Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • «Dossier falso sul prete di Monte di Dio»: imputati un sacerdote e un carabiniere

    «Dossier falso sul prete di Monte di Dio»: imputati un sacerdote e un carabiniere

    di Roberto Russo

    Nei mesi scorsi la svolta: non c’era alcun comportamento penalmente rilevante; l’inchiesta in Procura è stata archiviata su richiesta dello stesso pm e così pure la delicata istruttoria del tribunale ecclesiastico. “Ma don Mario è uscito profondamente provato da quella disavventura” spiega il suo avvocato Raffaele Chiummariello. Il religioso intanto è stato riabilitato e riammesso al sacerdozio ed esercita in un’altra parrocchia.

    Ora però emergono elementi diversi che disegnano uno scenario inquietante di quella drammatica vicenda: don Mario sarebbe rimasto vittima di una serie di accuse costruite a tavolino e di un dossier confezionato ad arte, addirittura da un altro sacerdote e da un carabiniere. Uno sviluppo sconcertante. Infatti pochi giorni fa il pm Alessandra Converso ha chiesto il rinvio a giudizio dei due presunti autori dell’anonimo. Si tratta appunto di un religioso che opera in una provincia diversa da quella di Napoli (è membro di un’associazione che si occupa della lotta alla pedofilia) e di un carabiniere che all’epoca dei fatti prestava servizio presso la squadra di polizia giudiziaria della stessa Procura di Napoli. Gravissime le accuse a carico dei due: calunnia, accesso abusivo ai sistemi informatici, rivelazioni di segreti d’ufficio.

    Il pm ipotizza che siano stati loro a costruire false accuse a carico di don D’Orlando. Come? Il carabiniere è accusato di aver effettuato, il 13 febbraio 2017, un accesso abusivo “a banche dati relative alla pubblica sicurezza, in particolare al sistema informatico denominato Archivi di polizia-Sdi”, utilizzando le credenziali di accesso di un altro pubblico ufficiale e “inducendo quest’ultimo in errore circa la legittimità dell’interrogazione”. Quell’accesso, secondo l’accusa, sarebbe servito a raccogliere informazioni a carico di D’Orlando e di un altro religioso. Le informazioni — sempre secondo la tesi dell’accusa — sarebbero poi state girate dal carabiniere al sacerdote. Quest’ultimo il 23 febbraio successivo “depositava presso la Procura di Napoli un esposto anonimo, privo di busta, che riferiva aver ricevuto nella sua qualità  di coordinatore dello sportello dell’associazione”.

    L’esposto riportava “vicende scabrose che vedevano coinvolti due sacerdoti (tra cui D’Orlando, ndr) a seguito del quale iniziava l’indagine a loro carico per favoreggiamento della prostituzione”.

    Il resto è storia nota alle cronache: la notizia dell’esposto anonimo finisce su un quotidiano. Un giovane, senza nome e senza volto, racconta di aver avuto rapporti con il parroco di Monte di Dio. Lo scandalo è inevitabile e fa il giro dei media italiani. Don Mario nega ogni coinvolgimento ma la Curia non può che procedere alla sua sospensione. C’è solo una persona che avanza dubbi, è il cavaliere Giacomo Onorato ex coordinatore del priorato delle Confraternite. Don Mario non c’entra — spiega al — vogliono incastrarlo. Un anno dopo la Procura vuol capire perchè.

    https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/18_dicembre_14/dossier-falso-prete-monte-dio-imputati-sacerdote-carabiniere-a64eb0a8-ff9f-11e8-b03b-d1f9752491b5_amp.html

  • «Dossier falso sul prete di Monte di Dio»: imputati un sacerdote e un carabiniere

    «Dossier falso sul prete di Monte di Dio»: imputati un sacerdote e un carabiniere

    Il suo nome era finito in un dossier su festini gay con prostituti. La notizia, riportata da un giornale, era poi rimbalzata sulle cronache nazionali. Per don Mario D’Orlando, stimato parroco alla chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone, un anno fa iniziò un incubo: la Curia fu costretta a sospenderlo, la Procura della Repubblica aprì un’indagine con l’ipotesi di favoreggiamento della prostituzione ma pure per verificare se nel giro di presunti incontri denunciati vi fossero minorenni. Sul sacerdote si addensarono ombre pesantissime.

    Nei mesi scorsi la svolta: non c’era alcun comportamento penalmente rilevante; l’inchiesta in Procura è stata archiviata su richiesta dello stesso pm e così pure la delicata istruttoria del tribunale ecclesiastico. «Ma don Mario è uscito profondamente provato da quella disavventura» spiega il suo avvocato Raffaele Chiummariello. Il religioso intanto è stato riabilitato e riammesso al sacerdozio ed esercita in un’altra parrocchia.

    Ora però emergono elementi diversi che disegnano uno scenario inquietante di quella drammatica vicenda: don Mario sarebbe rimasto vittima di una serie di accuse costruite a tavolino e di un dossier confezionato ad arte, addirittura da un altro sacerdote e da un carabiniere. Uno sviluppo sconcertante. Infatti pochi giorni fa il pm Alessandra Converso ha chiesto il rinvio a giudizio dei due presunti autori dell’anonimo. Si tratta appunto di un religioso che opera in una provincia diversa da quella di Napoli (è membro di un’associazione che si occupa della lotta alla pedofilia) e di un carabiniere che all’epoca dei fatti prestava servizio presso la squadra di polizia giudiziaria della stessa Procura di Napoli. Gravissime le accuse a carico dei due: calunnia, accesso abusivo ai sistemi informatici, rivelazioni di segreti d’ufficio.

    Il pm ipotizza che siano stati loro a costruire false accuse a carico di don D’Orlando. Come? Il carabiniere è accusato di aver effettuato, il 13 febbraio 2017, un accesso abusivo «a banche dati relative alla pubblica sicurezza, in particolare al sistema informatico denominato Archivi di polizia-Sdi», utilizzando le credenziali di accesso di un altro pubblico ufficiale e «inducendo quest’ultimo in errore circa la legittimità dell’interrogazione». Quell’accesso, secondo l’accusa, sarebbe servito a raccogliere informazioni a carico di D’Orlando e di un altro religioso. Le informazioni — sempre secondo la tesi dell’accusa — sarebbero poi state girate dal carabiniere al sacerdote. Quest’ultimo il 23 febbraio successivo «depositava presso la Procura di Napoli un esposto anonimo, privo di busta, che riferiva aver ricevuto nella sua qualità di coordinatore dello sportello dell’associazione».

    L’esposto riportava «vicende scabrose che vedevano coinvolti due sacerdoti (tra cui D’Orlando, ndr) a seguito del quale iniziava l’indagine a loro carico per favoreggiamento della prostituzione».

    Il resto è storia nota alle cronache: la notizia dell’esposto anonimo finisce su un quotidiano. Un giovane, senza nome e senza volto, racconta di aver avuto rapporti con il parroco di Monte di Dio. Lo scandalo è inevitabile e fa il giro dei media italiani. Don Mario nega ogni coinvolgimento ma la Curia non può che procedere alla sua sospensione. C’è solo una persona che avanza dubbi, è il cavaliere Giacomo Onorato ex coordinatore del priorato delle Confraternite. Don Mario non c’entra — spiega al Corriere del Mezzogiorno — vogliono incastrarlo. Un anno dopo la Procura vuol capire perché.

    https://napoli.corriere.it/notizie/cronaca/18_dicembre_14/dossier-falso-prete-monte-dio-imputati-sacerdote-carabiniere-a64eb0a8-ff9f-11e8-b03b-d1f9752491b5.shtml

  • Sempre niente di niente dai nostri vescovi sulla pedofilia del clero. Solo belle parole. Fino a quando questa  difesa dell’istituzione?

    Sempre niente di niente dai nostri vescovi sulla pedofilia del clero. Solo belle parole. Fino a quando questa difesa dell’istituzione?

    Avevamo chiesto cose precise, ragionevoli e di buon senso per la tanto attesa assemblea straordinaria dei vescovi conclusasi oggi, il cui punto veramente più importante all’ordine del giorno era quello della pedofilia del clero, essendo le questioni relative al Messale Romano e alla traduzione del Padre Nostro già praticamente decise. Si trattava di prendere atto della gravità della situazione anche in Italia, di esprimere un pentimento collettivo per la prassi diffusa di proteggere il prete pedofilo, di organizzare atti penitenziali importanti,  di istituire una struttura di indagine per il passato e di monitoraggio per l’oggi (come fatto da altri episcopati), di modificare le Linee Guida del 2012 (corrette nel 2014) che i vescovi si erano date, prevedendo l’obbligo di denuncia alla magistratura del prete pedofilo, l’istituzione di un’autorità indipendente in ogni diocesi che accogliesse e ascoltasse le vittime che poi avrebbero dovuto essere supportate in ogni modo.

    Il documento conclusivo, diffuso oggi, parla genericamente di “priorità ai ragazzi feriti e alle loro famiglie”. Poi più niente. Nessun intervento di quelli ipotizzabili come urgenti e necessari è stato deciso. Ci sono un po’di buone intenzioni che appaiono solo belle parole alla luce della gravità del problema e della situazione. Il Card. Bassetti aveva detto che sarebbero state modificate le Linee Guida, che fanno acqua da tutte le parti. Invece tutto è stato rinviato alla prossima primavera. La Commissione ad hoc (di cui si sa ben poco), presieduta dal vescovo di Ravenna Mons. Lorenzo Ghizzoni, non ha concluso niente di significativo, a quanto sembra. Ma più si prende tempo, più la situazione peggiora e la credibilità su questa questione dell’episcopato diminuisce. C’è ancora chi pensa che la questione nel nostro paese sia sopravalutata o che sia la conseguenza di un attacco dei “laicisti”?  Oppure non c’è accordo se e come  rovesciare veramente le prassi che hanno protetto il sistema clericale per troppo tempo? Troppi vescovi si sentono coinvolti direttamente e temono di dover aprire gli archivi? L’esempio di quanto hanno cercato di fare molti altri episcopati è stato ignorato.

    E’ stato istituito un “Servizio nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili” con scopi di formazione, prevenzione e consulenza a disposizione dei vescovi.  Si è anche deciso di trovare referenti in ogni diocesi per un percorso di formazione sul problema. Sono interventi d’apparato che potranno forse avere efficacia sui tempi lunghi ma che hanno ben poco a che fare col problema vero, quello dei fatti di ieri e di oggi, quello della confessione collettiva del peccato, quello del venire incontro con azioni concrete di ascolto e di riconoscimento dell’ingiustizia  subita nei confronti di chi ha sofferto, magari in un lontano passato, per le violenze subite. E poi chi parteciperà a queste due iniziative? Le vittime saranno ascoltate? Abbiamo detto che senza una determinante  partecipazione femminile si può fare del tutto a meno di interventi a livello centrale o diocesano di ogni tipo. Se non si rovescia la mentalità maschilista che trasuda da tutti i pori delle strutture della nostra Chiesa non se ne viene fuori soprattutto su problemi così delicati. E poi i tanti bravi preti, che sono in difficoltà per i comportamenti di certi  loro confratelli e di molti dei loro vescovi, dovrebbero alzare la voce.

    Roma, 15 novembre 2018                      NOI SIAMO CHIESA

  • Forteto: “Potere torna in mano a chi difese Fiesoli”

    Forteto: “Potere torna in mano a chi difese Fiesoli”

    Lady Radio svela il cambio nella cooperativa. Donzelli: “Il governo deve commissariare con urgenza”

    Il Presidente del Forteto Ferdinando Palanti avrebbe affidato “deleghe pesanti” a due consiglieri del Cda che al processo in tribunale a Firenze hanno difeso la comunità. E’ quanto emerso dalla ricostruzione dell’emittente radiofonica Lady Radio, sulla quale ha commentato il deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli: “Al Forteto sta succedendo ancora una volta qualcosa di inquietante“.

    “Personaggi tutt’altro che discontinui rispetto a Fiesoli, che sappiamo avere ancora un’influenza importante nella cooperativa – ha sottolineato – avrebbero ripreso in mano direttamente il potere. Lo stesso Presidente Palanti avrebbe affidato compiti pesanti al vicepresidente Francesco Rotini e al consigliere Alberto Bianco, che al processo hanno difeso la comunità e minimizzato sulle allucinanti regole che hanno reso quel luogo una setta. Se le notizie saranno confermate si tratta di fatti gravissimi che il governo ha il dovere di verificare subito per intervenire e commissariare con urgenza la struttura”.

    “Palanti, dalla sua elezione a presidente nel giugno 2015 – prosegue Donzelli – fu chiamato a portare al Forteto la ‘discontinuità‘ rispetto al passato, intenzione che ha ribadito egli stesso nel febbraio 2016 durante la visita della Commissione d’inchiesta al Forteto. Quanto apprendiamo oggi mette il sigillo definitivo sul fallimento di questo obiettivo: oggi Palanti si rifiuta persino di rispondere ai giornalisti”.

    Forteto: “Potere torna in mano a chi difese Fiesoli”
    „”Su una vicenda così delicata e anche per la tutela delle persone che lavorano al Forteto è necessaria una trasparenza che oggi non c’è. Quello che sta succedendo è gravissimo: chi ancora difende questa governance della cooperativa, e quindi nega la necessità del commissariamento per una reale rottura  – conclude Donzelli –  si assuma la responsabilità di non volere alcun cambiamento rispetto a chi ha guidato il Forteto negli anni bui degli abusi“. “
    http://www.firenzetoday.it/cronaca/forteto-cooperativa-presidente-fiesoli.html?fbclid=IwAR0PyUPhORtoxjdXDLGNdO-3zDHIy5sRU1B69uPd3yu3ZOfI_dKV-R32kx8
  • Don Michele Barone a processo per lesioni e violenza su minore/ Don Aversano: “Non poteva praticare esorcismo”

    Don Michele Barone a processo per lesioni e violenza su minore/ Don Aversano: “Non poteva praticare esorcismo”

    Don Michele Barone a processo per lesioni e violenza su minore. Ultime notizie, il commento di Don Aversano: “Non poteva praticare esorcismo”, il commento degli avvocati

    CARMINE MASSIMO BALSAMO

    Don Michele Barone a processo per lesioni e violenza su minore: il sacerdote dei vip è stato arrestato per maltrattamenti su ragazze minorenni, utilizzando la pratica dell’esorcismo per adescarle. Nelle ultime settimane ha voluto chiarire a più riprese di non essere un esorcista, ma dalle indagini emerge ben altro. Carlo Aversano, esorcista di Caserta, ha commentato ai microfoni di Storie Italiane: “Un prete in galera non fa piacere a nessuno, speriamo che si sappia prima o poi quello che è successo. Le accuse sono pesantissime, siamo dispiaciuti che lui usava l’esorcismo che non poteva praticare. Qualcuno si era lamentato, ma come fai a dare credito a chi accusa un confratello? Alcune cose non erano proprio accettabili: non poteva fare esorcismo, non aveva alcun diritto”. E a proposito dell’accusa di violenza sessuale su minorenni: “Si sta indagando su questo, speriamo venga fatta chiarezza perchè questa povera chiesa ne sta perdendo molto su questa vicenda”.

    LA REPLICA DEGLI AVVOCATI DI DON MICHELE BARONE

    Il processo va avanti ed è emerso che don Michele Barone abbia ordinato l’interruzione delle cure mediche su una ragazzina, evidenziando che fosse indemoniata, dettaglio non risultato assolutamente veritiero. Presenti in studio gli avvocati del sacerdote, che hanno commentato: “Il parroco è sottoposto a processo per lesioni e altri reati, don Michele non ha mai fatto esorcismi: le due pratiche sono tra loro sovrapponibili, la differenza è minimale rispetto a una preghiera di guarigione”. E a proposito dell’aver tolto i farmaci alla ragazza: “Non è vero che abbia interrotto le cure mediche, ma anzi chiese che queste fossero farmacologiche: chiese ai familiari che le cure fossero coordinate, sottolineando che l’interruzione avrebbe avuto conseguenze”.

  • Abusi, poche vittime ‘bussano’ alla Diocesi di Lugano

    Abusi, poche vittime ‘bussano’ alla Diocesi di Lugano

    Il Vescovo mette a disposizione due professionisti esterni, dal 2017 le segnalazioni sono state 4. Mons. Lazzeri chiede una nuova cultura dell’ascolto

    Gli abusi sessuali nella Chiesa cattolica sono un tema caldo anche in Svizzera dove l’anno scorso ci sono state 65 nuove segnalazioni, soprattutto per fatti avvenuti oltre 30 anni fa e dunque prescritti. Dal 2010 si contano 300 casi, riguardano vittime che all’epoca degli episodi erano bambini o ragazzi fino a 16 anni. Si spazia da espressioni ambigue, a gesti o ‘avances’ indesiderate. In 53 casi le vittime hanno parlato di atti sessuali, in 55 di coazione sessuale. È il bilancio stilato dalla Conferenza dei vescovi svizzeri (Cvs) sulle segnalazioni delle vittime alle varie diocesi. A quella di Lugano, che mette a disposizione due professionisti per l’ascolto (vedi a lato), hanno bussato 4 vittime. Un solo caso – che risale ad una cinquantina di anni fa – ha fatto tutto l’iter, fino ad un riconoscimento economico. L’autore è un prete non incardinato nella Diocesi luganese, che oggi è in Italia. Che cosa raccontano queste cifre? Perché in Ticino poche vittime si fanno avanti?

    «Le segnalazioni si contano sulle dita di una mano: una sola vittima ha fatto tutto l’iter e dopo decenni le sue ferite erano ancora aperte; c’è chi ha chiamato ma non si è presentato al colloquio; c’è chi dopo il colloquio non ha voluto proseguire. Siamo stupiti, pensavamo che più vittime facessero questo passo, ma è un cammino doloroso e per nulla scontato», dice Dante Balbo, psicologo e portavoce della Commissione diocesana di esperti a sostegno delle vittime di abusi sessuali, istituta a gennaio 2017 da mons. Valerio Lazzeri. Col vescovo di Lugano facciamo un bilancio.

    Quale messaggio date alle vittime? 
    La Chiesa chiede loro di farsi avanti. Come segno di apertura mettiamo a disposizione due professionisti indipendenti. È uno spazio di ascolto, dove chi ha subito abusi può esprimere la propria sofferenza.

    Che cosa chiedono le prime vittime?
    I percorsi sono diversi: c’è chi chiede un sostegno per arrivare ad una denuncia, c’è chi non la farà, perché il reato è prescritto, ma ha bisogno di parlarne.

    Chi è stato ‘tradito e ferito’ da un rappresentante della Chiesa vorrà confidare quei fatti a professionisti scelti dalla stessa istituzione? 
    Si tratta di due professionisti indipendenti dalla Chiesa. Non possiamo avere la pretesa di creare un sistema capace di scoprire l’intero campo degli abusi, ma dare un segno tangibile della nostra disponibilità all’ascolto, così che ciascuna vittima non si senta sola, ma venga accolta e accompagnata.

    Viste le poche segnalazioni, pensa che la rotta scelta sia da aggiustare?  
    Forse non è sufficiente e dobbiamo trovare altri modi, ma penso sia importante che all’interno della Chiesa evolva una cultura dell’ascolto e della disponibilità a fare emergere le situazioni di difficoltà, così da poterle affrontare.

    Parliamo ora dei preti che sentono pulsioni ‘malsane’: con chi possono parlarne? 
    Per i preti in ministero che dovessero avere difficoltà a gestire pensieri o pulsioni c’è un servizio di assistenza psicologica alla Diocesi di Milano, dove possono rivolgersi direttamente. I cammini si possono fare e diversi preti, anche giovani, li stanno facendo, non specificatamente sulla pedofilia, ma per maturare anche in questo ambito.
    Inoltre da tempo per i seminaristi abbiamo percorsi psicologici tenuti da un esperto che fa corsi e incontri personali sullo sviluppo della personalità, sull’integrazione della sessualità, dell’affettività, sulla capacità di relazionarsi agli altri. Li si incoraggia a guardarsi dentro senza spaventarsi e a raccontarsi. Per fare ciò serve un clima di serenità, ed è difficile trovarlo se a prevalere è l’ossessione sulla sessualità. Infine, abbiamo introdotto giornate specifiche sia per seminaristi, sia in ogni vicariato, tenute da Myriam Caranzano, direttrice dell’Aspi – Fondazione per la protezione dell’infanzia.

    Dunque il prete oggi non è solo, anche nel gestire eventuali debolezze?
    La solitudine è un dato del nostro tempo, tante persone si sentono separate anche se sono in mezzo a tanta gente. Anche i preti vivono queste dinamiche. Soprattutto tra i giovani avverto un desiderio di fraternità, di crescita comune, che è positivo. C’è la voglia di reagire, non ci si autocommisera come isolati. In altri periodi, quando il ruolo era più sacrale, forse la solitudine poteva pesare di più. Oggi la difficoltà maggiore è quella di trovare delle gratificazioni, che sono anche necessarie nella vita di una persona.

    Che cosa si aspetta ora? 
    Che la preoccupazione della prevenzione si traduca in uno sguardo complessivo sulla qualità della formazione umana, spirituale e pastorale dei futuri presbiteri. E anche in un’attenzione più globale alla vita buona dei presbiteri e degli operatori pastorali in funzione. Non basta illuminare la parte malata e fissarsi solo su quella. Abbiamo bisogno di sviluppare un’attenzione globale che favorisca le dinamiche positive. Un organismo lotta contro le patologie non solo facendo la chemioterapia, ma alimentando le motivazioni profonde delle proprie scelte, aiutando le persone a vivere in ambienti dove la ragione per cui si è scelto il celibato possa condurre ad una vita umana piena. Ora abbiamo davvero bisogno che l’organismo si alimenti in modo da sviluppare gli anticorpi per combattere gli aspetti patologici e le derive.

    ‘Non serve un test per valutare un seminarista’

    Prima di assumere un prete o un teologo laico, meglio sottoporlo ad un test, per valutare quale rapporto ha con la sessualità. Ed evitare magari di portare un ‘lupo’ tra gli agnellini. Una proposta al vaglio del gruppo di esperti istituito dalla Conferenza dei vescovi svizzeri per evitare casi di abusi sessuali. Ma è una misura sensata?

    Al riguardo il vescovo di Lugano, mons. Valerio Lazzeri, è prudente: «Non è la prima volta che si parla di test psicologici, anche per evidenziare eventuali aspetti patologici, per i seminaristi. Farlo alla soglia dell’ordinazione non mi sembra molto interessante. Sarebbe forse più opportuno adottare strumenti scientifici nel corso della formazione, senza però farli diventare l’unico criterio di valutazione».

    Una proposta che fa sorridere lo psicologo Dante Balbo: «Personalmente penso che l’uso di test alimenti soprattutto un’illusione scientista, non sono necessari per valutare una persona. Sarebbe più opportuno avere educatori formati che accompagnino e supervisionino i seminaristi. Sempre di più chi entra in seminario lo fa piuttosto tardi, verso i 30 anni».

    Per il vescovo di Lugano, mons. Valerio Lazzeri, serve un giusto equilibrio. «Non vorrei che questa attenzione buona diventasse un’ossessione patologica, che potrebbe mortificare quello slancio profondo di chi si dona al servizio del Vangelo, della Chiesa, del prossimo. Mi auguro che questo nuovo cammino di apertura possa avvenire nella serenità per le famiglie che affidano i bambini alle nostre strutture, per i giovani che si stanno preparando al servizio, per i più anziani che devono sentire che la loro Chiesa sta crescendo e maturando dinamiche nuove».

    Attualmente alla Diocesi di Lugano sono in formazione sei seminaristi sotto la diretta responsabilità del vescovo, più altri che vengono inviati a Lugano per gli studi ma sono sotto la responsabilità del loro vescovo.

    https://www.laregione.ch/cantone/ticino/1324476/abusi–poche-vittime–bussano–alla-diocesi-di-lugano

  • Tre settimane fa ho confessato di aver subito molestie da parte di un prete. Ecco com’è cambiata la mia vita

    Tre settimane fa ho confessato di aver subito molestie da parte di un prete. Ecco com’è cambiata la mia vita

    Questo post è stato pubblicato su HuffPostUsa ed è stato tradotto da Milena Sanfilippo

    Due anni fa circa, io e mia moglie eravamo seduti al tavolo del solito pub durante l’happy hour a rimpiangere i trenta ormai agli sgoccioli. Una conoscente che aveva appena compiuto cinquant’anni ci regalò una perla di saggezza: “I quaranta vi riserveranno i giorni migliori della vostra vita. Tutto si allinea e cominci a capirci qualcosa”.

    Per me quello fu solo un tentativo benevolo di far sembrare una situazione critica più rosea di quanto fosse in realtà – un po’ come quando ti dicono che il denaro non può comprare la felicità, o che quando un uccello ti fa la cacca addosso porta fortuna.

    Ma, ho capito in seguito, quella donna aveva ragione.

    Nei trent’anni precedenti avevo trasportato un fardello psicologico che solo in quel momento iniziava a chiedere lo scotto: il prete della mia parrocchia mi aveva molestato sessualmente quando ero un chierichetto, alla fine degli anni ’80.

    In un certo senso, ero sempre stato consapevole del fatto che c’era qualcosa di sbagliato. Come tante persone, avevo saputo degli abusi perpetrati dal clero cattolico. Leggendo quelle storie, pensavo tra me: be’, non mi è andata poi tanto male – come se l’abuso su un minore potesse essere tollerato fino a un certo grado. Da ragazzino ho rubato delle sigarette, ma non ho mai rubato una macchina. Ho bevuto alcolici quando ero ancora minorenne, ma non ho mai guidato ubriaco. Giudicavo l’abuso subito in modo simile. Un prete mi aveva immobilizzato per baciarmi, ma non mi aveva mai strappato i pantaloni di dosso.

    Solo quando ho letto il verbale del Gran Giurì della Pennsylvania, pubblicato il mese scorso, sui decenni di abusi da parte di rappresentati del clero nel Commonwealth mi sono reso conto che alcune parti sembravano la mia autobiografia. Le storie dei sopravvissuti rispecchiavano la mia. Ho letto delle ripercussioni psicologiche che hanno subito e ho capito che anche io mi ero trascinato quel peso per così tanto tempo da permettergli di influenzare ogni aspetto della mia esistenza. Ho avuto trascorsi con l’abuso di sostanze. Problemi nell’intimità. Ansia. Depressione. Disprezzavo qualsiasi forma di autorità. Credevo di non meritare niente, di non essere abbastanza.

    Ma il peggio è che nascondevo i dettagli a mia moglie, agli amici e alla famiglia; tutti loro, almeno una volta, avevano fatto i conti con le scosse di assestamento di quelle manifestazioni.

    In quel momento ho capito che dovevo liberarmi da quel peso; che non sarei mai andato avanti con la mia vita senza scendere a patti con quello che mi è successo.

    Immagino che la maggior parte delle persone nella mia posizione ne parlerebbe prima con i propri cari e poi con uno psichiatra. Io ho deciso di seguire un’altra direzione. Credevo che se avessi raccontato la mia storia a una persona cresciuta nella mia stessa parrocchia, e se quella persona fosse giunta alle medesime conclusioni, forse anche lei sarebbe riuscita a cambiare prospettiva rispetto ai suoi problemi personali, di qualunque natura fossero. Inoltre, avevo appreso da poco che il prete colpevole delle molestie lavorava ancora in una parrocchia, con una scuola. Speravo che, uscendo allo scoperto, sarei riuscito ad allertare quella chiesa e i suoi parrocchiani e a far sollevare l’uomo dall’incarico.

    Sono stato fortunato abbastanza da lavorare freelance (occupandomi di notizie e pezzi di opinione) per Reverb Press, un sito politico indipendente, negli ultimi due anni e mezzo. Ho confidato tutto ai caporedattori e detto loro della mia volontà di raccontare l’esperienza su Reverb.

    Più di tutto, a preoccupare i capi è stata la mia salute. Mi hanno trattato come un fratello, non come un dipendente. Volevano essere certi che sarei riuscito a gestire sul piano emotivo le possibili conseguenze del condividere tutto in modo così pubblico. Ad essere onesto, non ero sicuro al cento per cento di come avrei reagito una volta pubblicata la storia, ma volevo farlo.

    Ho parlato con mia moglie di ciò che mi è successo e della mia decisione di uscire allo scoperto, e lei mi ha dimostrato tutto il suo sostegno. Ha posto soltanto una condizione (piuttosto ragionevole) prima della stesura del pezzo: dovevo raccontarle tutta la storia prima che la leggesse sullo schermo del telefono.

    Sapevo che se non avessi acconsentito a quella richiesta, non sarei riuscito neanche a gestire quello che mi avrebbe aspettato in seguito. Perciò le ho detto tutto. Mi sono sentito soffocare. Lei ha pianto. E otto ore dopo, in una soleggiata domenica mattina, la storia è stata pubblicata

    Non sapevo cosa aspettarmi.

    Non si sente spesso un uomo che denuncia apertamente un abuso sessuale. Potrò anche proclamarmi aperto, emancipato e progressista, ma questo non cambia il fatto che sono cresciuto con la filosofia da tardo ventunesimo secolo, “i maschi si comportano da maschi”, in una società alimentata a testosterone e fatta di misoginia dilagante e omofobia neanche tanto velata. Piangere non era tollerato, figuriamoci esternare la nostra vulnerabilità.

    Sapevo che avrei potuto contare sul sostegno di amici e familiari. Sapevo che molti amici sui social avrebbero capito. Ma tutti gli altri? Come avrebbero reagito di fronte a questo chiacchierone robusto e barbuto e alla sua confessione tanto cruda? E la mia città natale? Stavo sollevando un polverone che era meglio non sollevare? Stavo aprendo il vaso di Pandora nella comunità dove i miei suoceri vivono tuttora?

    Le mie paure si sono placate quasi all’istante. La mia storia si è diffusa negli ambienti social della mia città, Ridgefield Park (New Jersey), come un incendio. Sono stato bombardato da messaggi su Facebook da parte di persone a cui non pensavo da trent’anni. La reazione è stata unanimemente positiva.

    E ho ricevuto più di un messaggio come questo:

    “Ed, non so se ti ricordi di me, ma facevo il chierichetto con te e ho subito gli stessi abusi da Padre Gerry. Non l’ho mai detto a nessuno”.

    È bastato quel messaggio (da parte di un signore che ora sento tutti i giorni) a provarmi che avevo preso la decisione giusta. Ma non è finita lì.

    A quanto pare tutti si ricordavano di Padre Gerry. Tutti sapevano che qualcosa non andava. Alcuni nutrivano sospetti molto forti. Altri avevano sentito storie inquietanti. Altri ancora erano stati molestati. Due famiglie hanno perso delle persone care all’indomani di quegli abusi. Ma nessuno aveva mai parlato. E comprendo bene il motivo. Io ci ho messo trent’anni. Chi aveva provato a denunciare il comportamento inappropriato all’epoca è stato messo a tacere. La parrocchia iniziò a incolpare le vittime. E la nostra chiesa era l’epicentro culturale della città – tra i suoi membri c’erano insegnanti, agenti di polizia, paramedici, sindaci e consiglieri comunali.

    Quando si è venuto a sapere che l’aggressore era ancora un prete in piena attività e che lavorava con gli studenti, lo choc si è tramutato in rabbia. La parrocchia – a meno di venti chilometri da Ridgefield Park – è stata subissata di chiamate ed email. I funzionari si sono visti costretti a disabilitare i commenti sulla pagina Facebook.

    Un gruppo di donne, soprannominatosi “Relentless bitches”, ha guidato la carica per far sollevare l’uomo dal servizio. Si sono appellate all’arcidiocesi. Al procuratore distrettuale. Un detective dell’Unità vittime speciali mi ha telefonato per verificare il mio racconto prima di affrontare le autorità ecclesiastiche.

    Quella settimana, un mercoledì, è stata organizzata una protesta di fronte alla Chiesa per la domenica successiva. Ma arrivati al venerdì, non era più necessario. Padre Gerry Sudol è stato sollevato dall’incarico. È stata riaperta un’indagine della Chiesa sui suoi abusi. La mia storia ha raggiunto l’arcidiocesi e le forze dell’ordine. La chiesa ha contattato persino mia moglie per farle sapere che avrebbero accolto la mia testimonianza. (Non ho ragione di fidarmi delle motivazioni e dei metodi della chiesa e non hanno alcuna autorità su di me. Mi hanno informato che le mie deposizioni formali all’ufficio del procuratore saranno inviate all’arcidiocesi per eventuali procedimenti).

    D’un tratto, c’era NJ.com a intervistarmi ed ero in onda per l’emittente della NBC a New York. Chiunque nell’area metropolitana di New York, che conta una popolazione di venti milioni di persone, poteva sapere che ho subito molestie sessuali da bambino. Non potevo più nasconderlo. Se avessi immaginato le attenzioni che la mia esperienza avrebbe ricevuto, probabilmente non avrei mai contemplato l’idea di condividerla.

    E proprio per questo ne sono felice.

    Il mio vicino – un camionista di quasi sessant’anni, senza dubbio il più grande rompipalle che abbia mai conosciuto – era uno dei “maschi alfa” che speravo di evitare una volta sganciata la bomba. Come ho già detto, talvolta è ancora difficile sradicare l’arcaico “codice maschile”. La prima volta che l’ho incontrato dopo la pubblicazione della storia, ha percorso il mio vialetto, mi ha teso la mano e ha detto: “È una grande storia [segue imprecazione]! Ci vogliono le palle. Spero che consegnerai quei bastardi alla giustizia.”

    Meno di due settimane dopo la pubblicazione del pezzo, gli stati del New Jersey e di New York hanno annunciato che, sull’esempio della Pennsylvania, avvieranno un’indagine sugli abusi del clero e sulla reazione della chiesa cattolica. So che non è stato il nostro gruppo Facebook di 380 membri il fattore chiave di questa decisione; ma sono sicuro che grazie a noi questa storia è rimasta sulle prime pagine abbastanza a lungo da fornire ai leader politici il pretesto per affrontare l’organizzazione più vecchia del mondo.

    Io e mia moglie abbiamo riso molto nelle tre settimane successive alla confessione, e questo mi porta a credere che il mio atteggiamento generale sia cambiato. Non è stata una conseguenza intenzionale, ma è immensamente gradita – così come lo sono la pressione più bassa e i miglioramenti del sonno.

    Ho capito che non sono una vittima, ma un sopravvissuto. I maschi alfa, gli stessi da cui mi aspettavo di essere deriso una volta saputa la verità, sono stati tra i miei più accaniti sostenitori. Per la prima volta in vita mia ho sentito di aver tracciato una rotta. Quale sarà la destinazione finale… non lo so per certo. Ma vedere una comunità intera di persone che si erano perse da anni radunarsi all’improvviso, non appena abbiamo deciso di fare i conti con il nostro “segreto”, ha risanato la mia fiducia nell’umanità in questi tempi spesso distopici.

    Canalizzare la rabbia che nutrivo contro la Chiesa in un’inflessibile e produttiva rivendicazione, tesa a smascherare i responsabili e fare giustizia, si è rivelata la mia missione di vita – solo che non lo avevo mai saputo.

    Immagino che la vita inizi davvero a quarant’anni.

  • Germania sotto choc: oltre 3mila abusi su minori da parte di preti pedofili

    Germania sotto choc: oltre 3mila abusi su minori da parte di preti pedofili

    Berlino, 13 set – Dopo lo scandalo dei preti pedofili in Pennsylvania anche la Germania viene scossa da migliaia di casi di abusi sessuali da parte di esponenti della Chiesa Cattolica. Uno studio rivela che sono 3.677 i minori abusati sessualmente da parte di 1.670 preti o religiosi in Germania tra il 1946 e il 2014. Abusi che sono stati regolarmente insabbiati.

    I dati sono emersi dai risultati di uno studio commissionato dalla stessa Conferenza episcopale tedesca e condotto per oltre tre anni da un’equipe delle università di Mannheim, Heidelberg e Giessen, che hanno esaminato 38.156 dossier che 27 diocesi hanno consegnato ai ricercatori. Ne è venuto fuori che il 4,4% dei religiosi del Paese ha abusato di minorenni. I dettagli della ricerca verranno resi noti il 25 settembre, anche se il quotidiano Spiegel ha dato l’anticipazione dei dati più eclatanti.

    I numeri sono davvero spaventosi: oltre al dato sulle quasi 3mila e 700 vittime, si è scoperto che solo 122 pedofili sono stati assicurati alla giustizia civile. 1.023 assalitori hanno abusato una sola volta, 782 hanno compiuto da due a 10 abusi, 96 sono veri e propri violentatori seriali con decine di abusi. 969 dei minori abusati, infine, erano chierichetti.

    Non è la prima volta che la Germania viene investita da uno scandalo pedofilia nella chiesa cattolica. Già nel 2017 un altro rapporto evidenziò che a Regensburg, dove il fratello del Papa emerito Benedetto XVI era direttore del coro, dal 1945 al 1992 si verificarono 547 abusi da parte di preti pedofili. Lo studio anticipato ieri dallo Spiegel, però, ha allargato lo sguardo a tutta la Germania, con risultati sconfortanti.

    E dire che monsignor Georg Gaenswein, segretario del Papa emerito Benedetto XVI, aveva paragonato solo due giorni fa la pedofilia nel clero all’11 settembre americano. Proprio per questo motivo il Papa ha deciso di convocare a Roma i vertici di tutte le conferenze episcopali del mondo. l’incontro si svolgerà tra il 21 e il 24 febbraio 2019 e gli alti prelati discuteranno come risolvere “una volta per tutte” gli scandali di pedofilia.

    Anna Pedri

    Germania sotto choc: oltre 3mila abusi su minori da parte di preti pedofili

  • Papa Francesco, parole e azioni: espulso sacerdote indagato per abusi

    Papa Francesco, parole e azioni: espulso sacerdote indagato per abusi

    Papa Francesco ha ordinato la dimissione dallo stato clericale del sacerdote cileno Cristián Precht Bañados, sotto inchiesta per casi di abusi sessuali nei confronti di minori. Lo riferisce una nota dell’Arcivescovado di Santiago. “Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Luis F. Ladaria SJ – si legge nella nota – ha notificato all’Arcivescovo di Santiago oggi che il 12 settembre di quest’anno, il Santo Padre Francesco ha decretato, in modo definitivo, la dimissione dallo stato clericale ‘ex officio et pro bono Ecclesiae’ e dispensa da tutti gli obblighi collegati alla sacra ordinazione il reverendo Cristián Precht Bañados”. Il sacerdote, 77 anni, attualmente indagato per abusi commessi nei collegi dei fratelli maristi, respinge le accuse.

    http://siciliainformazioni.com/redazione/870627/papa-francesco-parole-e-azioni-espulso-sacerdote-indagato-per-abusi

  • Rivello, confermati 6 anni al prete pedofilo: adescava minori on line

    Rivello, confermati 6 anni al prete pedofilo: adescava minori on line

    di GIOVANNI RIVELLI – Sei anni di reclusione per don Antonio Calderaro, 51 anni, l’oramai ex parroco di San Costantino di Rivello e quattro a testa per gli altri tre imputati nell’ambito del procedimento per rapporti sessuali con ragazzini che sarebbero stati adescati attraverso i social e poi pagati per consumare rapporti sessuali. È il verdetto della Corte d’Appello di Potenza presieduta da Rocco Pavese che ha confermato così il verdetto di primo grado emesso un anno fa dal Tribunale di Matera.

    Oltre a don Calderaro (difeso dagli avvocati Nuccio Labriola di Matera e Gennaro Lavitola di Lagonegro) gli altri 3 imputati, nei confronti dei quali è stata pronunciata la sentenza di condanna a 4 anni di reclusione, sono Rizwan Muhammad, Giancarmelo Varasano e Vincenzo Casanova. Nello stesso procedimento altre quattro persone vennero condannate dal Gup in abbreviato a pene comprese tra i due anni e due mesi e due anni e otto mesi.

    Diversa la scelta degli altri 4 tra cui don Calderaro, indubbiamente la persona su cui più si sono incentrate le attenzioni, che hanno seguito il normale iter procedurale e dopo la prima condanna hanno provato il ricorso in Appello. Per il sacerdote, sospeso a divinis appena emersero i fatti, un processo che non era tanto mirato ad accertare la sussistenza dei fatti (lo stesso ex parroco aveva confessato) ma a determinare la pena, così come l’appello.

    Facile, a questo punto, che la vicenda prosegua in Cassazione. Per Calderaro si pone anche il problema dell’espiazione della pena. Già oltre metà dei 6 anni li ha scontati (fu arrestato ad aprile del 2015 e ancora è agli arresti domiciliari) e qualora la condanna diventasse definitiva potrebbero anche aprirsi le porte del carcere. Per il tipo di reato, infatti, non è ammesso l’affidamento ai servizi sociali in prova anche se tanto potrebbe avvenire a seguito di una dichiarazione di non pericolosità sociale.

    Probabile, quindi, che la difesa coltivi ora entrambe le strade, quella del ricorso in Cassazione, durante il quale Caldararo resterebbe preventivamente ai domiliciliari scontando così un’altra parte della pena, e quella di ottenere la dichiarazione di non pericolosità sociale.

    Il prete, lo ricordiamo, finì agli arresti domiciliari il 21 aprile 2015, nell’ambito di un’inchiesta della Procura del capoluogo lucano sull’adescamento di minori, attraverso i social network, poi pagati per consumare atti sessuali. A far partire le indagini la scoperta della sorella di un quattordicenne del fatto che il fratello prendeva appuntamenti via computer. Gli incontri sessuali sarebbero avvenuti nei pressi dei lidi di Rotondella e Nova Siri tra il 2012 e il 2013.

    https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/home/1057781/rivello-confermati-6-anni-al-prete-pedofilo-adescava-minori-on-line.html