Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La lotta del Papa alla pedofilia: “Mostra l’ipocrisia della Chiesa”

    La lotta del Papa alla pedofilia: “Mostra l’ipocrisia della Chiesa”

    Il pontefice racconta di incontrare ogni settimana vittime di abusi

    “E’ orribile. Bisogna ascoltare quello che prova un abusato o un’abusata! Di venerdì – a volte lo si sa e a volte non lo si sa – mi incontro abitualmente con alcuni di loro. Il loro percorso è durissimo, restano annientati. Per la Chiesa è una grande umiliazione. Mostra non solo la nostra fragilità ma anche, diciamolo chiaramente, il nostro livello di ipocrisia”. E’ parte della conversazione di Papa Francesco in un incontro con i gesuiti nel suo ultimo viaggio apostolico in Cile e Perù, riportate da padre Antonio Spadaro, confratello e direttore de La Civiltà Cattolica.

    Parole di enorme impatto, soprattutto dopo la riapertura delle indagini sul contestato vescovo della diocesi cilena di Osorno, monsignor Barros, accusato di aver insabbiato gli abusi di padre Fernando Karadima, considerato da molti suo padre spirituale.

    “Posso confermare che, diverse volte al mese, il Santo Padre incontra vittime di abusi sessuali sia individualmente, sia in gruppi – ha confermato il portavoce della Santa Sede, Greg Burke, assicurando che il Pontefice “ascolta le vittime e cerca di aiutarle a sanare le gravi ferite causate dagli abusi subiti”. Gli incontri, fa sapere, si svolgono nella “massima riservatezza”, nel “rispetto delle vittime e delle loro sofferenze”.

    Per Bergoglio quella degli abusi sessuali “è la desolazione più grande che la Chiesa sta subendo. Questo ci spinge alla vergogna, ma bisogna pure ricordare che la vergogna è anche una grazia molto ignaziana. E quindi prendiamola come grazia e vergogniamoci profondamente. Dobbiamo amare una Chiesa con le piaghe. Molte piaghe…”.

    Poi ha raccontato che una volta, quando era arcivescovo di Buenos Aires, il 24 marzo, memoria del colpo di Stato militare, della dittatura, dei desaparecidos, quando Plaza de Mayo si riempie per ricordarlo, una coppia, vedendolo per strada, intimò il bimbo di stare attento ai “pedofili”: “Che vergogna ho provato! Che vergogna! Non si sono resi conto che ero l’arcivescovo, ero un prete e… che vergogna!”.

    La questione è stata pubblicamente affrontata da Bergoglio durante il viaggio, dal 15 al 21 gennaio, e anche in quell’occasione ha incontrato un gruppo di vittime. Durante la conferenza sul volo di ritorno a Roma da Lima, Francesco ha detto di credere nell’innocenza di Barros e ha rivelato di aver rifiutato le sue dimissioni due volte. Alcuni giorni dopo, però, ha annunciato l’invio in Cile dell’arcivescovo maltese Charles Scicluna, braccio destro di Ratzinger nella lotta alla pedofilia, per ascoltare le vittime e fare chiarezza sul caso Barros.

    http://lapresse.it/la-lotta-del-papa-alla-pedofilia-mostra-l-ipocrisia-della-chiesa.html

  • «Violentato a 11 anni in sagrestia stavo zitto, avevo paura di peccare»

    «Violentato a 11 anni in sagrestia stavo zitto, avevo paura di peccare»

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano Ricordare quei momenti non è un esercizio piacevole. È come piombare di nuovo in una gabbia buia che si pensava ormai demolita, distrutta. E invece quei ricordi quando affiorano, ogni volta, sono lampi che fanno male, sono pezzi di vetro nel cuore. Oggi G.S. ha 37 anni, è un uomo maturo, si è formato una famiglia, non abita più a Ponticelli e quando guarda i suoi figli pensa a subito al pericolo, alla gabbia buia, al rischio che qualcuno possa fare loro del male. «Mi si ferma il respiro ogni volta che penso al rischio che possono correre altri bambini».

    Se la sente di parlarne?
    «Faccio fatica a tornare a quel periodo. Avevo 11 anni e a quell’ età si è davvero piccoli, cuccioli, incapaci di leggere tra le righe il male, e così ci si affida ai grandi pensando che siano loro i modelli ai quali ispirarsi. Don Silverio era il parroco di Ponticelli ed era conosciuto da tutti, era un mammasantissima, una persona tenuta in grande considerazione dalla comunità».

    Come sono cominciati gli abusi?
    «È stato un percorso progressivo. La mia famiglia si trasferì in quel quartiere e iniziai a frequentare la parrocchia, facevo il chierichetto, andavo a giocare a pallone e così conobbi quel sacerdote. Era il secondo sacerdote della parrocchia, l’ altro si chiamava don Ciro Cocuzza. Mi sono spesso chiesto se don Ciro abbia mai subodorato qualcosa vedendo che dalla casa di don Silverio spesso entravano e uscivano diversi ragazzini. L’ idea che mi sono fatto da adulto è che in fondo erano in tanti a sapere, o a sospettare ma si finiva per stare zitti perché quella era la cosa da fare. Ripeto, don Silverio era uno tenuto in grande considerazione dalla comunità».
    Un percorso di fiducia graduale.
    «Iniziò a portarmi con lui quando andava in giro con la sua macchina, una Fiat 126, per fare visite pastorali in zona. Mi ripeteva che ero il suo chierichetto di fiducia. Mi lodava e io mi sentivo importante, ero così fiero. E poi era generoso. Mi faceva regali che altrimenti non mi sarei potuto permettere. Mi fece trovare persino una bicicletta. Prendeva 20 mila lire dal portafoglio dicendomi che era un piccolo regalo per me. Sapeva conquistare la fiducia della gente. E anche la mia. Purtroppo. Don Silverio abitava con la madre ma aveva in uso un’ altra casa, una villa, in località Guindazzi, a borgo Trocchia. Quello fu un luogo che utilizzò spesso con me anche se le violenze iniziarono in sacrestia».

    In sacrestia?
    «Capitava che con mille scuse cercava di restare solo con me. Man mano che la amicizia si faceva più stretta, cercava progressivamente di trovare più tempo per stare solo anche con tante scuse. Per esempio mi diceva di raggiungerlo per studiare la funzione religiosa della domenica. Altre volte si proponeva di farmi fare i compiti e di seguirmi.
    Fatto sta che un giorno mi ritrovai solo in sacrestia con lui e iniziò a toccarmi le gambe, poi le parti intime, dicendomi che era normale tra amici. Mi ricordo che ero come pietrificato: avevo paura, paura di commettere una cosa sbagliata, malvagia, di peccare ma lui mi rassicurava dicendomi che si trattava di amicizia e, dunque, di una cosa bella. Mi ripeteva che non era fare del male, che dovevo fidarmi. Le carezze diventarono ben presto qualcosa d’ altro fino alla penetrazione, a restare a letto con lui, nella villa che aveva in dotazione», Lei non ha confidato quello che succedeva ai genitori, ad un amico, ai fratelli?
    «Mia mamma vedendo che passavo i pomeriggi con don Silverio era tranquilla. Pensava fosse una cosa positiva e io, del resto, non ho mai detto nulla. Non ho mai fatto trasparire alcun turbamento. A casa mi sforzavo di fare finta di nulla».

    Poi cosa successe?
    «A 17 anni cominciai a non riuscire più a tenermi dentro questo rapporto malato, mi lacerava, ero soggiogato, manipolato, in balia di don Silverio.
    Abbandonai la scuola e mi cercai un lavoro e fu la mia salvezza perché a un collega, un giorno, confidai l’ angoscia che mi divorava e non mi faceva più vivere sereno. Fu come sbriciolare un muro e quella sera stessa trovai la forza per mettermi davanti a mio padre e raccontargli tutto. Fu una sofferenza per lui, per tutti quanti».

    Perché non siete andati subito a denunciarlo alla polizia?
    «Se la immagina una denuncia del genere, negli anni Novanta, nel quartiere Ponticelli contro un parroco stimato e considerato da tutti? Un amico di mio padre che faceva il poliziotto ci suggerì a malincuore di lasciare perdere, perché avremmo avuto solo delle grane, e poi nessuno mi avrebbe creduto, ero solo un ragazzino, e sarei finito in una macchina del fango più grande di me, mi avrebbero tritato e denigrato, mi avrebbero fatto a pezzi. Ci fece capire che occorrevano anche i denari per un buon avvocato, che la questione si sarebbe protratta a lungo. A volte è facile dire facciamo giustizia. Il suo fu un consiglio di buon senso, sebbene davanti ad un reato pesante e ad un ragazzo violato era il primo a parlare con le lacrime agli occhi. Pochi anni dopo ci trasferimmo tutti e ce ne andammo. Fu una scelta saggia».

    Perché esce allo scoperto ora a distanza di tanti anni?
    «Anche se provengo da una famiglia cattolica da allora non sono più riuscito ad entrare in una chiesa.
    Quando guardo mia figlia o gioco con i miei nipoti, avverto il bisogno che hanno di essere protetti, e immediatamente ripenso a quello che ho subito. Mi viene una grande rabbia. Una rabbia incontenibile. Ecco perché quando ho letto della storia di D.E., l’ altra vittima, mi si è mosso dentro qualcosa di ineludibile. Il bisogno di avere giustizia civile, anche se il reato penale è caduto in prescrizione. Mi resta un desiderio: che la Chiesa riprenda in mano le indagini canoniche per fare in modo che questo prete non possa mai più avvicinarsi a un bambino».

    Il Messaggero 2-2-2018

  • “Inaccettabile l’appoggio del Papa al vescovo cileno”

    “Inaccettabile l’appoggio del Papa al vescovo cileno”

    Il Papa ha lasciato da più di una settimana il Cile, ma nel Paese andino tiene ancora banco la vicenda del vescovo di Osorno Juan Barros, finito al centro di polemiche a causa della sua vicinanza ad un sacerdote della diocesi pesantemente coinvolto in atti di abusi sessuali. Le parole di Francesco – ribadite anche nel viaggio di ritorno sull’aereo papale – sulla mancanza di prove per procedere formalmente contro Barros hanno indispettito il cardinal O’Malley, ma anche buona parte del clero cileno. Perché? Per comprenderlo è necessario cercare tra le pieghe di questa vicenda ecclesiale chi ha cercato in tutti i modi di informare la Santa Sede sull’inopportunità di inviare Barros come vescovo della diocesi.

    E proprio nei giorni scorsi ha tenuto banco sui giornali cileni una lettera aperta di un sacerdote che conosce molto bene la vicenda ed è stato uno dei primi ad accusare pubblicamente Barros. Si tratta di Peter Kliegel, sacerdote della stessa diocesi di Barros che ha consegnato al quotidiano El Mostrador una lettera ai vescovi dalla quale traspare lo psicodramma di una diocesi intera che ha vissuto il dramma della pedofilia e contemporaneamente l’inerzia dei vertici ecclesiastici nell’affrontarlo.

    “Sento la necessità di rivolgermi a voi vescovi dopo questi giorni intensi della visita del Santo Padre”, ha esordito.

    Kliegel, ha 52 anni di messa nella città di Osorno. Una città la cui diocesi “negli ultimi tre anni ha vissuto una crisi enorme” che la accomunano a quell’ospedale da campo di cui parlava il Santo Padre nel 2014.

    E ha proseguito: “Fratelli vescovi, la mia coscienza di cristiano mi obbliga a parlare con onestà e sobbarcandomi il dolore e i sentimenti di molti fedeli, mi ero imposto il silenzio, ma la discrepanza tra le parole e i comportamenti della gerarchia è arrivata a tal punto che non è più concesso accettarla.

    In questi tre anni, la Nunziatura e il Vaticano, attraverso molte segnalazioni, non ci ha mai dato una risposta. Ci siamo stati ascoltati e nemmeno il Santo Padre lo ha fatto. Sento che siamo stati trattati come pedine. Non ho il diritto di giudicare nessuno, ma non prendere in considerazione le voci delle vittime di abusi sessuali e non prendere le misure conseguenti è gravissimo. Alle vittime bisogna credere, sia quelle che si sono incontrate con il Papa privatamente sia quelle che lo hanno fatto pubblicamente. Considerare una calunnia una testimonianza da parte di una vittima, affermata in un giudizio pubblico, è gravissimo. Soprattutto se viene dalla bocca del cardinal Errazuriz (il cardinale Arcivescovo di Santiago ndr.)”. Secondo il sacerdote con questo comportamento si non si sono offesi solo alcuni laici, ma è stata colpita fortemente la comunità diocesana e la Chiesa di tutta la nazione”.

    Poi dopo aver citato il discorso di Francesco nel Palazzo della Moneda, nel quale manifestava dolore e vergogna per il danno irreparabile causato ai bambini da parte di ministri, il prete ha accusato il vescovo Juan Barros di essersi rifugiato per tutto il viaggio papale “ma in questi tre anni non è mai stato capace di incontrare don Juan Carlos Cruz, vittima di Karadima, per un dialogo chiarificatore in presenza di noi sacerdoti e diaconi. Un vescovo desaparecido, fa star male questo”.

    E ancora: “Un pastore che evita le situazioni scomode e critiche non ha a cuore il suo gregge. Mi è per questo incomprensibile e inaccettabile l’appoggio del Santo Padre a un pastore che si comporta così. Una Chiesa che si è autodefinita esperta in umanità ha l’obbligo morale di applicare criteri di maggiore evidenza”.

    Ma Barros, sempre stando a questo duro atto d’accusa, manca anche di molti criteri per poter esercitare il suo ruolo di pastore tanto che la sua nomina viene definita “sottovalutata” perché “l’ambiente storico nel quale il nostro vescovo si è mosso per più di 30 anni è lo stesso ambiente che ha lodato pubblicamente come edificante e nel quale una guida pederasta ha provocato danni alla nostra Chiesa gettandola nello scandalo”.

    Questo Kliegel rimprovera a Barros: “Non aver visto niente in 30 anni indica incapacità di uno sguardo del mondo reale, uno sguardo critico sulla realtà dei fatti”. E – sempre sulla verità dei fatti – ha imputato a Barros di aver presentato in maniera errata la situazione della diocesi, come traspare dalla lettera del Papa recentemente resa pubblica. Come? “Voi vescovi avevate chiara conoscenza della situazione personale e storica dell’attuale vescovo di Osorno e di che cosa si aspettava la diocesi intera. Ma avete deliberatamente preservato il santo padre da una fatale equivoco, sapendo che il Papa si può sbagliare, come lui stesso ha ammesso in un’intervista”.

    Perciò l’autorità della Chiesa ha invece “puntato più sulla convenienza del potere amministrativo che alla regola aurea della pastorale: salvare le anime. Questo fa star male” perché “la dignità è un diritto umano inalienabile, lo stesso Papa lo ha registrato nelle nostre coscienze. Seguire questa premessa è un obbligo morale”.

    Le parole di questo sacerdote aprono uno squarcio su quello che è accaduto in Cile e spiegano per quale motivo la difesa d’ufficio di Barros fatta da Francesco sia stata considerata inaccettabile. E forse, grazie a questo atto d’accusa, si potrebbe fare maggiore luce sulle responsabilità effettive e agire poi di conseguenza.

    http://lanuovabq.it/it/inaccettabile-lappoggio-del-papa-al-vescovo-cileno

  • Pedofilia in parrocchia a Isernia, partono le sanzioni per i sacerdoti coinvolti

    Pedofilia in parrocchia a Isernia, partono le sanzioni per i sacerdoti coinvolti

    Il vescovo Cibotti come il Papa ribadisce ‘tolleranza zero’ e dispone provvedimenti disciplinari per due preti e un laico

    Arrivano le prime conseguenze del presunto caso di pedofilia che ha travolto la diocesi di Isernia. Il vescovo Camillo Cibotti lo aveva dichiarato qualche giorno fa proprio sulle colonne di Primo Piano: la ricerca della verità in totale trasparenza è il suo primo pensiero. Ed ecco che, dopo un intenso periodo in cui egli stesso ha svolto delle indagini interne e ha avuto anche dei colloqui col procuratore capo di Isernia, Paolo Albano, ha deciso di mettere in atto dei provvedimenti disciplinari verso gli ecclesiastici che sono stati tirati in ballo da un ragazzo straniero. Si tratta di una persona che ha vissuto in provincia di Isernia in gioventù, essendo stato affidato dalla madre al sacerdote che risulta il principale accusato. Il prete è tornato nel suo Paese, non riuscendo a sostenere il peso di questa situazione ed è sempre più convinto della sua totale innocenza. Un altro parroco e un laico che collabora con la diocesi figurano nell’inchiesta poiché, secondo la presunta vittima, erano a conoscenza degli abusi, ma non sarebbero mai intervenuti.
    Per tutti e tre arriverà a breve la ‘sanzione’ stabilita da monsignor Cibotti, che non sarà la sospensione ‘a divinis’. Il vescovo è tornato a parlare di una vicenda che sta provocando molto dolore a tutto l’ambiente e ha spiegato che la sua intenzione è di andare fino in fondo. Il principio è quello ribadito proprio domenica da Papa Francesco: tolleranza zero verso i pedofili.
    «Ho ritenuto fondamentale tutelare la riservatezza, verificare l’attendibilità, collaborare con la magistratura nel vagliare le responsabilità personali – ha spiegato in una nota -. Ho ascoltato il più possibile i sacerdoti coinvolti in varie forme, i fedeli della parrocchia presenti in alcuni dei fatti accaduti, altre persone interessate per vari motivi. Non ho potuto confrontarmi solo con chi ha scelto la via mediatica, a scapito della possibilità di dialogo e di collaborazione. Seguendo l’esempio di Sua Santità, Papa Francesco, ho agito in comunione con lui. Perciò, anche se penalmente non ci fosse rilevanza, canonicamente, cioè secondo le regole che come Chiesa ci siamo dati, siamo in dovere di prendere provvedimenti disciplinari, perché non possiamo accettare fraintendimenti. Sono stati avviati o in procinto di esserlo dei Procedimenti Canonici». Un atto dovuto da parte di monsignor Cibotti il quale ha ribadito come la sua porta sia aperta anche per i tre ecclesiastici finiti nella ‘bufera’.
    «Questo non mi impedisce di guardare con misericordia i sacerdoti coinvolti in queste vicende e i confratelli che hanno attraversato esperienze simili – ha proseguito il vescovo -. Per questo, innanzitutto desidero chiedere perdono, anche a nome di tutta la Chiesa Diocesana a chi soffre nel presente e a chi ha un passato di profondo dolore, alle singole persone e alle loro famiglie, alle Comunità parrocchiali coinvolte in vario modo. Chiedo perdono per le vicende passate e per quelle che hanno ancora forti ripercussioni nel presente».
    Poi i ringraziamenti che arrivano al termine di una sorta di lettera aperta in cui Cibotti si rivolge anche alle vittime di violenza.
    «Grazie a chi ci aiuta a fare più trasparenza, per amore alla verità e alla giustizia – ha detto -. Grazie a chi avrà il coraggio, dopo questi eventi, di presentare a me, come vescovo, situazioni in cui sacerdoti o cristiani hanno tradito, non hanno dato buona testimonianza. Mi rivolgo a coloro che hanno visto la loro vita segnata per sempre: sappiano di trovare in me e nella Chiesa che mi onoro di servire ascoltatori attenti, disponibili a fare la propria parte fino in fondo e ad indirizzare alla magistratura, lì dove le competenze del solo Tribunale Ecclesiastico non fossero sufficienti. Questo risulterà fondamentale per restituire alla Chiesa la credibilità e l’onestà che le derivano dall’operato di tanti uomini e donne di buona volontà. Grazie, infine, per tutto il bene che silenziosamente e umilmente viene compiuto. Questa è la Chiesa che amo: quella che ha il cuore di tanti presbiteri di questa diocesi che vivono con autenticità e piena dedizione il proprio ministero».

    Pedofilia in parrocchia a Isernia, partono le sanzioni per i sacerdoti coinvolti

  • Don Andrè Facchini dovrà essere in aula il prossimo giugno a Lanciano: si presenterà?

    Don Andrè Facchini dovrà essere in aula il prossimo giugno a Lanciano: si presenterà?

    Don Andrea è un prete della Diocesi di Lanciano Ortona, il Vescovo gli ordini di rientrare e di sottoporsi al giudizio del tribunale. Per la procura il prete è irrintracciabile ma tutti, sostengono dalla parte civile, trapela dall’udienza di ieri mattina a Lanciano, sanno dove trovarlo. L’11 giugno prossimo dovrà essere in aula e rispondere, oltre che della sua coscienza, anche di accuse gravi. In tanti lo denunciarono, fu la testata giornalistica Abruzzo Live ad intervistare i fuori usciti dalla setta da lui creata la “Legio Sacrorum Cordium”.

    Storie raccapriccianti dove si raccontava di violenze fisiche, punizioni corporali inflitte con un rosario a grani grossi, oltre che psicologiche, “se non fai come dico io il demonio ti ucciderà”. E poi ancora richieste di denaro, appostamenti sotto la casa di famiglie, che ieri hanno anche raccontato, in aula, come hanno trovato i cani avvelenati, la legnaia data alle fiamme. “Una notte lo abbiamo scoperto in giardino e da li ne è nata una colluttazione”. La colluttazione è quella che ha costretto il prete alle cure del Renzetti e da li venne fuori tutta la macabra storia. Lui si difese dicendo che avrebbe voluto salvare il ragazzo da un giro di droga, ma a distanza di anni la procura ha accertato che le cose andarono in maniera ben diversa.

    Eppure a Don Andrè vennero dati ruoli importanti anche all’interno della Curia, in molti lo ricordano insegnante di morale Cristiana all’interno di un corso di teologia che si faceva in quegli anni, parliamo del 2014, ed ancora responsabile dell’ufficio dove di depositano le richieste di matrimonio, sempre in Curia, e dove ci si rivolge per ottenere documenti importati per ottenere dispense per i Sacramenti…è possibile che la Curia Frentana non si fosse accorta di nulla?

    Respinta, “da cestinare”, ha detto il giudice Andrea Belli la perizia psicologica fornita dalla difesa, perché fatta non sull’accusato ma su certificati medici.

    Invocava i demoni Don Andrea ( André Luiz Facchini classe 1974 nata in Brasile), non i Santi ma i demoni, le persone erano terrorizzate dalle sue farneticazioni circa il potere che il male avrebbe potuto esercitare sulla loro vita. Augurava a chi avesse abbandonato la Legio, malattie, perdita di lavoro ed ogni sorta di disgrazia. Nel caso dei due fratelli presenti ieri in aula non erano bastate “le preghiere” avevano abbandonato comunque il gruppo, che ricordiamo si riuniva nella chiesa di Sant’Agostino in messe, ogni primo venerdì del mese che duravano anche 4 ore, ma Don Andrea li seguiva fino a casa con l’epilogo che tutti sappiamo.

    San’Agostino in quel periodo brulicava di persone entusiaste, la Chiesa era stracolma di fiori, sempre rigorosamente rossi. Pensò bene anche di restituire alla città, il 28 agosto, la processione dedicata al Santo dottore della Chiesa ma, sempre, nessuno, o almeno così sembrava, si accorse che qualcosa non andava.

    Sembrerebbe che ora sia ancora  prete in Brasile, sempre Abruzzo Live lo scovò in una trasmissione televisiva in veste di imbonitore con tanto di Reliquiario esposto in bella vista. Un pò di anni fa venne avvistato in piazza San Pietro mentre si accingeva a salutare il Santo Padre.

    In Italia quindi è rientrato, chissà se lo farà anche il prossimo 11 giugno per rispondere dinnanzi alla giustizia delle accuse, gravissime, che da anni gli vengono fatte. (Clara Labrozzi)

  • Isernia: troppo clamore mediatico e il prete accusato di pedofilia fugge in Polonia

    Isernia: troppo clamore mediatico e il prete accusato di pedofilia fugge in Polonia

    (ANSA) – ISERNIA, 24 GEN – “Il sacerdote e’ colpito da questa notizia che lo ha sconvolto in quanto, da parte sua, tutto questo non e’ ritenuto vero. Pero’ sono cose che la magistratura e la realta’ canonica avranno modo di verificare”. Lo ha dichiarato il vescovo di Isernia, monsignor Cibotti, a margine della conferenza stampa tenuta a meno di 24 ore dalla decisione di rompere il silenzio, con una lettera in cui ha chiesto perdono su un presunto caso di pedofilia in una parrocchia dell’isernino. Monsignor Cibotti ha confermato anche un’indiscrezione sul ritorno nel paese d’origine del parroco. “Ma questo – ha precisato – lungi dall’essere una punizione. E’ anche un momento che era stato previsto prima perche’, ogni tanto, i nostri confratelli sacerdoti chiedono dei periodi di riposo. Certamente e’ anche un’opportunita’ perche’ abbia motivo di un silenzio interiore, di una riflessione”. Alla domanda se ci sono altri casi su cui si sta facendo luce, il vescovo ha detto, precisando che non sono riferibili alla pedofilia, che, “fermo rimanendo il riserbo, e’ il nostro essere attenti a salvaguardare il rispetto della persona e di tutti, specialmente dei piu’ deboli, di coloro che vengono colpiti da comportamenti o azioni che in se’ sono da ritenere, a volte, anche disumani”. (ANSA). YM7-HNZ 24-GEN-18 15:31 NNNN

  • “Bergoglio ha alzato il muro su Emanuela Orlandi”

    “Bergoglio ha alzato il muro su Emanuela Orlandi”

    “Con l’arrivo di Bergoglio il muro in Vaticano si è alzato ancora di più”. Il fratello di Emanuela Orlandi rivela l’atteggiamento del papa sulla vicenda

    Bergoglio è “..il terzo Papa che ho incontrato nella mia ricerca della verità. Con lui il muro in Vaticano su questa vicenda si è alzato più di prima”.

    E ancora: “La cosa certa è che in Vaticano sanno. Il loro comportamento in questi 34 anni mi autorizza a pensarlo. La verità è qualcosa che pesa sull’immagine della Chiesa. Il Vaticano ha voluto evitare che la verità emergesse e ha avuto come complici lo Stato italiano e quei magistrati che non hanno puntato il dito sulle persone che erano a conoscenza di quanto avvenuto”. A parlare è Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, per il quale la sorella resta “viva fino a prova contraria”. In un lungo virgolettato riportato in esclusiva su Spy, Pietro Orlandi ha svelato, tra le altre cose, come Papa Francesco gli abbia confidato che la sorella è “in cielo”. Emanuela Orlandi, insomma, sarebbe morta, ma il fratello non pare disposto a smettere di indagare sulla vera sorte della sorella tragicamente scomparsa il 22 giugno del 1963.

    Monsignor Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato del Vaticano, aveva respinto in passato la richiesta di Pietro Orlandi finalizzata a riaprire il dossier sulla ragazza scomparsa: “Non possiamo fare altro che condividere, simpatizzare e prendere a cuore la sofferenza dei familiari. Non so se la magistratura italiana abbia nuovi elementi, ma – aveva sottolineato Becciu lo scorso giugno – da parte vaticana non c’è nulla da dire in più di quanto non si sia già detto”. Il caso per papa Bergoglio e per la Santa Sede sembra essere chiuso.

    “Voglio ricambiare la solidarietà che ho ricevuto – ha dichiarato a Spy Pietro Orlandi – “Quando hai una storia come la mia, senti il bisogno di aiutare gli altri. Questo ti fa stare bene. In questi decenni nelle manifestazioni per Emanuela ho conosciuto molti familiari di persone scomparse che hanno sempre vissuto tra l’indifferenza dei media, degli inquirenti e dell’opinione pubblica. Ora voglio che la voce di Emanuela sia quella di quei ragazzi e ragazze svaniti all’improvviso dei quali non si è mai parlato. Voglio che si riaccenda una speranza per le famiglie”, ha sottolineato.

    L’intervista contiene anche un dettaglio sulla vicenda del quale non si era mai accennato pubblicamente: “Il momento peggiore di questi 34 anni è stato nel 1993, dopo alcune segnalazioni fotografiche inviate alla magistratura, eravamo sicuri di aver ritrovato Emanuela in Lussemburgo. Anche il giudice e l’attuale vice Capo della Polizia erano convinti di aver risolto il caso. Siamo andati a prenderla, io le avevo comprato un regalo. Non era mia sorella: in un attimo siamo passati dalla gioia più totale alla disperazione più buia. Non dimenticherò mai l’espressione sul viso di mia madre. Fu come se ce l’avessero rapita un’altra volta”, ha svelato il fratello della figlia di un dipendente del Vaticano. Bergoglio, tuttavia, si sarebbe distinto, rispetto a questa vicenda, per aver reagito con un atteggiamento di particolare chiusura verso le richieste provenienti dalla famiglia Orlandi. Le tre figlie di Pietro, adesso, hanno formato un gruppo musicale: “The Coraline”. Le tre hanno partecipato due anni ad “X Factor”, ma il cognome che portano non le avrebbe aiutate: “Prima di Natale Rebecca, Salomè ed Elettra hanno suonato all’Ariston come vincitrici del contest musicale organizzato da Red Ronnie. Hanno anche partecipato alla selezione per Sanremo Giovani con un brano molto forte sui problemi dell’Italia. Non sono state prese perché, ho saputo in maniera ufficiosa, il testo è troppo scomodo, come lo è il cognome che portano. Ma loro non mollano, sono testarde come me”. Pietro Orlandi non molla, nonostante il “muro” che sarebbe stato eretto in Vaticano da Bergoglio.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/bergoglio-ha-alzato-muro-su-emanuela-orlandi-1484550.html?mobile_detect=false

  • Papa Fischiato E Criticato In Cile: Si Parla Ancora Di Pedofilia

    Papa Fischiato E Criticato In Cile: Si Parla Ancora Di Pedofilia

    Se a parole Papa Francesco ha dichiarato di voler combattere la piaga della pedofilia, nei fatti pare aver promosso chi insabbiava

    Il Cile non ci sta: anche se il Paese è da sempre molto cattolico, difronte alle ennesime contraddizioni interne alla Chiesa protesta. Fischi a Papa Francesco, alcune Chiese assalite e date alle fiamme. Al centro di tutto sempre fatti legati alla pedofilia.

    La vicende che legano il clero alla pedofilia sono consolidate. Tanto che, lo stesso Papa Francesco, aveva fatto della lotta contro l’abuso su minori da parte di prelati e non solo, uno dei cardini della sua politica. Dichiarava il Papa:

    “Non posso fare a meno di esprimere il dolore e la vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa. Desidero unirmi ai miei fratelli nell’episcopato, perché è giusto chiedere perdono e appoggiare con tutte le forze le vittime, mentre dobbiamo impegnarci perché ciò non si ripeta”

    Ma alle parole non sono seguiti i fatti. Parole vuote, per molti cileni, quelle del Santo Padre.

    I casi del Cile

    Alcune di questi tristi episodi, che vedono bambini o giovani ragazzi, vittime di pedofilia, sono, infatti accaduti proprio in Cile. Tre i prelati cileni coinvolti nella vicenda che vede come principale imputato padre Karadima. Fernando Karadima in Cile è stato un uomo capace di influenzare le masse e crescere sotto la sua “ala protettiva” intere generazioni di giovani prelati. Per 20 anni è stato parroco del Sacro Cuore di El Basque e con il suo innegabile carisma ha influenzato la vita di molte persone. Si era guadagnato il soprannome di “il Santo”. Questo fino al momento dello scandalo dove si scopre che, dietro la brillante esistenza del vescovo, si nascondeva una realtà squallida, fatta di abusi di potere e violenze. I popolo si infervora e Karadima viene accusato di essere un violentatore seriale. Non un singolo episodio quindi, ma un’esistenza doppia che ha distrutto la vita di moltissime persone.

    https://www.ultimavoce.it/papa-cile-pedofilia/

  • Il Papa: dolore e vergogna per il danno irreparabile della pedofilia

    Il Papa: dolore e vergogna per il danno irreparabile della pedofilia

    Bergoglio in Cile affronta lo scandalo degli abusi sui minori sul quale si è taciuto troppo a lungo

    Il programma del viaggio non ne faceva accenno, ma tutti se lo aspettavano e Papa Francesco non ha aspettato neanche un giorno per strappare il cerotto sulla ferita più profonda della chiesa cilena: decenni di episodi di pedofilia perpetrati da sacerdoti sotto l’occhio troppo indulgente dei vescovi.

    Oggi il Pontefice ha chiesto pubblicamente scusa a nome della chiesa cilena: “Non posso fare a meno di esprimere il dolore e la vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa – ha detto parlando alle autorità cilene nel Palacio de la Moneda di Santiago – Desidero unirmi ai miei fratelli nell’episcopato, perché è giusto chiedere perdono e appoggiare con tutte le forze le vittime, mentre dobbiamo impegnarci perché ciò non si ripeta”.

    Una diocesi in particolare non trova pace: quella di Osorno, nel sud del Paese, dove per troppo tempo ha operato indisturbato padre Karadima, oggi 87enne, violentatore seriale di bambini e adolescenti. Sospeso a divinis nel 2011 dal Vaticano, non è mai stato spogliato dell’abito. Nel 2015 proprio Bergoglio ha nominato un vescovo molto amico di Karadima, che si dice sia stato suo allievo spirituale: Juan Barros Madrid.

    Le vittime protestano da allora, ma il Pontefice difende la sua scelta: dello stesso anno è il video diffuso sui media locali che mostra il pontefice mentre, a margine di un’udienza in Vaticano, difende strenuamente la nomina di Barros. Le proteste nella diocesi non si fermano da allora. Il Vaticano non ha reso nota alcuna udienza di vittime di Karadima, anche se a una domanda di un giornalista durante il briefing prima della partenza, il direttore della sala stampa della Santa Sede, Greg Burke, ha risposto: “Le udienze più interessanti sono quelle private”.

    http://www.globalist.it/world/articolo/2018/01/16/il-papa-dolore-e-vergogna-per-il-danno-irreparabile-della-pedofilia-2017885.html

  • Il caso Emanuela Orlandi, parla il fratello: “Dentro le mura vaticane Emanuela si sentiva protetta, ho bisogno di sapere cosa è successo”

    Il caso Emanuela Orlandi, parla il fratello: “Dentro le mura vaticane Emanuela si sentiva protetta, ho bisogno di sapere cosa è successo”

    Nello speciale della serie “Scomparsi”, in onda domenica prossima su Sky, la storia del dramma che sconvolse il mondo intero di cui non si conosce ancora la verità

    “Emanuela Orlandi è mia sorella, sono trentacinque anni che non la vedo. Aveva quindici anni quando qualcuno l’ha portata via. Non so dove si trova, non so se è viva, ma so qual è la sua colpa: essere una delle pochissime persone cittadine dello Stato Vaticano”.

    Inizia così, con una voce accorata da un dolore che dura oramai da troppo tempo, Scomparsi: Emanuela Orlandi, lo speciale dedicato a un dramma che sconvolse l’Italia e il mondo intero, un racconto intenso e sofferto che non si è ancora dimenticato. Questo perché di quella ragazzina che viveva con i suoi genitori all’interno ella Città del Vaticano (suo padre Ercole lavorava alla Prefettura Vaticana e si occupava delle udienze papali), non si è saputo più nulla dal giorno della sua scomparsa, il 22 giugno del 1983.

    “Quel giorno ha cambiato la nostra vita per sempre”, Pietro Orlandi, suo fratello, nel documentario che Crime+Investigation proporrà in esclusiva domenica 14 gennaio alle ore 21 sul canale 118 di Sky. La voce narrante che ascolterete all’inizio e che vi accompagnerà per cinquanta minuti è la sua, quella di una ragazzo (allora) e un uomo (adesso) che ha deciso con tutte le sue forze e possibilità di poter arrivare ad una verità, nonostante il percorso sia stato e sia (ancora oggi) tutto in salita.

    Emanuela Orlandi è sparita in un’afosa giornata del 1983, inghiottita da un ingranaggio enorme, e il suo nome è stato accostato all’attentato del Papa, al crollo dell’Unione Sovietica, ai misteri della Banca del Vaticano, alla banda della Magliana e da trentacinque anni Pietro la cerca e – come lui – le sorelle Federica e Natalina (anche loro presenti nel doc) e tutti i loro familiari vogliono giustizia. “Ho fatto tutto quello che ho potuto per mantenere viva la speranza– spiega Orlandi, capelli grigi medio lunghi e un orecchino argentato al lobo sinistro – sono stato ospite in trasmissioni televisive, ho incontrato mafiosi e agenti dei Servizi Segreti, ma anche magistrati, giornalisti, ho partecipato a manifestazioni e incontrato tre Papi, ma non ho ottenuto nulla. Ora devono dirmi la verità”.

    Lo speciale – primo episodio della serie “Scomparsi”, prodotto da B&B Film per A+E Networks Italia e scritto proprio da Orlandi assieme a Raffaele Brunetti e Piergiorgio Curzi – parte da immagini fotografiche in bianco e nero e a colori dell’archivio personale della famiglia Orlandi che all’epoca viveva all’interno delle mura Vaticane. “Lì dentro ci sentivamo protetti, era un piccolo paese e il Papa era il suo sindaco”, aggiunge Pietro, “poi di colpo non lo siamo stati più”.

    Sua sorella andò ad una lezione di musica al Complesso di Sant’Apollinare e da allora non tornò più a casa. La solita scappatella o una fuga d’amore, dissero i poliziotti ai familiari, ma in realtà non fu così. Pochi giorni dopo la sua scomparsa, ci fu persino un appello del Papa, “un appello che ci colse impreparati”, commenta Pietro, “un appello che dimostrava che il Papa era a conoscenza di qualcosa che noi ignoravamo, un appello che parlava di ‘responsabili’ e che quindi Emanuela era stata rapita”. Fu proprio così. Tredici giorni dopo la scomparsa, in una telefonata, i rapitori chiesero uno scambio della ragazza con l’attentatore del Papa, Ali Agca. “Il Papa non parla a caso”, commenta nel documentario il giornalista Andrea Purgatori che all’epoca si occupò quotidianamente del caso sul Corriere della Sera. “Il suo era un appello rivolto a chi doveva capire, mostrando un punto critico per il Vaticano. Se lo fece è perché stava mandando un messaggio a qualcuno”.

    A quell’appello ne seguì un altro e dopo il giorno dell’ultimatum stabilito dai rapitori (il 20 luglio del 1983) non accadde nulla. Il corpo della ragazza non venne più ritrovato né si ebbero sue notizie. A Natale di quell’anno, Papa Wojtyla andò a far visita alla famiglia Orlandi, dimostrando così tutta la sua solidarietà e dicendo che avrebbe fatto il possibile per arrivare ad una verità. “Quel gesto e quelle parole – spiega Pietro – ci fecero in qualche maniera riavvicinare al Vaticano e credere nelle istituzioni; il Papa mi offrì addirittura un posto allo IOR”, un incarico che accettò subito e che Pietro ha svolto fino a pochi anni fa, quando scoprì altre verità.

    Ventidue anni dopo, infatti, una telefonata alla trasmissione “Chi l’ha visto?” fece riaprire il caso. Una voce maschile diceva che nella chiesa di Sant’Apollinare era stato sepolto Enrico De Pedis, detto “Enrichetto”, l’ultimo grande capo della Magliana, assassinato in una via della Capitale nel 1990. Come è stato possibile che una persona così pericolosa venne sepolta proprio lì, in quel luogo di culto, riservato a principi e a grandi artisti? Fu l’allora arcivescovo Poletti a volere quella sepoltura, perché – stando a quanto da lui dichiarato – De Pedis fece molte donazioni alla Chiesa stessa. Venne fuori che una grossa somma della criminalità era stata prima depositata allo Ior e poi improvvisamente scomparsa. Uscirono i nomi di Sabina Minardi – che dichiarò di aver accompagnato la Orlandi in un preciso punto di Roma e di averla consegnata ad un uomo seduto all’interno di una macchina scura con un abito religioso – venne fuori la lettera del banchiere Roberto Calvi indirizzata al Papa in cui dichiarava che i soldi scomparsi erano stati utilizzati per finanziare il sindacato polacco Solidarnosc (poco dopo, il corpo di Calvi venne ritrovato impiccato a Londra, al Blackfriars Brdge), spuntò il nome di monsignor Marcincus, allora presidente dello Ior, “l’unico in tutto il Vaticano che si avvicinava ai miei genitori quando li incontrava”, dice Pietro. “Un grandissimo attore” o una persona fedele e sincera? Si chiede. Fatto sta che solo nel 2012 – dopo tante proteste in pubblica piazza capitanate proprio da Pietro – il corpo del malavitoso venne tolto da quella chiesa e il caso fu riaperto.

    Oggi Pietro – che tramite l’avvocato Laura Sgro’ dello Studio Bernardini De Pace ha chiesto l’accesso agli atti del Vaticano e la richiesta de documenti in loro possesso, compresi quelli del papa Wojtyla, per ora scomparsi – vuole la verità sulla sorella, “rapita non perché fosse Emanuela Orlandi, ma perché era una cittadina vaticana”, una ragazza al centro “del gioco grande della storia”, come lo definì Giovanni Falcone, usata – probabilmente – come si sostiene nel documentario, per favorire il crollo dell’Unione Sovietica. “Ho bisogno di sapere cosa è successo”, dice più volte, “presto arriverò ad una verità e a dare giustizia a mia sorella, perché nessun potere è più forte del dolore”.

    Dopo questo speciale, la serie “Scomparsi” (diretta da Alessandra Bruno e scritta da Alessandro D’Ottavi e Lorenzo Brunetti) continuerà martedì 23 gennaio alle 22.00 con Pietro Orlandi che presenterà cinque sparizioni (di Federica Farinella, Emanuele Arcamone, David Fedi, Nicholas Ravaioli e Fabrizio Catalano) sepolte dal tempo negli archivi della giustizia italiana che rivedranno finalmente la luce, restituendo così agli scomparsi il diritto di esistere e a chi ancora li aspetta quello di non essere dimenticati.

    http://www.huffingtonpost.it/2018/01/11/il-caso-emanuela-orlandi-parla-il-fratello-dentro-le-mura-vaticane-emanuela-si-sentiva-protetta-ho-bisogno-di-sapere-cosa-e-successo_a_23330769/