Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Nel convento dove il Vaticano manda i preti gay: “Voi li marchiate, noi li assistiamo”

    Nel convento dove il Vaticano manda i preti gay: “Voi li marchiate, noi li assistiamo”

    Trento, Congregazione di Gesù sacerdote, è qui che le diocesi portano i religiosi a “curarsi”: “Così li aiutiamo a riflettere”

    di JENNER MELETTI E ANDREA SELVA

    TRENTO – Sono ormai maturi, i cachi e i kiwi. Nell’orto, gli ultimi pomodori. Sembra di essere fuori dal mondo, in questa casa madre dei padri Venturini. “Congregazione di Gesù sacerdote”, annuncia la targa in marmo. Doveva arrivare qui, don Mario Bonfante, l’ex sacerdote cattolico che tre anni fa è stato “licenziato” perché gay. «Esiste un convento in Nord Italia – ha detto ieri a
    Repubblica – dove vengono mandati a riflettere i sacerdoti che manifestano tendenze sessuali non consone. Un luogo dove ti aiutano a ritrovare la retta via. Volevano curarmi. Ho rifiutato di andarci». Prima pioggia e tuoni, poi sole e arcobaleno. Il tempo giusto per raccontare questo convento dove il Male e il Bene sembrano impegnati in una lunga battaglia. «Io posso dire soltanto – dice padre Gianluigi Pastò, 72 anni, superiore generale dei Venturini – che qui aiutiamo i sacerdoti a diventare santi».

    Una statua di Cristo a braccia aperte, pronto ad accogliere tutti. «Cercate prima il regno di Dio e la sua Giustizia e avrete tutto il resto in sovrappiù». La citazione da Matteo è accanto al cancello, aperto a tutti. Il padre superiore non ha nessuna voglia di parlare. «Troppe cose sbagliate sono state scritte su di noi. Il convento Venturini rischia di diventare un marchio infamante. ‘Quel prete è stato al Venturini? Chissà cosa avrà combinato’. Noi qui siamo abituati a lavorare nel silenzio assoluto ». Poi la tradizione di accoglienza vince, almeno per qualche minuto. «Venite in refettorio, prendiamo un caffè». Un vassoio di pizze già pronto per la cena frugale della domenica, una cinquantina di posti in tavolate a ferro di cavallo. Un quadro con il fondatore della congregazione, padre Mario Venturini, che aprì questo convento nel 1928.

    «Le spiego perché non vogliamo parlare. Un convento per preti pedofili, preti gay… si è scritto di tutto, con titoli assurdi. I sacerdoti vengono invece da noi per un periodo di formazione, di riflessione personale, di discernimento. In questo momento non abbiamo né preti gay né preti pedofili. Certo, nostro compito è accogliere tutti. Ci sono soprattutto i preti che soffrono di depressione, il male di questi tempi. Noi non vogliamo essere ‘marchiati’. Questo perché oggi, con Google, rischi l’ergastolo a vita. Faccio un esempio: arriva un nuovo sacerdote in una parrocchia e c’è chi subito va in rete a cercare il suo passato. Magari risulta che è stato nostro ospite e allora tutti pensano chissà che cosa. Ci sono uomini che diventano preti già adulti e magari hanno avuto un passato di droga o altro. Hanno svolto un grande e pesante lavoro di redenzione, ma se il loro nome è stato scritto su un giornale o su un sito si trovano inchiodati al loro passato».

    Quasi nessuno, a Trento conosce bene il lavoro dei Venturini. Un titolo forte il 24 febbraio 1983, quando un sacerdote del convento, don Armando Bison, 71 anni, fu ucciso con un punteruolo a forma di crocefisso, conficcato in testa, da Marco Furlan e Wolfgang Abel, i “Ludwig” che volevano “moralizzare il mondo” e finirono in manicomio criminale. Chi frequenta il convento conferma che i problemi più presenti, fra chi viene accolto qui, è proprio la depressione. «È alto anche il numero di alcolisti, fra preti soprattutto anziani che hanno smarrito la strada. E poi ci sono i problemi legati al sesso».

    Formazione, accompagnamento, riflessione… Non parla mai di cura, il padre superiore. Ma nella presentazione del sito c’è scritto che «i larghi spazi di accoglienza – una casa grande e tanta campagna intorno – uniti a possibilità varie di terapia e di lavoro, consentono alla comunità di ospitare numerosi preti e religiosi offrendo loro un ambiente aperto e disteso ove affrontare le proprie difficoltà». Terapia, dunque. Chi arriva qui viene aiutato anche da psicologi e psichiatri. Con quale percorso e quale metodo? «Noi non parliamo – dice il superiore – di questo nostro lavoro. Che però è conosciuto dai vescovi di tante diocesi. Loro sanno cosa possiamo offrire. Io dico soltanto che qui nessuno viene perché obbligato. Entrare da noi è una libera scelta». Che però, come nel caso di don Mario Bonfante, è una libera scelta molto condizionata. Un vescovo invita un prete ad entrare nel convento comunità, questi rifiuta e si trova ridotto allo stato laicale.

    In un’intervista a Repubblica. it di Elena Affinito e Giorgio Ragnoli, nel luglio 2013 padre Gianluigi Pastò era stato più ricco di notizie. «La vita comunitaria allontana il prete dalla sua solitudine. Il primo passo della terapia è l’accoglienza. Noi solitamente vogliamo conoscere la persona poi vediamo se siamo in grado di aiutarla». Padre Franco Fornari è lo psicologo responsabile all’interno del centro. Sedute con cadenza giornaliera e terapia di gruppo coordinata da una psicologa laica. Se necessario, è previsto l’intervento di uno psichiatra laico per le terapie farmacologiche di supporto. I tempi non sono mai brevi. Si resta in convento per uno, due o anche quattro anni. È il vescovo a decidere dove impegnare il sacerdote dopo il lungo periodo di “redenzione”. Chi è stato accusato di molestie ai minori, ad esempio, verrà inviato in un santuario o in un altro convento, senza contatti con i ragazzi e senza attività pastorale aperta.

    Sarebbero sei o sette, in media, gli ospiti del convento comunità. La casa di accoglienza è molto grande, perché un tempo ospitava il seminario della congregazione e tanti sono i preti tornati alla casa madre perché ormai anziani. C’è anche chi se ne va prima di avere terminato il percorso. Non sono in carcere, tutte le porte sono aperte. «Su di noi – dice il superiore generale – sono state raccontate troppe cose sbagliate. È giusto che la nostra opera sia senza pubblicità, anche per rispettare chi viene da noi in cerca di aiuto».

    «Non preoccuparti né del cibo né dei vestiti », è scritto, citando sempre Matteo, cap. VI, nella lapide all’ingresso. Chi entra qui ha purtroppo in testa preoccupazioni più pesanti. Superando la soglia, la lotta fra il Bene e il Male è solo all’inizio. Ma c’è la speranza di “diventare santi”.

    http://www.repubblica.it/vaticano/2015/10/05/news/nel_convento_dove_il_vaticano_manda_i_preti_gay_voi_li_marchiate_noi_li_assistiamo_-124368753/

  • Pedofilia: la parola che non esiste nel catechismo, Ma ben 3 paragrafi spiegano la condanna dell’omosessualità

    Pedofilia: la parola che non esiste nel catechismo, Ma ben 3 paragrafi spiegano la condanna dell’omosessualità

    Su l’ L’Huffington Post del 22 settembre, il prete e scrittore Mauro Leonardi, in un articolo riguardo al grave comportamento di alti ufficiali afghani che abusano sessualmente di minori, denunciato da un soldato americano, scrive tra l’altro: «Perché una notizia così non è in prima pagina? È troppo forte? A chi dà fastidio? Rischiamo che si riparli di preti e pedofilia? Ma può mai essere un argomento troppo sfruttato quello della pedofilia? Non mi spaventa che qualcuno scriva a commento del mio pezzo: “Con quello che avete fatto voi preti!”. No, non se ne parla mai troppo. Non è mai un argomento troppo sfruttato e che possa stancare. Finché un bambino viene legato al letto con una catena e violentato, non mi sento di dire che se ne è parlato abbastanza. E se si ritira fuori la storia dei preti pedofili, io dico che non dobbiamo pensare a noi stessi ma alle vittime, sempre alle vittime. Che se ne parli. Sembrerà troppo. Ma non è mai abbastanza».

    Giustissime riflessioni, e mi sembrerebbe una meschinità dire a don Mauro: “Con quello che avete fatto voi preti!”. Io invece coglierei l’occasione per suggerire sommessamente alla Chiesa di inserire nel Catechismo almeno un paragrafo dedicato al grave peccato della pedofilia. Questo termine, “pedofilia”, stranamente non compare nel Catechismo della Chiesa cattolica. Vi sono solo brevi cenni dove si parla di fornicazione: “Inoltre è grave scandalo quando vi sia corruzione dei giovani” (2353), e dove si parla di stupro: “Ancora più grave è lo stupro commesso da parte di parenti stretti (incesto) o di educatori ai danni degli allievi che sono loro affidati” (2356). Ma la parola “pedofilia” nel Catechismo non esiste. Per contro vi sono ben tre interi paragrafi dedicati all’omosessualità. Così va il mondo.

    Carmelo Dini

  • E’ iniziato il processo per don Giovanni

    E’ iniziato il processo per don Giovanni

    I nodi iniziano a venire al pettine. E così, anche per Don Giovanni Trofa, il parroco della Parrocchia Primaria di Santa Maria della Mercede a Fontana dovrebbe iniziare la discesa. Per il parroco, professore prima dell’Alberghiero e poi del Liceo Ischia è iniziata la fase processuale che, volendo, in un clima di condanna facile, specialmente quando viene alimentato dalle penne pagate dagli accusatori, gente senza scrupoli pronta a tutto pur di soddisfare i propri complessi e la propria frustrazione, riporta i fatti nell’alveo di una valutazione più oggettiva.

    Con una relazione di quattro preti ischitani (appartenenti soprattutto al “nuovo ordine” locale dei focolarini) il parroco di Fontana e canonico della Cattedrale (gli interessi economici mietono più vittime delle guerre) ad aprile è stato allontanato dalla sua comunità per le gravi accuse che gli erano state rivolte e per quello che potremmo definire come un “rinvio a giudizio” insieme con un altro prete ischitano, don Nello Pascale, parroco dello Schiappone.
    Per entrambi le accuse sono varie e, dopo aver ascoltato più di un esperto, sembra che l’indagine locale sia farcita di “si dice” e si “sente” e si presenta povera di prove reali. Secondo qualche esperto vicino agli ambienti non solo diocesani ma anche “vaticani” il processo contro Don Giovanni dovrebbe prendere una piega decisamente diversa da quella che gli nemici ischitani del prete di Fontana avevano prospettato. Secondo questi esperti, infatti, secondo l’inquisizione romana non si sarebbe nemmeno andati a processo e, come prova, stando alle indiscrezioni (che in questo caso sono le uniche che ci sono) sembra che il processo a carico di Don Nello non inizierà nemmeno. Il castello indiziario e solamente quello, non sembra abbastanza per iniziare il rito.
    Alcuni amici di Don Giovanni, si sentono fiduciosi e dopo la prima udienza e le prime indiscrezioni che arrivano da Roma sembra si intraveda di un “percorso” processuale molto meno grave di quanto fatto ipotizzare ad Ischia attraverso fughe di notizie e soffiate domenicali agli ex addetti stampa.

    @gadmeischia

    E’ iniziato il processo per don Giovanni

  • …e il Prete con un figlio di 10 anni?

    …e il Prete con un figlio di 10 anni?

    Gaetano Di Meglio

    Preti in rivolta. Preti puniti. Preti alla gogna. Don Giovanni Trofa e Don Nello Pascale. Come molti sapranno, prima che qualcuno, poi, mi mandi all’inferno come ha già fatto il preside che si aggira per la Piazzetta San Girolamo, per Grazia non credo più alle menzogne della chiesa cattolica, e quindi la mia posizione è completamente terza rispetto ai fatti. Soprattutto rispetto ai fatti che vi racconterò, è giusto precisare una cosa.

    Tornando indietro nel mio passato “cattolico” (hahaha, sorrido) mi ricordo di due preti in particolare. Il primo, quello che mi battezzò (senza la mia decisione, ovviamente) oggi non è più prete. Ebbe un figlio e lasciò il suo ruolo clericale. L’altro prete, invece, è Don Giovanni Trofa. Il prete con il quale feci la prima comunione. 32 anni fa. Fortunatamente, dopo, con i preti ho avuto solo rapporti di lavoro (qualcuno mi deve ancora delle somme!) ma passiamo alla storia di oggi, veramente, passiamo alla storia che Il Dispari ha raccontato solo il 12 aprile. Quasi quattro mesi fa. Scusate se è poco. Una storia che poi è andata in pasto a checche (Carmelo docet) e isteriche di paese alimentando una macchina del fango che, chi scrive, ha evitato con attenzione.

    Sinceramente del futuro di Don Nello Pascale e Don Giovanni Trofa mi interessa relativamente. Resteranno sacerdoti, parroci o dovranno posare la tonaca sono fatti loro e dei quattro preti della Diocesi di Ischia che li hanno denunciati. Saranno problemi del Vescovo Lagnese quando dovrà rispondere alle domande del tribunale il giorno in cui verrà interrogato come teste. Così come siamo stati garantisti con Giosi Ferrandino, lo siamo con Don Giovanni e Don Nello. Un giudice terzo si dovrà esprimere. Ne prenderemo atto e ci regoleremo di conseguenza ma, non volendo giocare alla macchina del fango, mi piace riportare alle luce una storia di dieci anni fa. Una storia che merita attenzione e che deve uscire allo scoperto. Una storia che risale al lontano 18 marzo 2005. Si, avete letto bene: 18 marzo 2005.

    “Il giovane prete è stato mandato a meditare fuori dell’isola” recitava il titolo che impaginò il sottoscritto sulla prima pagina del Golfo. Il titolo, sempre del sottoscritto, era “Scandalo in parrocchia”. Il sommario “Una ragazza dice d’essere rimasta incinta del sacerdote che vuole continuare a servire il signore…”

    Chi la ricordi alzi la mano senza far cadere il giornale!

    Bene. I fatti sono più o meno come quelli che vedono protagonisti Don Nello e Don Giovanni. Non credete alla favoletta dei peccati mortali o dei peccati semplici, il peccato è sempre peccato. E lo afferma l’apostolo Paolo, non io.

    Da una parte c’è l’accusa di qualche ragazzino molestato, almeno così sembra di aver capito, dall’altra i sacerdoti che continuano a dirsi innocenti. Questi saranno fatti del tribunale. E, siccome, parliamo di fatti avvenuti tanti anni fa è giusto chiedere che venga fatta chiarezza su tutte le cose che si dicono. I “si dice” di Don Giovanni e di Don Nello sono diversi dai “si dice” di quel prete che 10 anni fa fu mandato a meditare fuori dell’isola? Noi crediamo che siano uguali. A questo punto, non fidandoci di tutti i preti, e basandoci su un altro “si dice”, chiediamo a Don Agostino Iovine, Don Luigi Trani, Don Carlo Candido e Don Gioacchino Castaldi di fare la stessa cosa che qualche prete ha fatto contro Don Nello e Don Giovanni.

    Proprio per una questione di equità sarebbe opportuno scavare negli archivi diocesani e verificare, intorno alla data del 18 marzo 2005, cosa c’è scritto. Troverete sicuramente le fotocopie fatte con molta attenzione sia della prima pagina del Golfo di allora che di pagina 5. Così come, troverete anche le fotocopie di un’altra pubblicazione del Golfo, quella del 29 marzo (qualche giorno dopo) dove in prima pagina campeggia un titolone: “Troppi preti cattivi, pedofili, gay e puttanieri… Il prefetto della Fede Joseph Ratzinger e padre Strofaldi contro chi “sporca” la Chiesa” e un illuminante editoriale di Domenico che, pubblicato oggi, potrebbe serenamente essere di commento a questo articolo.

    Vogliamo fare chiarezza sui fatti successi tanti anni fa e che vedono protagonisti Don Giovanni Trofa e Don Nello Pascale, benissimo, ma siccome ci sono tante zone scure, è bene che la luce risplendi ovunque. Don Agostino, don Luigi, don Carlo e Don Gioacchino non vi costa nulla fare luce su tutti i fatti che sono successi nel 2005. Se fossero vere, come se saranno vere le accuse che qualche vostro “collega” (sembrano siano stati proprio in quattro) ha rivolto a Don Giovanni e Don Nello sarebbero gravissime! Proprio gravi uguali. Anzi di più perché in tutto questo ci sarebbe un nascituro che da 10 anni vive senza padre o forse no, sa che è figlio del prete? Fate chiarezza, voi che sapete come si fa!

    …e il Prete con un figlio di 10 anni?

  • Ischia: sesso con minori. Parte processo canonico per due sacerdoti

    Ischia: sesso con minori. Parte processo canonico per due sacerdoti

    Ischia (NA) – In una domenica mattina baciata dal sole primaverile corre veloce la notizia che due preti della Diocesi di Ischia pare siano stati “sospesi”: Don Giovanni Trofa e Don Nello Pascale. Non si ha certezza di atti ufficiali della curia di Ischia si sa solo che nelle loro parrocchie rispettivamente di Fontana e del Vatoliere – Schiappone celebrano altri sacerdoti. Ufficialmente i due prelati avevano comunicato che si allontanavano per problemi di salute e per un viaggio. La verità è che Sua Eccellenza il Vescovo di Ischia, Mons. Pietro Lagnese, gli aveva notificato la sospensione dalle funzioni sacerdotali, esautorandoli da tutte le funzioni religiose e rinviati al giudizio del Tribunale ecclesiastico.

    Dunque, dalla Curia di Ischia sarà partito un plico contenente una documentazione riguardante i sacerdoti e che giunta presso la Santa Sede e vagliata opportunamente ha permesso al Vescovo di Ischia di notificare i provvedimenti ai due parroci che hanno lasciato l’isola alla volta di località rimaste segrete. Questo nel mese di Aprile.

    Da quanto si è appreso invece in queste ore dal Quotidiano locale Il Golfo il tribunale ecclesiastico ha avviato un processo, ai sensi del diritto canonico, a carico dei due conosciutissimi prelati isolani.
    Dunque arriva così un fulmine a ciel sereno in questa calda estate isolana. Conferma di una notizia che solo pochissimi addetti ai lavori conoscevano insieme ai sacerdoti della Diocesi di Ischia ai quali il Vescovo aveva espressamente vietato di diffondere la notizia. E non per tenere celata la cosa, ma per operare con prudenza e determinazione.
    Il Vescovo di Ischia, Mons. Pietro Lagnese, uomo mite, ma determinato, in obbedienza alle disposizioni della Santa Sede, che nell’era Francesco è più che mai determinata ad annullare qualsiasi tolleranza in tema di reati sessuali, ha fatto in modo che fatti ed episodi risalenti addirittura a 20 anni addietro venissero alla luce. Vecchie accuse che sarebbero state formulate dalle vittime nel corso degli anni e che non sarebbero veri atti di pedofilia come subito si era vociferato, ma atti ed azioni comunque gravi perché compiuti con minori.
    Pare dunque che dalle ultime notizie siano già stati sentiti i testi dell’accusa, ragazzi che all’epoca dei fatti erano minorenni e che riferiscono eventi rientranti nelle fattispecie di reato e per i quali il diritto canonico non prevede prescrizione. Si tratta sempre di una procedura delicata e articolata, sulla quale è intendimento di tutte le parti coinvolte in giudizio, effettuare i più attenti riscontri e approfondimenti.
    Dalle pochissime indiscrezioni che trapelano, pare addirittura che uno dei due prelati sia stato visto sull’isola contravvenendo all’ordine di rimanere lontano e che entrambi tentano ovviamente la sacrosanta difesa gridando al complotto ed alla vendetta.

    Ma in Curia sono inamovibili e il vescovo Lagnese inappuntabile. E che si facesse sul serio ormai nella Chiesa è stato chiaro quando si è avuta “la dichiarazione di guerra” che papa Francesco pronunciò il 7 luglio scorso, celebrando la Messa per un gruppo di vittime di abusi sessuali da parte del clero: «Non c’è posto nel ministero della Chiesa per coloro che commettono abusi sessuali; e mi impegno a non tollerare il danno recato a un minore da parte di chiunque, indipendentemente dal suo stato clericale. Tutti i vescovi devono esercitare il loro servizio di pastori con somma cura per salvaguardare la protezione dei minori e renderanno conto di questa responsabilità. Per tutti noi vale il consiglio che Gesù dà a coloro che danno scandalo, la macina da molino e il mare».
    Già in precedenza nel settembre del 2014, il Vaticano aveva applicato il nuovo codice penale che prevede il reato di pedofilia e lo ha fatto con il massimo rigore. Clamoroso fu l’arresto dell’ex nunzio a Santo Domingo, monsignor Jozef Wesolowski, polacco, 66 anni, sollecitato espressamente dal Papa. Il nunzio era stato già stato condannato a giugno dopo un processo canonico, con la conseguente pena della “dismissione dello stato clericale”.

    Intanto, i fatti di cui sono accusati i due sacerdoti ischitani a quanto pare sarebbero gravi e circostanziati tanto da indurre il rinvio al tribunale ecclesiastico che ha avviato il procedimento ed è ovvio che in caso di una condanna il rischio di perdere le funzioni sacerdotali è concreto. La giustizia canonica farà il suo corso e si pronuncerà.
    Certamente, è accaduto in passato che diocesi e vescovi abbiano agito coprendo sacerdoti che si erano macchiati di abusi. Ma è altrettanto vero che da tempo s’è voltato pagina. Oggi un consacrato che viene riconosciuto responsabile di atti di pedofilia viene ridotto allo stato laicale: “Hanno tradito la grazia dell’ordinazione abusando di coloro che erano stati loro affidati“.
    Punto e basta.

    Luisa Loredana Vercillo

  • “Ti do le caramelle se non dici nulla” Prete accusato di abusi su una bimba

    “Ti do le caramelle se non dici nulla” Prete accusato di abusi su una bimba

    Cile: John O’Reilly, sacerdote dei Legionari di Cristo, rischia 10 anni di carcere per violenza sessuale su minore.

    John O’Reilly, rappresentante in Cile dei Legionari di Cristo, è stato dichiarato colpevole di aver commesso ripetuti abusi sessuali su una bambina di 5 anni che frequentava una scuola nella quale il sacerdote lavorava come consigliere spirituale. L’accusa ha chiesto 10 anni di carcere, ma i giudici ratificheranno la pena solamente a novembre. Secondo quanto accertato dall’inchiesta, monsignor O’Reilly, 68 anni, ha palpeggiato la bambina in molte occasioni, dal 2010 al 2012, dopo essersi appartato con lei in un ufficio del Colegio Cumbres, convincendola a sopportare gli abusi con caramelle e promesse riguardanti la scuola. E’ stata la stessa bambina a denunciare il comportamento del sacerdote a una psicologa della scuola, che ha subito allertato la madre dell’allieva, che era già preoccupata dal rapporto “troppo vicino” fra sua figlia e il religioso.

    http://www.unionesarda.it/articolo/notizie_mondo/2014/10/16/ti_do_le_caramelle_se_non_dici_nulla_prete_accusato_di_abusi_su_una_bimba-3-391142.html

  • Il Papa: “Come Gesù userò il bastone contro i preti pedofili”

    Il Papa: “Come Gesù userò il bastone contro i preti pedofili”

    di EUGENIO SCALFARI

    Sono le 5 del pomeriggio di giovedì 10 luglio ed è la terza volta che incontro Papa Francesco per conversare con lui. Di che cosa? Del suo pontificato, iniziato da poco più di un anno e che in così breve tempo ha già cominciato a rivoluzionare la Chiesa; dei rapporti tra i fedeli e il Papa che viene dall’altra parte del mondo; del Concilio Vaticano II concluso 50 anni fa solo parzialmente attuato nelle sue conclusioni; del mondo moderno e la tradizione cristiana e soprattutto della figura di Gesù di Nazaret. Infine della nostra vita, dei suoi affanni e delle sue gioie, delle sue sfide e del suo destino, di ciò che ci aspetta in uno sperato aldilà o del nulla che la morte porta con sé.

    Questi nostri incontri li ha voluti Papa Francesco perché, tra le tante persone di ogni condizione sociale, di ogni fede, d’ogni età che incontra nel suo quotidiano apostolato, desiderava anche scambiare idee e sentimenti con un non credente. Ed io tale sono; un non credente che ama la figura umana di Gesù, la sua predicazione, la sua leggenda, il mito che egli rappresenta agli occhi di chi gli riconosce un’umanità di eccezionale spessore, ma nessuna divinità.

    Il Papa ritiene che un colloquio con un non credente siffatto sia reciprocamente stimolante e perciò vuole continuarlo; lo dico perché è lui che me l’ha detto. Il fatto che io sia anche giornalista non lo interessa affatto, potrei essere ingegnere, maestro elementare, operaio. Gli interessa parlare con chi non crede ma vorrebbe che l’amore del prossimo professato duemila anni fa dal figlio di Maria e di Giuseppe fosse il principale contenuto della nostra specie, mentre purtroppo ciò accade molto di rado, soverchiato dagli egoismi, da quelle che Francesco chiama “cupidigia di potere e desiderio di possesso”. L’ha definito in una nostra precedente conversazione “il vero peccato del mondo del quale tutti siamo affetti” e rappresenta l’altra forma della nostra umanità ed è la dinamica tra questi due sentimenti a costruire nel bene e nel male la storia del mondo. È presente in tutti e del resto, nella tradizione cristiana, Lucifero era l’angelo prediletto da Dio, portatore di luce fino a quando non si ribellò al suo Signore tentato di prenderne il posto e il suo Dio lo precipitò nelle tenebre e nel fuoco dei dannati.

    Di queste cose parliamo, ma anche degli interventi del Papa nelle strutture della Chiesa, delle avversità che incontra. Debbo dire che oltre all’estremo interesse di queste conversazioni, in me è nato un sentimento di affettuosa amicizia che non modifica in nulla il mio modo di pensare ma di sentire, quello sì. Non so se sia ricambiato, ma la spontaneità di questo assai strano successore di Pietro mi fa pensare di sì.

    Ora lo sto aspettando da qualche minuto nella piccola stanza al pianoterra di Santa Marta dove il Papa riceve gli amici e i collaboratori. Lui arriva puntualissimo senza nessuno che l’accompagni. Sa che ho avuto nei giorni scorsi qualche problema di salute e infatti mi chiede subito notizie in proposito. Mi mette la mano sulla testa, una sorta di benedizione, e poi mi abbraccia. Chiude la porta sistema la sua sedia di fronte alla mia e cominciamo.

    ***
    Pedofilia e mafia sono i due temi sui quali Francesco è intervenuto nei giorni scorsi e che hanno sollevato un’ondata di sentimenti e anche di polemiche fuori e dentro la Chiesa. Il Papa è sensibilissimo sia all’uno che all’altro argomento e ne aveva già parlato in varie occasioni, ma non li aveva ancora presi così di petto soprattutto sui punti riguardanti il comportamento d’una parte del clero.

    “La corruzione di un fanciullo” dice “è quanto di più terribile e immondo si possa immaginare specialmente se, come risulta dai dati che ho potuto direttamente esaminare, gran parte di questi fatti abominevoli avvengono all’interno delle famiglie o comunque d’una comunità di antiche amicizie. La famiglia dovrebbe essere il sacrario dove il bambino e poi il ragazzo e l’adolescente vengono amorevolmente educati al bene, incoraggiati nella crescita stimolata a costruire la propria personalità e a incontrarsi con quella degli altri suoi coetanei. Giocare insieme, studiare insieme, conoscere il mondo e la vita insieme. Questo con i coetanei, ma con i parenti che li hanno messi al mondo o visti entrare nel mondo il rapporto è come quello di coltivare un fiore, un’aiuola di fiori, custodendola dal maltempo, disinfestandola dai parassiti, raccontandogli le favole della vita e, mentre il tempo passa, la sua realtà. Questa è o dovrebbe essere l’educazione che la scuola completa e la religione colloca sul piano più alto del pensare e del credere al sentimento divino che si affaccia alle nostre anime. Spesso si trasforma in fede, ma comunque lascia un seme che in qualche modo feconda quell’anima e la rivolge verso il bene”.

    Mentre parla e dice queste verità il Papa mi si avvicina ancora di più. Parla con me, ma è come riflettesse con se stesso disegnando il quadro della sua speranza che coincide con quella di tutte le persone di buona volontà. Probabilmente  –  dico io  –  quella è gran parte di quanto avviene. Lui mi guarda con occhi diversi, improvvisamente diventati duri e tristi. “No, purtroppo non è così. L’educazione come noi l’intendiamo sembra quasi aver disertato le famiglie. Ciascuno è preso dalle proprie personali incombenze, spesso per assicurare alla famiglia un tenore di vita sopportabile, talvolta per perseguire un proprio personale successo, altre volte per amicizie e amori alternativi. L’educazione come compito principale verso i figli sembra fuggito via dalle case. Questo fenomeno è una gravissima omissione ma non siamo ancora nel male assoluto. Non soltanto la mancata educazione ma la corruzione, il vizio, le pratiche turpi imposte al bambino e poi praticate e aggiornate sempre più gravemente man mano che egli cresce e diventa ragazzo e poi adolescente. Questa situazione è frequente nelle famiglie, praticata da parenti, nonni, zii, amici di famiglia. Spesso gli altri membri della famiglia ne sono consapevoli ma non intervengono, irretiti da interessi o da altre forme di corruzione”.

    A Lei, Santità, risulta che il fenomeno sia frequente e diffuso?
    “Purtroppo lo è e si accompagna ad altri vizi come la diffusione delle droghe”.

    E la Chiesa? Che cosa fa in tutto questo la Chiesa?
    “La Chiesa lotta perché il vizio sia debellato e l’educazione recuperata. Ma anche noi abbiamo questa lebbra in casa”.

    Un fenomeno molto diffuso?
    “Molti miei collaboratori che lottano con me mi rassicurano con dati attendibili che valutano la pedofilia dentro la Chiesa al livello del due per cento. Questo dato dovrebbe tranquillizzarmi ma debbo dirle che non mi tranquillizza affatto. Lo reputo anzi gravissimo. Il due per cento di pedofili sono sacerdoti e perfino vescovi e cardinali. E altri, ancor più numerosi, sanno ma tacciono, puniscono ma senza dirne il motivo. Io trovo questo stato di cose insostenibile ed è mia intenzione affrontarlo con la severità che richiede.

    Ricordo al Papa che nel nostro precedente colloquio lui mi disse che Gesù era l’esempio della dolcezza e della mitezza ma a volte prendeva il bastone per calarlo sulle spalle dei manigoldi che insozzavano moralmente il Tempio. “Vedo che ricorda molto bene le mie parole. Citavo dei passi dei Vangeli di Marco e di Matteo. Gesù amava tutti, perfino i peccatori che voleva redimere dispensando il perdono e la misericordia, ma quando usava il bastone lo impugnava per scacciare il demonio che si era impadronito di quell’anima”.

    Le anime  –  anche questo lei me l’ha detto nel nostro precedente incontro  –  possono pentirsi dopo una vita di peccati anche nell’ultimo momento della loro esistenza e la misericordia sarà con loro.
    “È vero, questa è la nostra dottrina e questa è la via che “Cristo ci ha indicato”.

    Ma può darsi il caso che qualche pentimento dell’ultimo minuto di vita sia interessato. Magari inconsapevolmente, ma interessato a garantirsi un possibile aldilà. In quel caso la misericordia rischia di finire in una trappola.
    “Noi non giudichiamo ma il Signore sa e giudica. La sua misericordia è infinita ma non cadrà mai in trappola. Se il pentimento non è autentico la misericordia non può esercitare il suo ruolo di redenzione”.

    Lei, Santo Padre, ha tuttavia ricordato più volte che Dio ci ha dotato di libero arbitrio. Sa bene che se scegliamo il male la nostra religione non esercita misericordia nei nostri confronti. Ma c’è un punto che mi preme di sottolineare: la nostra coscienza è libera e autonoma. Può in perfetta buonafede fare del male convinta però che da quel male nascerà un bene. Qual è, di fronte a casi del genere, che sono molto frequenti, l’atteggiamento dei cristiani?
    “La coscienza è libera. Se sceglie il male perché è sicura che da esso deriverà un bene dall’alto dei cieli queste intenzioni e le loro conseguenze saranno valutate. Noi non possiamo dire di più perché non sappiamo di più. La legge del Signore è il Signore a stabilirla e non le creature. Noi sappiamo soltanto perché è Cristo ad avercelo detto che il Padre conosce le creature che ha creato e nulla per lui è misterioso. Del resto il libro di Giobbe esamina a fondo questo tema. Si ricorda che ne parlammo? Bisognerebbe esaminare a fondo i libri sapienzali della Bibbia e il Vangelo quando parla di Giuda Iscariota. Sono temi di fondo della nostra teologia”. E anche della cultura moderna che voi volete comprendere a fondo e con la quale volete confrontarvi. “È vero è un punto capitale del Vaticano II e dovremo al più presto affrontarlo”.

    Santità, c’è ancora da parlare del tema della mafia. Lei ha tempo?
    “Siamo qui per questo”.

    ***

    “Non conosco a fondo il problema delle mafie, so purtroppo quello che fanno, i delitti che vengono commessi, gli interessi enormi che le mafie amministrano. Ma mi sfugge il modo di pensare dei mafiosi, i capi, i gregari. In Argentina ci sono come dovunque i delinquenti, i ladri, gli assassini, ma non le mafie. È questo aspetto che vorrei esaminare e lo farò leggendo i tanti libri che sono stati scritti in proposito e le tante testimonianze. Lei è di origine calabrese, forse può aiutarmi a capire”.

    Il poco che posso dirle è questo: la mafia  –  sia calabrese sia siciliana sia la camorra napoletana  –  non sono accolite sbandate di delinquenti ma sono organizzazioni che hanno leggi proprie, propri codici di comportamento, propri canoni. Stati nello Stato. Non le sembri paradossale se le dico che hanno una propria etica. E non le sembri abnorme se aggiungo che hanno un proprio Dio. Esiste un Dio mafioso.
    “Capisco quello che sta dicendo: è un fatto che la maggior parte delle donne legate alla mafia da vincoli di parentela, le moglie, le figlie, le sorelle, frequentano assiduamente le chiese dei loro paesi dove il sindaco e altre autorità locale sono spesso mafiose. Quelle donne pensano che Dio perdoni le orribili malefatte dei loro congiunti?”.

    Santità, gli stessi congiunti spesso frequentano le chiese, le messe, le nozze, i funerali. Non credo si confessino ma spesso si comunicano e battezzano i nuovi nati. Questo è il fenomeno.
    “Quello che lei dice è chiaro e del resto non mancano libri, inchieste, documentazioni. Debbo aggiungere che alcuni sacerdoti tendono a sorvolare sul fenomeno mafioso. Naturalmente condannano i singoli delitti, onorano le vittime, aiutano come possono le loro famiglie, ma la denuncia pubblica e costante delle mafie è rara. Il primo grande Papa che la fece proprio parlando in quelle terre fu Wojtyla. Debbo dire che il suo discorso fu applaudito da una folla immensa”.

    Lei pensa che in quella folla che applaudiva non ci fossero mafiosi? Per quanto ne so ce n’erano molti. Il mafioso, lo ripeto, applica un suo codice e una sua etica: i traditori vanno uccisi, i disobbedienti vanno puniti, a volte l’esempio viene dato con l’omicidio di bambini o di donne. Ma questi per il mafioso non sono peccati, sono le loro leggi. Dio non c’entra, i santi protettori tantomeno. Ha visto la processione di Oppido Mamertina?
    “Erano migliaia gli intervenuti. Poi la statua della Madonna delle Grazie si è fermata davanti alla finestra del boss che è in custodia per ergastolo. Appunto, tutto questo sta cambiando e cambierà. La nostra denuncia delle mafia non sarà fatta una volta tanto ma sarà costante. Pedofilia, mafia: la Chiesa, il popolo di Dio, i sacerdoti, le Comunità, avranno tra gli altri compiti queste due principalissime questioni”.

    È passata un’ora e mi alzo. Il Papa mi abbraccia e mi augura di risanare al più presto. Ma io gli faccio ancora una domanda: Lei, Santità, sta lavorando assiduamente per integrare la cattolicità con gli ortodossi, con gli anglicani… Mi interrompe continuando: “Con i valdesi che trovo religiosi di prim’ordine, con i Pentecostali e naturalmente con i nostri fratelli ebrei”.

    Ebbene, molti di questi sacerdoti o pastori sono regolarmente sposati. Quanto crescerà col tempo quel problema nella Chiesa di Roma?
    “Forse lei non sa che il celibato fu stabilito nel X secolo, cioè 900 anni dopo la morte di nostro Signore. La Chiesa cattolica orientale ha facoltà fin d’ora che i suoi presbiteri si sposino. Il problema certamente esiste ma non è di grande entità. Ci vuole tempo ma le soluzioni ci sono e le troverò.

    Ormai siamo fuori dal portone di Santa Marta. Ci abbracciamo di nuovo. Confesso che mi sono commosso. Francesco mi ha accarezzato la guancia e l’auto è partita.

    http://www.repubblica.it/cultura/2014/07/13/news/il_papa_come_ges_user_il_bastone_contro_i_preti_pedofili-91416624/

  • Certificato anti-pedofilia, obbligo solo per i nuovi assunti e il volontariato è escluso

    Certificato anti-pedofilia, obbligo solo per i nuovi assunti e il volontariato è escluso

    Il ministero della Giustizia interviene per chiarire la vicenda dei certificati antipedofilia richiesti obbligatoriamente da domani per i lavoratori che hanno a che fare con i minori. I tempi ristretti e il costo della certificazione da richiedere avevano fatto saltare sulla sedia soprattutto i presidi e i dirigenti scolastici, ai quali soprattutto sembrava diretta la disposizione, applicata in Italia in esecuzione di una direttiva europea. Ma hanno anche messo in allarme i responsabili di molte organizzazioni del terzo settore che temono di andare incontro a spese eccessive o alle sanzioni previste dal decreto legislativo numero 39.

    Il provvedimento, infatti, obbliga il datore di lavoro che intenda “impiegare al lavoro una persona per lo  svolgimento di attività professionali o attività volontarie organizzate che comportino contatti diretti e regolari con  minori” a richiedere, prima della stipula del contratto, il certificato penale per accertarsi che il soggetto da impiegare non sia stato già condannato per reati contro i minori: prostituzione minorile, pornografia minorile, pornografia virtuale, turismo sessuale e adescamento dei minorenni. Soprattutto perché in caso di inosservanza si rischia una sanzione amministrativa da 10mila a 15mila euro.

    Ora il ministero della Giustizia elimina gran parte dei dubbi, chiarendo intanto che i tantissimi volontari che operano a titolo gratuito presso parrocchie, onlus o associazioni sportive, e dunque non sono titolari di un vero e proprio contratto di lavoro, non sono tenuti all’accertamento previsto dal decreto legislativo che recepisce la direttiva europea per la “lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile”.

    “L’obbligo di tale adempimento – chiariscono da via Arenula –  sorge soltanto ove il soggetto che intenda avvalersi dell’opera di terzi – soggetto che può anche essere individuato in un ente o in un’associazione che svolga attività di volontariato, seppure in forma organizzata e non occasionale e sporadica  – si appresti alla stipula di un obbligo. Non sorge, invece, ove si avvalga di forme di collaborazione che non si strutturino all’interno di un definito rapporto di lavoro”. In altre parole, catechisti, volontari che operano presso associazioni, organizzazioni scout e società sportive non sono soggetti al ‘controllo’ previsto dal decreto del 4 marzo.

    Altra precisazione determinante che arriva da Via Arenula riguarda la non retroattività della disposizione: l’obbligo del certificato riguarda dunque solo i nuovi assunti e non il personale già dipendente. Un chiarimento che scongiura il caos soprattutto nelle scuole.

    Quanto ai tempi ed alle modalità di presentazione dei certificati del casellario giudiziale, il ministero ha precisato che “saranno rilasciati entro qualche giorno dalla richiesta”, che a fare la richiesta possono essere i lavoratori interessati, i loro datori di lavoro su delega del dipendente e che i moduli per la domanda sono disponibili sul sito del ministero. In attesa del documento, i datori di lavoro potranno accettare un’autocertificazione sostitutiva in cui il lavoratore dichiara di non essere stato condannato per i reati contro i minori.

    Ieri, prima che arrivassero le precisazioni del ministero, erano scese in campo anche la Cei, il Coni e le associazioni dei datori di lavoro domestico. La conferenza dei vescovi italiani aveva sottolineando le “incertezze interpretative” della norma e l’opportunità di richiedere ugualmente la certificazione antipedofili anche ai soggetti non obbligati.

    Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, aveva manifestato più d’una perplessità: “Sono profondamente rispettoso delle leggi e delle norme, in particolare quelle contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei minori, tuttavia non posso non rilevare che il decreto legislativo che andrà in vigore da domenica rischia di bloccare l’attività di centomila associazioni sportive”. L’Assindatcolf, organizzazione di datori di lavoro domestico, aveva espresso simili preoccupazioni riguardo a colf e baby-sitter che invece sono escluse dall’obbligo.

    Dalla scuola, soprattutto, si sono levate proteste. “Riceviamo – spiega Massimo Di Menna, leader della Uil scuola –  molte telefonate dalle scuole perché c’è preoccupazione che in assenza di un tempestivo chiarimento da parte del ministero ci possano essere dirigenti scolastici che richiedano a tappeto certificati antipedofilia a tutto il personale, insegnanti e bidelli. È ovvio – aggiunge Di Menna – che la materia deve vedere per la scuola una sua specifica regolamentazione. Il ministero non può ignorare la questione e non può lasciare le scuole in una situazione di incertezza che rischia di creare tensioni tra il personale”. Ma dal ministero di viale Trastevere non è arrivata alcuna nota.

    https://www.repubblica.it/scuola/2014/04/05/news/certificato_anti-pedofilia_il_ministero_chiarisce_volontariato_escluso-82780403/
  • Chiesa cattolica e diritti umani: inconciliabili

    Chiesa cattolica e diritti umani: inconciliabili

    Oltre a coprire la pedofilia, la religione nega la sessualità e la libertà di scelta riproduttiva, denuncia l’Onu, mettendone in dubbio la compatibilità con la democrazia.

    Cecilia M. Calamani

    C’è un aspetto importante della replica della Santa Sede al Rapporto Onu sulle numerose violazioni della Convenzione sui diritti del fanciullo da parte della Chiesa. Mentre da un lato il Vaticano ribadisce il suo impegno nella protezione dell’infanzia, facendo ovvio riferimento alle migliaia di casi di pedofilia clericale su cui l’Onu chiede conto, dall’altro mostra stupore e addirittura rincrescimento perché in alcuni punti del Rapporto si intravede «un tentativo di interferire nell’insegnamento della Chiesa Cattolica sulla dignità della persona umana e nell’esercizio della libertà religiosa».

    Leggendo il Rapporto, non è difficile capire quali siano questi punti: l’Onu chiede una revisione del diritto canonico e dell’insegnamento morale della Chiesa riguardo alla pedofilia, alla confessione (il cui inviolabile segreto, pena la scomunica latae sententiae, ha permesso il proliferare indisturbato degli abusi), alla contraccezione, all’aborto, e alle discriminazioni verso l’omosessualità. Ciò che fa infuriare Oltretevere, in sostanza, non è tanto la richiesta di rimuovere immediatamente e consegnare alla giustizia i responsabili delle violenze o chi li ha coperti, né di adottare misure più restrittive per individuare i colpevoli. Al Vaticano non va giù la richiesta di modificare la legislazione interna e la dottrina, e giustifica l’irritazione denunciando un presunto tentativo di ingerenza e di violazione della libertà religiosa da parte delle Nazioni Unite.

    Il che porta a farsi un paio di domande. La prima: è possibile che la libertà religiosa di alcuni, un aspetto fondamentale della libertà personale, possa comportare la violazione dei diritti di altri? La risposta è facile: sì. Non serve guardare all’Islam perché, come l’Onu ci fa notare, anche il cattolicesimo non rispetta alcuni diritti umani. La seconda domanda invece è insidiosa: si può istituzionalmente tollerare una religione che promulga la condanna della libera scelta su sessualità e maternità e la discriminazione di intere categorie di persone – i gay ma anche le donne, che non possono accedere agli ordini sacerdotali – contro la legislazione nazionale e tutte le convenzioni internazionali sui diritti umani?
    Qualsiasi risposta è un autogoal per la democrazia. Se si risponde sì si sta creando una zona franca del diritto, una sfera protetta, quella religiosa appunto, in cui sono lecite la discriminazione e la violazione delle libertà fondamentali. Se si risponde no, invece, si infrange il principio di libertà religiosa, come ci ricorda la replica all’Onu del Vaticano. L’argomento, insomma, è spinoso, perché nell’alveo “religione” può essere compreso tutto e il suo contrario.

    In Italia in particolare siamo in un vicolo cieco, perché riconosciamo l’ordinamento giuridico e morale della Chiesa addirittura nella nostra Carta costituzionale e le permettiamo, in virtù del Concordato, di insegnare ai ragazzi delle scuole pubbliche che l’omosessualità è un inaccettabile «disordine morale», che l’aborto è un peccato tale da portare alla scomunica immediata – anch’essa latae sententiae – della donna e, invece, che l’abuso su un minore è solo un “delitto contro la morale”, come lo definisce il diritto canonico, e non un orrendo crimine su un bambino. E questo per restare nell’ambito delle osservazioni dell’Onu, perché potremmo anche parlare della demonizzazione di altre libertà personali e persino delle distorsioni scientifiche che compromettono la conoscenza e quindi la capacità di scelta, ma lasciamo perdere.
    Ora, che la religione cattolica promuova la discriminazione è un fatto. Perché condanna chiunque scelga in libertà, e contro gli insegnamenti della Chiesa, sulla sua vita. Perché crea un discrimine tra chi è “giusto” e chi non lo è. Perché instilla nelle menti che gli appartenenti alla seconda categoria non possono avere gli stessi diritti degli altri. Perché mischia la morale privata con l’etica pubblica. E a poco valgono esternazioni quali «Chi sono io per giudicare un gay?» di papa Francesco quando a giudicare i gay ci pensano proprio il Catechismo e i documenti della Congregazione della dottrina per la fede. Peraltro il “rivoluzionario” Bergoglio è la stessa persona che non più tardi di un mese fa ha tenuto a precisare che «un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato».

    Ma torniamo alla seconda domanda, e proviamo a superare l’impasse della risposta con una formulazione diversa: uno Stato democratico che sancisce, giustamente, l’irrinunciabile diritto alla libertà religiosa, può accettare che questa libertà sia lesiva di altri diritti?
    Nel mondo dei sogni una strada per salvare la libertà degli uni e i diritti degli altri c’è. La fede è personale, e come tale rientra nella libertà di opinione garantita da ogni democrazia. L’istituzionalizzazione della fede, invece, se va contro i principi di autodeterminazione e non discriminazione che uno Stato garantisce tramite le sue leggi e la ratifica di convenzioni internazionali, non può essere in alcun modo riconosciuta.
    Ma siamo nel mondo dei sogni, appunto. Al solo immaginare che il parlamento italiano depenni l’articolo 7 della Costituzione e rescinda il Concordato, ci si sveglia.

    Cecilia M. Calamani

  • Le vittime di pedofilia denunciano da adulti, assurda la prescrizione

    Le vittime di pedofilia denunciano da adulti, assurda la prescrizione

    “Ci vogliono molti anni per prendere coscienza degli abusi subiti, superare la vergogna e sentire la necessità di raccontare quello che subito nell’infanzia”, spiega lo psichiatra Alfonso Rossi, il terapista di Diego, vittima a 11 anni di un prete suo insegnante di religione. “Nel nostro apparato di giustizia la vittima occupa un ruolo poco rilevante, la sua sofferenza non è tenuta in conto”, prosegue il medico: “Un prescrizione di dieci o vent’anni è un termine troppo breve per i reati di pedofilia, perché una vittima prende consapevolezza solo da adulto, quando il reato è già stato cancellato dalla prescrizione. Il suo bisogno di giustizia rischia di non essere mai soddisfatto” di ELENA AFFINITO e GIORGIO RAGNOLI