Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Prete pedofilo, caso chiuso: ipotesi giudizio immediato

    Prete pedofilo, caso chiuso: ipotesi giudizio immediato

    Le dichiarazioni di don Paolo Glaentzer per la Procura sono più che sufficienti. Il parroco dice di aver dato 7.000 euro in dieci anni alla famiglia della bambina

    di Paolo Nencioni

    PRATO. Per la Procura il caso è praticamente chiuso. Si avvia a una rapida conclusione l’inchiesta su don Paolo Glaentzer, il parroco settantenne di San Rufignano a Sommaia (Calenzano) arrestato lunedì sera con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di una bambina che a settembre compirà 11 anni.

    Caso quasi chiuso, spiegano gli inquirenti, grazie alle dichiarazioni fatte dal sacerdote durante il primo interrogatorio davanti al sostituto procuratore Laura Canovai e ripetute poi davanti al gip Francesco Pallini nell’interrogatorio di garanzia. Tanto che forse non ci sarà nemmeno bisogno di sentire la bambina, che subito dopo essere stata scoperta da un paio di vicini di casa mentre era appartata col parroco nella sua auto era corsa a casa dai genitori. Dichiarazioni, quelle del parroco, che potrebbero essere sufficienti a convincere la Procura a chiedere il giudizio immediato, saltando l’udienza preliminare. In questo caso l’imputato avrebbe 15 giorni di tempo per chiedere un rito alternativo (patteggiamento o abbreviato).

    Oltre al passaggio sull’età della bambina di cui abbiamo scritto ieri (“pensavo avesse qualche anno in più, 14 o 15”, ma non si capisce come possa dirlo, visto che ammette di conoscere la famiglia da una decina di anni), don Paolo ha detto anche di avere elargito al padre della bambina, nell’arco di circa dieci anni, donazioni per circa 7.000 euro. Una circostanza che fa riflettere e innesca altri interrogativi. A che titolo il sacerdote ha versato questi soldi? «In ragione delle difficoltà economiche e di salute dei genitori» della bambina, scrive il gip nell’ordinanza in cui ha disposto gli arresti domiciliari a Bagni di Lucca. Certo è che si tratta di una cifra non indifferente. Durante l’interrogatorio al sacerdote è stato chiesto se per caso la bambina fosse stata a lui “offerta” e su questo ha negato decisamente.

    Le testimonianze su un presunto via vai sospetto intorno alla casa dove la bambina vive coi genitori e tre fratelli vengono prese con estrema cautela dalla Procura di Prato, nel senso che al momento sono solo voci di paese che non hanno trovato riscontro negli accertamenti. Chi ha avuto modo di avvicinare don Paolo in queste turbolente giornate ha ricavato l’impressione che il sacerdote sembri non rendersi pienamente conto di quello che è capitato e delle accuse che gli vengono mosse. Confida nella provvidenza divina e si affida a Gesù, convinto che la tempesta prima o poi passerà. Parla di uno “scambio di affetto” con la bambina («ma era lei che prendeva l’iniziativa») e, conversando con un cronista del Corriere fiorentino mentre è in corso il trasloco da Calenzano a Bagni di Lucca, del «demonio che gli ha fatto lo sgambetto».

    L’altro fronte della vicenda riguarda la sorte di tre dei quattro figli della coppia di Calenzano (il fratello più grande è maggiorenne). Da gennaio è in corso un’istruttoria al Tribunale dei minorenni di Firenze per allontanarli dalla famiglia (com’era già successo nel 2013) e in questi giorni, anche dopo quello che è accaduto, la questione sarà decisa definitivamente.

  • Dal Cile a Washington, sugli abusi la chiesa rischia la “catastrofe”

    Dal Cile a Washington, sugli abusi la chiesa rischia la “catastrofe”

    Via tutti i vescovi è lo slogan, la richiesta corale di una chiesa che ha accolto male il Papa lo scorso gennaio, e da Roma hanno iniziato già da un paio di mesi il repulisti

    di Matteo Matzuzzi

    Roma. L’irruzione nella cattedrale di Santiago del Cile mentre il cardinale arcivescovo Ricardo Ezzati stava celebrando il pontificale di San Giacomo indica come meglio non si potrebbe il disfacimento in corso della chiesa cilena. Cartelli e striscioni con un unico messaggio impresso: “Se ne vadano tutti i vescovi”, a cominciare dal cardinale Ezzati, che dovrà comparire davanti a un giudice locale per rendere conto di vere o presunte coperture di abusi sessuali da parte di membri del clero su minori.

    Via tutti i vescovi è lo slogan, la richiesta corale di una chiesa che ha accolto male il Papa lo scorso gennaio (il problema era ben più serio delle strade vuote mentre passava il corteo vaticano), e da Roma hanno iniziato già da un paio di mesi il repulisti. Presuli allontanati, altri sub judice. Il Papa riflette ma è deciso nell’azzerare la gerarchia. Ezzati, che di anni ne ha 75, sarà presto messo a riposo. Qualche giorno fa, inseguito da una troupe giornalistica locale, il vescovo emerito di Talca, mons. Horacio Valenzuela – uno di quelli rimossi da Francesco – è scappato dalla finestra del suo studio, cercando rifugio in un’automobile. Di strada fare per ritrovare prima di tutto credibilità, insomma, ce n’è parecchia.

    Chi l’ha ben chiarito è stato il cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston, cappuccino chiamato nei primi anni Duemila a ricostruire la chiesa di Boston dopo il terremoto che l’aveva distrutta, tra risarcimenti milionari, vescovi cacciati e campagne di stampa aggressive. O’Malley sette mesi fa aveva bacchettato pure il Papa impegnato nella difesa del vescovo (poi rimosso) Juan Barros e oggi è tornato a parlare in relazione alla posizione del cardinale Theodore McCarrick, arcivescovo emerito di Washington al quale la Santa Sede ha ordinato (in attesa di altri provvedimenti) di ritirarsi a vita privata dopo l’accertamento di una lista di abusi peraltro nota da decenni che porta a chiedere anche a suoi confratelli vescovi come sia stato possibile che McCarrick abbia avuto una carriera in continua ascesa, culminata con la promozione ad arcivescovo della capitale americana. Le scuse, ha detto O’Malley “non bastano”. E’ necessario “assicurare la giustizia alle vittime e rispondere adeguatamente alla legittima indignazione della comunità” e la continua pubblicazione di indiscrezioni e testimonianze non fa che peggiorare la situazione: “Ogni nuova notizia di un abuso sessuale del clero a ogni livello crea dubbi in tante persone sul fatto che nella chiesa si stia effettivamente affrontando questa catastrofe”. L’arcivescovo di Boston, che è anche presidente della commissione pontificia per la Tutela dei minori, denuncia “una grave lacuna” presente nella chiesa a proposito della punizione di vescovi o cardinali che si trovano in qualche modo coinvolti in casi di abusi sessuali. “Alla chiesa serve una politica forte per affrontare la violazione del voto di celibato da parte dei vescovi nei casi di abuso criminale di minore e nei casi che coinvolgono gli adulti”, ha aggiunto O’Malley, invocando ancora una volta “tolleranza zero”. Il pericolo, enorme, è che non adottare le iniziative adeguate “minaccerà e metterà in pericolo la già indebolita autorità morale della chiesa”, con il rischio che ne esca distrutta “la fiducia richiesta alla chiesa”. America, l’influente rivista dei gesuiti della East coast, si è già portata avanti, scrivendo che “la chiesa e i suoi leader dovrebbero vergognarsi della loro incapacità”.

  • In merito alle notizie, di “questi giorni”, di abusi del clero su minori. La testimonianza di un ultimo

    In merito alle notizie, di “questi giorni”, di abusi del clero su minori. La testimonianza di un ultimo

    Riceviamo e pubblichiamo volentieri la lettera/testimonianza di un Sacerdote, un prete indignato per tutto quello che sta succedendo quotidianamente nella Chiesa, un prete vicino alle vittime…

    Ricordo quasi come fosse ieri, con quella stessa gioia ma anche con lo stesso “timore”, il giorno in cui dissi: “SI, CON L’AIUTO DI DIO LO VOGLIO!” Era il giorno più bello ed importante della mia vita (dopo quello in cui ho avuto la grazia di essere venuto al mondo): il giorno in cui venivo consacrato sacerdote PER SEMPRE. Rammento, tra i mille pensieri che mi frullavano in testa, una frase che mi sgorgò dal cuore – ma non era una frase bensì una preghiera – nel momento in cui si invocano i santi e si è completamente stesi a terra (per dire:”Io non sono nulla! E solo in Te, mio Dio, posso essere ciò che Tu vuoi”) … dissi, dal profondo del cuore: “MIO DIO, DONAMI LA FEDELTÀ QUOTIDIANA A QUESTO DONO CHE TU OGGI MI FAI!”

    Parole ingenue? Temerarie? O, forse, scontate e atte a far “sorridere”? Non credo! Sono passati più di 32 anni e con la stessa gioia (sono convinto, insieme a tanti altri preti) le ripeto ogni mattina, sapendo che “ogni giorno porta con se la sua pena”. Senza ingenuità, convinto che in ogni giornata che il Padre mi dona, quella parola deve farsi vera. Vera! Non perché io ce la metto tutta ma perché mi affido a una Grazia che mi “supera” o, come avrebbe detto il cardinal Martini ‘un’Amore Fedele che mi anticipa e mi sostiene’; credo e voglio continuare a credere in questo. In questo periodo sento, quasi ogni giorno, notizie di abusi sui minori da parte di membri del clero e mi son detto con amici: ma in che Chiesa siamo cresciuti noi?

    Forse questa non è la “nostra chiesa! … Che dire? Che “fare”? Il primo istinto è quello di abbandonarsi alla rabbia. Provo un disgusto profondo, un senso di ribellione e … Io stesso mi sento ferito … (“tradito”?) … il sangue “ribolle” ma, so che tutto questo non serve a molto..

    E allora mi dedico con più forza alla preghiera. Potrei far sorridere? Si, certo … Mi dedico alla preghiera perché il cuore mi si appesantisce per le lacrime di cui è ricolmo … sanguina per il dolore che provo! Solo la preghiera rasserena e offre nuova luce a ogni “cosa”. Ma come “abbiamo” fatto a ridurci così? È questa la Chiesa del Signore? …

    Prego per quella bambina a cui ieri, un prete, ha resa per sempre la vita un “inferno” e il cui padre si dice: “Ci sentiamo in colpa!” (non ho parole!) …

    Prego per il figlio, abusato, di amici che ho avuto la gioia, ma forse meglio dire la Grazia, di “ritrovare” (ma probabilmente ci eravamo solo un po’ persi di vista). Questo loro figlio che ho “conosciuto” solo per poche ore, ma che mi sono bastate per guardare i suoi occhi: profondi, trasparenti, carichi di Verità … protesi verso un futuro di sogni, attese … di tutta quella positività per la vita (che scorgo anche negli sguardi di ogni ragazza o ragazzo che incontro ogni giorno) … Stranamente, in quegli occhi non ho visto rabbia, anche se immagino che nel cuore ce ne sarà e … certamente giustificata.

    Prego per ogni bambino e bambina forse troppo dimenticati, di cui poco si parla, vittime di questa parte di Chiesa che invece deve essere Luce e Forza nella testimonianza del Vangelo. Prego per questi preti che non si ricordano che ogni uomo e ogni donna “ci sono stati affidati” per proteggerli, custodirli ed amarli e perché anche solo il pensiero di uno sguardo malizioso verso un fanciullo sia allontanato dalla loro mente e dal loro cuore.

    Mi fa troppo male pensare che, anche solo, una carezza maliziosa verso una bambina possa attraversare il cuore, gli affetti e i gesti di un prete. Non esiste!

    Pregare? Poco? Forse si. Ma non sono così stupido.

    C’è la giustizia terrena, che deve operare: sia quella civile che quella ecclesiastica (ma questo discorso è un altro) …

    Ma la mia domanda o inquietudine è più profonda. Vivere ancora in questa Chiesa? Oppure sbattere la porta? Stare in silenzio, pregare … Scegliere altre strade? Farmi un mio piccolo mondo religioso? NO! Ho promesso di Amare Gesù Cristo e la sua Chiesa e CONTINUERÒ A FARLO! Ho promesso di vivere il celibato per donarmi più profondamente e intimamente a tutti quelli che il Signore mette sul mio cammino. NON ABBANDONERÒ MAI (!) QUESTA CHIESA.

    Non posso pensare che questa Madre che ogni giorno mi fa crescere come Figlio, attraverso la preghiera, i sacramenti, il perdono, l’amore fraterno condiviso nella “mia” comunità … abbandoni me e i suoi figli, soprattutto i più deboli che stanno soffrendo. Sono certo che, poiché il Bene ha già vinto sul Male, la Chiesa sia non solo questo e sia oltre questo! C’è il Bene di Dio nella chiesa che può e deve risplendere ogni giorno attraverso ogni cristiano, ogni sacerdote, ogni religiosa che ama rispondere (anche con fatica e impegno) al soffio dello Spirito che ci invita a essere SEME BUONO dentro queste vicende.

    Non sono nessuno per dire tutto questo. Indubbiamente solo “un lumicino dalla fiamma smorta” ma, credo che se la fiamma si ravviva con chi ancora tra tanti preti – e ci sono – credono alla Bellezza e alla Bontà del Vangelo e della Chiesa di Gesù … la fiamma del Bene può risplendere e fare più Luce! Una Luce benefica: quella del Vangelo di Gesù.

    Un semplice prete, dDV

  • Don Zanotti finisce nei guai: “Subivo abusi e mi costringeva a prendere il Viagra”

    Don Zanotti finisce nei guai: “Subivo abusi e mi costringeva a prendere il Viagra”

    Costretto a diventare l’amante di un frate cappuccino che lo minacciava e picchiava. È questo quanto accaduto a un immigrato che viveva da quattro anni nella comunità “Oasi 7”, un centro di accoglienza per profughi e minori in difficoltà di Bergamo fondata proprio da padre Antonio Zanotti, ora accusato di violenza sessuale.

    Il ragazzo racconta di aver vissuto “un’esperienza terribile per cui ho anche tentato di togliermi la vita” – riporta il Corriere – e non è l’unico: altri due stranieri, infatti, hanno già depositato la loro testimonianza e parleranno presto con i pm e le autorità ecclesiastiche.

    Il ragazzo, nella denuncia, racconta di essere arrivato all’Oasi 7 nel 2014. Inizialmente si sentii accolto dal frate, ma poi, dopo circa tre mesi, quest’ultimo iniziò ad approcciarlo sessualmente: prima con abbracci e poi invitandolo a bere nella sua stanza. “Nonostante non fosse mio desiderio avere rapporti sessuali con il frate, non riuscivo a oppormi. Padre Zanotti cominciò a farmi dei regali costosi, qualunque cosa chiedessi me la acquistava. Se accondiscendevo alle sue richieste, mi faceva trovare dei soldi“, racconta il minorenne. E dopo le violenze sessuali sono cominciate le minacce:”Mi minacciava che senza di lui e la sua bontà avrei passato la mia vita in mezzo alla strada insieme ai disperati”.

    Nella denuncia depositata emergono poi alcuni dettagli sulle avances del frate. “Mi costrinse a prendere del Viagra. Mi diceva sempre: “Ci vogliono i soldi, caro mio, io ne ho tanti e tu non hai niente”. Il degrado umano nel quale mi aveva gettato padre Zanotti fu tale che nel marzo del 2018 fui costretto, per non impazzire, ad andare a lavorare fuori dalla struttura. Due mesi fa, a causa degli ultimi gravi abusi subiti, sempre nelle stesse modalità delle minacce miste a lusinghe e ricatti, trovai la forza di andarmene definitivamente, preferendo vivere per strada piuttosto che vivere l’annullamento della mia persona. A seguito di ciò sono stato aggredito, picchiato e minacciato. Mi trovavo nella stazione di Bergamo quando due albanesi che conoscevo, perché residenti nella comunità di padre Zanotti, mi hanno circondato e riempito di pugni e schiaffi, lasciandomi a terra sanguinante, non prima di avermi detto: ‘Non tornare più là dentro e vedi di stare molto lontano da qui’. Adesso vivo in un luogo protetto, ma ho paura che possa accadermi qualcosa di brutto”. C’è poi anche del materiale, tra cui alcuni filmini e foto hard, che è già stato depositato in Vaticano e alla Procura di Roma e sarà presto esaminato.

    Don Zanotti, tra l’altro, nel 2007 ha ricevuto il “Premio per la Pace” dalla Regione Lombardia. Nel 2012, poi, si è cominciato a parlare del suo “miracolo”: “Qui c’erano solo cascine abbandonate – raccontò il frate al Giornale – e io avevo tante anime da raccogliere: prostitute, drogati e malati psichici a cui le famiglie non erano in grado di badare, ragazzi alla deriva. Hanno costruito quasi tutto loro e io, ad essere sincero, non avevo neppure i permessi… Sono andato avanti lo stesso e alla fine i Comuni mi hanno aiutato”. A quanto pare, però, dietro alla sua solidarietà c’era dell’altro.

  • Australia, 600 preti contro denuncia casi pedofilia in confessione

    Australia, 600 preti contro denuncia casi pedofilia in confessione

    Un gruppo di sacerdoti si dice contrario all’attuazione delle nuove leggi ispirate dalla Commissione nazionale d’inchiesta che da oltre due anni indaga sugli abusi nel Paese. Previste multe fino a 10mila dollari per i religiosi che non denunciano

    In Australia un gruppo composto da 600 sacerdoti cattolici si è schierato contro l’attuazione delle nuove leggi che prevedono l’obbligo per i sacerdoti di denunciare i casi di pedofilia appresi durante la confessione. La misura è una delle 122 raccomandazioni che la Commissione nazionale d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi di pedofilia ha stilato dopo oltre due anni d’indagine su chiese, enti di beneficenza, governi locali, scuole, organizzazioni comunitarie e polizia. “Ogni sacerdote degno del suo nome – ha dichiarato padre Scot Armstrong, presidente dell’Australian confraternity of catholic clergy – farebbe tutto il necessario per proteggere i bambini, ma senza violare il sigillo della confessione”.

    “Violazione della libertà di religione”

    “La Confraternita e i 600 sacerdoti che hanno aderito all’appello – ha spiegato padre Armstrong – considerano le nuove norme inattuabili, oltre che inaccettabili in principio”. Secondo il sacerdote, infatti, si tratterebbe di un tentativo errato “di collegare la confessione ad una cultura di occultamento”. Inoltre per padre Armstrong “un simile obbligo non sarebbe comunque di alcun aiuto per le vittime” e comporterebbe solo “un’intrusione dello Stato nel dominio del sacro, perché tali leggi violano la libertà di religione”. Nello specifico, il presidente dell’Australian confraternity of catholic clergy ha spiegato in una nota come: “i cattolici professano che Cristo ha istituito il sacramento della penitenza per il perdono dei peccati. La natura del peccato comporta la colpevolezza del peccatore davanti a Dio e l’assoluzione è affidata da Cristo al sacerdote, che deve giudicare la genuinità del pentimento”. Motivo per il quale, spiega Armstrong, “il sigillo del sacramento si applica al rapporto personale del penitente con Dio e quindi non è solo questione di diritto canonico ma di diritto divino, da cui la Chiesa non ha il potere di esentare”.

    Multe fino a 10mila dollari

    In caso di attuazione della legge, i sacerdoti che apprendono di casi di abusi su minori durante la confessione rischierebbero multe fino a 10mila dollari (circa 6500 euro) per mancata denuncia. Al momento è previsto che da ottobre la norma entri in vigore nel South Australia e sono in via di definizione leggi simili in Western Australia, in Tasmania e nel Territorio della capitale federale Canberra.

    https://tg24.sky.it/mondo/2018/07/04/australia-preti-cattolici-contro-denuncia-pedofilia-confessione.html

  • Australia, da ottobre i preti devono denunciare i casi di pedofilia appresi in confessionale. 600 sacerdoti contrari

    Australia, da ottobre i preti devono denunciare i casi di pedofilia appresi in confessionale. 600 sacerdoti contrari

    A farsi portavoce della protesta degli ecclesiastici è stato Padre Scott Armstrong, presidente della Australian Confraternity of Catholic Clergy: “È un’intrusione dello stato nel dominio del sacro, un simile obbligo non sarebbe comunque di alcun aiuto”

    In Australia 600 preti sono contrari all’ipotesi di legge che chiede ai sacerdoti di denunciare casi di pedofilia appresi in confessione. La norma viene vista come “un’intrusione dello stato nel dominio del sacro”, delle leggi che minano la libertà di religione. “Ogni sacerdote degno del suo nome farebbe tutto il necessario per proteggere i bambini, un simile obbligo non sarebbe comunque di alcun aiuto per loro” ha detto il presidente dell’Australian Confraternity of Catholic Clergy, padre Scot Armstrong, per giustificare la presa di posizione dei presuli. La decisione dei 600 sacerdoti fa appello al diritto canonico riguardante il sacramento della penitenza per il perdono dei peccati: secondo i preti, la legislazione in via di approvazione farebbe fallire il rapporto religioso inviolabile tra il penitente con Dio.

    L’iter della legge, tuttavia, va avanti. A ottobre il South Australiasarà il primo stato ad abolire l’esenzione finora accordata al segreto del confessionale dall’obbligo di denuncia. I sacerdoti saranno passibili di multe di 10mila dollari (6500 euro) se non riferiranno informazioni su casi di abusi apprese in confessione. Leggi simili sono state annunciate in Western Australia, in Tasmania e nel Territorio della capitale federale Canberra. Il nuovo codice di leggi intende applicare una delle 122 raccomandazioni della Commissione nazionale d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi di pedofilia.

    La legge che si sta dibattendo trova terreno fertile dopo un recente caso di cronaca che vede protagonista l’arcivescovo di AdelaidePhilip Wilson, che lavorava con un prete finito in carcere per abusi su minori negli anni ’70. I giudici hanno stabilito che il presule era a conoscenza dei fatti e all’epoca non ha informato le autorità civili: per questo motivo è  stato condannato a 12 mesi di reclusione. Il prete che abusò è morto nel 2006 in carcere dopo circa un anno di detenzione all’età di 65 anni. A metà agosto i giudici decideranno se concedere gli arresti domiciliari a mons. Wilson per motivi di salute.

    I vescovi australiani auspicano che questa condanna possa dare “un senso di pace e di guarigione a quanti sono stati abusati dal defunto sacerdote”, pur riconoscendo che “gli effetti di un abuso sessuale possono durare per tutta una vita”.  Venuta a conoscenza di questi episodi, la chiesa australiana ha deciso di portare avanti significative riforme con l’intento di scongiurare qualsiasi altro episodio simile e di proteggere i bambini all’interno delle comunità cristiane. Sulla vicenda è intervenuto anche il vescovo Greg O’Kelly, nominato dal Papa il 3 giugno scorso e amministratore apostolico “Sede Plena” dell’arcidiocesi di Adelaide: “In queste circostanze – ha detto – dobbiamo essere molto consapevoli dell’impatto sui sopravvissuti, sulle loro famiglie e su tutti coloro che li amano. Ho assistito all’angoscia e al dolore delle vittime. La Chiesa deve continuare a compiere ogni sforzo per ascoltarli e sostenerli. Il nostro impegno per la sicurezza di ogni bambino nella nostra Chiesa e nelle nostre scuole è fondamentale”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/07/04/australia-da-ottobre-i-preti-devono-denunciare-i-casi-di-pedofilia-appresi-in-confessionale-600-sacerdoti-contrari/4470170/

  • Abusi sessuali il Papa rimuove altri due vescovi del Cile

    Abusi sessuali il Papa rimuove altri due vescovi del Cile

    Prosegue l’azione di Francesco contro lo scandalo che ha colpito la Chiesa sudamericana

    CITTA’ DEL VATICANO – Va avanti l’epurazione dei vescovi cileni. Oggi il Papa ha rimosso il presidente della commissione abusi in Cile Alejandro Goic Karmelic, vescovo di Rancagua. Dopo i tre rimossi l’11 giugno tra cui quella di Osorno Juan Barros, al centro dello scandalo per aver taciuto gli abusi sessuali del suo mentore don Fernando Karadima, oggi il Papa ha accolto le dimissioni oltre che di Goic Karmelic anche del vescovo di Talca, monsignor Horacio del Carmen Valenzuela Abarca. Al loro posto andranno, come amministratori apostolici, rispettivamente monsignor Luis Fernando Ramos Perez e monsignor Galo Fernandez Villaseca, entrambi ausiliari di Santiago.

    Francesco, dopo il viaggio in Cile nel quale aveva detto alle vittime di abusi che le accuse contro il vescovo Juan Barros, sospettato di avere coperto le violenze del prete Fernando Karadima, erano “calunnie”, si era ricreduto.
    In seguito a un’inchiesta portata avanti dall’arcivescovo Charles Scicluna, e dopo alcune udienze concesse a tre vittime dello stesso Karadima, aveva deciso di convocare a Roma coloro che gli avevano assicurato che le vittime non avessero alcuna prova, appunto gli stessi vescovi, per discernere “la responsabilità di tutti e di ciascuno”.

    Monsignor Alejandro Goic, vescovo di Rancagua, il 26 maggio si era dimesso dal suo incarico di responsabile dell’organismo creato dalla Conferenza episcopale cilena per prevenire gli abusi sessuali, dopo le rivelazioni sul suo atteggiamento riguardo al caso di 14 sacerdoti che avevano creato una “confraternita” di abusatori nella sua diocesi.
    Lo scandalo aveva colpito Goic – 78enne ex presidente della Conferenza episcopale – al suo ritorno dal Vaticano, dove insieme a tutti gli altri vescovi cileni aveva presentato le sue dimissioni a Papa Francesco. “Non sono stato capace di rendermi conto di quello che stava succedendo, anche se c’erano segni visibili e oggi devo riconoscere che in questo sono stato poco attento”, ha ammesso Goic.

    http://www.repubblica.it/vaticano/2018/06/28/news/abusi_sessuali_il_papa_rimuove_due_vescovi_del_cile-200261296/amp/

  • Quei nomi di peso dietro lo scandalo pedofilia nella Chiesa cilena

    Quei nomi di peso dietro lo scandalo pedofilia nella Chiesa cilena

    Lo scandalo della Chiesa cilena continua a far parlare di sé. Vengono fatti i nomi del cardinal Sodano e di un gesuita “consigliere” di Bergoglio. Karadima sarebbe stato vicino all’ex segretario di Stato, mentre un gesuita “bergogliano” avrebbe avuto un ruolo nell’elevazione a vescovo di Barros

    Lo scandalo cileno ha travolto la Chiesa cattolica. L’intero episcopato della nazione sudamericana ha rimesso le proprie dimissioni nelle mani di Papa Francesco.

    Le prime tre “rinunce” accettate da Bergoglio sono state quella del vescovo Barros, quella dell’arcivescovo Cristián Caro Cordero e quella del vescovo Gonzalo Duarte García de Cortázar. Tutti e tre sarebbero in qualche modo coinvolti nei casi affrontati di questi tempi dal Vaticano. Barros, nello specifico, è stato uno dei più stretti collaboratori di padre Karadima, l’uomo già condannato a una vita di preghiera e penitenza per abusi ai danni di minori.

    Sempre Barros, che è l’ex arcivescovo della diocesi di Osorno, era finito al centro delle polemiche dopo che, durante la visita pastorale in Cile del pontefice argentino, Il Santo Padre aveva parlato di “calunnie” fino all’emersione di prove. Evidenze che sarebbero poi arrivate, tanto che il Papa ha ammesso di aver commesso “errori di valutazione”. Charles Scicluna, il “plenipotenziario” per la lotta alla pedofilia, è da poco tornato dal suo secondo viaggio nella nazione cilena. Il primo era risultato fondamentale per lo sviluppo di un dossierdenso di testimonianze, lo stesso che ha “costretto” i vescovi alle dimissioni collettive. Bergoglio ha optato per “spedire” Scicluna in Cile una seconda volta.

    Alla base di questi “errori di valutazione”, però, ci sarebbe stata la mancanza di “informazioni veritiere ed equilibrate”. Da allora la domanda che circola è sostanzialmente una: chi potrebbe aver tratto in inganno il pontefice argentino? Sì perché Barros, nonostante le accuse provenienti da più parti, era stato elevato vescovo della diocesi citata.

    Bergoglio ha da poco incontrato il fratello di Karadima. Quest’ultimo è stato intervistato da La Tercera, uno dei principali quotidiani cileni. In uno dei virgolettati riportati da Il Faro di Roma, il fratello minore del padre carsimatico cileno ha dichiarato:”Quando il Papa mi ha chiesto di parlargli di Barros io gli ho riferito che Barros ha mentito. Egli era amico di mio fratello e faceva parte della sua stretta cerchia. Barros, ma anche Koljatic, Valenzuela e Arteaga sono stati fatti vescovi grazie a mio fratello che era molto vicino all’allora nunzio in Cile, il cardinale Angelo Sodano che poi è diventato Segretario di Stato vaticano. Lo sanno tutti qui in Cile che sono diventati vescovi grazie a lui”.

    Le informazioni che potrebbero essere dedotte, prendendo per buone queste dichiarazioni, sarebbero due: Barros stesso avrebbe mentito a Papa Francesco; Karadima sarebbe stato “vicino” all’ex segretario di Stato Angelo Sodano, quando questi era nunzio apostolico. Spunterebbe quindi una nuova ipotesi: Karadima avrebbe fatto elevare a vescovi membri della sua “cerchia ristretta” utilizzando la “sponda” del cardinale italiano. Uno scandalo nello scandalo?

    Su Il Messaggero, all’interno di questo pezzo, si legge:”Il cardinale Angelo Sodano – già Segretario di Stato e attuale Decano del Collegio Cardinalizio – non solo era molto vicino a padre Fernando Karadima, il pedofilo seriale cileno attualmente in pensione, ma i tre vescovi in Cile che hanno insabbiato il caso, ignorando le reiterate denunce delle vittime, diventarono tutti vescovi grazie ai buoni uffici di Karadima che ne consigliò la promozione all’allora nunzio apostolico Sodano. Un sistema marcio alle radici”. Il nome fatto dal fatello di Karadima è di quelli pesanti. Inutile aggiungere che si attendono possibili prese di posizione da parte della Santa Sede. Ma non è tutto.

    Il vaticanista Sandro Magister, sul suo blog de L’Espresso, ha parlato di un altro uomo di Chiesa, il gesuita Arana, che sarebbe molto vicino a Bergoglio e che “aveva avuto un ruolo decisivo, tre-quattro anni prima, nella nomina di Barros a vescovo di Osorno, stando – sottolinea Magister – a quanto asserito con sicurezza lo scorso maggio sul sito paravaticano “Il Sismografo” dal suo fondatore e direttore Luis Badilla, vaticanista cileno che vive a Roma, già giornalista della Radio Vaticana, dopo che le prime indiscrezioni sul ruolo del gesuita erano apparse sul sito spagnolo “Infovaticana””.

    La questione, insomma, si farebbe complicata. I responsabili indiretti delle promozioni discusse potrebbero essere alti prelati vaticani, nel caso di Sodano, che magari era stato malconsigliato da Karadima. In relazione al presunto ruolo di Germàn Arana verrebbe tirato in ballo, invece, un gesuita considerato consigliere del Papa. Un “bergogliano”, si direbbe in termini sintetici. Mentre in Vaticano continua la battaglia per la trasparenza, ci si aspetta di capire se qualcuno ha davvero avuto un ruolo in queste discusse “promozioni”. Lo scandalo cileno sembra non finire più.

    http://www.ilgiornale.it/news/mondo/quei-nomi-dietro-scandalo-pedofilia-nella-chiesa-cilena-1542463.html?mobile_detect=false

  • Suore abusate. Da preti. Il bubbone sta esplodendo

    Suore abusate. Da preti. Il bubbone sta esplodendo

    PARIGI-ADISTA. È ancora in gran parte sotterraneo, parlarne è ancora un enorme tabù. Forse l’ultimo. Ma esiste, e lentamente, caso dopo caso, le vittime cominciano a superare le resistenze e a liberarsi da questo fardello pesantissimo. È il fenomeno degli abusi sessuali sulle religiose, versante ancora poco noto di una piaga che sembra senza fondo, in gran parte nascosto per le dinamiche di controllo e di potere che causano omertà e senso di colpa. Sono abusi sessuali perpetrati spesso su donne fragili e vulnerabili da uomini in posizione di superiorità gerarchica, ma non di rado anche da consorelle o superiore, e che restano sepolti nella coscienza per decenni; spesso, se una vittima riesce a parlarne, lo fa dopo aver abbandonato la vita consacrata, dopo aver trovato la forza di ricominciare un’altra esistenza. In questi ultimi anni, tuttavia, sempre più frequenti sono le denunce, anche se spesso si tratta di casi ormai prescritti.

    Si tratta comunque della punta di un iceberg dalle dimensioni ancora sconosciute, diffuso in tutto il mondo e che si è iniziato a intravedere nel lontano 2001, quando grazie al settimanale statunitense National Catholic Reporter furono pubblicati quattro documenti strettamente confidenziali; tra questi, uno del 1998 a firma di suor Marie Mc Donald e l’altro del 1995, di suor Maria O’ Donohue – all’epoca coordinatrice dei programmi sull’Aids per conto della Caritas Internationalis e dell’agenzia Cafod (Fondo cattolico per lo sviluppo oltremare) (v. Adista nn. 24, 26, 27, 30, 36, 37 e 42/01) – consegnato al card. Martinez Somalo, allora prefetto della Congregazione vaticana per la Vita Consacrata. Erano rapporti in cui si parlava di suore sfruttate sessualmente, sedotte e spesso violentate da preti e missionari in quanto considerate «sicure» dal punto di vista sanitario. Sul problema è poi tornata in tempi più recenti, nel 2015, la teologa congolese suor Rita Mboshu Kongo, docente alla Pontificia Università Urbaniana, in un seminario internazionale dal titolo “La Chiesa di fronte alla condizione delle donne oggi”, promosso dal mensile Donna Chiesa Mondo, supplemento dell’Osservatore Romano (v. Adista Notizie n. 22/15). In Africa, denunciò con forza suor Rita, ci sono suore costrette a “vendersi”, abusate da ecclesiastici e poi abbandonate dalle loro stesse congregazioni.

    Quasi un incesto

    Ora la questione è stata sollevata dal quotidiano Le Parisien (11/6) al quale alcune vittime, fuoriuscite dalla propria congregazione religiosa, hanno affidato la propria storia, per un’inchiesta sul tema firmata da Vincent Mongaillard. «È la prova che si tratta di un fenomeno molto più ampio. Se le religiose liberano totalmente la parola, può emergere uno scandalo enorme», osserva François Devaux, presidente dell’associazione di vittime di abusi nella Chiesa “La parole libérée”, nata per dare sostegno alle vittime del prete pedofilo p. Preynat di Lione (v. Adista Notizie nn. 8, 12, 13, 15, 29/16). E l’11 giugno scorso, a Parigi, la Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia (Corref) ha dedicato una giornata proprio al tema degli abusi sessuali: «Quando un religioso aggredisce una religiosa, oltre a una violenza fisica e psichica estrema c’è una violenza spirituale. L’aggressore spezza il corpo, spezza il nucleo più intimo della fede di una persona nel suo rapporto con Dio», è la denuncia della presidente della Corref, suor Véronique Margron, che invita le vittime a parlare e a «far risalire la parola dal fondo della tomba». Si tratta, per l’abuso consumato in questo contesto, di una sorta di «incesto», come lo ha definito la psichiatra Muriel Salmona, presidente dell’associazione “Mémoire traumatique”: «Là dove le suore dovrebbero essere più al sicuro, sono esposte». Soprattutto le più vulnerabili, ad esempio quelle che hanno già subìto un abuso in passato e hanno una immagine di sé del tutto negativa. Perché la scelta delle vittime non è certo casuale, e maggiore è l’influenza esercitata sulla religiosa, meno la parola si libera e i predatori sono “al sicuro”, spiega Devaux. Grave responsabilità, poi, è quella della struttura organizzativa delle comunità religiose: «Ognuno degli istituti è autonomo nel suo governo ed è legato al diritto pontificio, a Roma», per cui l’indipendenza dalle diocesi è un altro elemento che favorisce la legge del silenzio.

    La storia di “Christelle”

    Tra i casi cui Le Parisien fa riferimento c’è quello di “Christelle”, ex religiosa, oggi insegnante, che non riesce più ad avvicinarsi a un prete, a confessarsi, persino a partecipare alla messa domenicale. Lo scorso autunno ha presentato una denuncia per violenza e aggressioni sessuali avvenute nel 2010-2011. La sua è una storia “da manuale”, fatta di vulnerabilità, manipolazione, dipendenza emotiva e spirituale, ricatto, sensi di colpa. All ’epoca, racconta, subiva «l’influenza» di “Jean”, prete della sua congregazione conosciuto nel 2004. «Ci era stato raccomandato come un grande e santo predicatore», e diviene una sorta di «fratello spirituale» e di confidente, in un contesto nel quale il suo rapporto con le consorelle, tutte molto più anziane di lei, è molto teso. Nel 2007 la relazione prende un’altra piega: «Al momento di salutarsi in parlatorio ha cercato di baciarmi. Di fronte al mio sguardo sconvolto, mi ha chiesto scusa». Il prete prende le distanze: «Sono crollata, era il mio unico sostegno». Nel 2010, in un periodo in cui sente di aver smarrito la propria direzione spirituale, si ha un riavvicinamento: «Era l’ultima persona che mi restava, aveva un’aura e un’autorevolezza, poteva aiutarmi a trovare il mio posto nella Chiesa», era ciò che si raccontava al tempo. Ma negli incontri i gesti dell’uomo si sono fatti «sempre più inappropriati »: «Ogni volta gli dicevo di no, ma lui continuava. A ogni sbandamento si mostrava pentito. Fino al giorno in cui mi ha violentata. Non era capace di controllarsi, sopraffatto dalle sue pulsioni». L’ex religiosa assiste a una sorta di «sdoppiamento della personalità»: «È perverso. Mi colpevolizzava sempre. Per esempio, quando aveva cercato di baciarmi, mi aveva rinfacciato: “Non mi hai dato uno schiaffo, quindi ne avevi voglia”. Altre volte si comportava bene e pensavo: “Vedi, le mie preghiere servono a qualcosa”». In ogni caso, conferma l’avvocato di “Christelle”, si è sentita manipolata in un momento di vulnerabilità. Quando poi, nel 2011, “Jean” ha ricevuto un incarico all’estero, la religiosa è riuscita a sottrarsi al meccanismo di dipendenza, pur distrutta: «Ero uno straccio, ho pensato di suicidarmi».

    La sua rinascita, ricostruisce Le Parisien, passa attraverso l’allontanamento dalla vita religiosa e la giustizia. Dopo aver saputo che il suo aggressore era stato promosso nonostante ne avesse segnalato le azioni alla gerarchia ecclesiastica, nel 2017 ha deciso di rivolgersi al procuratore della Repubblica. Il religioso – che nega tutte le accuse – è stato sottoposto a una procedura canonica che gli ha vietato di svolgere attività esterne alla comunità. «Ho avuto legami affettivi ma nulla di sessuale. È una storia d’amore casta. Io l’ho interrotta e lei ne è rimasta ferita», è la sua difesa. Il suo superiore lo sostiene: «Penso che vi sia una relazione tra due adulti consenzienti», ha detto. Però, quando ha saputo che era stata sporta una denuncia, quest’ultimo ha contattato “Christelle” telefonicamente per «vedere se c’era modo di accordarsi diversamente »: «Se posso fare qualcosa per te…», le ha detto. La telefonata è stata registrata.

    Rompere il silenzio

    «Un predatore procede in tre tappe: fascinazione, occupazione progressiva di terreno spingendo oltre i limiti; riprogrammazione»: p. Pierre Vignon, prete della diocesi di Valence, giudice del tribunale ecclesiastico di Lione, spiega su Le Parisien le dinamiche della manipolazione e del silenzio che creano il contesto per l’abuso delle religiose. Quando una suora è “riprogrammata”, si ritrova incastrata nel meccanismo che l’aggressore ha messo a punto per convincerla della colpevolezza, ritorta contro di lei. La “deprogrammazione” richiede «una personalità forte», che si sottragga al meccanismo, per arrivare alla denuncia. Ma i primi a sottrarsi alla denuncia sono i vescovi, interrogati sul fenomeno: «Quelli che consideravo coraggiosi si sono tutti defilati con un artificio ecclesiastico consumato: “Non posso dire niente perché non so niente”», spiega p. Vignon, traendone la conclusione che la Chiesa non si è ancora presa carico di queste storie. Per evitare questi drammi devastanti, «bisogna parlare. E per farlo, bisogna uscire da un difetto che ricorre negli ambienti religiosi. Esiste talvolta un infantilismo psicologico che consiste nel non chiamare il male per nome. Si confonde il male con l’idea del male. Mi spiego: dei genitori devono mettere in guardia una figlia preadolescente, e anche prima, dei pericoli che corre. Se è stata messa in guardia, saprà riconoscere il male quando si presenterà e saprà difendersi. Se non si parla mai “di quelle cose”, la ragazza è sprovveduta e può diventare una vittima. Lo stesso vale per la vita religiosa. Una superiora e delle religiose intelligenti pregheranno il predatore di tenersi a distanza e lo denunceranno se tenta di superare i limiti».

    In ogni caso, è molto importante che questo ennesimo vaso di Pandora si stia scoperchiando. «Ma si è solo all’inizio. Se una religiosa arriva a capire che non è lei la colpevole, non è lei ad aver sbagliato, ma il religioso perverso che ha abusato della situazione, sarà più coraggiosa nel denunciarlo. I carnefici avranno la vita molto più difficile se le vittime non solo parlano, ma si uniscono tra loro per difendersi». Una campagna #metoo per le religiose è alle porte?

    http://www.adista.it/articolo/59055

  • Pedofilia, in Cile si fa il nome del cardinale Sodano: promosse i vescovi insabbiatori

    Pedofilia, in Cile si fa il nome del cardinale Sodano: promosse i vescovi insabbiatori

    Città del Vaticano – Il cardinale Angelo Sodano – già Segretario di Stato e attuale Decano del Collegio Cardinalizio – non solo era molto vicino a padre Fernando Karadima, il pedofilo seriale cileno attualmente in pensione, ma i tre vescovi in Cile che hanno insabbiato il caso, ignorando le reiterate denunce delle vittime, diventarono tutti vescovi grazie ai buoni uffici di Karadima che ne consigliò la promozione all’allora nunzio apostolico Sodano. Un sistema marcio alle radici. A descrivere questa catena di omertà e omissioni è Oscar Karadima, 77 anni, uno dei fratelli minori del prete pedofilo, reduce da un incontro in Vaticano con Papa Francesco la scorsa settimana.

    La Tercera, un importante giornale cileno, lo ha intervistato raccogliendo il senso di quell’incontro e lo scambio di impressioni avute con Bergoglio. «Per me è stato un onore assistere alla messa del Papa. La celebrazione è iniziata di pomeriggio e c’erano anche i cinque sacerdoti che sono stati vittime nella parrocchia dove mio fratello faceva il parroco. Il Vaticano nel 2011, ha condannato padre Fernando Karadima anche se lui continua a dirsi innocente e da parte sua non c’è mai stata una sola parola di pentimento».

    Il fratello parla poi delle cattive relazioni che suo fratello ha con tutti i membri della famiglia, tanto che nessuno ha mai avuto il suo cellulare. «Ci considerava poco. Ora siamo distrutti dal dolore e indignati per quello che ha fatto, per la manipolazione continua, per lo strazio che ha dato a mia madre. Era uno che tendeva a dividere le persone piuttosto che a unirle. Io penso che sia colpevole. Mi costa dire questo, visto che è mio fratello, ma è terribile».

    Oscar Karadima spiega anche di avere avuto incontri con le vittime. James Hamilton, José Andrés Murillo, Juan Carlos Cruz. Quanto ai vescovi insabbiatori, Juan Barros, Tomislav Koljatic, Horacio Valenzuela e Andrés Arteaga, ha pochi dubbi: «sono persone ben conosciute, che si vedevano sempre nella parrocchia di mio fratello e sono stati formati proprio da lui. Quando il Papa mi ha chiesto di parlargli di Barros io gli ho riferito che Barros ha mentito. Egli era amico di mio fratello e faceva parte della sua stretta cerchia. Barros, ma anche Koljatic, Valenzuela e Arteaga sono stati fatti vescovi grazie a mio fratello che era molto vicino all’allora nunzio in Cile, il cardinale Angelo Sodano che poi è diventato Segretario di Stato vaticano. Lo sanno tutti qui in Cile che sono diventati vescovi grazie a lui».

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_pedofilia_cile_karadima_sodano_vaticano_vescovi_chiesa-3803214.html