Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • PEDOFILIA-Sacerdote sospeso per accertamenti

    PEDOFILIA-Sacerdote sospeso per accertamenti

    SPALATO | Le autorità ecclesiastiche dell’arcidiocesi di Spalato e Makarska hanno sospeso un chierico a causa di un “possibile reato” e hanno nominato un giudice istruttore e un notaio, incaricandoli di far luce sui fatti e appurare le relative responsabilità. Il risultato dell’inchiesta interna verrà inviato alla Congregazione per la dottrina della fede e alle autorità civili. La notizia è rimbalzata subito sui media, dove si poteva leggere che un frate del monastero di San Francesco è sotto inchiesta per supposte molestie sessuali nei confronti di minori.

    La Questura di Spalato ha reso noto di non aver ricevuto alcuna denuncia in merito, ma che intende verificare tutte le asserzioni raccolte, inviando poi il materiale alla Procura di Stato (DORH).

    In un comunicato dell’Arcivescovado di Spalato si legge che il vescovo diocesano ha temporaneamente sospeso il chierico e che il risultato dell’inchiesta interna verrà inoltrato alle autorità statali. Nella missiva si sottolinea che lo scopo di questo procedimento è “mantenere il buon nome di tutti, in primo luogo della vittima”.

  • MONTÙ BECCARIA : SACERDOTE ACCUSATO DI PEDOFILIA “GIÙ LE MANI DA MONTÙ”

    MONTÙ BECCARIA : SACERDOTE ACCUSATO DI PEDOFILIA “GIÙ LE MANI DA MONTÙ”

    Il sindaco di Montù Beccaria, Amedeo Quaroni, interviene con una lettera aperta, in merito alla vicenda  del sacerdote accusato di pedofilia.

    “Il sentimento che ho condiviso con i miei concittadini ed in particolare con i genitori di minori, dal primo momento in cui ho avuto la notizia – scrive Quaroni- che un sacerdote accusato di pedofilia era in mezzo a noi, è stato quello della preoccupazione! Come primo cittadino mi sono attivato immediatamente per trasmettere questa nostra preoccupazione agli organi ecclesiastici ed in particolare al nostro parroco Padre Simone Baggio, che mi rassicurava del fatto che il sacerdote in questione era già stato richiamato dalla sua diocesi di Napoli da dove era arrivato in prestito temporaneo e senza un incarico specifico, in seguito ad una richiesta di aiuto per mantenere il servizio alle numerose parrocchie in capo alla nostra.

    L’immediato allontanamento del religioso, la mia conoscenza personale dello stesso, la sua convivenza in comunità parrocchiale a stretto contatto con il Parroco e con altri componenti della parrocchia, la totale assenza anche minima di lamentele in questo lasso di tempo da parte dei cittadini e ancor meno da parte dei genitori di Montù, ancorché la stima che tanti riponevano in lui, mi ha concesso di allentare la morsa della preoccupazione, del resto mai sopita, riponendo la fiducia nella giustizia. Premesso che sono d’accordo sul fatto che la curia di Napoli non abbia agito con la dovuta prudenza mandando in una parrocchia un sacerdote che anche se dichiarato innocente dallo Stato e dalla Chiesa era stato pur accusato di un gravissimo reato. Purtroppo certe accuse infamanti anche se infondate ti segnano per tutta la vita ….e comunque, sono sicuro che se informati per tempo, né il nostro Vescovo di Tortona, né Padre Egidio Pittiglio Superiore dei Missionari della Divina Redenzione, né Padre Simone nostro Parroco si sarebbero accollati l’onere di un rischio simile.

    Non posso però condividere gli attacchi che mi sono stati rivolti, gratuiti, ingiustificati ed immeritati, che sono arrivati tramite i social , facebook e tramite gli organi di stampa.

    Mi è stato rimproverato di non aver provveduto a consegnare il soggetto alle autorità competenti ma di averlo fatto…. scappare! Cari signori, Don Silverio Mura per lo Stato Italiano è un uomo libero ed innocente fino a prova contraria. Si faceva chiamare Don Saverio ? Sì è vero! Probabilmente sapendo dell’accusa infamante che si portava dietro ha preferito presentarsi ai suoi nuovi confratelli e ai parrocchiani con il nome di Don Saverio anziché Silverio diverso da quello indicato dai suoi documenti che riportano fedelmente Silverio Mura con residenza a Napoli.

    In qualità di Sindaco e di cittadino anche se avessi saputo del nome Saverio-Silverio non avrei potuto denunciare nessuno solo perché si fa chiamare con un nome diverso, nel nostro stesso comune ci sono montuesi che si fanno chiamare e sono conosciuti con nomi che non corrispondono alla loro carta di identità ma non per questo sono perseguibili per legge. Tanto meno potevo consegnare all’autorità giudiziaria o trattenere un uomo che non è ricercato da nessuno se non da qualche testata giornalistica o scandalistica.

    Ribadisco la mia vicinanza alla comunità montuese, anche se mi hanno fatto male frasi del tipo …”sapevano tutto” …”il Sindaco non poteva non sapere”…”il Sindaco non si interessa perché ha i figli grandi”…. “c’è omertà perché non è periodo di elezioni” …e altre perle ben più gravi, di questo genere!

    Ma per questo perdono tutti, perché comprendo che nella foga del momento e della condanna generale di uno dei peggiori crimini che un uomo possa commettere, la pedofilia, si possa perdere anche il lume della ragione e lasciarsi andare a pesanti ed inopportune quanto imperdonabili accuse gratuite anche contro pubblici ufficiali ed autorità, lo capisco!

    A proposito di “ omertà” io sono stato il primo a rispondere ai giornalisti su “Il Giorno” che ringrazio per la bellissima foto mai in 30 anni di “carriera politica“ mi avevano riservato una pagina intera con una mia gigantografia….carini vero? Grazie!

    Il giorno dopo ho risposto a ”La Provincia Pavese” ed in entrambe i casi ho detto quello che sapevo raccomandando a tutti prudenza nel giudicare e nell’esprimersi….ma non sono stato ascoltato !

    Un tornado mediatico ha messo il nostro paese nell’occhio del ciclone per volere stesso di alcuni suoi cittadini che, pur non avendo niente di concreto da denunciare, han pensato bene di fare una bella pubblicità gratuita al loro paese.

    Adesso però si sta esagerando .

    Ho visto che gli accusatori di Don Silverio: la presunta vittima che si presenta con nome di fantasia senza mai mostrare il suo volto e i suoi avvocati e i suoi collaboratori, accettati inopportunamente nel nostro gruppo di facebook : ….“ sei di Montù Beccaria se…” , costoro stanno mettendo in atto un attacco vero e proprio, teso a minare la tranquillità delle nostre famiglie ed il buon nome del nostro paese!

    Montù Beccaria, se Don Silverio sarà giudicato colpevole delle accuse che gli vengono contestate, si augura che gli venga inflitta la peggior condanna che lo Stato Italiano possa commutare!

    Ma se qualcuno pensa di strumentalizzarci e di voler utilizzare la serenità dei nostri ragazzi e delle loro famiglie per trovare facili appigli al fine di consolidare un castello accusatorio che scricchiola, prego rivolgersi altrove! La richiesta di indennizzo che chiedono lor signori alla curia di Napoli mi è stato detto essere pari a circa un milione e mezzo di euro, non siamo della partita, grazie!!

    Mi avvalerò se necessario anche della tutela di un legale per difendere la nostra immagine. Diffido già da ora chiunque , che in forme diverse, persista nell’infangare il nome di Montù Beccaria, la sua storia, la sua gente, la serenità dei suoi ragazzi e delle loro famiglie .

    Siamo nella settimana Santa – conclude Quaroni-  credo che mai come adesso dobbiamo tutti insieme trovarci solidali intorno al nostro Parroco, una persona di un’umanità , di una sensibilità e di una bontà straordinaria! Don Simone ha bisogno di noi, del nostro conforto, della nostra solidarietà! Diamogliela!

    Da parte mia, come sempre, sapete dove trovarmi, sono disponibile per qualsiasi chiarimento ed aiuto per il bene del nostro paese e dei nostri ragazzi che sono il nostro futuro e la ragione della nostra vita!

    Amedeo Quaroni

    Sindaco di Montù Beccaria”


    Leggi anche la risposta di Diego Esposito

    Lettera aperta della vittima Diego Esposito al sindaco di Montù Beccaria Amedeo Quaroni

  • Chiesa romanda sotto accusa

    Chiesa romanda sotto accusa

    L’ordine dei cappuccini e le diocesi ritenute responsabili dell’impunità del frate pedofilo denunciato da Daniel Pittet

    L’ordine dei cappuccini, ma anche le diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo, hanno una grossa responsabilità in merito all’impunità dell’ex frate pedofilo che ha agito per anni in Svizzera e Francia. Il rapporto d’inchiesta sulla vicenda, allestito da una commissione indipendente e pubblicato martedì, non lascia adito a dubbi.

    Il sacerdote, oggi 76enne, ha abusato di numerose vittime, di cui solo 24 sono state finora identificate dalla giustizia: 22 in Svizzera e 2 in Francia. Non è stato condannato dalla giustizia ordinaria per i fatti commessi nella Confederazione poiché risalgono a molti anni fa e sono prescritti.

    Una delle vittime, il friburghese Daniel Pittet, aveva denunciato gli abusi in un libro, pubblicato nel febbraio del 2017 anche in italiano con la prefazione di Papa Francesco. Il testo aveva sollevato un polverone, tanto che la Provincia svizzera dei cappuccini ha dato mandato a una commissione d’inchiesta di fare piena luce sulla vicenda.

    https://www.rsi.ch/news/svizzera/Chiesa-romanda-sotto-accusa-10294859.html

  • Irlanda, una trasmissione tv costringe il Papa ad accettare le dimissioni del vescovo insabbiatore

    Irlanda, una trasmissione tv costringe il Papa ad accettare le dimissioni del vescovo insabbiatore

    Città del Vaticano – Papa Francesco ha accettato le dimissioni del vescovo di Dromore (Irlanda), monsignor John McAreavey. Lo rende noto un Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede. Ancora una volta le dimissioni sono arrivate dopo che una trasmissione televisiva aveva evidenziato che in passato il vescovo dimissionario aveva occultato il caso di un prete pedofilo seriale.

    Il vescovo McAreavey si era dimesso il 2 marzo scorso, dopo che una trasmissione della BBC dal titolo «Spotlight» aveva ricostruito il caso di padre Malachy Finnegan, un frate che nel periodo in cui si trovava al St. Colman’s College di Newry aveva abusato di dodici vittime. Le accuse al sacerdote erano ben note alle autorita’ della Chiesa in Irlanda fin dalla meta’ degli anni ’90. Anche McAreavey sapeva degli abusi ma nonostante questo aveva celebrato i funerali di Finnegan nel 2002. Il vescovo ha ammesso l’evidenza: «Ho compreso dalle vittime che ho fatto uno sbaglio nel celebrare i funerali di padre Malachy.

    Nel novembre del 2002 una vittima mi ha raccontato quanto questa mia decisione gli avesse fatto del male. Ho compreso di aver fatto un errore di giudizio. E’ qualcosa di cui mi pento e che non ripetero’ mai piu’», disse il vescovo McAreavey. Dopo la trasmissione televisiva, McAreavey ha scritto: «A seguito delle notizie riportate dai media che hanno scosso molte persone della diocesi e non solo ho deciso di dimettermi». La Chiesa cattolica in Nord Irlanda in questi anni ha compiuto un processo di avvicinamento e sostegno delle vittime degli abusi. Nell’HIA report, Historical Institutional abuse inquiry, si e’ fatta luce sui casi di abuso che ci sono stati nelle scuole, negli istituti professionali e negli orfanotrofi, non solo di strutture cattoliche

    https://www.ilgazzettino.it/esteri/pedofilia_vaticano_irlanda_papa_mcareavey_vittime_preti_papa_francesco-3630734.html

  • Pedofilia, per l’arcivescovo di Guam una condanna a metà: niente riduzione allo stato laicale

    Pedofilia, per l’arcivescovo di Guam una condanna a metà: niente riduzione allo stato laicale

    Città del Vaticano Colpevole di abusi, ma non del tutto. Una specie di punizione a metà per l’arcivescovo neocatecumenale di Guam, accusato di pedofilia, per commesso abusi su minori e di conseguenza messo sotto processo – previa complicata indagine – in Vaticano. La decisione finale emessa dal tribunale della Congregazione della Dottrina della Fede prevede che il prelato venga rimosso con il divieto di mettere piede sull’isola del Pacifico. Nessun altro provvedimento, invece, è stato preso sul suo status di prete e di vescovo. In pratica monsignor Anthony Sablan Apuron, 73 anni, frate cappuccino, continuerà come sempre a fare il prete, a celebrare la messa come se niente fosse. Papa Francesco ha acconsentito a non ridurlo allo stato laicale probabilmente per il suo stato di salute. Una decisione che la comunità cattolica di Guam farà fatica a comprendere ma che si uniforma ad altre decisioni miti sulla pedofilia, per esempio quella nei confronti del prete cileno Karadima. Anche per lui è stato evitato che venisse ridotto allo stato laicale, tanto che ora vive da pensionato in un buen retiro cileno.

    A rendere noto il risultato del processo vaticano è uno scarno bollettino della sala stampa che ancora una volta non rende pubblico nessun particolare, nemmeno sui reati che sono stati contestati all’arcivescovo. «Il Tribunale Apostolico della Congregazione per la Dottrina della Fede, composto da cinque giudici ha emesso la sentenza di primo grado, dichiarando l’imputato colpevole di alcune delle accuse e imponendo all’imputato le pene di cessazione dall’ufficio e il divieto di residenza nell’Arcidiocesi di Guam».

    Nel comunicato si fa riferimento ad «Alcune accuse», ma senza spiegare all’opinione pubblica di cosa si tratta. La trasparenza che tante volte Papa Francesco aveva promesso ai fedeli per rendere loro conto della mano ferma nel giudicare i preti pedofili sembra venire meno. Naturalmente la sentenza potrà essere oggetto di un eventuale ricorso in appello.

    Apuron che si è sempre dichiarato innocente, anche a verdetto pronunciato ha ribadito la sua estraneità. «Mentre sono sollevato dal fatto che il Tribunale apostolico abbia respinto la maggior parte delle accuse contro di me, ho impugnato il verdetto. Dio mi è testimone; sono innocente e attendo che la mia innocenza sia dimostrata nel processo di appello».

    Il caso era scoppiato nel 2016 quando l’arcivescovo si era auto-sospeso dalle sue funzioni dopo essere stato accusato di abusi sessuali da alcuni chierichetti. Le vicende risalgono alla fine degli anni Settanta. A questi guai se ne erano aggiunti altri, stavolta di natura finanziaria. L’arcivescovo aveva lasciato le casse della diocesi di Guam al verde e coperte di debiti per spese immobiliari non andate a buon fine. Nel 2016 il Vaticano aveva nominato un amministratore esterno nella persona di monsignor Savio Hon attuale nunzio in Grecia. Al lavoro svolto dall’amministratore si è poi aggiunto un ulteriore indagine affidata al cardinale ultra conservatore Leonard Burke, canonista, che si era recato a Guam nel 2017 per raccogliere tutte le prove per il processo vaticano. Anche un nipote dell’arcivescovo lo accusa di molestie.

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/vaticano_guam_arcivescovo_papa_francesco_pedofilia_condanna-3611022.html

  • Abusò di chierichetti e nipote. Condanna mite per l’arcivescovo di Guam: perde l’incarico ma non l’ordine sacro

    Abusò di chierichetti e nipote. Condanna mite per l’arcivescovo di Guam: perde l’incarico ma non l’ordine sacro

    “Colpevole di alcune delle accuse”. Dunque una condanna a metà (che lascia un po’ perplessi). Questa la soluzione che il Tribunale Apostolico della Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduto su incarico del Papa dal cardinale arcitradizionalista Leo Raymond Burke, ha escogitato per risolvere la penosa vicenda dell’arcivescovo di Agana (la diocesi dell’Isola di Guam), monsignor Anthony Sablan Apuron, frate cappuccino accusato di abusi sessuali su 5 minori, tra i quali sia Roy Taitague Quintanilla, violentato nel 1972, quando era  dodicenne, che il proprio nipote Mark Apuron. Quest’ultimo in un’intervista rilasciata ad un’agenzia di notizie guamegna ha raccontato di aver subito  a 16 anni, nel bagno di casa, durante una cena di famiglia, le morbodse attenzioni del vescovo cappuccino.

    Lo stupro di Mark risalirebbe agli anni 1989-1990, secondo quanto affermato dall’uomo difeso dall’avvocato David Lujun abuso, da parte dello zio,  Il presule ha sostenuto però di non aver mai frequentato quel ramo della propria famiglia. Gli altri quattro accusatori sono ex chierichetti che affermano di essere stati violentati nella parrocchia di Our Lady of Mount Carmel dall’allora parroco don Anthony.

    Una sentenza di compromesso (la pena prevista per gli abusi sui minori è la riduzione allo stato laicale) conclude dunque “il processo canonico in relazione alle accuse, incluse quelle di abusi sessuali su minori” a carico del presule. “Il Tribunale Apostolico della Congregazione per la Dottrina della Fede, composto da cinque giudici, ha emesso – si legge nella nota diffusa dlla Sala Stampa della Santa Sede – la sentenza di primo grado, dichiarando l’imputato colpevole di alcune delle accuse e imponendo all’imputato le pene di cessazione dall’ufficio e il divieto di residenza nell’Arcidiocesi di Guam”. La sentenza “rimane soggetta ad eventuale ricorso. In assenza di appello, la sentenza diventa definitiva ed effettiva. In caso di appello, le pene imposte sono sospese fino alla risoluzione finale”.

    Qualche mese fa il vescovo – che è in sedia a rotelle per ragioni di salute – aveva incontrato in Vaticano Papa Francesco. “Santo Padre, prima di morire volevo vederla”, aveva spiegato al Papa che pur abbracciandolo e confortandolo ha posto fino ad ora, nella gestione del caso, atti di governo nella direzione di un’applicazione corretta e senza sconti delle norme. Infatti ha prima provveduto a nominare un delegato apostolico, monsignor Hon Tai-Fai, già segretario del dicastero dell’Evangelizzazione dei popoli e attualmente nunzio in Grecia, e poi un coadiutore con pieni poteri, il presule statunitense Michael Byrnes, mentre il cardinale Leo Raymond Burke (noto per la sua strenua opposizione al Papa ma da questo considerato un giudice preparato e competente) ha ricevuto il mandato di presiedere in loco un processo canonico del quale è arrivato questo non chiaro verdetto.

    Attualmente le difficoltà della Chiesa sull’isola di Guam sono aggravate da un conflitto che si è creato tra monsignor Byrnes e il Movimento Neocatecumenale, che sembra credere all’innocenza di Apuron ed è presente con diverse famiglie di missionari laici.

    Il “Cammino neo catecumenale” aveva aperto un grande seminario “Redemptoris Mater” destinato a formare sacerdoti provenienti dall’intera area del Pacifico. L’amministratore apostolico non condivide l’impostazione di questo Movimento e ritiene inoltre che Guam non sia il luogo adatto a un seminario internazionale. Inn merito, il Papa ha ricevuto un ricorso canonico firmato da circa venticinque tra sacerdoti, avvocati e personalità preminenti di Guam, che si appellavano al Pontefice per intervenire sulla decisione di Byrnes in quanto essa – si legge – “ha inflitto un danno spirituale, morale e fisico ai fedeli di Guam come risultato del suo agire senza rispettare il diritto canonico”. In effetti però rientra pienamente nelle competenze di un coadiutore con pieni poteri (o di un vescovo ordinario) decidere in merito alla pastorale sul suo territorio, comprese le spiacevoli decisioni che hanno riguardato il Movimento Neocatecumenale a Guam.

  • Ex don Inzoli, la Cassazione  conferma la condanna:  4 anni, 7 mesi e 10 giorni

    Ex don Inzoli, la Cassazione conferma la condanna: 4 anni, 7 mesi e 10 giorni

    Per l’ex don Mauro Inzoli, 68 anni, è arrivato l’ultimo grado di giudizio: la Corte di Cassazione ha confermato la condanna emessa in appello il 21 settembre del 2017: 4 anni, 7 mesi e 10 giorni invece dei 4 anni e 9 mesi inflitti in primo grado per abusi sessuali su minori con l’aggravante dell’abuso di autorità. La riduzione della pena è dovuta all’intervenuta prescrizione di due episodi contestati all’imputato, ridotto nel maggio del 2017 con sentenza definitiva allo stato laicale da Papa Francesco.

    Il carismatico capo di CL, che è stato anche fondatore e presidente del Banco Alimentare di Crema, animatore della Onlus “Fraternità”, parroco della chiesa della Santissima Trinità di Crema e rettore del liceo linguistico Shakespeare, processato con il rito abbreviato, doveva rispondere di otto casi di violenza sessuale commessi sia nel suo ufficio dove teneva gli esercizi spirituali con i ragazzini, sia negli alberghi dei luoghi di villeggiatura dove CL portava i minori durante le vacanze estive.

    I fatti sarebbero accaduti tra il 2004 e il 2008. Tra le persone offese, un ragazzino all’epoca di soli 12 anni e un altro di 13. Sono gli episodi più gravi in quanto commessi ai danni di minori di 14 anni. Le altre vittime avevano tra i 14 e i 16 anni. Nel conteggio della pena è stato tenuto conto anche del risarcimento alle due parti civili e ad altre tre parti offese. A ciascuno dei cinque minori, in primo grado l’ex religioso aveva riconosciuto una somma di 25mila euro.

    Da parte dell’ex prete ci sarebbero stati baci, carezze, abbracci, toccamenti nelle parti intime e masturbazioni. “Negli anni”, scriveva il gup Letizia Platè nelle venti pagine di motivazione della condanna di primo grado, “don Inzoli ha approfittato con spregiudicatezza della propria posizione di forza e prestigio per ottenere soddisfazione sessuale, tradendo la fiducia in lui riposta dai giovani nei momenti di confidenza delle proprie problematiche personali ed anche nel corso del sacramento della Confessione, ammantando talora le proprie condotte di significato religioso, così confondendo ulteriormente i giovani”.

    La difesa, rappresentata dagli avvocati Nerio Diodà e Corrado Limentani, del foro di Milano, oltre alle prescrizioni, ha sostenuto anche la linea del ‘Ne bis in idem’, e cioè il principio secondo il quale non si può essere condannati due volte per gli stessi fatti. In questo caso, essendo l’ex don Inzoli già stato condannato in sede ecclesiastica per gli stessi fatti, non avrebbe potuto essere di nuovo condannato in sede di giustizia ordinaria.

    Sara Pizzorni

  • Il primo giorno in Cile dell’inviato papale Scicluna, in programma oltre 20 udienze

    Il primo giorno in Cile dell’inviato papale Scicluna, in programma oltre 20 udienze

    L’arcivescovo ascolterà due vittime di Karadima, José Andrés Murillo e James Hamilton. Breve incontro con la stampa cilena: «Grazie a chi vorrà aiutarmi». In programma una riunione con una delegazione di Osorno che contesta Barros

    L’inviato di Papa Francesco in Cile, monsignor Charles Scicluna, che sta già indagando dal 17 febbraio scorso su possibili nuovi elementi nella vicenda “Karadima-Barros”, è arrivato ieri in mattina a Santiago del Cile. Oggi, nella sede della Nunziatura (e fino a venerdì 23 febbraio) l’inviato darà inizio alla sua delicata missione nel Paese: per prima cosa incontrerà e ascolterà le altre due persone, delle tre, che accusano monsignor Juan Barros di aver coperto gli abusi sessuali commessi dal sacerdote Fernando Karadima, di cui era discepolo nella Fraternità della parrocchia di El Bosque.

    Scicluna ha già incontrato, sabato 17 scorso a New York, nella canonica della Chiesa del Santo Nome di Gesù, il testimone e vittima Juan Carlos Cruz. Oggi alle ore 16 locale (sarà sera in Europa), l’arcivescovo della diocesi maltese de La Valletta, insieme padre Jordi Bertomeu, ufficiale spagnolo della Congregazione per la Dottrina della Fede, vedrà le altre due vittime José Andrés Murillo e James Hamilton.

    Juan Pablo Hermosilla, avvocato di Cruz, Hamilton e Murillo, conversando con alcuni giornalisti ha dichiarato che i suoi assistiti attendono di «essere ascoltati come è già accaduto con Juan Carlos Cruz». «Ascoltare è già un aiuto per loro, può sembrare strano dire una cosa di questo tipo ma è così», ha osservato il giurista. E ha augurato a Scicluna un «buon lavoro con un’ampia raccolta d’informazione e l’ascolto di tanti testimoni» perché «ciò permetterà poi di consegnare al Vaticano un rapporto completo» sulla vicenda di monsignor Barros.

    Hermosilla ha spiegato inoltre che, in rappresentanza dei suoi assistiti, ha già inviato per posta elettronica all’arcivescovo Scicluna «documentazione importante»; Murillo e Hamilton «consegneranno agli inviati del Vaticano oggi altri documenti. Tra questi c’è il registro di tutti i casi giuridici che si sono aperti sul caso di padre Fernando Karadima».

    «Occorre ricordare – ha aggiunto l’avvocato – che non si tratta solo di testimoni. Ormai si sono realizzate due inchieste da parte dello Stato cileno da dove si evincono prove associate a numerosi testimoni. In alcuni casi si tratta di situazioni che i coinvolti hanno riconosciuto».

    Monsignor Charles Scicluna – che dovrebbe ascoltare almeno 20 persone in questi giorni – si riunirà inoltre con una delegazione di fedeli della diocesi di Osorno che contestano il vescovo Barros. L’incontro si terrà vicino alla Nunziatura presso la Casa delle Pontificie Opere Missionarie.

    E proprio nella sede delle Pom, il presule – al contrario di quanto aveva detto giorni fa a diversi giornalisti che lo avevano contattato – ha deciso di incontrare in mattinata (ora locale) la stampa cilena prima di dare inizio alle udienze. Scicluna non ha risposto ad alcuna domanda ma ha letto un comunicato. «Sono venuto in Cile inviato da Papa Francesco per raccogliere informazioni utili riguardo monsignor Juan Barros Madrid, vescovo di Osorno – ha detto -. Voglio esprimere la mia gratitudine alle persone che si sono dichiarate disponibili per incontrarmi nei prossimi giorni. Ringrazio il personale della Nunziatura, per la loro accoglienza e collaborazione e in modo speciale a monsignor Ivo Scapolo, nunzio Apostolico in Cile». L’arcivescovo ha trasmesso «il saluto affettuoso» di Papa Francesco «che ancora ricorda con emozione la calda accoglienza che ha ricevuto durante il suo viaggio apostolico in questo paese».

    http://www.lastampa.it/2018/02/20/vaticaninsider/ita/vaticano/il-primo-giorno-in-cile-dellinviato-papale-scicluna-in-programma-oltre-udienze-clRl6e0WixPGyrMCWKYKOL/pagina.html

  • Abusi sui minori, l’inviato del Papa arriva in Cile. E lo scandalo si allarga

    Abusi sui minori, l’inviato del Papa arriva in Cile. E lo scandalo si allarga

    di Gian Guido Vecchi – L’arcivescovo di Malta Charles Scicluna, uomo di punta del Vaticano nelle indagini contro gli abusi su minori, è arrivato in Cile per la missione che gli ha affidato papa Francesco: da oggi a venerdì ascolterà a Santiago le vittime del prete pedofilo Fernando Karadima sulla vicenda di monsignor Juan Barros, il vescovo di Osorno che di Karadima fu discepolo ed è accusato di averlo coperto.

    Ma ormai non si tratta più del solo «caso Barros», che ha scandito di contestazioni il viaggio recente di Francesco in Cile. L’indagine dell’inviato del Papa fa vacillare i vertici della Chiesa cilena, a cominciare dai cardinali Ricardo Ezzati e Francisco Javier Errázuriz: l’arcivescovo di Santiago e l’emerito che fa parte del «C9», il gruppo di consiglio del Pontefice, proprio come il cardinale Seán O’Malley, presidente della commissione vaticana per la tutela dei minori.

    Prima di arrivare a Santiago, monsignor Scicluna ha fatto tappa negli Stati Uniti; in una parrocchia di Manhattan, ha parlato per quattro ore con Juan Carlos Cruz, una delle vittime di Karadima, che accusa Barros di avere assistito alle violenze e insabbiato. Cruz ha detto che l’incontro è andato bene, «per la prima volta dal 2009 ho avuto la sensazione di essere ascoltato, abbiamo pregato assieme». Soprattutto ha raccontato che «non solo mi hanno chiesto di Barros ma anche dei cardinali Errázuriz e Ezzati e di altri vescovi. Ho l’impressione che Barros sia il tema centrale però la cosa sia molto più grande di lui».

    Scicluna mette ogni audizione a verbale, al ritorno consegnerà tutto a Francesco. Cruz gli ha dato due lettere che scrisse nel 2015, senza avere riposta, al nunzio e al Papa. A Santiago, Scicluna ascolterà le vittime James Hamiltón e José Andrés Murillo e un gruppo di fedeli di Osorno. Secondo Cruz, potrebbero essere sentiti anche i cardinali e altri tre vescovi accusati dalle vittime, Koljatic, Valenzuela e Arteaga, pure loro nella «fraternità» di Karadima e divenuti vescovi, come Barros, ai tempi di Wojtyla. «Nella Chiesa cilena c’è una macchina per insabbiare», dice Cruz.

    Tre anni fa saltarono fuori delle mail tra i due cardinali, preoccupati dalla possibilità che Juan Cruz fosse nominato nella commissione vaticana antipedofilia: «Sarebbe molto grave per la Chiesa in Cile. Significherebbe dare credito ad una elaborazione che il signor Cruz ha costruito astutamente».

    La popolarità della Chiesa nel Paese non è mai stata così bassa. È stato Francesco, il 16 gennaio, a chiedere perdono ed esprimere «dolore e vergogna». Su Barros però aveva esclamato: «Non c’è l’ombra di una prova, sono calunnie». Nel volo di ritorno si era scusato («so che molta gente abusata non può portare prove») ma aveva spiegato di aver respinto per due volte le dimissioni di Barros dopo avergli parlato, di essere «convinto sia innocente» e di non poter condannare senza «evidenze»: «Io non ho sentito nessuna vittima di Barros, non si sono presentate. Se una mi dà evidenze, ho il cuore aperto».
    Pochi giorni dopo, il Vaticano informava che «a seguito di alcune informazioni recentemente pervenute» Francesco avrebbe inviato Scicluna in Cile.

    http://www.corriere.it/esteri/18_febbraio_19/02-esteri-t14llcorriere-web-sezioni-d2f9dc18-15bc-11e8-83e1-221a94978c8b.shtml

  • Vaticano, altro fallimento di Papa Francesco: alla Sacra Rota il prete-giudice è un pedofilo

    Vaticano, altro fallimento di Papa Francesco: alla Sacra Rota il prete-giudice è un pedofilo

    Che cosa dirà adesso Papa Francesco dell’ennesimo scandaletto a sfondo sessuale che ha per protagonista un religioso? Bergoglio non doveva ripulire la Chiesa cattolica dalla lobby gay e dai rischi di abusi su vittime innocenti? Eppure, non è un semplice “don” quello che l’altro giorno ha patteggiato un anno e due mesi di reclusione, pena sospesa, con l’accusa di violenza sessuale e detenzione di materiale pedopornografico. Il monsignore in questione si chiama Pietro Amenta, pezzo da novanta del Tribunale della Rota Romana la cui giurisdizione si estende sia ai contenziosi che riguardano i residenti della Città del Vaticano, sia alle cause dei fedeli di ogni parte del mondo. Sebbene sia conosciuta soprattutto per i matrimoni annullati, la Sacra Rota è il tribunale ordinario della Santa Sede e i magistrati, detti prelati uditori, sono nominati direttamente dal Pontefice.

    Amenta, quindi, è uno che di solito giudica gli altri, stabilisce il verdetto, colpevole o innocente, inferno o paradiso, ma stavolta in un tribunale c’è finito lui e la sentenza è lapidaria: molestie nei confronti di un neo diciottenne.

    Il prelato, classe 1962, avrebbe allungato le mani, forse anche qualcosa di più, fin nelle parti intime della vittima, un giorno di marzo dell’anno scorso in una piazza di Roma, San Giovanni di Dio, che già dal nome evoca spiritualità e assistenza (lo spagnolo Giovanni di Dio ha fondato l’Ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli), in realtà, annotano i carabinieri, spesso è frequentata di notte da persone che si prostituiscono.

    IL DON IN BORGHESE
    È sera, sono quasi le nove. Alla prima palpata il giovane, uno studente di liceo di origine romena, gli ha urlato: «Ma che fai?». Il ragazzo non sa che l’uomo che gli è si è avvicinato così tanto da poterlo tastare è un sacerdote, perché Amenta non indossa l’abito talare, ha una giacca beige a righe, potrebbe essere chiunque. Oltrettutto, racconta il liceale, questo signore «ha continuato a toccarmi anche dopo che gli ho gridato di fermarsi». Il molestato è talmente furioso che si mette a inseguire il molestatore, fa intervenire i vigili, mentre l’altro capisce che per lui la situazione si fa complicata: «Tu non sai chi sono io. Adesso me ne vado».

    Arrivano i militari e il monsignore tenta una strampalata difesa: «C’è stato solo uno struscio perché la piazza era invasa dai banchi del mercato. Si passava stretti stretti». L’esperto di Diritto ecclesiastico si scusa, ma il ragazzo decide di andare avanti con la denuncia, ingaggia l’avvocato Alessandro Olivieri (difensore, tra gli altri, di Pino Pelosi detto “la rana”, l’ultima persona che vide Pier Paolo Pasolini vivo), e partono le indagini. Si scopre così che nel computer del reverendo giudice ci sono più di 80 foto di minorenni nudi, che solo lui poteva avere scaricato.

    PRECEDENTI EPISODI
    E poi il religioso lucano non è proprio quel che si dice uno stinco di santo: nel suo carnet c’è una denuncia per atti osceni, un’altra per molestie telefoniche, più una fatta da lui che ha dichiarato di essere stato rapinato da due trans: episodi che nulla hanno a che fare con l’idea di purezza sbandierata da Francesco all’inizio del suo pontificato.

    Sesso gaio e vita borderline: non è la prima né l’ultima volta per il Vaticano, che sta cercando di risollevarsi dallo scandalo dei preti pedofili. Stavolta, però, c’è il dettaglio non trascurabile che coinvolge la Sacra Rota, dove di recente c’è stato un boom di nozze da annullare perché il coniuge si è scoperto omosessuale. Strana coincidenza, dicono i detrattori, i quali fanno notare come la lobby gay abbia avuto un certo peso, in passato, nel tribunale ecclesiastico. Lo stesso che, negli ultimi anni, per garantirsi ulteriore potere, non ha esitato a trasformarsi nella curva sud degli ultras bergogliani… Possibile che gli altri uditori non si siano mai accorti delle frequentazioni del collega? Per porre fine a una situazione imbarazzante per la Chiesa è dovuto intervenire un altro tribunale.

    di Brunella Bolloli