono avere una coscienza corazzata e tanto pelo nello stomaco…”

    “L’orco non si può perdonare”

  • Vescovo colpevole di abusi sui minori: la Chiesa inglese ha nascosto tutto

    Vescovo colpevole di abusi sui minori: la Chiesa inglese ha nascosto tutto

    L’ammissione arriva da Justin Welby, arcivescovo di Canterbury che ha definito il comportamento “scioccante”

    È sempre forte lo sconcerto quando veniamo a conoscenza di abusi su minori, ma la sensazione aumenta se a rendersi protagoniste di queste azioni sono persone con un ruolo importante per la società. Per la prima volta, infatti, Justin Welby, arcivescovo di Canterbury, è arrivato ad ammettere una serie di episodi compiuti in passato da un vescovo. Le vittime erano quasi tutte poco più di bambini. La Chiesa inglese ha però fatto il possibile per fare in modo che l’accaduto non venisse alla luce.

    Fatti impossibili da dimenticare

    Per la prima volta Justin Welby, arcivescovo di Canterbury, è arrivato ad ammettere gli abusi sessuali compiuti ai danni di ragazzi da un vescovo. Non solo, gli esponenti della Chiesa anglicana hanno fatto il possibile per tenere nascosti fatti così gravi. Sono stati diversi i religiosi, nell’arco di circa un ventennio, a rendersi omertosi per paura dello scandalo che ne sarebbe scaturito.

    Il responsabile delle violenze è Peter Ball, ex vescovo di Lewes condannato a 32 mesi carcere nel 2015 per molestie. L’uomo è finito in carcere a ottobre 2015 per sfruttamento sessuale e abuso di 18 giovani, di età compresa tra i 17 e i 25 anni. Le vittime avevano con lui un rapporto di particolare vicinanza: dal 1977 al 1992 il prelato era la loro guida spirituale. È stato poi rilasciato a febbraio dopo 16 mesi di detenzione.

    Un’omertà che fa male

    Non è solo la Chiesa protestante a essere coinvolta in una situazione così terribile. Negli ultimi tempi, infatti, non son omancati casi di omertà che hanno coinvolto anche i cattolici. Welby ha quindi voluto sottolineare quanto questo modo di agire sia grave per chi opera nel nome di Dio. “La Chiesa ha nascosto, piuttosto che cercare di aiutare coloro che sono stati abbastanza coraggiosi per denunciare. Questo è comportamento è scioccante” ha riferito a il Guardian.

    La posizione di Papa Francesco

    Poco più di un anno fa anche Papa Francesco si era espresso sui casi di abusi della Chiesa ai danni di minori. Un fatto certamente nuovo per un Pontefice. Il Santo Padre, infatti, ha pensato all’introduzione di una nuova legge per rimuovere vescovi e superiori religiosi che non hanno agito in modo responsabile davanti a denunce di abusi sessuali compiuti da ecclesiastici sottoposti alla loro autorità.

    L’idea di Bergoglio non riforma il canone 193 del Codice di Diritto Canonico che già contempla la possibilità della rimozione. Si punta invece a una procedura molto semplice e rapida per applicarlo nei casi di negligenza.

    http://www.thesocialpost.it/2017/06/23/vescovo-colpevole-abusi-minori-chiesa-inglese-nascosto/

  • Il pedofilo, un orco mascherato da uomo

    Il pedofilo, un orco mascherato da uomo

    Dietro un’apparente gentilezza e un falso interesse per la preda si cela un concentrato di odio e di anaffettività
    Il pedofilo è un malato mentale grave. Dal punto di vista sintomatologico la pedofilia è caratterizzata da manifestazioni che contemporaneamente contemplano: l’infanzia, l’affettività e la violenza. Come psicoterapeuti bisogna però abbandonare la visione superficiale dei fatti manifesti e andare alla lettura del latente, del senso dei fatti. Quindi, parlando di “infanzia” si deve andare oltre la dimensione “medico-pediatrica” per coglierne quella inerente la psicologia dello sviluppo psichico e identitario.

    Così pure riferendosi all’area della “affettività” dobbiamo coglierne non l’eventuale e solo apparente aspetto sessuale ma la dimensione specifica del rapporto affettivo tra un minore e un adulto. Infine citando la “violenza” ci deve interessare non tanto l’aspetto sadico della pedofilia, non sempre presente, quanto la sua estrinsecazione psicologica, in cui l’aggressività (spesso latente cioè non materiale) fa capo all’anaffettività e all’odio.

    Così meglio definiti i tre aspetti della sintomatologia di competenza della pedofilia, possiamo ora esaminare come essi riguardino il pedofilo nella sua scelta del punto di attacco, nello strumento da lui utilizzato e nell’intenzionalità che lo muove. Il punto di attacco è rappresentato dalla speranza di colui che è in formazione umana, ovvero di colui che mosso da fisiologica ingenuità cerca un “genitore”, un adulto che lo ami, cioè lo capisca e gli consenta di realizzare la sua ancora incerta identità che necessita di conferma: «Avere la speranza di trovare un altro essere umano uguale a me, meglio di me, che mi voglia bene permettendomi di diventare grande e quindi sicuro delle percezioni della mia mente». Lo strumento è la seduzione, non solo quella fisica del piacere materiale ma anche quella mentale del piacere di capire, di conoscere, quella che venne chiamata paideia dagli antichi greci.

    La pericolosa seduzione del rapporto interumano perverso. Inganni e bugie travestite da dolcissime mele avvelenate o da melodiosi canti di sirene. La seduzione rende la vittima complice del rapporto perverso e la complicità condivisa sarà la tagliola che legherà il bimbo ingenuo al perverso con la catena ferrea dei sensi di colpa, per aver ceduto alla gentilezza del serpente incantatore, per essersi lasciato coinvolgere in un rapporto che sembrava piacevole, che appariva intelligente. La colpa della collusione imbruttisce la sua immagine. L’intenzionalità è la corruzione. Ciò che va corrotto e rovinato è la vitalità dell’immagine interna, essa dà all’identità umana la conoscenza della verità di sé stesso e dell’altro. Corrompere il minore, confonderlo affinché non raggiunga quella sapienza che si raggiunge solo cimentando la propria capacità di reagire nei rapporti interumani. E finisca per dubitare sempre di sé stesso e degli altri: «Credevo fosse una nonna gentile invece era un lupo cattivo».

    La gentilezza ipocrita di un pedofilo fiacca la vitalità e, come la tortura fisica (ma forse peggio in quanto invisibile), mira a scindere la realtà del corpo e della ragione cosciente dalla verità non materiale della nascita e del primo anno di vita (ossia la vitalità e la capacità di immaginare), affinché per compiacere il corpo materiale o la ragione cosciente si rinunci a sentire e conoscere la verità dolorosa di un rapporto interumano, si rinunci a difendere la verità di sé stessi. A questo punto è pleonastico dilungarsi sull’eziologia della pedofilia in quanto essa è esattamente ciò che il pedofilo procura di fare alla sua vittima ovvero farlo diventare come lui è diventato, soggiacendo all’ambiente violento della propria infanzia, quando smettendo di sentire angoscia e dolore smise anche di ribellarsi all’aggressore invisibile e ne divenne colluso. Due parole sulla prevenzione. Essa riguarda gli adulti a cui occorre affettività e sapienza verso i figli. Il genitore buono mascherato da lupo cattivo farà giocare il bambino che si diverte perché sa chi c’è dietro la maschera; il genitore sapiente confermerà i disagi e i rifiuti, anche maldestri, del bambino nei confronti della maschera di gentilezza di persone negative.

    Così il bimbo avrà sempre più fiducia nelle proprie percezioni e intuizioni e, imparando a sentire la puzza della strega o del serpente anche sotto mentite spoglie, correrà a cercare aiuto. Bisogna però dire che anche gli adulti devono imparare a non lasciarsi incantare da certe “seduzioni culturali” come per esempio quella di Freud che ritiene la sessualità un bisogno fisico di scarica, che parla di sessualità infantile perversa, che attribuisce al bambino un normale autoerotismo. A loro va consigliato di munirsi di quello che è il miglior antidoto nei confronti della cultura razionale e religiosa: la Teoria della nascita dello psichiatra Massimo Fagioli, il cui primo libro Istinto di morte e conoscenza è stato così presentato da Barbara Palombelli in una intervista radiofonica all’autore: «È un testo che io consiglio alle mamme perché è un libro che racconta di quanto siamo fragili». Giovanni Del Missier psichiatra e psicoterapeuta

    Da LEFT del 10-06-2017

  • Il silenzio della chiesa sui casi di pedofilia in Messico

    Il silenzio della chiesa sui casi di pedofilia in Messico

    Nella regione montuosa nel nord dello stato di Oaxaca, in Messico, il prete Gerardo Silvestre Hernández per anni ha abusato sessualmente di decine di bambini indigeni. “Ci obbligava ad avere rapporti con lui. Ci faceva ubriacare,
    così non ce ne rendevamo conto”, racconta una delle vittime.

    Nonostante le prove presentate da altri sacerdoti e le testimonianze di alcuni minori, le autorità ecclesiastiche messicane e la Santa sede non sono intervenute. Intanto la procura ha aperto un’indagine e il 22 febbraio 2017 Gerardo Silvestre Hernández è stato condannato a sedici anni e sei mesi di prigione per abusi sessuali e corruzione di minorenni. È la prima sentenza di questo tipo contro un sacerdote della chiesa cattolica in Messico.

    Il documentario – diretto da Santiago Mohar Volkow e basato sulle indagini del reporter e scrittore messicano Diego Enrique Osorno per l’Agencia Bengala –racconta gli abusi del prete sui bambini zapotechi, il ruolo della chiesa e le ritorsioni subite dai sacerdoti che hanno denunciato i fatti.

    https://www.internazionale.it/video/2017/05/31/chiesa-pedofilia-messico

  • Chiesa e pedofilia/ Video, Carmelo Abbate torna con altri scoop sui presunti scandali dei preti (Pomeriggio 5)

    Chiesa e pedofilia/ Video, Carmelo Abbate torna con altri scoop sui presunti scandali dei preti (Pomeriggio 5)

    Chiesa e pedofilia, video: Carmelo Abbate torna a Pomeriggio 5 con un altra storia-scoop sui presunti abusi di preti ai minori e ai migranti, tratta da “Il regno dei casti”. Oggi 15 maggio

    CHIESA E PEDOFILIA, “IL REGNO DEI CASTI”: CARMELO ABBATE TORNA CON ALTRI SCOOP SUGLI SCANDALI DELLA CHIESA (POMERIGGIO 5) – Torna in diretta a Pomeriggio 5 il giornalista e saggista Carmelo Abbate, con un nuovo capitolo del suo romanzo contro i presunti scandali e abusi pedofilia interni alla Chiesa: «Dopo le 17 a pomeriggio5 vi farò ascoltare una registrazione inedita su un’altra pagina nascosta de ilregnodeicasti», ha scritto poco fa sul suo account Instagram. Si torna dunque da Barbara D’Urso ad inizio settimana a parlare di Chiesa, sesso, preti e presunti legami tra il mondo della Pedofilia e alcuni sacerdoti. Dopo il precedente romanzo “Golgotà” dove era raccontata la storia di Don Sergio, prete legato ad un giro di abusi pedofili ma ancora in servizio in Nord Italia, ora sono raccontati altre sconcertanti scoperte fatte da Richard Sipe (l’uomo che con i suoi studi ha permesso di scoperchiare il vaso di Pandora che ha dato vita al caso Spotlight con le problematiche sessuali all’interno di alcune aree della Chiesa) e Carmelo Abbate. «Sacerdoti di ogni nazionalità che si dividono tra le stanze di via della Conciliazione e la movida della Roma by night. Esperienze di escort e chat. Seminaristi e suore che vivono di nascosto la propria sessualità, sia etero che omosessuale. Festini hard, scambismo, orge», recita la stessa introduzione del nuovo saggio contro gli scandali nella Chiesa. All’interno del libro verranno raccolti con gli ultimi sviluppi tutti gli elementi di quella particolare inchiesta “Sex anche the Vatican”, entrata nei documenti che Benedetto XVI ha consegnato a Francesco come “pratiche urgenti”.

    Oggi a Pomeriggio 5 verrà svelata un’altra storia contenuta all’interno del nuovo saggio, e si potranno allora capire con quali ambiti e con quali preti questa volta se la prenderà Carmelo Abbate in un attacco frontale contro i presunti abusi all’interno della Chiesa Cattolica, come recitano le parole dello stesso Sipe, «Ho fiducia in Francesco, ma temo che gli scandali sessuali e i connessi problemi irrisolti della Chiesa porteranno, nel lungo periodo, alla sua distruzione». Qui troviamo il video della scorsa ospitata dalla D’Urso dove Abbate aveva fatto sentire un file audio di una intervista con un prete accusato di avere avuto rapporti sessuali con migranti che avrebbe dovuto ospitare e anche con minori sia in Africa che in Medioriente.

  • “La Chiesa cattolica ha una rete di pedofili istituzionalizzata “

    “La Chiesa cattolica ha una rete di pedofili istituzionalizzata “

    Dottore in Diritto Canonico, Carlos Lombardi ha detto che il sistema giuridico ecclesiastico permette le coperture. Ha detto che sono state individuate nella chiesa alcune procedure di tipo settario.

    Questo è quanto ha dichiarato Carlos Lombardi, dottore in diritto canonico, cattedratico presso l’Università di Mendoza e procuratore legale della Rete dei sopravvissuti agli abusi ecclesiastici.
    Ha detto che la storia ed i casi dimostrano che i sacerdoti e religiose operano in maniera organizzata nella selezione delle vittime e dei metodi, tra i quali non esiste solamente l’abuso sessuale, ma anche quello psicologico, la riduzione in schiavitù e altri comportamenti tipici delle sette.

    Ha considerato che la rete di pedofilia istituzionalizzata che ha la Chiesa cattolica, sopravvive grazie alla base di un sistema giuridico canonico che consente l’insabbiamento. (Come ravvisato nel 2014 anche dalla Commissione ONU)
    Lombardi ha sostenuto che Salta dopo il caso del sacerdote Rosa Torino, ha scoperto solo la punta di un iceberg che porterà a scoprire molti più casi.

    A questo proposito lo psicologo ha spiegato che la stragrande maggioranza delle vittime di abuso, in generale e ecclesiastiche in particolare, tarda anni nel denunciare data la pressione emotiva, affettiva e psicologica generata da questo tipo di sottomissioni.

    Tradotto per Rete L’ABUSO da Roberta Pietra

  • Abusi all’Istituto Provolo: la strategia per “confondere” le indagini non è riuscita

    Abusi all’Istituto Provolo: la strategia per “confondere” le indagini non è riuscita

    La Camera d’appello ha deciso di respingere il ricorso presentato dalla difesa di Corradi e Corbacho per chiudere l’indagine, annullando le prove e le testimonianze raccolte dalla fine di febbraio.

    L’indagine sugli abusi avvenuti per anni presso l’Istituto Provolo di Luján continueranno normalmente, almeno fino a giugno, quando si potrà richiedere una ulteriore proroga di 12 mesi. Questa la risposta data dalla Camera d’appello nel corso della mattinata.
    Momenti di ansia circa la possibilità di una decisione contraria da parte del giudice, che potrebbe annullare prove importanti e testimonianze ottenute negli ultimi due mesi che hanno fatto avanzare in modo significativo la causa.
    Attraverso una scappatoia legale, gli avvocati dei sacerdoti Corradi e Corbacho hanno tentato di far chiudere l’indagine facendo annullare tutte le prove raccolte dalla fine di febbraio, sostenendo che la gestione del caso da parte del pm Gustavo Stroppiana che aveva chiesto una proroga delle indagini, dovesse essere dichiarata nulla e con lei tutte le prove raccolte in quel periodo.
    L’indagine preliminare in un procedimento penale dovrebbe durare tre mesi, si può chiedere poi un’ulteriore proroga di tre mesi e una estenzione straordinaria di 12 mesi, una volta che il termine è scaduto. Il problema è sorto perché il giorno in cui il termine iniziale è scaduto ha coinciso con le vacanze di Carnevale e il pubblico ministero Stroppiana ha chiesto la proroga nelle prime ore della giornata lavorativa successiva. Una mossa da parte degli avvocati di Corradi e Corbacho per tentare di interrompere l’avanzamento delle indagini.
    Uno degli avvocati delle vittime, Oscar Barrera , ha parlato con MDZ e ha detto di essere rimasto soddisfatto dalla decisione della Corte d’Appello. ” Non esistevano basi per giustificare la chiusura delle indagini, non vi era alcuna motivazione di presentare questa richiesta, l’estensione è stata chiesta in un modo tempestivo e così inteso alla Camera , “.
    La situazione Kumiko
    La suora giapponese Kumiko Kosaka, che diventa la sesta detenuta nel processo in cui il Venerdì scorso ha deposto e che continuerà per almeno 20 giorni, nonostante la richiesta di arresti domiciliari fatta dalla sua difesa .
    L’ecclesiastica, in mattinata riprenderà la sua deposizione giurata al pubblico ministero e nei prossimi giorni verrà sottoposta a una perizia psichiatrica e psicologica, attraverso diverse fasi; una procedura standard per persone accusate di reati contro l’integrità sessuale.

    Nuove vittime e le ispezioni
    Nelle prossime settimane potrebbero aggiungersi nuove vittime alle 27 confermate, dal momento che sono in programma almeno cinque nuove camere Gesell pe l’accusa.
    Allo stesso modo, il pubblico ministero sta cercando di ottenere gli elementi tecnici per effettuare una perizia geologica nelle strutture Provolo, finalizzate alla ricerca di oggetti sepolti citati da una delle vittime nella sua testimonianza. Il 21 aprile, il procuratore Stroppiana ha ordinato una ispezione con delle ruspe presso l’ istituto ma con esito negativo, in quanto cercato sepolta la presunta prova non è stata trovata.

    http://www.mdzol.com/nota/732847-provolo-fracaso-la-estrategia-para-embarrar-la-causa/

  • Walter Siti, la strana storia del prete pedofilo tra tabù e rimorsi

    Walter Siti, la strana storia del prete pedofilo tra tabù e rimorsi

    Il nuovo libro di Walter Siti, “Bruciare tutto” (Rizzoli) è un misto di mediocrità, frivolezza, viziosità, bassezza, trama implausibile. Che tuttavia una compatta tifoseria di recensori ha cercato di presentare come una raffinata riflessione filosofica, se non addirittura teologica, sul tema del male, della tentazione, della religione.

    di Giuseppe Scaraffia, da ”Il Messaggero”

    Il nuovo libro di Walter Siti, “Bruciare tutto”, Rizzoli, è la strana storia di un prete pedofilo che si dà fuoco per il rimorso di non avere abusato di un bambino di dieci anni che gli si è offerto e che, costernato dal suo rifiuto, si è a sua volta suicidato. Trama tanto poco verosimile quanto gremita di sentenze dal sentore ecclesiastico tanto superficiale quanto blasfemo (“Inculare un angioletto è il solo gesto rivoluzionario che si possa concepire oggi”, “Vedere nudo un ragazzino per toccare Te, mio Dio”, e via dicendo) e di spezzoni crudamente pornografici, specie nei passaggi che l’autore afferma di avere attinto al Deep Web.

    Un libro in cui il protagonista sogna che Gesù “incarnandosi si è aperto il costato, si masturbava, ha pianto” e che alla fine allo stesso dio rimprovera con prosa ineffabile: “Sei un bastardo, te le fai tu le regole… muori o resusciti secondo come ti gira, ti lasci sputacchiare sapendo che cadrai sempre in piedi”.

    Che tuttavia una compatta tifoseria di recensori ha cercato di presentare come una raffinata riflessione filosofica se non addirittura teologica sul tema del male, della tentazione, della religione. Di cui Siti sostiene di non avere il dono, al contrario del suo personaggio. Il quale però è, dichiaratamente, anche il suo alias (“Don Leo c’est moi”, ha confidato, riecheggiando Flaubert).

    E così via, in un crescendo di contraddizioni la cui goffaggine sarebbe trascurabile se da ogni angolo di giornale, sito o social non ci si fosse affannati a pagare al libro il tributo di attenzione cui probabilmente fin dall’inizio l’autore aspirava con l’ovvia scandalosità dell’argomento, la compiaciuta scabrosità della scrittura, gli svogliati spunti di denuncia buttati qua e là.

    Fin dall’inizio tutti gli opinionisti, affannosamente interpellati sul falso problema della maggiore o minore liceità di rappresentare in un libro la pedofilia o la tentazione pedofila, si sono giustamente trincerati dietro la necessità della critica di non rifarsi a categorie moralistiche ma di valutare l’arte letteraria di ogni opera, per quanto al primo impatto disgustosa. Ma il fatto è che il giudizio su cosa sia o non sia letteratura è affidato agli addetti ai lavori e questi ultimi, in Italia almeno, hanno abitudini peculiari.

    Sembra esserci, nella minuscola falda di sottobosco che a volte generosamente  si suole chiamare ambiente letterario italiano, una sorta di assicurazione che permette ai suoi tutelati di figurare degnamente in imprese editoriali senza correre il rischio di essere giudicati se non da un ristretto novero di periti di cui peraltro entrano contestualmente a far parte.

    La generosità della copertura è talmente superiore al premio assicurativo — un po’ di obbedienza politica, rinuncia all’esplicita opinione personale nelle recensioni, gioco di gruppo nelle giurie dei premi, insomma piccoli oboli — da generare una fidelizzazione da polizza scudo.

    Siti, che pure ha audacemente dichiarato di “non occuparsi del successo materiale dei suoi libri”, ma che ha purtuttavia ottenuto il premio Strega, cosa oggettivamente impossibile senza un minimo interesse per quanto sopra, fa parte di questo dinamico giro di relazioni pochissimo pericolose, anzi, tese a evitare a chi le coltiva gli infortuni del giudizio e della critica.

    L’anomalia si è però verificata proprio all’inizio di quello che sembrava essere il solito percorso del solito libro un po’ furbo, un po’ improbabile, scritto con un orecchio al cicaleccio dei forum tv e un occhio alla chiesa. Incredibilmente, è stato stroncato il giorno stesso della sua uscita in libreria e proprio dalle colonne del giornale più autorevole, politicamente corretto e generoso verso la letteratura scudata.

    E’ stato questo il vero scandalo, che ha scatenato la danza di sdegnate reazioni difensive, che hanno confuso il lettore comune, il quale ha forse cominciato a credere di non capire nulla di letteratura.

    Altrimenti, perché i critici avrebbero dovuto scrivere cose tanto complicate e contraddittorie? lodare del libro l’”energia artistica e visionaria” e la “mano magistrale” nel rappresentare la “lussureggiante foresta di scrupoli e ossessioni”,  attribuirgli l’enunciazione filosofica di “un paradosso etico classico: quale azione compiere se entrambe ci dannano”, facendo entrare il lettore “nelle temperature torride del ‘romanzo d’idee’” alla Dostoevskij, alla Gide, alla Thomas Hardy? sostenere che  l’autore è un “miscredente” ma nello stesso tempo non ha alcun intento blasfemo perché è “sempre tentato dall’incendio della fede”?

    A questo punto il lettore non si raccapezza più. Perché tutti negano che si tratti di un libro pedofilo, quando la scena più riuscita, a detta dell’autore per primo, è “l’atto d’amore” pedofilo tra il protagonista adulto e l’undicenne Massimo (“Forzo con l’imboccatura della bottiglia la muscolatura anale, rosa; la contrazione è incontrollabile, col conseguente rilassamento esce un liquido scuro”), definita da Siti “molto casta” e dai critici la più autentica? e quando poi, per la mancata consumazione di un ulteriore atto pedofilo, quello che il decenne Andrea reclama e il prete scrupoloso non concede, si suicidano in due, prete e bambino?

    Guai a dirlo.

    Perché la parola pedofilia, secondo Siti, non designa, come invece suggerirebbe il dizionario, l’atto sessuale tra un impubere e un adulto, bensì una generica “filìa”, ossia attrazione per i bambini. In pratica, per indicare la benevolenza divina verso tutto ciò che è umano Siti interpreterebbe la pedofilia come filantropia, parola usata anche nel vocabolario teologico.

    Donde il grave dilemma: occorre rompere ogni tabù pur di affermare quello che i Frankie goes to Hollywood chiamavano il Potere dell’amore? Ovvio che no, e che quello che Siti finge di porre è un dilemma inesistente.

    Messo alle strette in un’intervista, chiama incautamente in causa Freud e il suo concetto di “perversione polimorfa” infantile, ignorando o dimenticando che nella teoria freudiana dello sviluppo sessuale questa fase si riferisce alla costituzione della psiche precedente la genitalità e rischiando di far incorrere il lettore nell’equivoco più grave dei pedofili: interpretare la richiesta di un bambino nel linguaggio della sessualità adulta, incanalarla nel desiderio, farla diventare atto sessuato. Non tutti i tabù si possono rompere. Ci sarebbero anche l’infanticidio e l’antropofagia, allora, ma ci vuole la penna di Swift per avanzare quella “Modesta proposta”.

    Il punto è che Siti non è Swift, né somiglia ad alcun altro degli autori pomposamente evocati nella gara dei critici ad alzare il tiro così che la palla sfugga agli occhi del pubblico finendo in una zona dove la barriera della presunta alta cultura lo scoraggia a guardare. Ma non è così che funziona la letteratura. Lo scrittore scrive, il lettore legge, e deve poter giudicare senza che gli siano parate davanti intimidatorie barriere protettive.

    Alcuni dei critici hanno ricordato l’obbligo dell’artista di guardare nell’abisso. Ma se è vero che, come diceva Nietzsche, se guardi nell’abisso l’abisso guarderà in te, l’abisso su cui Siti si è chinato deve essere rimasto veramente deluso. A parte l’erratica implausibilità della trama, è eresia pura — altro che fede o non fede cattolica — citare Flaubert o Dostoevskij o Hardy o Bernanos o Nabokov o perfino quel vero pedofilo di Gide (l’unico a fornire, in un racconto, Corydon, un possibile antecedente alla costruzione narrativa), che sono scrittori e hanno saputo riscattare con la scrittura le mediocrità e le frivolezze, le viziosità e le bassezze della natura umana.

    Non è certo il confronto con loro a riscattare le analoghe caratteristiche — mediocrità, frivolezza, viziosità, bassezza — che riscontriamo nella scrittura di Siti. Al contrario, le esaltano.

  • Abusi, un primo caso in Curia

    Abusi, un primo caso in Curia

    La svolta di trasparenza della Chiesa, anche in Ticino – L’intervista al vescovo Lazzeri: “La mia porta è aperta”

    Un primo caso avvenuto in Ticino è stato portato all’attenzione della commissione diocesana che si occupa degli abusi sessuali commessi in ambito ecclesiastico. Risale agli anni ’60 e allora non fu denunciato. Il presunto autore, ci ha confermato un membro della commissione stessa, era un sacerdote non incardinato nella diocesi, il suo era un “soggiorno temporaneo”.

    La vittima ne ha parlato solo ora, dopo che il 17 gennaio sono state presentate due figure indipendenti (attualmente lo psichiatra Carlo Calanchini e la psicoterapeuta Rita Pezzati) alle quali ci si può rivolgere per una consulenza e per l’aiuto necessario a maturare la denuncia. Accanto alla creazione della citata commissione, è un passo importante per la Chiesa cattolica ticinese, un passo compiuto in realtà già da un paio di anni ma finora non pubblicizzato, tanto che fino al momento della conferenza stampa nessuno si era fatto avanti.

    Nel primo “embrione di caso”, ancora da approfondire, la giustizia non può più fare niente: a mezzo secolo di distanza è ormai prescritto. Ma la commissione esaminerà l’eventualità di un risarcimento. A questo scopo la conferenza dei vescovi svizzeri ha stanziato mezzo milione di franchi. Un indennizzo può essere accordato anche quando il reato è già caduto in prescrizione. La diocesi di Lugano partecipa al fondo, ma in Ticino finora nessuno ha avanzato pretese.

    “C’è tutto da guadagnare a rendere pubblico l’accaduto”
    Il cambiamento rispetto al passato è chiaro: oggi la vittima è al centro delle preoccupazioni, perché “non c’è danno peggiore che andare contro la verità né ci sono motivi per nasconderla. Quando ci sono casi gravi che accadono nella Chiesa c’è tutto da guadagnare nel rendere pubblico l’accaduto”. Monsignor Valerio Lazzeri da noi intervistato fotografa così la svolta di trasparenza nei riguardi dei reati sessuali commessi da religiosi, una svolta che in Vaticano è cominciata sotto Benedetto XVI, che l’episcopato elvetico ha recepito e che anche la diocesi di Lugano ha fatto sua. La frase forse più sentita arriva alla fine dell’incontro, a telecamere ormai spente: “La mia porta è sempre aperta, lo scriva questo”.

    “C’è di che chiedere perdono”
    Il cambio di rotta non si traduce in una critica esplicita ai predecessori: “C’è la coscienza che ci sono state situazioni di cui chiedere perdono”, ma è “difficile individuare i casi precisi”. “Il passato nessuno può cambiarlo e forse nessuno è chiamato a giudicarlo adesso”, dice monsignor Lazzeri: la prassi è mutata e l’attenzione è rivolta oggi alla prevenzione e ad applicare le nuove disposizioni, anche a casi che, come quello approdato in tribunale nell’agosto del 2016, risalgono a vescovi precedenti e in passato sono stati gestiti diversamente.

    E l’avvertimento di Papa Francesco, pronto a sanzionare chi dovesse nascondere nuovi casi, Lazzeri non lo vive “come una spada di Damocle”, perché ogni contributo alla chiarezza, che venga da istituzioni, media e opinione pubblica, è benefico per il “discorso di purificazione” avviato.

    Il tempo dei trasferimenti da una parrocchia all’altra è insomma finito, oggi in caso di “sospetti fondati” bisogna “intervenire subito con un allontanamento sia per salvaguardare le vittime che per mettere in condizione la persona che potrebbe fare del male di farsi curare”.

    Stefano Pongan

    http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Abusi-un-primo-caso-in-Curia-8598409.html