Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Lombardia

  • Cronaca – “Pedofili”, “Chiesa è mafia”: scritte contro Padri Somaschi

    Cronaca – “Pedofili”, “Chiesa è mafia”: scritte contro Padri Somaschi

    Episodio increscioso a Corbetta, nel Milanese, dove alcuni vandali hanno insultato i Padri Somaschi con scritte offensive. I religiosi, interpellati da Libera Stampa l’Altomilanese, non negano il problema pedofilia tra i preti, ma invitano a non fare di tutta l’erba un fascio. Intanto scattano le denunce.

    di Martina Salasso

    CORBETTA (MILANO) – Padri Somaschi nel mirino dei vandali: scherzo di cattivo gusto o atto mirato contro la Chiesa? Questa volta a farne le spese è l’Istituto cattolico San Girolamo sito in via San Sebastiano, struttura che ospita scuole primarie, secondarie e il liceo musicale.

    I fatti

    La facciata esterna dell’istituto, fino a giovedì scorso, presentava frasi oscene e di cattivo gusto scritte con un pennarello rosso. “Pedofili”, “Ogni giorno crepano 35mila bambini”. Sono solo alcune delle frasi che apparivano lungo i muri esterni dell’edificio, che si affacciano sulla strada e sulla pista ciclabile. Le scritte, seppur sbiadite e in parte già cancellate, balzavano all’occhio soprattutto per chi si trovava di passaggio lungo il percorso ciclopedonale, che circonda l’intero edificio. “Non so chi possa essere stato, di sicuro qualche scherzo di qualche ragazzo deficiente”, dichiara una mamma, genitore di un’iscritta all’Istituto. Immediato, per qualcuno, il riferimento delle scritte agli ultimi episodi trattati da molti quotidiani nazionali, che riguardano gli abusi in alcune parrocchie, dalla Calabria fino alla Lombardia, e alla piaga della pedofilia che ancora oggi affligge la Chiesa.

    “Dispiace, qualcuno vuole fare di l’erba un fascio”

    Tuttavia è da escludere ogni tipo di coinvolgimento dell’Istituto in episodi di questo genere. La scuola, d’altra parte, non si nasconde dietro un dito: “Dispiace vedere accadere questi gesti – dichiara il rettore dell’istituto, padre Eufrasio – hanno anche scritto ‘chiesa=mafia’. C’è chi vuole fare di tutta l’erba un fascio. Queste sono pure offese gratuite nei confronti di una scuola da sempre rispettata da famiglie e genitori”.

    La denuncia

    Ora è caccia ai colpevoli di questo gesto increscioso: difficile risalire ai responsabili, anche a causa della mancanza di telecamere, ma la scuola si dice pronta a prendere provvedimenti. Non si esclude che possano anche partire delle denunce. Un motivo in più per intervenire al più presto con l’installazione di apparecchi di videosorveglianza atti a garantire una maggiore sicurezza del quartiere. Nel frattempo, qualcuno ha già provveduto a ritinteggiare e cancellare le scritte per ridare decoro (e dignità) a uno degli istituti più rinomati e rispettati del paese.

    IL COMMENTO – di Ersilio Mattioni

    Le nefandezze nel nome di Dio

    Nel Vangelo secondo Matteo, 19,13-15, è scritto: “Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli”. E’ Gesù che parla. E che rimprovera gli apostoli, perché stanno respingendo i pargoli, costringendoli a obbedire alle regole degli adulti. A quei tempi il figlio di Dio, sui bimbi, dice parole bellissime, che i suoi seguaci tramandano fino a noi e che i suoi ministri rinnegheranno migliaia di volte, macchiandosi di reati atroci contro gli innocenti: pedofilia, abusi sessuali, molestie, vessazioni. Il potere dei forti esercitato sui deboli, sugli indifesi. E sempre nel nome di quel Dio, tradito e offeso da chi ne dovrebbe diffondere il messaggio cristiano – che è messaggio d’amore infinito, come un dono a perdere – e invece lo calpesta e lo umilia.

    Per questo quelle scritte di mano ignota sul muro dei Padri Somaschi di Corbetta – “Pedofili”, “Chiesa uguale mafia” – pongono un tema scomodo, irrisolto. Un nervo scoperto per il clero d’Italia e del mondo. Al netto del vandalismo e al netto, soprattutto, del fatto che i Somaschi non possono certo essere accusati, in toto, delle malefatte di tutti i sacerdoti, il problema esiste e parlarne è doveroso, quasi un obbligo morale. Anche perché, prima del 2002, la piaga dei preti pedofili è tenuta nascosta all’universo, complice l’atteggiamento omertoso della Chiesa che insabbia ogni caso, preferendo spostare i prelati da una parrocchia all’altra e ricoprendo d’oro le famiglie dei bambini vittime di abusi, così da evitare denunce e scandali.

    Poi arriva ‘The Boston Globe’, autorevole quotidiano statunitense. Pubblica un’inchiesta che arriverà lontano: vengono denunciati 89 sacerdoti e lo stesso arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Francis Law, finisce sotto accusa: ha permesso a decine di preti pedofili di continuare ad esercitare in parrocchie ignare di tutto. L’opinione pubblica ne esce sconvolta. Giovanni Paolo II, dopo qualche titubanza, fa il resto, inaugurando la stagione della dolorosa verità. Scritta nei numeri. Negli ultimi quindici anni la Chiesa ha ‘cacciato’ circa 1.300 preti accusati di pedofilia, svestendoli dell’abito talare e riducendoli allo stato di laici, cioè di comuni cittadini. Ma i casi giunti alla Congregazione per la Dottrina della fede, fondati su accuse credibili di abusi sessuali, sono molti di più: circa 5.000, mentre le denunce sono oltre 20.000.

    E prima del 2002? Non lo sappiamo. E non lo sapremo mai. David Maria Turoldo, sacerdote e raffinatissimo poeta, scrive: “Nel fittissimo buio, sento il tuo sguardo sul cuore, come di falco appollaiato sul nido”. Fu considerata irriverente, quella descrizione del giudizio divino. Fu persino condannata, messa all’Indice da tanti alti prelati. Pure loro però, un giorno, dovranno rendere conto. Non dei versi di un vate, bensì dei comportamenti e delle azioni. Di ciò che hanno fatto e ancor più di ciò che non hanno fatto per proteggere le creature di Dio, i pargoli del Vangelo secondo Matteo. Avrebbero dovuto difenderli dalle violenze, ma hanno preferito tutelare il ‘buon’ nome della Chiesa.

    Cronaca – “Pedofili”, “Chiesa è mafia”: scritte contro Padri Somaschi

  • Don Inzoli è stato condannato per atti di pedofilia, ma non tutti sanno cosa era successo prima.

    Don Inzoli è stato condannato per atti di pedofilia, ma non tutti sanno cosa era successo prima.

    Inzoli non è un prete qualsiasi. E’ stato per trent’anni uomo di punta di Comunione e liberazione in Lombardia. Tra i fondatori di un’iniziativa importante come il Banco alimentare, rettore al Liceo linguistico Shakespeare di Cremona e parroco della chiesa della Santissima Trinità.

    Condannato a quattro anni e nove mesi per cinque episodi di pedofilia accertati (ma sono stati molti di più). I più piccoli tra le vittime avevano tra i 12 e i 13 anni, i più grandi tra i 14 e i 16.

    Si comincia col non capire perché il tribunale abbia abbassato la pena richiesta dal procuratore (sei anni) malgrado il procuratore Roberto Di Martino avesse sottolineato: “Ci sono alcuni particolari terribili ! “.

    Ma è sul versante ecclesiale che si scoprono i dettagli più inquietanti. I fatti giudicati in tribunale risalgono ad un periodo tra il 2004 e il 2008. Quando scoppiò lo scandalo e le autorità vaticane appurarono l’indiscussa verità delle accuse, papa Ratzinger dispose la sospensione a divinis di Inzoli.

    Sia Benedetto XVI che papa Francesco hanno ripetutamente proclamato tolleranza zero nei confronti dei preti pedofili.

    Tra il 2004 e il 2013 ben 884 preti responsabili di abusi sono stati svestiti dell’abito talare come risulta da un rapporto vaticano al comitato Onu contro la tortura, presentato nel 2014. Quali sotterranee pressioni (Cl non è certo la piccola confraternita di una sperduta parrocchia di provincia) hanno fatto sì che sotto il pontificato di Bergoglio la pena radicale sancita da Benedetto XVI sia stata addolcita e trasformata per Inzoli in pena perpetua ad una “vita di preghiera e di umile riservatezza come segni di conversione e di penitenza”, ridandogli però lo status sacerdotale ? In partica la “mano dura” venne applicata a Don Inzoli con fermezza vietandogli esclusivamente di dire messa in pubblico…..una cosa a dir poco atroce !!

    Ma scavando ancora si scopre che da parte vaticana il nostro eroe non venne mai denunciato alle autorità civili le quali intervennero solo a seguito due esposti presentati dalle famiglie di alcune vittime.

    Il procuratore inviò subito una richiesta di rogatoria internazionale alla Santa Sede per ottenere gli atti del processo canonico o in subordine di conoscere il nome delle persone coinvolte per poterle interrogare.

    Tempo e fatica sprecati, dopo ben quattro mesi la richiesta viene seccamente respinta senza altra motivazione che: “Gli atti istruttori e processuali sono sub segreto pontificio !” Amen.

    Fortunatamente la Procura, per altre vie, riesce a sentire una trentina di testimoni e a individuare un centinaio di episodi di violenza sessuale commessi dal prete di CL, reati per la maggior parte ormai prescritti, al di fuori dei più recenti cinque che consentono il rinvio a giudizio.

    Per decenza non vengono qui riportati i particolari emersi !

    Mentre la procura attende, inutilmente, la risposta alla rogatoria, Don Inzoli viene immortalato mentre partecipa ad un convegno anti-gay denominato: “Difendere la famiglia per difendere la comunità” patrocinato dalla Regione Lombardia, e le foto lo ritraggono in seconda fila dietro a Roberto Maroni e al “celeste” Formigoni (di cui pare fosse uno dei confessori).

    Questo la dice più lunga del necessario su quale sia la “fermezza” con la quale il Vaticano intende procedere contro la pedofilia eccelsiastica.

  • Don Inzoli abusava dei ragazzini anche durante le confessioni, giutificando la pedofilia con la Bibbia

    Don Inzoli abusava dei ragazzini anche durante le confessioni, giutificando la pedofilia con la Bibbia

    L’ostruzionismo del Vaticano è stata la principale ancora di salvezza per don Inzoli, un sacerdote che toccava i ragazzini anche durante le confessioni e tentava di convincerli della “bontà” delle sue molestie sessuali citando la Bibbia e sostenendo che la storia di Abramo e Isacco era la prova di come quello fosse il volere di Dio.
    Ai tempi tra i massimi dirigenti di Comunione e Liberazione, tornò alla ribalta delle cronache quando venne avvisato tra le autorità ad comizio anti-gay organizzato da Regione Lombardia per volere di Roberto Maroni e l’immancabile assessore Cappellini.
    Una denuncia di Sel fece riaprire le indagini e lo scorso giugno giunse la condanna a quattro anni e nove mesi di reclusione. Sul sacerdote pendevano infatti ben due condanne vaticane, ma il rifiuto della Santa Sede di trasmettere i documenti all’autorità giudiziaria lo salvò dalla legge italiana e fece cadere in prescirizione numerosi crimini. La condanna riguarda infatti solo le molestie sessuali compiute dal 2004 al 2008 su cinque ragazzini dai 12 anni ai 16 anni.
    Ora arriva la motivazione della sentenza, nella quale si spiega come don Inzoli abusava dei minori della Gioventù studentesca durante i soggiorni della comunità, in ospedale e persino durante le confessioni. I giudici osservano come tutto ciò accadesse «approfittando con spregiudicatezza della propria posizione di forza e di prestigio, tradendo la fiducia in lui riposta dai giovani nei momenti di confidenza delle proprie problematiche personali ed anche nel corso del sacramento della Confessione, ammantando talora le proprie condotte di significato religioso così confondendo ulteriormente i giovani».
    Il gup Letizia Platè ha anche osservato come le sue vittime si ritrovassero in una situazione di «forte sottomissione psicologica» e le indagini hanno appurato come le vittime siano state molto più di quante considerate ai fini del processo. Si parla di «una pluralità indiscriminata di soggetti, all’epoca minorenni», abusati «sin dalla metà degli anni Novanta» e ormai prescritti.
    Un ragazzo abusato nel nel 1996 da don Inzoli ha raccontato di essere stato toccato «nel corso della confessione» e dinnanzi alle sue rimostranze il sacerdote ha giustificato quegli atti sessuali «facendo riferimento ad una sorta di “battesimo dei testicoli” che gli aveva presentato come un rituale ebraico citato nell’Antico Testamento come segno dell’affetto del padre nei confronti del figlio».
    Gravissimo è come quegli abusi fossero conosciuti dalla comunità e come nessuno avesse fatto nulla per cercare di fermarlo. Un ragazzo ricorda che «quando, nell’estate del 2004, uno dei suoi amici aveva saputo di essere stato designato per dormire nella stanza d’albergo insieme a don Inzoli, aveva espresso il suo disappunto: “Che palle andare a dormire da don Mauro, ti tiene sveglio tutta la notte e continua a toccarti”».

    http://gayburg.blogspot.it/2016/11/don-inzoli-abusava-dei-ragazzini-anche.html

  • Abusi sessuali su minori: don Mauro Inzoli fa ricorso

    Abusi sessuali su minori: don Mauro Inzoli fa ricorso

    Crema, 9 novembre 2016 – È stato depositato venerdì il ricorso contro la sentenza di condanna ai danni di don Mauro Inzoli, 66 anni, l’ex presidente del Banco alimentare, esponente di punta di Comunione e Liberazione, ex parroco della parrocchia della SS. Trinità di Crema condannato con rito abbreviato lo scorso giugno a quattro anni e nove mesi di reclusione per abusi sessuali su cinque minori di età compresa da 12 a 16 anni. Lo comunica il suo avvocato, il legale milanese Corrado Limentani, che ha assistito, insieme al collega Nerio Diodà, il prete cremasco per tutto l’iter giudiziario, cominciato nel giugno del 2014 all’indomani della sentenza definitiva del Vaticano.

    «Abbiamo presentato il ricorso con tre settimane d’anticipo rispetto ai tempi concessi – afferma Limentani – e abbiamo speranze che in appello a Brescia si possa assistere a una conclusione molto diversa. Riteniamo che sia sui capi d’imputazione, sia su alcune aggravanti ci sia ragione di credere a una decisione diversa da parte del giudice». In pratica l’avvocato ritiene che la pena comminata al suo assistito sia stata troppo severa. I cinque minori abusati sono stati risarciti prima del processo di Cremona con 25 mila euro ciascuno e questo avrebbe fatto sperare in una pena meno severa. Ricordiamo che il procuratore Roberto Di Martino, che ha sostenuto l’accusa, aveva chiesto nove anni di reclusione che, ridotti per il rito, erano diventati sei anni e che il giudice Letizia Platè aveva deciso di condannare don Mauro a quattro anni e nove mesi.

    «Il ricorso in appello non tiene in considerazione il fatto di allungare i tempi per arrivare alla prescrizione dei reati, come successo per i presunti episodi accaduti prima del 2005. Noi pensiamo e lo abbiamo scritto nel ricorso, che la pena sia stata troppo severa e che ci siano margini ampi per rivederla».Da parte sua don Mauro è trincerato da sempre dietro un muro di silenzio. Secondo la sentenza vaticana deve fare vita ritirata, non può entrare nella diocesi di Crema, non può avvicinare minori. Tuttavia, aveva fatto scalpore la sua presenza a un congresso sulla famiglia a Milano, dove era stato fotografato in seconda fila alle spalle del presidente della Lombardia Maroni e altri personaggi politici noti che il prete aveva frequentato fino a poco prima della sentenza vaticana né aveva negato, in una rarissima intervista rilasciata al nostro quotidiano, la sua presenza al meeting di Cl a Rimini, poco dopo il giudizio d’appello del Vaticano del giugno del 2014. «Don Mauro è sereno – afferma l’avvocato – e attende con tranquillità il giudizio finale». Sempre in quell’intervista don Mercedes, come era stato definito a causa dell’auto che utilizzava per i suoi spostamenti (vettura che gli era stata regalata, ha sempre sostenuto don Mauro), aveva riferito di essere sereno e disponibile al giudizio degli uomini e di Dio. Per il momento arriva quello degli uomini.

    di PIER GIORGIO RUGGERI

    http://www.ilgiorno.it/cremona/cronaca/abusi-minori-prete-1.2664258

  • Non chiamateli Padri

    Non chiamateli Padri

    intervista a Federico Tulli
    di Francesca Palazzi Arduini
    Abusi su minori commessi da sacerdoti e uomini di chiesa. La reticenza della politica e dei media. Le responsabilità degli ultimi tre papi: Karol Wojtyla, Joseph Ratzinger e Jorge Bergoglio.
    Ce ne parla Federico Tulli, unico giornalista ad aver condotto un’inchiesta completa sui casi italiani dall’unità ai nostri giorni.

    Federico Tulli, giornalista e scrittore, ha pubblicato nel 2010, per L’Asino d’oro edizioni, il libro Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro. Nel 2014, con la stessa editrice, ha pubblicato: Chiesa e pedofilia, il caso italiano. I due libri inquadrano il problema nel più vasto panorama della corruzione all’interno della Chiesa, a livello mondiale e poi nazionale, esaminando anche i legami del fenomeno della pedofilia del clero con la tradizione culturale religiosa, rispetto allo status del bambino come persona, alla concezione della segretezza e del sacro, alla sessuofobia e omofobia.
    L’abbiamo incontrato per approfondire l’argomento, in quanto unico giornalista ad aver avuto il coraggio di pubblicare due inchieste sui casi italiani, cercando tra silenzi, omissioni e bugie.

    Profilo criminale e patologico

    Il film “Il caso Spotlight” ha vinto lo scorso marzo l’Oscar come miglior film e miglior sceneggiatura. Ciò ha riportato alla ribalta il tema della pedofilia del clero cattolico nel mondo; abbiamo tutti notato che alla fine del film, nei titoli di coda che riportavano un elenco dei casi internazionali più discussi, non era presente nessun caso italiano. Interpellando il sito che costituisce il database più noto negli USA sui casi di pedofilia, BishopAccountability.org, ci è stato risposto che dall’Italia non ricevevano indicazioni sui casi, in effetti sulla stampa italiana le segnalazioni raramente compaiono in prima pagina e vengono rilanciate in altre lingue. Cosa ne pensi?
    L’attenzione della stampa e la sensibilità dell’opinione pubblica è particolarmente sviluppata nei Paesi in cui le istituzioni hanno fatto luce sulla portata della diffusione di questa tipologia di crimine nella società. Mi riferisco, solo per citarne alcune, alle Commissioni d’inchiesta – governative oppure miste Stato/Chiesa – che in Irlanda, Stati Uniti, Olanda, Belgio, Australia, Germania hanno dato un nome, rimasto segreto per decenni, a migliaia di sacerdoti pedofili. Evidenziando complicità a tutti i livelli, dei vescovi con i preti pedofili, delle autorità civili con i vescovi, e restituendo dignità, purtroppo però raramente giustizia per via della prescrizione, a decine di migliaia di vittime a loro volta inascoltate per decenni.
    In Italia né lo Stato né la Chiesa hanno mai preso in considerazione l’idea di un’indagine su scala nazionale. Nemmeno è stata mai avvertita l’esigenza quanto meno di mappare e monitorare il fenomeno della pedofilia in generale e di quella clericale in particolare, con l’obiettivo di fare prevenzione. Ho chiesto di persona a un ministro per le Pari opportunità (Mara Carfagna) e al portavoce della Santa Sede (mons. F. Lombardi) come mai l’Italia – dove vivono oltre 30mila sacerdoti – non prende esempio da altri Paesi molto simili al nostro per tradizione cattolica: perché da noi il problema non sussiste, mi è stato risposto da mons. Lombardi. Ho scritto Chiesa e pedofilia, il caso italiano pure per verificare la fondatezza della sua replica e dopo quasi 300 pagine di inchiesta e di analisi sono giunto a una conclusione opposta. Avvalendomi, oltre ai pareri di esperti in diverse discipline (storia, psichiatria, giurisprudenza, filosofia politica, ecc.), delle durissime conclusioni della Commissione Onu sui diritti dell’infanzia (febbraio 2014) che nessuno in Italia tranne me si è preso la briga di tradurre integralmente e rendere pubbliche in italiano. Tuttavia anche solo i numeri che si ricavano mettendo insieme le notizie di stampa – invero frammentate, scarne e spesso relegate in cronaca locale – lasciano intuire che c’è un problema serio da affrontare.
    Dal 2000, 170 sacerdoti sono stati condannati in via definitiva per abusi. Oltre 60 sono quelli denunciati oppure in attesa di una sentenza definitiva. La maggior parte delle 226 diocesi italiane è stata interessata da almeno un caso. E questi sono i fatti noti. Ciò che non sappiamo è quanti sono e dove vivono oggi i sacerdoti italiani dimessi dallo stato clericale in seguito a una sentenza di condanna per abusi emessa dalla Congregazione per la dottrina della fede (Cdf). I processi canonici sono soggetti a segreto pontificio e una volta cacciati dalla Chiesa nessuno si prende la briga di fare i loro nomi alla polizia.
    Nemmeno la Commissione Onu sui diritti dell’infanzia è riuscita a ottenere questa informazione sebbene la Santa Sede (di cui la Cdf fa parte) abbia ratificato la relativa Convenzione che vincola i Paesi aderenti a emanare leggi che tutelino in ogni modo i diritti e l’incolumità dei bambini. È facile immaginare quanto invece siano a rischio diritti e incolumità dei bambini laddove ad un pedofilo è consentito di circolare liberamente mantenendo l’anonimato. Stiamo parlando di un profilo criminale e patologico equiparabile a quello di un serial killer – non si ferma fino a quando non viene preso e isolato -, tuttavia la priorità per la Chiesa e per papa Bergoglio quando annuncia la “tolleranza zero”, è che il prete stia lontano dai luoghi di culto: perché l’abuso di un minore è un peccato in violazione del VI comandamento, quindi un’offesa a Dio. Non c’è un giornale italiano che abbia mai evidenziato questo aspetto che invece è centrale perché la pedofilia non è un delitto contro la morale, ma un crimine violentissimo contro esseri umani in carne e ossa.

    Nel film “Il caso Spotlight” è stato dato rilievo alla linea giornalistica del Boston Globe, per la quale era necessario denunciare il “sistema” di coperture dato ai casi di pedofilia da parte di preti, svelando la responsabilità dei vescovi in questa trama di copertura e spostamenti dei preti predatori verso parrocchie sempre nuove. La denuncia del sistema richiedeva un’indagine completa sui rapporti tra denuncianti, preti, vescovi, autorità di polizia e della magistratura. In Italia è stato mai fatto qualcosa di simile?
    Sono state fatte diverse inchieste su singoli casi, sono state raccontate tante storie in alcuni libri, ma un lavoro d’inchiesta capillare come quello condotto dal team di Spotlight ha scarse possibilità di essere realizzato. Viviamo nel Paese in cui un magistrato, tra i massimi esperti europei nel campo della lotta alla pedofilia è stato messo sotto inchiesta dal ministro della Giustizia per aver evidenziato la scarsa propensione dei vescovi italiani a collaborare con chi indaga su questi crimini. A denunciare, insomma, alle autorità civili i presunti casi di cui vengono a conoscenza. È accaduto nel 2010 all’allora capo del pool antimolestie di Milano, Pietro Forno.
    Intervistato da Il Giornale nel pieno degli scandali che stavano sconvolgendo mezza Europa, Forno disse tra l’altro (cito): «Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti, e questo è un po’ strano. La magistratura quando arriva a inquisire un sacerdote per questi reati ci deve arrivare da sola, con le sue forze. E lo fa in genere sulla base di denunce di familiari della vittima, che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente». Qualche giorno dopo il magistrato si ritrovò a dover rendere conto delle sue affermazioni agli ispettori spediti dal ministro Alfano per verificare che non avesse divulgato segreti d’ufficio.

    Politica genuflessa e complice

    In Europa il numero delle richieste di sbattezzo è aumentato in seguito agli scandali per pedofilia, anche in coincidenza con inchieste scomode, anche televisive, si pensi al documentario della BBC “Sex Crimes and the Vatican” del 2006. Proprio in Irlanda, nel 2010, dopo aver raccolto centinaia di migliaia di moduli di sbattezzo, il sito “Countmeout” chiude i battenti per il rifiuto della Chiesa irlandese di accettare le notifiche. Quanto pensi avrebbe potuto incidere in Italia, ad esempio rispetto alla campagna omofoba condotta da una parte del clero contro le unioni civili (vedi quella del cardinal Bagnasco), una più esaustiva informazione sui reati di pedofilia commessi da preti omosessuali sessualmente repressi?
    In Italia è cosa rara l’informazione sulle cose di Chiesa indipendente dalla Chiesa stessa. Tutte le notizie principali (politica, economia, finanza e scandali) che passano attraverso i media generalisti sono filtrate dai “vaticanisti”, giornalisti cioè accreditati e formati presso la Sala Stampa vaticana. Il quadro si è ancor più definito negli ultimi tre anni con l’ascesa del gesuita Bergoglio al soglio pontificio. Papa Francesco e il suo staff curano in maniera maniacale la comunicazione perché devono ricostruire l’immagine internazionale della Chiesa cattolica e apostolica romana devastata dai crimini compiuti durante i pontificati di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger. La mala-gestione della Curia romana, dello Ior e della pedofilia, oltre alla crociata in difesa dei cosiddetti valori non negoziabili il più delle volte condotta sulla pelle delle donne (aborto, fecondazione assistita), sono risultati fatali a Benedetto XVI e hanno acuito notevolmente il distacco dei fedeli dalla Chiesa. Basta citare il caso dell’Irlanda che di recente non a caso ha visto la vittoria dei sì al referendum in favore dei matrimoni gay. Nel 2005, quando Ratzinger si è insediato, il 67% della popolazione irlandese si dichiarava cattolica. Nel 2013 l’indice era sceso al 49%. In mezzo due grandi inchieste governative avevano scoperchiato oltre 50 anni di abusi insabbiati dalla Chiesa irlandese con la complicità di numerose istituzioni laiche, ai danni di circa 35mila piccoli fedeli e studenti delle scuole cattoliche. Uno studio commissionato nel 2012 dalla Pontificia accademia di Roma ha calcolato che il danno d’immagine provocato dalla sola pedofilia nel biennio 2010-2011 è costato alla Santa Sede 2mld di dollari in termini di mancati introiti: meno fedeli = meno offerte, meno testamenti, meno donazioni, ecc. In due parole: meno potere.
    In Italia, nonostante le Chiese vuote e dismesse, il calo inesorabile dei battesimi e dei matrimoni concordatari, l’aumento dei divorzi e delle convivenze, gli esoneri crescenti dall’ora di insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica, la pesante ingerenza del Vaticano e della Conferenza episcopale nella vita socio-politica rimane costante. E qualunque dichiarazione di papa Bergoglio ci viene proposta in maniera acritica e senza alcun contraddittorio.
    Complice la politica genuflessa; anche la Rai, in primis, che svilisce il ruolo di servizio pubblico di uno Stato laico ingolfando di papi, preti e monsignori i suoi programmi di intrattenimento e informazione. E complici, come dicevo, i media generalisti che tranne rari casi (il Corriere della Sera ad esempio, riguardo l’affaire Ior) raccontano in maniera del tutto parziale, cioè solo dal punto di vista del Vaticano, le situazioni di criticità che riguardano tutto ciò che accade all’interno e in “prossimità” delle mura leonine. E poi ci sono i giubilei, le beatificazioni e le canonizzazioni. Veri e propri strumenti di auto-promozione a spese del contribuente italiano, glorificati dai media come se si trattasse del primo passo dell’uomo su Marte.

    Una visione distorta della realtà del bambino

    Uno studioso e politico italiano appartenente alla destra tradizionalista cattolica, Massimo Introvigne, ha dichiarato: “L’età della pubertà varia nei singoli casi, ma le stesse fonti – ai fini statistici – considerano “pedofilia” l’attività sessuale con minori di undici anni. Quando si parla di “pedofilia” per tutti i casi di rapporti sessuali di sacerdoti con minorenni si dice, semplicemente, una sciocchezza. Un sacerdote di trent’anni che scappa con una parrocchiana di sedici viola certamente la morale cattolica e secondo le leggi di molti paesi commette anche un reato, ma non è certamente un pedofilo. Né lo è, tecnicamente, chi va con una dodicenne per quanto il suo comportamento sia ripugnante e sia più che giusto sanzionarlo.” Nel tuo libro ci sono pagine importanti sulla concezione del bambino battesimato, sull’età della comunione e sulla confessione…
    Introvigne cita a sostegno delle sue affermazioni sulla pedofilia il Dsm, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Ma Introvigne è un sociologo, non un medico quindi ha una visione molto superficiale. Io nei miei due saggi per chiarire a chi legge cosa è la pedofilia intervisto medici, scienziati e ricercatori. Professionisti che hanno avuto in cura vittime e carnefici. Ad esempio, lo psichiatra e psicoterapeuta Domenico Fargnoli evidenzia i tanti errori di fondo del Dsm. In particolare spiega che ciò che conta, secondo gli psichiatri americani, è il controllo razionale cosciente, improntato a valori morali di rispetto per l’infanzia, su di una situazione di conflitto intrapsichico.
    Dall’allusione all’implicazione morale si capisce perché il cattolico Introvigne si ispira al Dsm. E ancora, per farsi un’idea dell’attendibilità di certe fonti, se il Dsm-IV, come sottolinea lo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini, equipara la pedofilia al voyeurismo – come se fosse la stessa cosa collezionare mutandine e violentare un bimbo di 4 anni – l’ultima versione del Manuale distingue fra pedofili che «“desiderano” fare “sesso” con bambini e quelli che mettono in atto i loro “desideri”». In quest’ultima categoria rientrano i pedofili criminali, colti con le mani nel sacco. Questa distinzione è subdola perché prelude a una normalizzazione della pedofilia da considerare un orientamento sessuale come un altro. Un’idea che coincide niente affatto casualmente con quella del catechismo della Chiesa cattolica che parla di sesso fuori del matrimonio, masturbazione, pornografia e stupri di donne e bambini come se fossero la stessa cosa: sono tutte «offese alla castità». Cioè, Introvigne, il catechismo e il Dsm non distinguono la sessualità umana che in estrema sintesi è rapporto e desiderio, dalla pedofilia che in quanto violenza non è mai sessualità. E soprattutto parlando di pedofilia come di attività sessuale “dimenticano” che il bambino non ha sessualità.
    C’è dunque di fondo una visione distorta della realtà umana del bambino. Un annullamento, per dirla in termini psichiatrici. Perché la sessualità comincia alla pubertà con lo sviluppo degli organi genitali, prerequisito indispensabile per poter parlare di sessualità. Prima c’è una dimensione di rapporto affettivo, profondo e potente che può essere con il padre, la madre, il fratello, l’amico o gli insegnanti. È di questa dimensione che “approfittano” i criminali pedofili. E qui entra in gioco una grande ambiguità che è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte dei sacerdoti. Per un bambino che vive una situazione familiare difficile – le vittime preferite dei pedofili – questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto con il genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno.
    È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila celata dietro una richiesta affettiva del bimbo. Ed è questa una delle tante drammatiche confusioni che sono state fatte sulla figura del bambino, per cui poi può essere torturato, violentato senza che sia considerato un crimine particolarmente grave. Al punto che spesso abbiamo sentito dire a degli uomini di Chiesa che è il bambino che provoca il sacerdote. Difatti come viene raccontato nel film “Spotlight”, c’è chi ha ritenuto sufficiente trasferire i preti violentatori da una diocesi all’altra. Non proprio una manifestazione d’interesse per le vittime.
    A completamento del quadro cito una frase pronunciata nel gennaio del 2014 da papa Francesco durante un’udienza generale: «Un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato». Questo pensiero discriminatorio se da un lato “stranamente” non ha stimolato l’attenzione dei media, dall’altro ci aiuta a scoprire che le radici della complicità morale e materiale delle istituzioni vaticane con i preti pedofili affondano nella cultura cattolica. In questa frase c’è l’idea che in fondo il bambino non sia ancora un essere umano per cui, appunto, gli si può fare quel che si vuole. Nella quarta di copertina di Chiesa e pedofilia, il caso italiano ho voluto mettere la frase molto significativa con cui la psicoterapeuta e neonatologa Maria Gabriella Gatti commenta l’affermazione del papa: «Il problema è che nel cattolicesimo è sempre mancato il rapporto uomo-donna, e con esso si è sempre annullato il discorso della nascita umana, perché il bambino per la Chiesa non ha identità: l’identità gliela dà il battesimo».

    Ma l’abuso è un crimine seriale

    Nel film “Il caso Spotlight” si racconta dei contatti intercorsi tra la redazione e Richard Sipe, l’ex prete studioso di pedofilia nel clero, autore del libro “Il mondo segreto” sulla sessualità dei preti. Dalle sue ricerche condotte tra il 1960 e il 1985 sul clero, la percentuale di preti pedofili era del 6%, mentre i preti che nonostante il voto di celibato avevano rapporti sessuali con donne era di circa il 25%, e quelli omosessuali era del 15%.
    In una famosa nota sul blog di Alessandro Capriccioli (Metilparaben), nel 2007 si irrideva alla dichiarazione di Don Fortunato Di Noto il quale dichiarava che contrariamente a quanto diceva la stampa, i casi di pedofilia in Italia imputabili a preti erano solo l’1% del totale. Ciò in realtà dava come risultato che i preti erano dieci volte più pedofili dell’italiano medio. Cosa è cambiato da allora nei dati sulla pedofilia nel nostro Paese?
    Mentre all’estero, penso alla Gran Bretagna, per monitorare il fenomeno della pedofilia istituzioni e associazioni private collaborano alla costruzione di reti di conoscenze, di scambio e condivisione dei dati, in Italia, al di là delle dichiarazioni di principio, poco o nulla è stato fatto dai diversi governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Il risultato è che i dati disponibili sono pochi e lacunosi, ottenuti più che altro grazie all’iniziativa di singole associazioni come il Telefono Azzurro. Non rendono pertanto conto di un fenomeno che rimane in larghissima parte sommerso, anche a causa della sua natura, nemmeno le cifre del ministero di Giustizia secondo cui in carcere si trovano oltre 1300 pedofili e i bambini abusati sono circa 150 l’anno.
    Il punto è che l’abuso su minori in molti casi avviene in contesti sociali legati a istituzioni come la scuola o la chiesa, le quali, per tutelarsi dal grave danno di immagine che ne conseguirebbe, hanno spesso la tendenza a insabbiare episodi di questo tipo. Anche le violenze che avvengono in ambito familiare difficilmente vengono segnalate. Telefono azzurro ha stimato che per ogni denuncia che arriva in commissariato ci sono almeno 140 casi che rimarranno per sempre sconosciuti.
    Un discorso simile vale per le statistiche dei pedofili intercettati dalle autorità ecclesiastiche. Come detto in precedenza, la Santa Sede oltre ai nomi dei preti pedofili non fornisce dati globali sul fenomeno. Per farsi un’idea ci si può affidare ad alcuni studi approfonditi realizzati a livello locale, come quello del John Jay College of Criminal Justice di New York pubblicato nel 2004 e commissionato dalla Conferenza episcopale Usa sulla scia dell’inchiesta di Spotlight del 2002. Secondo la ricerca nei 50 anni precedenti oltre il 4% dei sacerdoti americani aveva compiuto almeno un abuso. Le critiche e i distinguo suggeriti da Introvigne riguardano proprio questa statistica. A lui farei rispondere direttamente da papa Francesco: «Dati attendibili valutano la pedofilia dentro la Chiesa al livello del due per cento» dice Bergoglio in un articolo di Eugenio Scalfari su Repubblica (luglio 2014). Vale a dire una percentuale da 20 a 200 volte più elevata di quella stimata riguardo le professioni più a rischio: quelle che si svolgono a contatto con i bambini (educatore, allenatore, maestro, ecc).
    L’affermazione di Bergoglio non è mai smentita dalla Santa Sede a differenza di altre riportate nello stesso articolo da Scalfari. In pratica, in base alla percentuale espressa dal papa, solo in Italia, dove vivono circa 30mila sacerdoti, i pedofili in abito talare potrebbero essere almeno 600. Se pensiamo – come peraltro non fa mai nessuno di coloro che si affrettano a distinguere lo stupro di una bambina di 11 anni da quello di una di 13 – che l’abuso è un crimine seriale e che ci sono preti pedofili che hanno confessato oltre 130 stupri (è il caso di padre Geoghan che ha dato il via all’inchiesta di Spotlight) allora forse si può iniziare a intuire la reale dimensione di un fenomeno che Stato e Chiesa non intendono investigare.

    Dunque non si può ipotizzare il numero del rapporto tra casi denunciati alle autorità ecclesiali e casi denunciati alle autorità giudiziarie in Italia?
    Purtroppo no, come dicevo in precedenza, i casi denunciati all’autorità ecclesiastica sono vincolati al segreto pontificio. Nel 2014 di fronte a due commissioni delle Nazioni Unite (Diritti dell’infanzia, Contro la tortura) gli emissari di papa Bergoglio hanno dichiarato che la Santa Sede ha valutato circa 7000 denunce in dieci anni e che nel periodo in questione oltre 800 sacerdoti sono stati espulsi dalla Chiesa di Roma per aver compiuto abusi su minori. Ma i nunzi della Santa Sede hanno rifiutato di dire i loro nomi e le loro nazionalità.

    “La Santa Sede è la prima a non denunciare”

    Dopo l’elezione di papa Bergoglio, si sono levate alcune voci che informavano sul fatto che in alcuni casi di pedofilia in Argentina, per i quali i familiari delle vittime avevano chiesto aiuto ai vescovi senza essere ascoltati, l’arcivescovo Bergoglio era stato silente, se non addirittura attivo nel proteggere la reputazione dei preti coinvolti. Il cardinale di Boston, Bernard F. Law, nonostante dopo lo scandalo abbia rassegnato le dimissioni, è stato trasferito ad un prestigioso incarico presso Santa Maria Maggiore a Roma e lì è rimasto nonostante le voci che lo volevano cacciato da un Papa da “tolleranza zero”. I segnali più recenti fanno pensare ancora ad un intervento contro la pedofilia più mediatico che concreto?
    Per decenni le autorità ecclesiastiche sono state attente solo a preservare l’immagine pubblica, propria e della Chiesa. In nome di quella cosa che chiamano “ragion di Stato”, in cui non c’è spazio per l’attenzione alla salute mentale e fisica delle giovanissime vittime, hanno adottato come misura più “incisiva” lo spostamento in gran segreto da una parrocchia all’altra dei casi più pericolosi (per la Chiesa), come dimostra con precisione l’inchiesta di Spotlight. La possibilità per dei serial killer di agire indisturbati, addirittura tutelati, si è ovviamente tradotta in una diffusione esponenziale degli abusi. Le frequenti dichiarazioni pubbliche di Bergoglio danno l’idea che l’ago della bilancia si stia spostando verso un atteggiamento più responsabile. È presto per parlare di effetti concreti ma gli annunci di “tolleranza zero” possono avere un effetto deterrente. Nel senso che potrebbe finalmente venire meno la certezza di impunità che ha spinto molti pedofili a intraprendere la carriera clericale.
    Tuttavia anche Benedetto XVI nella seconda metà del suo papato era per la “tolleranza zero” e sappiamo come è andata a finire. Nelle considerazioni conclusive della Commissione Onu per i diritti dell’infanzia elaborate a febbraio 2014 c’è scritto: «La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili».
    È bene chiarire che gli investigatori delle Nazioni Unite puntavano il dito contro i tre papi che hanno guidato la Chiesa tra il 1991 e il 2014: Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio. Quindi, come dicevo, in concreto c’è ancora molto da fare. Non basta aumentare i termini di prescrizione del reato e inasprire le norme penali, cosa che di fatto in tre anni ha portato a un unico arresto da parte dei gendarmi vaticani (l’ex nunzio della rep. Dominicana, Józef Wesołowski).
    Finché la pedofilia verrà considerata un peccato o per dirla come Ratzinger “un abuso morale”, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero scarsamente aderente alla realtà. Cioè poco incisive, soprattutto per quanto riguarda la prevenzione che in questi casi è determinante.
    Ne è la prova la mancata chiusura dei pre-seminari e dei seminari minori gestiti da ordini e congregazioni religiosi. Gran parte degli abusi imputati a religiosi si consuma tra le mura di questi istituti in cui vengono educati minori dai 6-8 anni in poi. L’Onu ha fatto richiesta esplicita alla Santa Sede di chiuderli anche perché è noto che spesso il pedofilo è una persona abusata in giovane età, ma solo in Italia ne esistono ancora una sessantina con oltre 1200 studenti.
    Un altro deterrente potrebbe essere l’innalzamento della soglia della discrezione, cioè l’età in cui un bambino può accedere alla confessione. Nel 1910 è stata abbassata a 7 anni. Alcune associazioni cattoliche hanno più volte chiesto al card. Bagnasco di intercedere presso il papa per elevarla a 14 anni. Perché sulla base delle testimonianze raccolte nelle grandi inchieste governative e miste di alcuni Stati europei è emerso che quasi tutte le violenze avvengono nell’ambito di questo rito che non si consuma solo nel confessionale ma ha una durata indefinita e soprattutto è soggetto al vincolo di segretezza. Il segreto, insieme al senso di colpa instillato nella vittima dal suo “confessore”, è la chiave dell’impunità. I preti pedofili lo sanno bene.

    La Pontificia commissione per la tutela dei minori, istituita nel 2014, ha di recente tentato di richiamare all’ordine la CEI imponendo per “necessità morale” che i sacerdoti e i vescovi denuncino alle autorità civili i casi di pedofilia di cui vengono a conoscenza. Quanto pesano su questi tentativi di cambiamento il rapporto Onu sui diritti dell’infanzia, non favorevole all’immagine della Chiesa cattolica per quel che concerne la pedofilia, e il nuovo papato?
    La mancata collaborazione delle autorità ecclesiastiche con gli organi di polizia è un altro sintomo di scarsa propensione della Chiesa a voler affrontare fino in fondo il fenomeno della pedofilia. Nel 2011 la Congregazione per la dottrina della fede ha emanato una serie di indicazioni per le conferenze episcopali di tutto il mondo, alle quali attenersi nella redazione delle linee guida anti-pedofilia, il vademecum per i vescovi nella gestione dei casi di abusi. Contrariamente a quanto indicato dalla Cdf, nel 2014 la Cei del card. Bagnasco ha deciso di non inserire nelle linee guida l’obbligo per i vescovi italiani di denunciare i sacerdoti pedofili all’autorità giudiziaria. In Italia questo obbligo vincola per esempio i pubblici ufficiali – come il preside di una scuola. I vescovi non sono pubblici ufficiali ma non hanno avvertito nemmeno l’obbligo morale di stabilire come doverosa la collaborazione con la magistratura “laica”.
    La motivazione fornita dal card. Bagnasco va al di là di qualsiasi immaginazione: «La denuncia è una decisione che spetta ai genitori, noi non denunciamo per tutelare la privacy delle vittime». Per il capo della Cei è secondario che in questo modo si sta tutelando anche quella del pedofilo. E che quindi oltre a contribuire ad acuire l’isolamento affettivo e fisico della vittima di cui come detto in precedenza approfitta sempre il violentatore, si mette a rischio l’incolumità di altri bambini. È talmente palese la pericolosità di una posizione del genere che a febbraio scorso la Pontificia commissione per la tutela dei minori di recente ha emanato una nota dicendo chiaro e tondo: «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società». Secondo voi questo monito finora ha avuto qualche effetto? La Pontificia commissione è un organo consulente della Santa Sede. Esorta tutta la comunità ecclesiale a denunciare e ovviamente fa bene.
    Ma, se come abbiamo visto nel caso delle informazioni richieste dall’Onu, la stessa Santa Sede è la prima a non denunciare quel che sa, quale credibilità può avere un organismo del genere all’interno della Chiesa (e non solo)?

    A prescindere dai provvedimenti di natura canonico-giuridica della Chiesa, quali sono state secondo te in questi ultimi anni le politiche efficaci della Chiesa per evitare altri casi e altri scandali? C’è una tendenza a non far entrare più in contatto diretto i singoli preti in generale con i singoli bambini? E quanto può pesare invece nel proseguire del “sistema” la vocazione terzomondista del modello di chiesa di Bergoglio?
    Oltre a quanto già detto a proposito della Cei, il caso di don Inzoli mi porta a pensare che pochi per non dire nessuno all’interno della Chiesa si preoccupano concretamente dell’incolumità dei bambini. L’ex parroco di Crema ed ex presidente ciellino della onlus Fraternità che, per inciso, tra le altre cose si occupa dell’affido di bambini provenienti da famiglie in difficoltà, due anni fa è stato condannato per abusi su minori dalla Congregazione per la dottrina della fede. Cito: «In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale».
    Lo scorso anno a gennaio, cioè sei mesi dopo la sentenza della Cdf, Inzoli se ne stava placidamente seduto in platea al Palazzo della Regione Lombardia dove si svolgeva un convegno sulla tutela dei valori della famiglia tradizionale. L’ex parroco era in seconda fila, davanti a lui sedevano Roberto Formigoni e Roberto Maroni. Si dice che Inzoli sia stato anche il confessore di Formigoni ma non è questo il punto. Il punto è che la condanna a “una vita di preghiera e di umile riservatezza” evidentemente non impedisce a un sacerdote di partecipare alla vita pubblica. E risulta difficile pensare che ad esempio per le vie di Milano non si incontrino bambini.

    “Figli rubati” in Spagna e Argentina

    A proposito di uso, abuso ed educazione dei minori, vuoi dirci qualcosa del tuo ultimo libro, “Figli rubati”?
    Si tratta di un libro-inchiesta nel quale faccio il punto sulla ricerca dei figli rubati ai desaparecidos durante le dittature sudamericane degli anni ’70. Secondo le Abuelas di Plaza de Mayo almeno 60 “figli rubati” che oggi hanno 35-40 anni potrebbero vivere in Italia senza conoscere la propria storia. Ma fino a oggi nel nostro Paese non è mai avvenuto un ritrovamento. Le famiglie a cui vennero venduti, in base al Piano di appropriazione dei bambini ordito dalla dittatura argentina, dovevano essere di provata fede cristiana e cultura occidentale. Perché avevano il compito di rieducarli per interrompere la catena di trasmissione delle idee marxiste di cui erano portatori i loro genitori naturali. Nel libro oltre a spiegare perché non si riesce a trovarli – e di mezzo c’è la Chiesa, la P2 e i cosiddetti servizi segreti deviati – indago sulle radici culturali di questa forma orrenda di violenza sui bambini. La cosa interessante è che l’inchiesta a un certo punto mi porta in Spagna nel bel mezzo della dittatura clerico-fascista di Franco.
    Quello che in pochi forse sanno è che durante i 36 anni di dittatura vennero sottratti alle donne repubblicane circa 30mila figli, i quali come poi avvenne in Sud America sono stati affidati a famiglie contigue al regime per essere rieducati… secondo valori cristiani e occidentali. Quello che è ancora meno noto è che dopo la morte di Franco e la fine della dittatura, l’appropriazione di bambini da strumento di repressione è diventata un vero e proprio business facendo della Spagna uno dei crocevia mondiali delle adozioni illegali. Secondo una stima del magistrato Baltasar Garzon, lo stesso che nel 1998 incriminò e fece arrestare Pinochet a Londra, tra il 1975 e il 1996 almeno 270mila neonati sono stati sottratti con l’inganno alle loro madri naturali. Che non erano più le donne repubblicane – si trattava infatti di ragazze madri, prostitute, figlie di “famiglie perbene” che non potevano abortire, ecc. – tuttavia le cliniche “specializzate” a gestire questi casi rimasero le stesse di cui si serviva Franco: strutture facenti capo in massima parte a congreghe, ordini e sette religiose cattoliche.

    Francesca Palazzi Arduini

    http://www.arivista.org/?nr=409&pag=31.htm

  • Cl coprì il pedofilo don Inzoli

    Cl coprì il pedofilo don Inzoli

    Come il Vaticano e Cl hanno coperto il pedofilo don Inzoli. Il prete condannato a 4 anni e 9 mesi per cinque abusi sui ragazzini. Ma per il procuratore sono stati un centinaio, fin dagli Anni 90. Mai denunciati dal movimento di don Giussani.

    La storia

    Come Vaticano e Cl hanno coperto il pedofilo don Mauro Inzoli. Bisogna partire dalle parole del procuratore Roberto Di Martino, concesse ai cronisti locali fuori dall’aula del tribunale di Crema, per capire la condanna a 4 anni e 9 mesi di carcere per pedofilia inflitta a don Mauro Inzoli, 66 anni, prete un tempo ai vertici di Comunione e liberazione, il movimento fondato da don Luigi Giussani.
    «Gli episodi sono a mio avviso un centinaio, tra il 1995 e il 2008», ha detto Di Martino, che aveva proposto sei anni di reclusione di fronte al gup dopo che la difesa di Inzoli, gli avvocati Neri Diodà e Corrado Limentani, aveva chiesto il rito abbreviato.

    La sentenza è comunque pesante, considerando che il rito abbreviato dà il diritto allo sconto di un terzo della pena, ma riguarda ‘solo’ cinque casi e ha tenuto conto del risarcimento dei minori, ragazzini tra i 12 e 14 anni, con 25 mila euro a testa: ha anche ricevuto il divieto di avvicinarsi per cinque anni a luoghi frequentati da minorenni.

    Reati tra il 2004 ed il 2008

    I fatti contestati sono tra il 2004 e il 2008, quando Inzoli era rettore al liceo linguistico Shakespeare eparroco della chiesa della Santissima Trinità di Crema a cui faceva capo il gruppo Gioventù studentesca.
    Per questo gli è stato contestato in giudizio anche l’abuso di autorità: i ragazzini, oggetto di carezze, baci e masturbazioni spesso durante le vacanze estive, sarebbero rimasti allibiti dal suo comportamento, anche perché don Mauro è considerato un idolo in Cl .

    Buoni rapporti coi politici

    Non solo tra loro. Perché Inzoli ha sempre avuto anche rapporti di livello con la politica nazionale e locale, come con il sistema che gli gira intorno.

    Destò molte polemiche la sua presenza al Forum famiglieorganizzato dalla Regione Lombardia, nel gennaio del 2015.
    In pochi, tra politici e giornalisti, avrebbero mai pensato che il fondatore del Banco Alimentare potesse mai essere accusato di reati così gravi.

    I casi potrebbero essere un centinaio: molti non contestati

    Ma secondo il procuratore i casi di violenza sui minori sarebbero stati molti di più, coperti in parte dalla cappa di omertà dentro Cl e anche perché il Vaticano, nonostante il nuovo corso di papa Francesco sulla pedofilia nella chiesa, non ha di sicuro aiutato.
    Si tratta di un silenzio che perdura ancora adesso nel movimento ora guidato da don Julian Carron, dopo che Cl e relativi ciellini avevano cercato con Bergoglio una nuova linea e una diversa considerazione all’interno della Chiesa, soprattutto in seguito agli scandali finanziari di Regione Lombardia e del governatore Roberto Formigoni.
    Ed è un’omertà che neppure gli interventi della diocesi di Crema nel 2012 e poi nel 2014 hanno saputo scalfire.

    Protetto da prescrizione

    Di Martino ha detto: «Nonostante la Santa sede non si sia prodigata a fornire gli atti, sono contento perché si è giunti all’accertamento della verità».
    Secondo il procuratore gli episodi di abusi sessuali «sono addirittura un centinaio, ma si tratta di casi non contestati, perché o prescritti o per i quali non vi erano gli estremi per procedere, ma andavano inquadrati nel contesto: la gravità del reato si desume da ciò che sta intorno».

    Nessun dettaglio scabroso

    In questi mesi il magistrato si è mosso con tutte le esigenze del caso con i giornalisti. Di dettagli scabrosi o terribili non ne sono usciti dalla procura. Per questo ha spiegato il ritardo con cui sono state presentate le denunce.

    Da parte dei ragazzi ci sono stati «imbarazzo e timore nel denunciare»

    Un elemento da non sottovalutare nell’inchiesta è stato «il timore di queste persone a denunciare i fatti, cosa che ha ritardato l’emersione degli stessi. C’è stato un grande imbarazzo da parte delle vittime a denunciare gli episodi a chicchessia, non dico all’autorità giudiziaria. Ma le famiglie ci hanno creduto poco, i vescovi non parliamone, perché non si pensava che questo personaggio potesse essere l’autore dei fatti emersi con grave ritardo».

    Famiglie a disagio

    Il procuratore, scrivono i quotidiani Cremaoggi e La Provincia di Crema, ha spiegato come «leggendo le testimonianze tuttora si avverta una fatica e un imbarazzo da parte dei ragazzi».
    Anche perché «le stesse vittime si rendevano conto di aver messo a loro volta in imbarazzo le famiglie, nel cui interno in alcuni casi sono nate delle contrapposizioni. Si è creata tutta una serie di situazioni che non ha facilitato la cosa: comunque, meglio tardi che mai». Tutt’ora alcuni ragazzini sono in analisi seguiti da psicologi.

    Una vita con gli adolescenti

    Inzoli, ”don Mercedes” come lo hanno soprannominato in questi anni i quotidiani, amante dei sigari Montecristo, ha passato una vita a stretto contatto con gli adolescenti.
    È stato anche rettore della Fondazione Fides et Ratio di Lodi che «svolge la sua opera educativa attraverso diversi livelli di istruzione, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado».
    C’è voluto l’esposto del deputato di Sinistra italiana Franco Bordo, risalente al 28 giugno 2014, per arrivare a sentenza.

    «Senza omertà molte violenze in meno»

    «Dopo anni di silenzi, omertà e coperture, nonostante la mancata collaborazione da parte del Vaticano, in questo caso si è riusciti a ricostruire i reati legati a circa 20 episodi accertati, e purtroppo forse non tutti, che hanno portato prima al risarcimento delle vittime da parte del sacerdote, poi a questa condanna. Dopo la sentenza», ha concluso Bordo, «rimangono la vicinanza al dolore delle vittime e tanta amarezza: se i fatti fossero stati denunciati da chi di dovere e con tempestività, alcune di esse non avrebbero subito quella terribile esperienza».

  • Come il Vaticano e Cl hanno coperto il pedofilo don Inzoli

    Come il Vaticano e Cl hanno coperto il pedofilo don Inzoli

    Il prete condannato a 4 anni e 9 mesi per cinque abusi sui ragazzini. Ma per il procuratore sono stati un centinaio, fin dagli Anni 90. Mai denunciati dal movimento di don Giussani. La storia.

    Bisogna partire dalle parole del procuratore Roberto Di Martino, concesse ai cronisti locali fuori dall’aula del tribunale di Crema, per capirela condanna a 4 anni e 9 mesi di carcere per pedofilia inflitta a don Mauro Inzoli, 66 anni, prete un tempo ai vertici di Comunione e liberazione, il movimento fondato da don Luigi Giussani.
    «Gli episodi sono a mio avviso un centinaio, tra il 1995 e il 2008», ha detto Di Martino, che aveva proposto sei anni di reclusione di fronte al gup dopo che la difesa di Inzoli, gli avvocati Neri Diodà e Corrado Limentani, aveva chiesto il rito abbreviato.
    La sentenza è comunque pesante, considerando che il rito abbreviato dà il diritto allo sconto di un terzo della pena, ma riguarda ‘solo’ cinque casi e ha tenuto conto del risarcimento dei minori, tra i 12 e 14 anni, con 25 mila euro a testa: ha anche ricevuto il divieto di avvicinarsi per cinque anni a luoghi frequentati da minorenni.
    REATI TRA IL 2004 E IL 2008. I fatti contestati sono tra il 2004 e il 2008, quando Inzoli era rettore al liceo linguistico Shakespeare e parroco della chiesa della Santissima Trinità di Crema a cui faceva capo il gruppo Gioventù studentesca.
    Per questo gli è stato contestato in giudizio anche l’abuso di autorità: i ragazzi, oggetto di carezze, baci e masturbazioni spesso durante le vacanze estive, sarebbero rimasti allibiti dal suo comportamento, anche perché don Mauro è considerato un idolo tra i ciellini.
    BUONI RAPPORTI COI POLITICI. Non solo tra loro. Perché Inzoli ha sempre avuto anche rapporti di livello con la politica nazionale e locale, come con il sistema che gli gira intorno.
    Destò molte polemiche la sua presenza al Forum famiglie organizzato dalla Regione Lombardia, nel gennaio del 2015.
    In pochi, tra politici e giornalisti, avrebbero mai pensato che il fondatore del Banco Alimentare potesse mai essere accusato di reati così gravi.

    I casi potrebbero essere un centinaio: molti non contestati

    Ma secondo il procuratore i casi di violenza sui minori sarebbero stati molti di più, coperti in parte dalla cappa di omertà dentro Cl e anche perché il Vaticano, nonostante il nuovo corso di papa Francesco sulla pedofilia nella chiesa, non ha di sicuro aiutato.
    Si tratta di un silenzio che perdura ancora adesso nel movimento ora guidato da don Julian Carron, dopo che i ciellini avevano cercato con Bergoglio una nuova linea e una diversa considerazione all’interno della Chiesa, soprattutto in seguito agli scandali finanziari di Regione Lombardia e del governatore Roberto Formigoni.
    Ed è un’omertà che neppure gli interventi della diocesi di Crema nel 2012 e poi nel 2014 hanno saputo scalfire.
    PROTETTO DA PRESCRIZIONE. Di Martino ha detto: «Nonostante la Santa sede non si sia prodigata a fornire gli atti, sono contento perché si è giunti all’accertamento della verità».
    Secondo il procuratore gli episodi di abusi sessuali «sono addirittura un centinaio, ma si tratta di casi non contestati, perché o prescritti o per i quali non vi erano gli estremi per procedere, ma andavano inquadrati nel contesto: la gravità del reato si desume da ciò che sta intorno».
    NESSUN DETTAGLIO SCABROSO. In questi mesi il magistrato si è mosso con tutte le esigenze del caso con i giornalisti. Di dettagli scabrosi o terribili non ne sono usciti dalla procura. Per questo ha spiegato il ritardo con cui sono state presentate le denunce.

    Da parte dei ragazzi ci sono stati «imbarazzo e timore nel denunciare»

    Un elemento da non sottovalutare nell’inchiesta è stato «il timore di queste persone a denunciare i fatti, cosa che ha ritardato l’emersione degli stessi. C’è stato un grande imbarazzo da parte delle vittime a denunciare gli episodi a chicchessia, non dico all’autorità giudiziaria. Ma le famiglie ci hanno creduto poco, i vescovi non parliamone, perché non si pensava che questo personaggio potesse essere l’autore dei fatti emersi con grave ritardo».

    FAMIGLIE A DISAGIO. Il procuratore, scrivono i quotidiani Cremaoggi e La Provincia di Crema, ha spiegato come «leggendo le testimonianze tuttora si avverta una fatica e un imbarazzo da parte dei ragazzi».
    Anche perché «le stesse vittime si rendevano conto di aver messo a loro volta in imbarazzo le famiglie, nel cui interno in alcuni casi sono nate delle contrapposizioni. Si è creata tutta una serie di situazioni che non ha facilitato la cosa: comunque, meglio tardi che mai». Tutt’ora alcuni ragazzi sono in analisi seguiti da psicologi.
    UNA VITA CON GLI ADOLESCENTI. Inzoli, ”don Mercedes” come lo hanno soprannominato in questi anni i quotidiani, amante dei sigari Montecristo, ha passato una vita a stretto contatto con gli adolescenti.
    È stato anche rettore della Fondazione Fides et Ratio di Lodi che «svolge la sua opera educativa attraverso diversi livelli di istruzione, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado».
    C’è voluto l’esposto del deputato di Sinistra italiana Franco Bordo, risalente al 28 giugno 2014, per arrivare a sentenza.
    «SENZA OMERTÀ MOLTE VIOLENZE IN MENO». «Dopo anni di silenzi, omertà e coperture, nonostante la mancata collaborazione da parte del Vaticano, in questo caso si è riusciti a ricostruire i reati legati a circa 20 episodi accertati, e purtroppo forse non tutti, che hanno portato prima al risarcimento delle vittime da parte del sacerdote, poi a questa condanna. Dopo la sentenza», ha concluso Bordo, «rimangono la vicinanza al dolore delle vittime e tanta amarezza: se i fatti fossero stati denunciati da chi di dovere e con tempestività, alcune di esse non avrebbero subito quella terribile esperienza».
    Twitter @ARoldering

    http://www.lettera43.it/cronaca/come-il-vaticano-e-cl-hanno-coperto-il-pedofilo-don-inzoli_43675251788.htm

  • Abusi sessuali, don Inzoli risarcirà cinque vittime con 25mila euro a testa

    Abusi sessuali, don Inzoli risarcirà cinque vittime con 25mila euro a testa

    Un risarcimento di 25mila euro a testa per cinque ragazzi che avrebbero subito abusi sessuali. È quanto verserà don Mauro Inzoli, il 66enne ex dirigente di Comunione e liberazione accusato di abusi sessuali e già condannato dal Vaticano a “una vita di preghiera e umile riservatezza”. L’accordo con i minori, che si sono costituiti parti offese, è stato raggiunto nell’udienza preliminare di mercoledì mattina davanti al gup di Cremona Letizia Platè. Il giudice ha anche accolto la richiesta di rito abbreviato – che in caso di condanna assicura lo sconto di un terzo della pena – presentata dai legali del sacerdote: la prima udienza del processo è fissata per il 29 giugno.

    Gli abusi contestati sarebbero avvenuti tra il 2004 e il 2008

    Don Inzoli, in passato soprannominato don Mercedes per il suo stile di vita, è accusato di otto episodi di abusi sessuali compiuti su cinque ragazzini. I fatti contestati dal procuratore di Cremona Roberto Di Martino si sarebbero verificati tra il 2004 e il 2008, quando don Inzoli era rettore del liceo linguistico Shakespeare di Crema e parroco della chiesa della Santissima Trinità, sempre a Crema. A quell’epoca, le presunte vittime del parroco avevano tra i 12 e i 17 anni di età. Gli abusi – palpeggiamenti, carezze e baci secondo i racconti dei ragazzini – sarebbero avvenuti nello studio del religioso, annesso all’oratorio, e nei luoghi di villeggiatura frequentati dai ragazzini, sempre orbitanti negli ambienti legati a Cl. La Congregazione per la dottrina della fede aveva già sospeso il sacerdote, anche se il Vaticano aveva poi deciso di non trasmettere gli atti alla magistratura italiana.

    Nel gennaio 2015 don Inzoli aveva partecipato a un convegno in Regione
    Il caso di don Inzoli era tornato alla ribalta nel gennaio 2015, dopo che il religioso era stato notato tra la platea di un contestato convegno sulla “famiglia naturale” promosso dalla Regione Lombardia, che aveva suscitato critiche per la presenza del patrocinio di Expo nella locandina.

    http://milano.fanpage.it/abusi-sessuali-don-inzoli-risarcira-cinque-vittime-con-25mila-euro-a-testa/

  • Prostituzione minorile, le indagini proseguono: “Don Diego ha fatto sesso con ragazzini: pagava da 20 a 50 euro”

    Prostituzione minorile, le indagini proseguono: “Don Diego ha fatto sesso con ragazzini: pagava da 20 a 50 euro”

    Nomi eccellenti, in tutta la Lombardia. Travolti dall’inchiesta sulla prostituzione minorile, ora chiusa senza nessuna richiesta di archiviazione. Tutto è partito da Brescia, dalle indagini su Claudio Tonoli, il 55enne sieropositivo che avrebbe consumato rapporti sessuali con minorenni pur sapendo di avere l’Aids. Da quell’inchiesta venne aperto un mondo: nascosto, subdolo, vissuto in prima persona da ragazzini e insospettabili.
    I nomi: in tutto sono 12 gli indagati. Oltre a Claudio Tonoli anche Francesco Bellone, Egidio Bosio (agente di Polizia Locale), Corrado Fumagalli (conduttore televisivo), Servio Madureri, Renato Ernesto Messina, Gerardo Morana, Pier Luigi Rossi, Diego Rota (ex parroco di Solza), Ettore Tucci, Cristian Zilli (allenatore di calcio), Massimo Zoli.
    Dall’inchiesta emergono particolari inquietanti. L’agente di Polizia Locale Egidio Bosio avrebbe pagato dai 50 ai 70 euro due ragazzi minorenni: tariffa variabile in base a quanto “consumato”. Agli atti anche quanto avrebbe fatto l’ex parroco di Solza, nella bergamasca, don Diego Rota.
    Pare che pagasse i giovani dai 20 ai 50 euro, anche in questo caso a seconda delle prestazioni. Ad un ragazzo avrebbe regalato un cellulare, dopo aver contrattato un “pacchetto” da cinque incontri.
    http://www.bresciatoday.it/cronaca/brescia-prostituzione-minorile-indagini-aprile-2016.html

     

  • “Vorresti diventare nostro prete? Sei gay?” Una storiaccia di sedicenti vescovi e aspiranti preti

    “Vorresti diventare nostro prete? Sei gay?” Una storiaccia di sedicenti vescovi e aspiranti preti

    -Gea Ceccarelli– “Vorresti diventare nostro prete? Sei gay?”
    “Non ho la vocazione, e poi bisogna studiare per essere preti. Sì, sono gay”
    “Non è un problema lo studio, devi solo dormire con il tuo vescovo”.

    Inizia con questa proposta, S.M., sedicente vescovo 37enne di una Chiesa “non riconosciuta dallo Stato”, “cattolica-apostolica non romana”. Una chiesa, scrive lui stesso, “autocefala” che “perde preti” e che, proprio per questo, necessita di trovare nuovi sacerdoti. Magari proprio sui social network come Facebook, dove il suo profilo si caratterizza per il gran numero di “like” a pagine religiose, ma non solo: tra un mi piace a Radio Maria, uno a Gesù, un altro a qualche chiesa, ecco che spuntano appartenenze a gruppi inequivocabili: “Pornografia gay”,  “Gay giovani”, “Naturismo gay bisex” e altri, sino un inquietante: “Gay 12-18 anni”.

    Articolotre.com ha avuto modo di prender visione di chat tra il “vescovo” in questione e un ragazzo  a cui è stato proposto di partecipare al progetto religioso, attraverso la proposta, appunto, di ordinarlo sacerdote, a fronte dei continui abbandoni dei seguaci.

    Alle reticenze del ragazzo, che si dichiara troppo “libero” per scegliere la vita religiosa, S.M. offre le proprie rassicurazioni: “E’ una benedizione, l’amore”, chiarisce, spiegando che il vescovo, quale si definisce, può far sesso con lui e con tutti gli altri preti. E che, se il ragazzo vuole, può intrecciare relazioni anche con i confratelli.

    I toni della conversazione sono espliciti e non lasciano ampio spazio a dubbi, seppur costellati, di tanto in tanto, da un “ti amo” e qualche cuore. Il vescovo, convinto di aver ottenuto la fiducia del ragazzo, si spinge oltre: gli chiede ospitalità in casa per “un po’ di giorni”, dal 16 al 30 marzo. I biglietti, a sorpresa, sarebbero a carico del giovane. Il quale dovrebbe anche, se vuole diventare veramente prete, dormire con lui.

    “Dormo con te, sc…. Io sono molto focoso”, è un passaggio della conversazione, che precede la richiesta di farsi urinare addosso dal giovane, “perché sarà bello”. “Sarà bello fare tante cose”, rincara “dimmi che lo farai”, “dimmi che ti fidi di me”, “ti voglio bene, promettimi che non mi lascerai come prete”.

    Il ragazzo accetta e assicura di fare i biglietti per pagargli il viaggio, durante il quale, assicura il vescovo, lo ordinerà a prete. Con l’occasione, infila anche il proprio numero di Postpay: “Vuoi che faccia come con Padre A.?” “Cioè?” “Mi ha mandato i soldi e io ho comprato tutto e portato tutto (i paramenti, ndr). Ti do il postpay, vado a comprarti tutto”. La cifra richiesta? 1300-1600 euro: “Ce la fai a mandarli per oggi?”

    L’insistenza per il pagamento caratterizza quasi tutti i successivi messaggi, assieme quella di ricevere una ricarica telefonica. “Mi ami? Alle cinque vai in posta”; “La fai anche a me? (la ricarica, ndr)”

    Per quanto riguarda gli addii in seno alla “chiesa” da parte dei vari preti, il vescovo sostiene che sono dei traditori, che lo vogliono abbandonare perché “troppo scrupolosi” e, alla domanda “Ma con i preti che se ne vogliono andare, sei andato a letto?”, rivela: “Già fatto”. Almeno con uno, di cui cita il nome, Padre C.

    “Cosa ti ha fatto?”
    “Tutto”
    “Cioè?”

    “Poco. Mi ha fatto un pom…”

    Padre C. è di Vigevano. E’ presidente di una onlus di volontariato. Vicinissimo agli ambienti della Lega Nord,  per la quale si è anche candidato alle comunali, Articolotre ha avuto modo di visionare fotografie che lo ritraggono abbracciato a esponenti di primo piano, del Carroccio. Mario Borghezio, Luca Zaia, Roberto Castelli, ma anche il segretario Matteo Salvini e il governatore della Lombardia Roberto Maroni. Non mancano scatti con Letizia Moratti e Magdi Allam, alternati a fotografie in cui compare con gli abiti talari e immaginette sacre. Alcune, invece, meno “politicizzate”, lo ritraggono proprio con il “vescovo” S.M.

    Questi, dopo aver assicurato di aver “fatto qualcosa con Padre C.” e aver richiesto una simile prestazione al suo giovane interlocutore, gli chiede di inviargli delle foto. Il ragazzo spedisce scatti del proprio volto e del proprio addome. Il religioso vuole di più. “Mandamene una tu, così capisco che genere di foto vuoi”, glissa il ragazzo. Lo scatto che riceve è quello di un membro eretto.

    Il religioso spiega inoltre di esser stato “fatto vescovo” da due Monsignori cattolici, e che avrebbe, a dimostrazione, “celebret e certificati di ordinazione”. Ciononostante, sul profilo Facebook, dichiara di lavorare all’interno della Chiesa Ortodossa Italiana.

    Proprio dal suo profilo Facebook emergono aspetti controversi. Andando indietro nel tempo, infatti, saltano fuori post e commenti anomali, per un religioso, tra cui link dai contenuti erotici, da lui stesso condivisi, in cui viene definito “un fottuto finocchio”. “Portami tua sorella e vedi se lo sono”, è la replica del “vescovo”. A contraddirlo, un adolescente commentatore: “Ma se l’hai appena detto tu in chat, che sei gay”.

    Dello stesso periodo è il tentativo di smentire le voci sulla sua omosessualità: “Per tutte le cose infami dette contro me, non ascoltate ciò che dicono. Vi dico la verità, non li conosco neanche”, scrive sul proprio account il religioso. Anche in questo caso interviene un ragazzo molto giovane, a commentare: “Ma sei malato te; ti ha pestato 1 ragazzo tra i 13-14 anni”.

    Il quadro pubblico che ne emerge è quantomeno imbarazzante; un aspetto che stride con l’ultima richiesta che il “vescovo” presenta in chat al “futuro prete”: “Non dire niente di noi: sai, sono riservato, io…”

    http://www.articolotre.com/2016/03/una-storiaccia-di-sedicenti-vescovi-e-aspiranti-preti/