Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Eva, rischio prescrizione

    Eva, rischio prescrizione

    Soltanto due mesi per ottenere giustizia nel processo a suor Maria Angela Farè. I genitori: «Deve essere condannata»

    «Hanno rubato una foto dalla tomba di Eva, un’altra, quella di un raduno a Madrid dove si vedeva anche don Alessandro, l’hanno strappata per togliere l’immagine del prete».

    Lo rivelano Giovanna e Roberto Sacconago, i genitori della giovane parrocchiana di Sant’Edoardo che nel 2011 si tolse la vita. Questo è il clima che aleggia alla vigilia del processo d’appello per suor Maria Angela Farè.

    Mancano due mesi alla prescrizione del reato per cui è stata condannata nel 2015, ossia un episodio di violenza sessuale e quella di domani, lunedì 24 a Milano, sarà un’udienza decisiva. Innanzitutto, per effetto della riforma Orlando, i giudici potrebbero disporre il rinnovamento dell’istruttoria dibattimentale, prevista nel caso in cui la procura impugni una sentenza di assoluzione. La ex suora era stata in effetti assolta dalle accuse di stalking, violenza privata e abusi sessuali e i pubblici ministeri Maria Cristina Ria e Francesca Gentilini – che avevano chiesto una pena di nove anni e nove mesi – avevano scritto un articolato ricorso avverso la sentenza.

    È quindi verosimile che la spinosa vicenda venga ripercorsa in secondo grado. Con il rischio di non riuscire a chiudere il procedimento prima della scadenza dei due mesi. D’altro canto avevano presentato ricorso anche l’avvocato di parte civile, Tiberio Massironi e i legali della suora, Fabrizio Busignani e Raffaella Servidio. «Aspettiamo domani sperando che i giudici si ravvedano. Il 24 settembre è una data importante per noi perché l’ospedale ci ridiede Eva, nata il 4 settembre ma troppo minuta per essere dimessa. Speriamo sia un buon segno», confida mamma Giovanna.

    La storia sconvolse Sant’Edoardo, dividendo il quartiere tra colpevolisti e innocentisti. Quando era ancora minorenne Eva allacciò una relazione sentimentale e sessuale con la suora di ventitré anni più grande di lei. Il fatto avrebbe integrato, se dimostrato, il reato di atti sessuali con minori, ma quando la polizia iniziò a indagare ormai era intervenuta la prescrizione. I genitori si accorsero dell’anomalo rapporto in cui era coinvolta la figlia e riferirono al parroco. Suor Farè fu esiliata in Sicilia, ma dopo un anno tornò in Lombardia e la frequentazione con la ragazza riprese. Un giorno all’oratorio però arrivò don Alessandro Bonura, un giovane prete che conquistò la fiducia e l’affetto di Eva. Il legame con la suora si allentò e la religiosa reagì da amante abbandonata, rendendo impossibile la vita della giovane. Fiumi di messaggi inquietanti, irruzioni in casa, controllo ossessivo.

    Intanto però giravano voci insidiose sull’amicizia tra Eva e quel prete che dormiva addirittura a casa sua, con cui pranzava tutti i giorni e faceva le pennichelle post prandiali. Don Bonura venne presto trasferito ed Eva, pochi giorni dopo, si suicidò.

    Secondo la procura di Busto, la giovane era alla «ricerca disperata e costante di rapporti interpersonali totalizzanti con figure educative di riferimento al di fuori del proprio nucleo familiare».

    Il padre, Roberto Sacconago, ha le idee chiare. «La suora deve essere condannata per tutti i capi di imputazione», dice fermamente. Ma non ha parole tenui neppure per il prete, che raccoglieva gli sfoghi di Eva e che era a conoscenza delle pressioni che esercitava la suora. «Se fosse stato intelligente le cose le avrebbe dette. Noi abbiamo saputo del primo tentativo di suicidio di nostra figlia solo a processo, durante la sua testimonianza. Vi sembra giusto?».

    Sarah Crespi

    http://www.prealpina.it/pages/busto-appello-suora-rischio-prescrizione-176417.html

  • Pedofilia, madre ragazzo critica Delpini

    Pedofilia, madre ragazzo critica Delpini

    ‘E’ stato maldestro, il Papa è a conoscenza della situazione’

    (ANSA) – MILANO, 20 SET – L’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, che nel 2011 al momento della presunta violenza sessuale su un 15enne da parte di don Mauro Galli, condannato oggi, era vicario episcopale della zona pastorale numero 6 del Milanese, “è stato maldestro nella gestione di questa cosa, perché dopo aver saputo dell’abuso lo ha spostato alla pastorale di Legnano” a contatto tra l’altro con altri giovani. Così ha detto ai cronisti la madre del ragazzo dopo la condanna del religioso.
    Delpini incontrò nel 2012 la famiglia del ragazzo, che subito aveva dimostrato disagio e che ha raccontato della violenza solo nel 2014 a uno psichiatra. La madre ha anche aggiunto che “il Papa è perfettamente a conoscenza della situazione” ma che Delpini è stato “comunque nominato membro del sinodo dei giovani”.

    “Con Delpini – ha spiegato la madre del ragazzo – abbiamo avuto un unico incontro nel 2012. E’ stato maldestro nella gestione di questa cosa, dopo avere saputo dell’ abuso ha spostato don Galli a Legnano e quando ne siamo venuti a conoscenza abbiamo chiesto di parlare col cardinale”. Nel processo era stato acquisito un verbale di sommarie informazioni testimoniali rese, nell’ottobre 2014, da Delpini, il quale aveva spiegato che, dopo avere appreso da un altro sacerdote che il ragazzo “aveva segnalato abusi sessuali compiuti da Don Mauro”, decise di trasferirlo “ad altro incarico, disponendo il suo trasferimento nella parrocchia di Legnano”. La madre del giovane, sempre parlando coi cronisti, ha sostenuto che “il Papa è a conoscenza della situazione, il nunzio apostolico è perfettamente a conoscenza di tutto ciò e ci ha mandato una lettera, e poi Delpini è stato nominato tra i membri del sinodo dei giovani”. La donna ha detto inoltre che questa vicenda è stata “un percorso doloroso da tanti punti di vista, prima di tutto familiare”, anche perché la difesa “ha provato a minare la credibilità di mio figlio”. E il ragazzo “ha avuto conseguenze drammatiche, quattro volte ha tentato il suicidio”. E ancora la donna: “Io penso che il percorso di ogni persona che subisce un abuso è un passaggio dall’essere vittima a diventare sopravvissuto. Raccontarlo agli altri, che non trovano il coraggio di denunciare, è un’esperienza faticosa ma una dimensione di giustizia”. I giudici non hanno concesso alcuna attenuante all’ex parroco condannato e depositeranno le motivazioni tra 60 giorni.

    http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2018/09/20/pedofilia-madre-ragazzo-critica-delpini_bd5dca00-9e9f-4f31-b5f8-6666cbd819f5.html

  • Don Zanotti finisce nei guai: “Subivo abusi e mi costringeva a prendere il Viagra”

    Don Zanotti finisce nei guai: “Subivo abusi e mi costringeva a prendere il Viagra”

    Costretto a diventare l’amante di un frate cappuccino che lo minacciava e picchiava. È questo quanto accaduto a un immigrato che viveva da quattro anni nella comunità “Oasi 7”, un centro di accoglienza per profughi e minori in difficoltà di Bergamo fondata proprio da padre Antonio Zanotti, ora accusato di violenza sessuale.

    Il ragazzo racconta di aver vissuto “un’esperienza terribile per cui ho anche tentato di togliermi la vita” – riporta il Corriere – e non è l’unico: altri due stranieri, infatti, hanno già depositato la loro testimonianza e parleranno presto con i pm e le autorità ecclesiastiche.

    Il ragazzo, nella denuncia, racconta di essere arrivato all’Oasi 7 nel 2014. Inizialmente si sentii accolto dal frate, ma poi, dopo circa tre mesi, quest’ultimo iniziò ad approcciarlo sessualmente: prima con abbracci e poi invitandolo a bere nella sua stanza. “Nonostante non fosse mio desiderio avere rapporti sessuali con il frate, non riuscivo a oppormi. Padre Zanotti cominciò a farmi dei regali costosi, qualunque cosa chiedessi me la acquistava. Se accondiscendevo alle sue richieste, mi faceva trovare dei soldi“, racconta il minorenne. E dopo le violenze sessuali sono cominciate le minacce:”Mi minacciava che senza di lui e la sua bontà avrei passato la mia vita in mezzo alla strada insieme ai disperati”.

    Nella denuncia depositata emergono poi alcuni dettagli sulle avances del frate. “Mi costrinse a prendere del Viagra. Mi diceva sempre: “Ci vogliono i soldi, caro mio, io ne ho tanti e tu non hai niente”. Il degrado umano nel quale mi aveva gettato padre Zanotti fu tale che nel marzo del 2018 fui costretto, per non impazzire, ad andare a lavorare fuori dalla struttura. Due mesi fa, a causa degli ultimi gravi abusi subiti, sempre nelle stesse modalità delle minacce miste a lusinghe e ricatti, trovai la forza di andarmene definitivamente, preferendo vivere per strada piuttosto che vivere l’annullamento della mia persona. A seguito di ciò sono stato aggredito, picchiato e minacciato. Mi trovavo nella stazione di Bergamo quando due albanesi che conoscevo, perché residenti nella comunità di padre Zanotti, mi hanno circondato e riempito di pugni e schiaffi, lasciandomi a terra sanguinante, non prima di avermi detto: ‘Non tornare più là dentro e vedi di stare molto lontano da qui’. Adesso vivo in un luogo protetto, ma ho paura che possa accadermi qualcosa di brutto”. C’è poi anche del materiale, tra cui alcuni filmini e foto hard, che è già stato depositato in Vaticano e alla Procura di Roma e sarà presto esaminato.

    Don Zanotti, tra l’altro, nel 2007 ha ricevuto il “Premio per la Pace” dalla Regione Lombardia. Nel 2012, poi, si è cominciato a parlare del suo “miracolo”: “Qui c’erano solo cascine abbandonate – raccontò il frate al Giornale – e io avevo tante anime da raccogliere: prostitute, drogati e malati psichici a cui le famiglie non erano in grado di badare, ragazzi alla deriva. Hanno costruito quasi tutto loro e io, ad essere sincero, non avevo neppure i permessi… Sono andato avanti lo stesso e alla fine i Comuni mi hanno aiutato”. A quanto pare, però, dietro alla sua solidarietà c’era dell’altro.

  • Filmavano bimbi in spiaggia e si scambiavano foto su Facebook: nella rete dei pedofili anche un diacono

    Filmavano bimbi in spiaggia e si scambiavano foto su Facebook: nella rete dei pedofili anche un diacono

    Attraverso Facebook scambiavano materiale pedopornografico, in alcuni casi prodotto sfruttando minori adescati su internet, ma anche con filmati amatoriali realizzati sulle spiagge. Una ‘retè di pedofili è stata scoperta e sgominata dagli investigatori del Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni di Firenze che hanno arrestato 2 persone e denunciato altre 12 uomini tra cui un aspirante diacono, pensionati, disoccupati, un agente finanziario, un barista, un dipendente di un’Asl, uno studente e un detenuto in carcere per reati della stessa indole.

    La ‘retè di pedofili è stata ricostruita dagli investigatori del Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni di Firenze che ha portato a termine nei giorni scorsi un’operazione di contrasto al fenomeno della pedopornografia online con gli arresti e le denunce: tutti sono accusati di detenzione e diffusione di materiale pedopornografico, e, in alcuni casi, della produzione del materiale utilizzando gli stessi minori vittime di adescamento sul web. L’attività, diretta dalla Procura di Firenze, che ha coinvolto altre provincie sul territorio nazionale, è stata coordinata dal Centro Nazionale per il Contrasto della Pedoponografia Online del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni di Roma con il supporto di altri Compartimenti della Specialità.

    Tutto ha avuto inizio da una segnalazione del National Center for Missing Exploited Children (Ncmec), organizzazione non governativa statunitense, inerente alla diffusione di materiale pedopornografico in particolare a mezzo del social network Facebook. Attraverso una complessa e preliminare attività specialistica, gli investigatori del Compartimento di Firenze sono riusciti a dare un nome a chi si nascondeva dietro gli id di Facebook e i protocolli internet: pensionati, disoccupati, uno studente, un agente di attività finanziaria, un dipendente di un’azienda ospedaliera, un dipendente di un bar, un detenuto (in carcere per reati della stessa indole) e persino un aspirante diacono (non in regione Toscana – con ordinazione che sarebbe intervenuta di lì a pochi giorni), oltre a tre vittime tra i 13 e i 17 anni. Abruzzo, Campania, Lazio, Lombardia, Marche, Umbria, Sicilia sono le zone interessate dalle perquisizioni disposte dall’autorità giudiziaria ma il regista principale era proprio un 48enne residente nell’area del capoluogo toscano, arrestato in flagranza. L’uomo deteneva anche filmati amatoriali di minori ripresi a loro insaputa sulle spiagge del litorale toscano.

    La preview effettuata su un centinaio di personal computer, smartphone, tablet e supporti di memoria esterni sequestrati ai vari soggetti hanno immediatamente confermato la ricostruzione degli investigatori fiorentini e consentito di acquisire alcune migliaia di immagini e filmati illeciti. Sono al vaglio degli inquirenti alcune posizioni di soggetti stranieri titolari di profili Facebook, facenti parte del gruppo, che verranno comunicati tramite i canali di cooperazione internazionale agli investigatori di altri Paesi.

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/pedopornografia_internet_facebook_minori-3840109.html

  • Il prete pedofilo insegna sotto falso nome Così le mamme hanno scoperto la verità Ponticelli, l’imbarazzo della Chiesa

    Il prete pedofilo insegna sotto falso nome Così le mamme hanno scoperto la verità Ponticelli, l’imbarazzo della Chiesa

    La Curia napoletana avrebbe avuto un ruolo di primo piano nel «coprire la nuova identità di don Silverio Mura», il prete presunto pedofilo accusato di aver abusato, negli anni dell’adolescenza, di Diego Esposito, 40enne di Ponticelli. Già don Silverio Mura, scoperto soltanto il mese scorso dopo un anno di ricerche sotto falsa identità dalle mamme di Montù Beccaria, un piccolo paesino del pavese, dove da circa un anno il prete si nascondeva. Dove per tutti era don Saverio.

    La circostanza è emersa nella denuncia presentata al tribunale di Pavia da “Rete L’Abuso”, associazione nata nel 2010 dall’idea di un gruppo di vittime di preti pedofili. Ma soprattutto associazione che da sempre si è dimostrata sensibile alle denunce di Diego Esposito, il cui caso, chiuso forse con troppa superficialità dalla Curia di Napoli, è stato da poco riaperto su richiesta di Papa Francesco. «Una storia che ha visto diversi protagonisti», spiegano gli attivisti di Rete L’Abuso e che avrebbe «disatteso almeno due convenzioni internazionali», quella di Lanzarote e quella ONU per la Tutela del Fanciullo, visto che sarebbero «venute a mancare anche le più basilari garanzie costituzionali dei minori».

    Stando a quanto descritto nel corposo fascicolo, nonostante «i presunti abusi sessuali nel napoletano di don Mura» – nel caso in cui fosse intervenuta la giustizia penale – «sarebbero già stati prescritti», il parroco sarebbe comunque ora «perseguibile dalla Giustizia italiana» già solo «per aver utilizzato un nome falso». Una circostanza che sottolineerebbe «la malafede» di chi avrebbe «coperto la falsa identità» del prete. Don Mura infatti «non poteva stare a contatto con minori» perché vi era il più che ragionevole fondamento che «fosse pedofilo» – si legge nella denuncia – e «date le caratteristiche della patologia stessa, che paragona il profilo questi soggetti a quello dei serial killer», la possibilità che avesse potuto e possa «nuovamente abusare» sarebbe «molto elevata».

    Ma come è possibile che un prete accusato di pedofilia abbia fatto perdere improvvisamente le sue tracce e si sia inventato una nuova identità a 800 chilometri di distanza da Napoli? La denuncia presentata al tribunale di Pavia ripercorre tutte le presunte tappe di don Mura e tutti i presunti complici dell’ex parroco della periferia est di Napoli. Secondo “Rete L’Abuso” don Silverio sarebbe stato mandato in Lombardia circa un anno fa, «a seguito di una comunicazione diretta avvenuta tra la parrocchia e la Curia Napoletana». Interlocutore del trasferimento sarebbe stato «padre Egidio Pittiglio, originario del pavese e oggi Superiore generale della congregazione dei Missionari della Divina Redenzione di Visciano».

    Secondo quanto emerso, sarebbe stato proprio padre Pittiglio ad «aver presentato don Silverio Mura sin da subito come Saverio Aversano». Un piano studiato alla perfezione anche perché «la posta recapitata alla parrocchia e destinata a don Mura, era indirizzata in epigrafe a Saverio Aversano». E non solo, Padre Egidio Pittiglio sembrerebbe aver avuto un ruolo chiave panche nel fornire «istruzioni su come muoversi» a don Silverio dopo essere stato scoperto dalle mamme del piccolo paesino in provincia di Pavia lo scorso 15 marzo.

    Proprio dalle mamme sarebbe infatti partita la rivolta, dopo aver visto il volto di Don Mura nei servizi trasmessi dalla tv nazionale. «Il pomeriggio di quello stesso giorno – scrivono gli attivisti di Rete l’Abuso – i bambini avevano il catechismo con don Mura ma, anziché i bambini, si sono presentate le mamme». Un blitz fallito perchè «don Silverio era partito poche ore prima», probabilmente «avvisato da qualche conoscente destinatario del messaggio che annunciava l’irruzione».  Ed è così che si sarebbero perse nuovamente le tracce del parroco napoletano.

    Circostanza che ha mandato su tutte le furie la vittima Diego Esposito che sabato scorso ha manifestato all’esterno del Duomo di Napoli per chiedere «l’allontanamento del cardinale Crescenzio Sepe», accusato di «aver archiviato il caso troppo velocemente e di aver coperto gli spostamenti di don Mura». Presente al sit-in anche il presidente di Rete L’Abuso Francesco Zanardi, un’altra presunta vittima Giuseppe Scognamiglio, e soprattutto la criminologa Luisa D’Aniello.  La professionista che, insieme all’avvocato Carlo Grezio, come consulente di parte si occupa proprio del processo civile di Diego Esposito – per cui si sarebbero aggiunte altre 11 vittime – La psicoterapeuta insomma che ha arricchito la denuncia presentata al palazzo di giustizia pavese con una relazione da cui emergerebbe «non solo la potenziale pericolosità dei tratti antisociali del Mura», ma anche «la sistematicità delle tecniche di adescamento utilizzate» che, unitamente «alla capacità di rapportarsi con gli adulti senza destare sospetto», disegnano quello che la criminologa ha definito «un profilo decisamente poco incoraggiante».

    Il prete pedofilo insegna sotto falso nome Così le mamme hanno scoperto la verità Ponticelli, l’imbarazzo della Chiesa

  • Scoperta sul web ‘La Bibbia’ dei pedofili

    Scoperta sul web ‘La Bibbia’ dei pedofili

    Un archivio nel deep web, contentente ingente materiale pedopornografico e chiamato ‘La Bibbia‘, è stato scoperto nel corso dell’operazione della polizia postale e delle comunicazioni nell’ambito di un’indagine coordinata dalla procura di Salerno. Gli agenti hanno scoperto la “catalogazione dei files illeciti” e individuato “coloro che nel tempo avevano costituito, divulgato e implementato le cartelle informatiche”. Si tratta, fa sapere la procura di Salerno, di “circa 50 persone che, mediante chat private, erano solite scambiare materiale pedopornografico, al fine di arricchire l’archivio attualmente giunto alla versione 5.0″.

    Nell’archivio, come emerso dalle indagini, c’erano migliaia di file e video ritraenti donne, soprattutto adolescenti, nude o in pose provocanti. Il materiale choc era catalogato “minuziosamente”, ogni cartella infatti aveva un titolo per “agevolare la consultazione”.

    In alcuni casi, come ricostruito dagli agenti, c’erano riportati tutti gli elementi utili per risalire alla persona ritratta, come nome e cognome ma anche riferimenti telefonici e indirizzo, in altri casi invece venivano pubblicate informazioni private, in altri ancora le foto erano state acquisite tramite social network.

    Nel corso dell’indagine, gli agenti sono riusciti anche a chiarire “l’apporto dato all’archivio informatico da parte dei partecipanti alla chat” e sono risaliti così a chi inviava le foto della ex o le foto della sorella minore di 12 anni o a chi le sottraeva da profili pubblici. Nel mirino anche un tecnico di un centro di assistenza che aveva estrapolato leimmagini da telefoni e computer in riparazione.

    Secondo quanto si sottolinea in una nota del procuratore di Salerno, Corrado Lembo, “le condotte illecite contestate agli indagati non possono semplicemente essere ricondotte alla sola creazione del più grande archivio pedopornografico e pornografico sul territorio nazionale”, infatti “l’obiettivo ulteriore degli indagati consisteva nel rendere possibile, attraverso l’identificazione, ogni forma di molestia e di gogna mediatica“.

    Trentatré persone denunciate per detenzione di materiale pedopornografico, arresto in flagranza per detenzione di ingente quantità di materiale pedopornografico di due indagati e un arresto per produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti o psicotrope, sequestro di centinaia di supporti informatici contenenti migliaia di file pedopornografici. E’ il bilancio delle attività eseguite su tutto il territorio nazionale nell’ambito dell’indagine coordinata dalla procura di Salerno.

    Le perquisizioni disposte dalla procura di Salerno in 14 Regioni (Campania, Lazio, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Puglia, Sicilia, Calabria, Marche, Abruzzo, Toscana, Liguria, Trentino Alto Adige e Veneto) hanno impegnato circa 200 ufficiali di pg della polizia postale, coordinati dal Centro nazionale di contrasto alla pedopornografia online del servizio polizia delle comunicazioni di Roma.

  • Pedofilia, l’arcivescovo di Milano coinvolto nello scandalo Don Galli: “Sapeva degli abusi”

    Pedofilia, l’arcivescovo di Milano coinvolto nello scandalo Don Galli: “Sapeva degli abusi”

    Le più alte cariche della Chiesa in Lombardia sapevano del presunto abuso sessuale di un prete di Rozzano ai danni di un minore tre anni prima delle indagini della magistratura, ma non hanno mai denunciato l’accaduto.

    “Che cosa aspettiamo che ci mettano tutti in galera per pedofilia? Aspettiamo che ci mettano tutti in galera per pedofilia e poi cominciamo seriamente a guardare le cose, va bene, cioè, basta saperlo e ci adeguiamo, però già che possiamo farlo prima, facciamolo prima”

    A parlare sono due preti di Rozzano intercettati dai carabinieri. Un prete della loro parrocchia, don Mauro Galli, è accusato di abusi sessuali su un minore e la magistratura ha messo sotto controllo i loro telefoni. Il caso non è ancora di dominio pubblico, ma nell’ambiente ecclesiastico ha suscitato un polverone, tanto da dover richiedere l’intervento delle più alte cariche della Chiesa.

    È qui nell’hinterland milanese che inizia la vicenda che coinvolgerà l’attuale arcivescovo di Milano, monsignor Delpini, successore di Scola, e l’attuale vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada.

    A svelarlo sono gli atti del processo a carico del sacerdote che nella notte tra il 19 e il 20 dicembre del 2011 invitò a dormire nella sua abitazione un ragazzo di 15 anni che frequentava la parrocchia. Stando al racconto del ragazzo – che qui per tutelarlo chiameremo Fausto – in quell’occasione il prete dopo averlo abbracciato avrebbe tentato più volte di sodomizzarlo.

    La circostanza emerge al mattino seguente quando il ragazzo inizia a mostrare i primi segni del turbamento per quello che era successo. I familiari si rivolgono allora al parrocco di Rozzano, Don Carlo Mantegazza, che informa monsignor Delpini, all’epoca dei fatti vicario di zona, che si precipita ad incontrare il sacerdote accusato.

    È da questo momento in poi che la storia inizia ad intricarsi. Monsignor Delpini, infatti, invece di denunciare l’accaduto decide di spostare Don Galli nella parrocchia di Legnano, a pochi chilometri da Rozzano, destinandolo sempre alla pastorale giovanile, ossia a contatto continuo con giovani e giovanissimi.

    Oggi però la diocesi, attraverso un comunicato pubblicato sul loro sito e ripreso dai maggiori quotidiani nazionali, offre una versione differente dell’accaduto, sostenendo che “né monsignor Mario Delpini, né monsignor Pierantonio Tremolada, né il cardinale Angelo Scola e altri responsabili dell’Arcidiocesi di Milano hanno coperto o insabbiato alcun reato” e che “l’episodio contestato risale al 2011, quando ancora nessuno era a conoscenza di quanto realmente accaduto e soprattutto quando ancora la parola “abuso” si manteneva distante dal racconto della vicenda”.

    Per queste affermazioni la Diocesi è stata diffidata dal legale della famiglia della vittima. Ci sono numerose prove, infatti, che smentiscono queste circostanze. Prima fra tutte l’interrogatorio del 24 ottobre 2014 disposto dal pm Lucia Minutella nel quale l’arcivescovo afferma: “Il trasferimento da Rozzano a Legnano fu deciso da me in persona”. “Don Carlo Mantegazza – aggiunge Delpini nel colloquio sotto giuramento avuto con gli inquirenti – mi disse al telefono che il ragazzo aveva segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte”.

    Quindi già dalla prima telefonata, intercorsa nel dicembre 2011, quasi subito dopo l’accaduto, Delpini viene messo al corrente che il prete è coinvolto in un presunto “abuso sessuale”, ma se non bastasse sarà lo stesso Don Galli che di lì a pochi giorni gli confesserà di aver dormito con il 15enne: “Ha peraltro ammesso di aver dormito con il ragazzo quella notte” – si legge nel verbale.

    Nonostante queste evidenze, però, la decisione dell’allora vicario sarà quella di rimettere il prete a contatto con i minori, senza denunciare l’accaduto alla giustizia e senza avviare un’indagine conoscitiva interna, come previsto dalle direttive della Cei.

    Nel corso dell’interrogatorio con la squadra mobile si chiede:

    “Monsignore lei era consapevole che Don Mauro Galli nella parrocchia di Legnano si occupava di pastorale giovanile?”

    Delpini: “Sì certo, ne ero a conoscenza”

    Saranno gli stessi genitori di Fausto a mostrare delle perplessità rispetto a questa decisione e ottengono un incontro il 24 settembre 2012 con Delpini per avere delle spiegazioni. La discussione viene registrata ed oggi è agli atti del processo. L’arcivescovo esordisce ringraziando i familiari per non essersi ancora rivolti ai carabinieri e ammettendo più e più volte che quella decisione era stata presa espressamente da lui: “Ho deciso io”, “La destinazione di Legnano è stata scelta da me”, “L’emergenza è stata gestita da me” – ribadisce.

    Ma quando un familiare di Fausto gli fa notare che quella decisione poteva mettere in pericolo altri bambini, Delpini traballa:

    Delpini: “[…] Io sono molto allarmato di tutto quello che può succedere, perché non è che vivo sulla Luna”

    Familiare della vittima: “[…] Se dovesse accadere un caso analogo, in coscienza, penso che lei avrebbe dei problemi…”

    Delpini: “Non solo dei problemi, sono anche molto trepido, perché non mi sento neanche di dire ‘Sono in grado di garantire che abbiamo fatto una scelta che lo mette del tutto al sicuro’”

    Familiare della vittima: “È una cosa che io trovo inconcepibile”

    La discussione si accende e va avanti per quasi due ore, fino a che Delpini non ammette di aver sbagliato:

    Delpini: “[…] Avendo fondamentalmente stima del giovane prete naturalmente ho dato credito agli elementi che alleggerivano la versione”

    Ma a finire negli atti dell’inchiesta è anche un altro importante esponente della curia, si tratta di monsignor Pierantonio Tremolada, nominato pochi mesi fa da Papa Francesco vescovo di Brescia, ma che all’epoca dei fatti era collaboratore della formazione permanente del clero e responsabile dell’Istituto Sacerdotale Maria Immacolata (ISMI), che si occupa dei presbiteri del primo quinquennio di ordinazione, ossia quindi anche di Don Galli.

    I genitori di Fausto, preoccupati per le sorti degli altri bambini che entravano in contatto col prete, il 3 agosto del 2012 incontrano anche Tremolada e registrano la conversazione che ora è agli atti del processo.

    Tremolada rassicura sul percorso avviato da don Mauro e si prende la responsabilità di quello che potrà succedere:

    Tremolada: “Non me la sento di dire don Mauro è un pedofilo, cioè questa cosa mi fa un male, perché dico, forse qui c’è qualche cosa, lo dovremmo aiutare sicuramente, però da questo a dire sicuramente è così e quindi noi dobbiamo toglierlo da ogni contatto con le persone, perché altrimenti potrebbe far loro del male, ecco qui c’è quello spazio di valutazione di cui noi ci assumiamo la responsabilità.”

    Ma è da questo incontro che emerge il clima che l’attuale vescovo ha creato intorno alla vicenda. La famiglia chiede infatti a Tremolada che cosa era stato detto al decano di Legnano circa il trasferimento di Don Galli in quella parrocchia e che cosa il decano aveva detto ad un altro parroco del paese, don Pietro Re:

    Tremolada: “Gli ho raccontato quello che è successo… però questa cosa ce la teniamo per noi…”

    Familiare della vittima: “È cos’è che è successo, secondo lei?”

    Tremolada: “Questa cosa del letto, gli ho detto ‘te la tieni per te‘, è chiaro che lui a sua volta non può andare a raccontarlo a don Piero Re, sarebbe scorretto! E cioè, abbiamo anche comunque una persona che ha il diritto di non essere buttata in pasto, allora!”

    Familiare della vittima: “Perché, don Piero Re, se gli avesse detto la verità avrebbe chiamato noi, l’avrebbe messo in piazza…”

    Tremolada: “Io ho una grande stima di don Piero Re, ho una sacrosanta stima. Però a sua volta, don Piero doveva tenere il segreto, e non avrebbe potuto dirlo alle altre persone.”

    Familiare della vittima: “Guardi, secondo me, la strategia, quella del segreto, non paga.    A questo punto…”

    Tremolada: “Voglio dire, però, capite?”

    Familiare della vittima: “No, no, è chiarissima…”

    L’intento dell’attuale vescovo di Brescia è chiarissimo: la vicenda non deve divenire di dominio pubblico: “Questa cosa del letto, gli ho detto: ‘te la tieni per te’” o ancora “Don Piero doveva tenere il segreto e non avrebbe potuto dirlo alle altre persone”.

    Nei mesi successivi agli incontri con Tremolada e Delpini, la famiglia, ancora molto scossa per quanto successo a Fausto e preoccupata da come i responsabili della curia milanese gestiscono don Mauro, inizia una corrispondenza con l’allora arcivescovo di Milano, monsignor Angelo Scola. In una lettera del 13 marzo 2015, Scola allega una nota redatta dai suoi collaboratori, per spiegare lo spostamento di don Mauro.

    Dalla nota di Scola, però, la vicenda viene ricostruita in maniera molto diversa da come la raccontano gli stessi protagonisti nei verbali: il trasferimento di don Mauro a Legnano viene fatto risalire a Tettamanzi, predecessore di Scola, e il comportamento di don Mauro viene ritenuto consono addirittura fino al novembre del 2012, quando avviene il suo trasferimento da Legnano in un ospedale di Milano (per impedirgli di vedere minori) e poi a Roma, presso il Pontificio seminario lombardo, dal 1 settembre 2013.

    Queste circostanze sono state subito tutte smentite dalla famiglia. A cominciare dalla più evidente: proprio mentre dovrebbe trovarsi a Roma, Don Galli compare su tutti i telegiornali il 26 luglio 2014 per aver trovato un neonato abbandonato nella cappella dell’ospedale san Giuseppe di Milano. Riportano le cronache di quel giorno che il prete avrebbe avvertito il personale del pronto soccorso prima di toccare il bambino: “Non l’ho voluto toccare temendo di combinare qualche guaio”.

    Queste circostanze sono state subito tutte smentite dalla famiglia. A cominciare dalla più evidente: proprio mentre dovrebbe trovarsi a Roma, Don Galli compare su tutti i telegiornali il 26 luglio 2014 per aver trovato un neonato abbandonato nella cappella dell’ospedale san Giuseppe di Milano. Riportano le cronache di quel giorno che il prete avrebbe avvertito il personale del pronto soccorso prima di toccare il bambino: “Non l’ho voluto toccare temendo di combinare qualche guaio”.

    Mentre Don Galli è a piede libero e salva bambini, Fausto dopo il trauma subito entra in una spirale depressiva che cerca di affrontare con degli specialisti, ma nel frattempo perde due anni di scuola e il contatto con i suoi coetanei. Quando però proverà a togliersi la vita per l’ennesima volta, durante i soccorsi rivela ai carabinieri il motivo del suo gesto estremo e denuncia Don Galli.

    Nel frattempo, Delpini e Tremolada, i responsabili del trasferimento e della mancata denuncia di don Galli, fanno carriera, scalando le gerarchie ecclesiastiche. Sarà proprio Papa Francesco a nominarli ai vertici della Chiesa lombarda. Lo stesso pontefice che nel 2015 aveva proclamato l’istituzione, mai avvenuta, di una sezione del tribunale ecclesiastico per giudicare i vescovi che coprono i loro preti per le violenze sui minori.

    Il Vaticano fu anche informato della vicenda dai genitori di Fausto che scriveranno una lettera alla Congregazione per la Dottrina della Fede, denunciando il comportamento di Tremolada e Delpini, e il loro ruolo nell’insabbiamento del caso. La risposta del nunzio apostolico è datata 22 marzo 2016: “Le accuse saranno debitamente esaminate” – vi si legge.

    Un anno dopo però, il 12 luglio 2017, Tremolada viene nominato vescovo di Brescia, mentre il 7 luglio è stato il turno di Delpini, promosso addirittura a successore di Scola, arcivescovo di Milano, una delle diocesi più grandi al mondo.

    di Sacha Biazzo e Simone Giancristofaro

    https://www.fanpage.it/pedofilia-l-arcivescovo-di-milano-coinvolto-nello-scandalo-don-galli-sapeva-degli-abusi/

  • Pedofilia, rintracciato a Milano l’ex parroco evaso dai domiciliari a Genzano

    Pedofilia, rintracciato a Milano l’ex parroco evaso dai domiciliari a Genzano

    L’ex responsabile della parrocchia di Selva Candida è stato condannato a una pena di 14 anni e due mesi per aver abusato di sette ragazzini

    È stato rintracciato dai carabinieri a Milano, don Ruggero Conti, l’ex parroco di Selva Candida evaso da una clinica alle porte di Roma dove si trovava ai domiciliari. Era stato arrestato dai carabinieri alcuni anni fa con l’accusa di violenze sessuali su minori. Secondo quanto si è appreso, l’uomo martedì si è allontanato in taxi da una casa di cura di Genzano. Sulla vicenda indagano i carabinieri.

    L’ex parroco è stato condannato nel 2013 in appello a una pena di 14 anni e due mesi. A marzo del 2015 la Cassazione aveva confermato la sentenza. L’ex parroco era ai domiciliari nella struttura per ragioni di salute. I fatti addebitati a don Conti, sospeso dal sacerdozio dal 2011, risalgono a quando operava, tra il 1998 e il 2008, nella parrocchia romana.

    Don Ruggero sapeva che tra pochi giorni sarebbe dovuto andare in carcere per scontare 11 anni, dei 14 e 2 mesi a cui era stato condannato. I carabinieri, infatti, erano in procinto di notificargli un provvedimento di revoca dei domiciliari. E così martedì scorso l’ex parroco nel pomeriggio si è infilato in un taxi ed ha fatto perdere le sue tracce. Dopo essere stati allertati dai responsabili della clinica di Genzano, i militari della compagnia di Velletri si sono subito messi al lavoro, analizzando le celle di telefonia mobile a cui si agganciava il cellulare dell’ex parroco, per ricostruire i suoi movimenti. Lo hanno individuato presso una struttura sanitaria di Milano, dove i carabinieri della compagnia di Porta Monforte, su input dai colleghi di Velletri, hanno provveduto a rintracciarlo. Circostanza che era stata confermata dal suo difensore che si era messo in contatto con i carabinieri. All’uomo è stato notificato un ordine di esecuzione di espiazione di pena detentiva dopo la revoca della detenzione domiciliare, emesso lo scorso 26 settembredall’ufficio esecuzioni penali della procura generale della repubblica presso la Corte di Appello di Roma. Ora si trova piantonato presso la struttura sanitaria milanese.

    È una storia infinita quella di Don Ruggero Conti ed è anche uno dei casi di pedofilia più gravi tra quelli che hanno coinvolto uomini della Chiesa italiana.

    Il prete, 64 anni, venne arrestato il 30 giugno del 2008 mentre era in procinto di partire alla volta di Sydney per partecipare, con alcuni ragazzi, alla Giornata mondiale della Gioventù. Era accusato di aver compiuto molestie per dieci anni, tra il 1998 e il maggio 2008, quando era parroco della chiesa della Natività di Maria Santissima a Selva Candida nei confronti di sette bambini affidati alle sue cure in oratorio e nei campi estivi. Nel corso delle indagini emersero, però, altri casi di abusi compiuti in Lombardia e risalenti a 25 anni prima, ma caduti in prescrizione. La Procura non potette procedere ma fece testimoniare le vittime nel primo processo contro di lui: erano altre tre persone, che sarebbero state molestate da don Ruggero quando ancora non aveva preso i voti e lavorava nell’oratorio San Magno a Legnano.

    “Non sono un mostro, sono innocente, lo dico umilmente. Se fossi colpevole confesserei” disse l’ex parroco nell’aula giudiziaria, dove oltre le vittime, si presentarono centinaia di giovani in sua difesa, alcuni con t-shirt bianche con la scritta “Don Ruggero, ti vogliamo bene” e furono molte anche le mamme dei ragazzini schierate col prete: “Per i nostri figli é stato come un padre” dissero. In primo grado il parroco, che nel 2011 fu sospeso dal sacerdozio, fu condannato a 15 anni e 4 mesi, ridotti a 14 anni e 2 mesi in appello e confermati nel 2015 dalla Cassazione. Fino ad agosto Don Ruggero stava scontando i domiciliari a Viterbo, poi aveva fatto richiesta ed ottenuto il trasferimento in clinica a Genzano per motivi di salute. E’ stato proprio il personale della casa di cura a dare l’allarme.

    http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/09/29/news/pedofilia_ex_parroco_evade_dai_domiciliari_a_genzano-176855195/

  • Pedofilia e Chiesa: verità insabbiate (parte 1)

    Pedofilia e Chiesa: verità insabbiate (parte 1)

    La versione più distorta della predicazione ha lo scopo di convincere le coscienze e non di stimolarle nel ragionamento critico. Le conquista imbambolandole e rendendole infantili, tramite azioni e gesti plateali capaci di raccogliere consensi. È questa la ragione del drastico rifiuto della concessione della grazia da parte di Papa Bergoglio nei confronti dei cosiddetti ‘preti pedofili’. Ma è proprio il caso di dire che stavolta il buco è troppo grosso per una toppa improvvisata come questa: non basta negare il perdono – contraddicendo tra l’altro i precetti fondamentali della religione cristiana – per sistemare decenni e decenni di insabbiamenti. Non si cancellano anni di omissioni e complicità riprovevoli semplicemente dando le spalle ai pesci che non sanno nuotare da soli. Gli intrighi ecclesiastici con i reati di pedofilia vantano rapporti consolidati e saldi. È infatti dai primi anni 2000 che vengono alla luce i tasselli di questa tragica storia, soprattutto grazie alla grande inchiesta avviata a Boston dal quotidiano The Boston Globe, che ha coinvolto nomi molto importanti. Da John J. Geoghan, un prete condannato a dieci anni di carcere per aver abusato di un bambino, all’arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Francis Law, accusato di aver permesso a diversi preti – già accusati di violenze su minori – di continuare ad operare in parrocchie non informate dei fatti. Il 13 dicembre 2002 quest’ultimo, prima di rassegnare le sue dimissioni a Giovanni Paolo II, è costretto a fornire all’autorità giudiziaria 90 nomi di sacerdoti responsabili di molestie a danno di minori. L’inchiesta riesce a svelare denunce e condanne per reati di pedofilia insabbiati: nella sola Boston vengono accusati 89 sacerdoti e rimossi dall’incarico più di 55 preti. Nel 2002, la conferenza episcopale statunitense commissiona uno studio sul fenomeno, ormai accertato, al John Jay College of Criminal Justice di New York, il quale dopo circa due anni conferma le 6.700 accuse contro circa 4.392 sacerdoti e diaconi in carica negli Stati Uniti fra il 1950 e il 2002, cioè circa il 4% del totale dei sacerdoti. Dei 4.392 accusati, soltanto poco più di 100 sono stati condannati a pene detentive. Nel biennio 2009-2010 invece è la volta delle ‘magagne’ europee, fra queste anche l’Italia. Uno dei casi più estesi e complessi è quello irlandese, raccontato anche in un documentario della BBC, Sex crimes and the Vatican, che racconta i casi di 100 bambine e bambini abusati da 26 sacerdoti irlandesi. Proprio questi, sempre secondo il servizio della BBC, sarebbero stati coperti dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, a capo della Congregazione della Dottrina della Fede. Lo stesso che poi l’8 febbraio 2010, durante l’assemblea plenaria per la famiglia, condanna tutti quei comportamenti inconciliabili con la tutela dei diritti e della dignità dei minori. Dopo circa nove anni di indagini, l’inchiesta sul caso irlandese lascia a dir poco sbigottiti perché arriva a coinvolgere migliaia di bambini e adolescenti (le testimonianze di violenze sarebbero circa 2.500, avvenute fra gli anni ‘40 e ‘80), abusati nelle scuole, negli orfanotrofi e nei riformatori gestiti dagli ordini religiosi cattolici irlandesi. Cifre ridimensionate dalla dichiarazione dell’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede all’ONU di Ginevra, durante un intervento al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, che riduce il fenomeno ad un’incidenza compresa fra l’1,5% e il 5%. A rimanere un dato certo è però l’autonomia della magistratura ecclesiastica e dunque la ritrosia a rendere pubbliche e note denunce e vicende che richiederebbero un’indispensabile partecipazione collettiva.

    I casi italiani più noti

    La storia degli abusi in Italia è costellata davicende raccapriccianti. A partire dal processo avvenuto presso il Tribunale di Roma, nei confronti di don Ruggero Conti, parroco della parrocchia di Selva Candida a Roma, accusatoper l’abuso di 7 minori dal 2001 al 2008, anno in cui viene arrestato e condannato a 15 anni e 6 mesi di reclusione. Fino al caso Bertagna, riguardante l’omonimo don Pierangelo Bertagna, ex abate dell’abbazia di Farneta, in provincia di Arezzo, che viene arrestato l’11 luglio 2005, in seguito alla denuncia di un bambino tredicenne.Confessa abusi avvenuti a partire dal 1988,inizialmente nelle sue zone di origine, la Lombardia e il Bresciano – quando ancora non era entrato in seminario – ai danni di 38 bambini fra gli otto e i quindici anni. Bertagna confessa che padre Vittorio Cappelletto, capo dell’associazione dei Ricostruttori della preghiera, e anche alcuni altri membri dell’associazione stessa ne erano a conoscenza. È stato condannato a 8 anni di carcere nel giugno 2007, soltanto per 16 dei 38 abusi confessati.

    Altro caso è quello dell’ex seminarista Marco Marchese, che ha denunciato gli abusi subiti da parte di don Bruno Puleo, il quale ha poi patteggiato dichiarandosi colpevole. Marchese ha chiesto un risarcimento di 65.000 euro alla Curia di Agrigento, ma il vescovo, Carmelo Ferraro, ha risposto con una richiesta di 200.000 euro per danni di immagine alla Chiesa. Va da sé che lacondanna stabilita da parte delle istituzioni ecclesiastiche per Puleo è consistita nel solo trasferimento in un’altra località, anche qui in seguito accusato di ulteriori abusi sessuali nei confronti di minorenni.

    E ancora, il sacerdote don Mauro Inzoli, ex dirigente del movimento cattolico di Comunione e Liberazione ed ex presidente del Banco Alimentare, condannato il 29 giugno 2016 a 4 anni e 9 mesi di carcere, con l’accusa di violenze su minori, aggravate dall’abuso di autorità. È stato possibile condannarlo per 8 abusi, commessi fra il 2004 e il 2008, mentre gli altri 12 casi, che lo vedevano protagonista di ulteriori vessazioni, sono caduti in prescrizione. Gli abusi avvenivano nell’oratorio, nello studio del prete e nelle località di vacanza dove i gruppi di preghiera si riunivano.

    Il 2009 è anche l’anno dello squallore sconcertante dell’Istituto Provolo di Verona, teatro delle peggiori violenze e vessazioni fisiche e psicologiche. Le accuse sono state sottoscritte da 67persone, ormai di un’età compresa fra i 50 e i 70 anni, e allora bambini e bambine sordomuti chevivevano nell’Istituto. Hanno denunciato abusi protratti per circa trent’anni, fino al 1984. Le vittime e i testimoni dell’accusa, non potranno più avere neanche quella insulsa parvenza di giustizia accordata nei casi precedenti, perché i reati sono caduti in prescrizione. I religiosi accusati sono 25, mentre il numero dei bambini abusati raggiunge circa il centinaio. Poco più di sessanta persone, il 20 novembre 2008, trovano il coraggio di scrivere una lettera a monsignor Gianpietro Mazzoni, vicario giudiziale, ovvero magistrato del Tribunale ecclesiastico della diocesi di Verona, nella quale riportano i fatti accaduti. «Nella stanza adibita a confessionale della chiesa di Santa Maria del Pianto dell’Istituto Provolo, alcuni preti approfittavano per farsi masturbare e palpare a loro volta da bambine e ragazze sorde (la porta era in quei momenti sempre chiusa a chiave). I rapporti sodomitici avvenivano nel dormitorio, nelle camere dei preti e nei bagni sia all’Istituto Provolo di Verona che al Chievo e, durante il periodo delle colonie, a Villa Cervi di San Zeno di Montagna». Inoltre aggiungono di essere stati oggetti di ulteriorivessazioni, botte e bastonate. Le violenze avvenivano addirittura sotto l’altare e nel confessionale o in gruppo sotto la doccia.

    I ritardi nelle condanne e la complicità subdola sono le cause principali dei numeri impressionanti delle vittime che si sono susseguite negli anni, ma non solo. La caduta in prescrizione e dunque l’impunità della gran parte dei reati è anch’essa frutto dell’omertà che circonda simili circostanze: le poche voci che hanno trovato la forza di raccontare le atrocità subite non state prese in considerazione o sono arrivate troppo tardi per vedere puniti i loro aguzzini. E questa è solo una piccola parte del perché la negazione della grazia è soltanto fumo negli occhi.

    http://www.2duerighe.com/attualita/93521-pedofilia-chiesa-verita-insabbiate-parte-1.html

  • Spretato (ma non scomunicato) Inzoli, il don accusato di pedofilia

    Spretato (ma non scomunicato) Inzoli, il don accusato di pedofilia

    Mauro condannato dal Tribunale di Cremona (in primo grado) a 4 anni e 9 mesi. Inzoli non più monsignor CL né «don Mercedes» (non può più celebrare nulla di sacro). Per lui è arrivata la sentenza definitiva, datata 20 maggio con la firma di papa Francesco, trasmessa alla Congregazione per la dottrina della fede e ieri mattina annunciata dal vescovo Daniele Gianotti davanti a tutti i sacerdoti della diocesi di Crema.

    Mauro Inzoli, 67 anni, è stato conclamato protagonista nel periodo 2004-2008 di episodi di violenza sessuale su ragazzi in età compresa fra i 12 e i 16 anni. Alcuni durante i «soggiorni spirituali» a Falcade nel Bellunese e in altre località di villeggiatura. Una vicenda che ha segnato Crema ma l’eco ha imbarazzato la fraternità religiosa di Comunione e liberazione, la Compagnia delle Opere e il comitato organizzatore del Meeting di Rimini.

    Inzoli è un personaggio di primo piano nella «chiesa dentro la chiesa»: era a fianco di don Giussani, animatore di Gioventù Studentesca, parroco della Ss. Trinità e rettore del liceo linguistico Shakespeare a Crema. Per 14 anni presidente del Banco Alimentare, ospite d’onore a Rimini, ma anche legato a filo doppio con il “celeste” governatore Roberto Formigoni. Sempre con uno stile di vita tutt’altro che francescano, Inzoli era il punto di riferimento in Lombardia della comunità ciellina a cavallo fra fede, politica, economia.

    Finché è affiorata la sua vocazione alla pedofilia. Benedetto XVI aveva emesso un drastico provvedimento: riduzione allo stato laicale. Il 27 giugno 2014 papa Francesco aveva preferito la «pena medicinale perpetua», imponendo «una vita di preghiera e di umile riservatezza come segni di conversione e di penitenza». Ma Inzoli non ha esitato a partecipare al Pirellone ad un convegno omofobo né a sentirsi al di sopra di tutto. Così Franco Bordo (deputato eletto da Sel, ora con i bersaniani) ha interpretato la voglia di verità e giustizia di Crema, presentando un esposto alla Procura della Repubblica che ha aperto il fascicolo di indagine e rinviato a giudizio Inzoli.

    Nell’udienza preliminare gli avvocati difensori Nerio Diodà e Corrado Limentani puntano al rito abbreviato. Lo ottengono e, dopo il risarcimento delle 5 parti civili con 25 mila euro a testa, Inzoli va alla sbarra per 8 episodi di violenza sessuale perché gli altri 15 sono ormai prescritti. Agli atti, il sacerdote ciellino (definito un «idolo meritevole di venerazione» dagli stessi genitori) si permetteva baci, carezze, abbracci, pesanti palpeggiamenti nei confronti di ragazzi incapaci di reagire, soprattutto perché psicologicamente sottomessi a Inzoli. E il procuratore Roberto Di Martino nella sua requisitoria aveva sollecitato una condanna a 6 anni di reclusione. Il gup di Cremona Letizia Platè sentenzierà 4 anni e 9 mesi.

    «La giustizia italiana ha fatto il suo corso. E ora arriva anche il pronunciamento del papa – commenta Bordo – Dopo anni di silenzi, omertà e coperture, nonostante la mancata collaborazione del Vaticano, si è riusciti a ricostruire i reati legati a circa 20 episodi accertati, purtroppo forse non tutti. Rimane la vicinanza al dolore delle vittime e tanta amarezza: se i fatti fossero stati denunciati da chi di dovere e con tempestività, alcune non avrebbero subito quella terribile esperienza».

    E dopo la condanna italiana arriva quella vaticana: «In quanto dimesso dallo stato clericale, non potrà esercitare il ministero sacerdotale né presiedere le celebrazioni sacramentali, neppure in forma privata; tuttavia – è bene precisarlo – non è scomunicato: resta un membro della chiesa, un fratello in Cristo», si legge nel comunicato ufficiale del vescovo Gianotti, che alle vittime di violenza sessuale e alle loro famiglie assicura: «A loro va ancora una volta tutta la solidarietà mia e della nostra chiesa, che non può non provare un profondo dolore per il male compiuto da uno dei suoi preti».

    https://ilmanifesto.it/spretato-ma-non-scomunicato-inzoli-il-don-accusato-di-pedofilia