Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: pubblico ministero

  • Don Pascal, veleni e misteri in Chiesa: subito rinviato il processo

    Don Pascal, veleni e misteri in Chiesa: subito rinviato il processo

    Aperto e subito rinviato al 27 ottobre  il processo a carico di don Pascal Manca l’ex parroco di Villamar accusato di pedofilia. Un processo che giunge pochi giorni dopo la clamorosa archiviazione del procedimento a carico di don Luca Pretta, ex parroco di Gesico e, a sua volta, accusato di pedofilia. Castello crollato sotto le attente indagini degli inquirenti che hanno portato il Pubblico Ministero Liliana Ledda a chiedere l’archiviazione perchè le accuse sono risultate infondate. Proprio alla luce di queste indagini il processo contro il sacerdote originario di Nuraminis e arrestato a Villamar assume una nuova luce.

    Diversi i punti in comune fra le due storie e, in particolare, fatto curioso, che gli stessi sacerdoti che hanno accusato l’uno compaiono anche nell’altra istruttoria. Fra i nomi quello dell’ex parroco di Mandas don Giancarlo Dessi che, stando alle sue dichiarazioni rese a verbale agli inquirenti l’8 settembre 2015, in occasioni delle indagini su don Pretta, avrebbe affermato di aver utilizzato la Parrocchia di Mandas nel procedimento a carico di don Pascal Manca. Casi di cui lo stesso Arcivescovo di Cagliari Mons. Arrigo Miglio aveva parlato in occasione di una sua deposizione in Procura dove parlò anche delle accuse mosse nei confronti di don Alberto Pala, parroco della Cattedrale di Cagliari.

    Chiesa di piazza Palazzo già nota alle cronache, nei mesi scorsi, per la vicenda di don Pittau, parroco della stessa e morto in circostanze misteriose. Tanti fili conduttori per vicende che, pur separate, sembrano aggrovigliate fra loro in momenti e persone che si incrociano. Diversi gli interrogativi sul tappetto al pari dei dubbi che circolano sempre più insistenti. Con domande sempre più forti: come quella di chi risarcirà persone risultate totalmente innocenti come don Luca Pretta. Mentre altre domande si susseguono sul futuro di sacerdoti come don Massimiliano Pusceddu degli Apostoli di Maria.

  • Accuse di pedofilia contro Don Pretta: il giorno dell’archiviazione

    Accuse di pedofilia contro Don Pretta: il giorno dell’archiviazione

    Una vera guerra di sacerdoti dietro il caso che scotta?

    Cresce l’attesa per l’archiviazione (attesa per oggi) delle accuse di pedofilia contro don Luca Pretta, già parroco di Gesico, chiesta dal Pubblico Ministero Liliana Ledda perché, il magistrato, ha ritenuto le stesse infondate. Una vicenda che, al pari di quella che ha visto coinvolto anche l’ex parroco di Villamar don Pascal Manca (finito in carcere per la stessa accusa) , ha sconvolto l’intera Diocesi di Cagliari.

    Accuse che hanno visto tra i protagonisti altri sacerdoti, sentiti a verbale, che hanno contribuito a creare un quadro accusatorio che, nel caso di don Pretta, è crollato sotto l’attenta indagine condotta dagli inquirenti. Curiosa la coincidenza che ha visto coinvolti nelle indagini per pedofilia proprio i due sacerdoti che, a leggere il sito blog.messainlatino.it, sono stati protagonisti a maggio 2010 di un corso di canto gregoriano organizzato in Sardegna con i Canonici  dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote e, in particolare, con don Wulfran Lebocq e don Joseph Luzuy, tra i massimi esponenti della liturgia tridentina. Lo stesso Istituto al centro di una violenta polemica, nell’estate 2013, che aveva visto i Vescovi della Sardegna chiedere l’intervento del Papa contro la decisione iniziale (poi revocata) della Giunta Regionale di affidare l’ex seminario proprio ai Canonici di Gricigliano.

    Una decisione, allora commentata dal giornalista Vito Biolchini nel suo blog, di un ritorno “a nuova vita della struttura, gestita da un gruppo di cattolici ultratradizionalisti: quelli che contestano il Concilio Vaticano II, quelli delle messe rigorosamente in latino”. Lo stesso Biolchini aveva scritto che “da subito il presidente della Conferenza Episcopale sarda, l’arcivescovo di Cagliari Arrigo Miglio, ha manifestato il proprio disappunto per l’iniziativa, formalizzata con una richiesta arrivata alla Regione nell’aprile dello scorso anno”. Episodi, si dirà. Utili comunque per capire le vere e proprie guerre di “religione” registrate all’interno della Diocesi di Cagliari. Dalle carte del procedimento contro don Pretta sono attese diverse novità e sorprese. Anche per capire il ruolo avuto da alcuni sacerdoti. D.S.

  • CHI DECIDE L’ETÀ DELL’INNOCENZA

    CHI DECIDE L’ETÀ DELL’INNOCENZA

    Don Marino Genova inizia ad abusare di Giada quando lei ha appena 13 anni. Viene processato e, per le violenze successive al 14esimo anno d’età, prosciolto. Da quel momento, per i giudici, lei era consenziente

    di Federico Tulli

    Don Marino Genova aveva 55 anni quando accolse Giada Vitale nel coro della sua parrocchia a Portocannone, un paesino di 2.600 abitanti in provincia di Campobasso. Giada aveva 13 anni. Orfana di padre a tre anni, la bambina viveva in una situazione prossima all’indigenza, con la madre che per unire il pranzo con la cena faceva pulizie per conto della diocesi. «Ho subito gli abusi di don Marino dall’aprile del 2009 e la violenza è proseguita per oltre tre anni», racconta a Left la giovane donna che ha compiuto 21 anni nel giugno scorso.

    Nell’ottobre del 2012 Giada riesce a sottrarsi al giogo del sacerdote e dopo diversi ricoveri causati da uno stato di profonda prostrazione psico fisica, viene convinta da una sua compaesana a raccontare tutto al vescovo, monsignor Gianfranco De Luca, capo della diocesi di Termoli-Larino (Campobasso). «A Portocannone non c’è una stazione dei carabinieri» risponde quando le chiediamo perché non si sia rivolta alle forze dell’ordine. «Nel mio paese c’è la chiesa, c’è una piazza e c’è il Comune, quando succede qualcosa ci si rivolge al prete. Ricordo che non ci abbiamo pensato per niente, siamo andate direttamente dal vescovo».

    Sulla reazione e sul sostegno dei familiari, data la siuazione, per Giada era difficile contare. «Una volta lo dissi a mia madre» racconta. «Ricordo che piangevo tanto. Lei mi chiese perché piangevo. Poi le dissi che don Marino mi aveva baciato in bocca. Ma lei non mi credette e non parlai più con nessuno». Monsignor De Luca, invece, chiese spiegazioni a don Marino Genova il quale ammise. Non gli abusi, ma di aver avuto una relazione con Giada. «L’ho solo toccata qualche volta» si leggerà nei successivi atti dell’inchiesta giudiziaria. Per la Chiesa don Marino era comunque presunto colpevole di atti sessuali con una minore. Si tratta di uno dei cinque delitti morali più gravi: la violazione del VI comandamento, Non commettere atti impuri.

    Come prevede la prassi seguita dalla Conferenza episcopale il vescovo non lo denunciò alla magistratura italiana. Si limitò a consigliare Giada di farlo. «All’inizio – ci racconta – rimasi spaventata dall’idea di denunciarlo. Mia madre non mi credeva e don Marino era benvoluto da tutti in paese. Sarei rimasta sola contro tutti. Ma alcuni mesi dopo aver parlato con De Luca seppi che aveva allontanato il mio abusatore da Portocannone. Era a Termoli, dove diceva tranquillamente messa e dava la comunione in ospedale. A quel punto qualcosa è scattato, mi sono fatta forza e sono entrata in procura». È l’aprile del 2013. A ottobre dello stesso anno il sacerdote viene sospeso per due anni “a divinis” (interdizione dalle funzioni sacerdotali) dalla Congregazione per la dottrina della fede, l’organo della Santa Sede che giudica questi casi.

    Ed è inviato a espiare la sua punizione mediante preghiere e penitenze in una delle strutture ecclesiastiche specializzate nel recupero di «sacerdoti in difficoltà»: l’Oasi di Elim a Roma. Varcata la soglia della procura, però, la giovane precipita verso un altro abisso, quello di una legge che sanziona la condotta del pedofilo fino al compimento dei 14 anni. Dopo di che, basta tutele. «La legge – osserva Giada – stabilisce che un adulto può fare sesso con una 14enne, purché lei sia consenziente e non abbia subito delle pressioni tali da essere considerata incapace di intendere e di volere. Io sono stata annichilita da quel “padre” ben prima dei miei 14 anni e per tutta la durata degli abusi, come dimostra anche una perizia psichiatrica che ho presentato ai giudici». Un documento da cui si evince che il prete ha approfittato del suo ruolo, del suo carisma e della perdita precoce dalla figura di riferimento maschile di Giada. «Ma per il pubblico ministero questa mia condizione di inferiorità non esisteva e ha chiesto l’archiviazione» riferisce esterrefatta.

    Dall’indagine, scrive il pm nella richiesta, «emergerebbe la permanenza ininterrotta per anni, da parte della giovane, di una condizione di assoluto consenso, al più soggezione, nella fase iniziale: anche nelle prime fasi investigative la persona offesa afferma di essere ancora innamorata del sacerdote». Alcuni mesi dopo l’opposizione all’archiviazione presentata immediatamente dai legali di Giada Vitale, don Marino Genova è stato rinviato a giudizio per le accuse relative all’arco di tempo precedente al compimento dei suoi 14 anni, cioè prima del 20 giugno 2009. «C’è stata solo un’udienza tecnica a gennaio 2016, io sarò ascoltata il 20 dicembre prossimo», sottolinea la ragazza. Nel frattempo, il primo giugno scorso il Gip di Larino ha respinto il suo ricorso senza nemmeno predisporre una consulenza tecnica d’ufficio per valutare la condizione psicofisica della vittima degli abusi. «Il Gip ha annullato tutto quello che mi è successo dal 20 giugno 2009 in poi. Perché secondo lui, come per il pm, quando è scattata la mezzanotte del giorno in cui ho compiuto 14 anni io sono diventata consenziente».

    Come se non ci fosse stata continuità tra gli abusi subiti a 13 anni e quello che è successo dopo, come se la condizione di soggezione fosse evaporata nel giorno del suo 14esimo compleanno. Ma Giada si fa forza e continua la sua battaglia. «È disgustoso tutto questo. Non è giusto, perché don Marino Genova mi ha rovinato la vita. E loro stanno continuando a rovinarmela». Si riferisce in particolare al passaggio dell’ordinanza in cui il Gip Daniele Colucci scrive: «…In ogni caso, anche ai fini anche della definizione della carenza dell’elemento psicologico, va osservato che il Genova non è uno psicologo e nel rapportarsi alla ragazza non le somministrava il Minnesota o altri test, per cui non poteva configurare o riconoscere uno stato di deficienza psichica della Vitale…». In sostanza don Genova è stato assolto perché non essendo uno psicologo, non poteva accorgersi della sofferenza mentale inferta alla ragazzina. Un’affermazione che ha provocato la reazione indignata della consigliera regionale del Molise Nunzia Lattanzio. Nei giorni scorsi ha annunciato in una nota che chiederà a papa Bergoglio la destituzione dallo stato clericale per don Genova. Quanto al giudice di Larino, osserva Lattanzio, «nel rispetto pieno della decisione assunta dal magistrato, è doveroso e opportuno tuttavia esprimere pieno dissenso per quelle dichiarazioni. Stando alla sentenza, ci resta solo da sperare che l’intero universo maschile possa essere interamente popolato da psicologi, detentori esclusivi della capacità di valutazione del livello di maturità del proprio interlocutore».

    SE IL PARADOSSO SI CONSUMA NELLE AULE DI GIUSTIZIA

    «È la credibilità della vittima a essere messa in discussione». Il parere dell’avvocato Mario Caligiuri

    l proscioglimento di don Marino Genova influenzerà inevitabilmente l’esito del processo che lo vede imputato per gli abusi compiuti su Giada Vitale prima del 20 giugno 2009. All’avvocato Mario Caligiuri del foro di Roma, legale di numerosi minori vittime di pedofili, chiediamo di aiutarci a capire quali sono le criticità che si devono affrontare in casi di questo tipo. «Al di là della questione sulla condivisibilità tecnica del ragionamento seguito dal Gip di Larino nell’ordinanza, su cui si può discutere, il dato che sembra emergere da questa, così come in altre decisioni simili, è la messa in discussione della credibilità della vittima di violenza sessuale. E questo, a vent’anni dall’entrata in vigore della legge, è un paradosso. Proprio nel luogo che dovrebbe restituire dignità alle vittime, spesso si consuma il tradimento della fiducia nella giustizia. Con il rischio concreto di scoraggiare chiunque a denunciare gli abusi». Ciò che colpisce è la considerazione, o meglio, la scarsa considerazione, dello stato psico fisico della bambina per tutta la durata del “legame” e la convinzione dei magistrati che possa essersi innamorata del suo violentatore. La perizia di parte appare un documento irrilevante agli occhi del Gip. «Pensando alle garanzie costituzionali, che riguardano anche l’indagato, una perizia psichiatrica ordinata dal giudice avrebbe potuto consentire di verificare, da un punto di vista super partes, sia l’effettività che l’influenza del radicamento manipolatorio esercitato dal prete sulla bambina anche dopo il compimento dei 14 anni di età. Nonché la sussistenza, come sostenuto dalla sua difesa, dello stato psicopatologico ravvisato alla luce dell’articolata relazione medica prodotta e dei test psicologici somministrati». Il Gip, in qualità di organo di controllo delle indagini preliminari, ha dunque preferito agire come “perito dei periti”. È nelle sue facoltà. «Evidentemente ha ritenuto convincente la posizione difensiva dell’indagato e l’esito dell’audizione in forma protetta a cui era stata sottoposta la ragazza alla presenza della psicologa nominata dal Pm. Su questo aspetto devo dire che, purtroppo, accade di frequente che i giudici in una materia così delicata si assumano una tale responsabilità». Secondo Caligiuri non si può però sottovalutare che una persona abusata, specie in questa fascia di età, porti nel suo vissuto più intimo le tracce del trauma subito. Sono violenze che intaccano il “normale” sviluppo psichico di chiunque, «influendo radicalmente sulle scelte al punto da determinare una vera e propria crisi di autenticità, anche dei ricordi», spiega l’avvocato. E conclude: «L’approfondimento valutativo super partes avrebbe potuto contribuire a stabilire scientificamente se Giada, adolescente, era effettivamente in grado di comprendere, con un senso di maturità e piena consapevolezza di sé, ciò che le stava accadendo anche dopo i 14 anni».

    Dal settimanale Left n. 38 in edicola fino al 23 settembre 2016

    www.left.it

  • Chiesa di Cagliari, inchieste tra corvi e untori: sacerdoti in Procura

    Chiesa di Cagliari, inchieste tra corvi e untori: sacerdoti in Procura

    Entra nella settimana decisiva l’inchiesta su don Luca Pretta, l’ex parroco di Gesico sotto indagine con la pesante accusa di pedofilia. Infondata secondo il pubblico ministero Liliana Ledda che ha chiesto l’archiviazione del procedimento. Un conto alla rovescia pesante. Per il sacerdote che, finalmente, se la richiesta del PM sarà accolta vedrà riconosciuta l’innocenza da sempre dichiarata, ma anche e soprattutto per la Diocesi di Cagliari che potrà leggere le carte dell’indagine e avere conferma, o smentita, delle indiscrezioni che si vanno accumulando in queste ore. Fra tutti il ruolo esercitato nella vicenda da alcuni sacerdoti diocesani.

    Si parla, infatti, di diversi religiosi sentiti a verbale dagli inquirenti dopo l’avvio del procedimento sulla base delle dichiarazioni di una donna di Gesico. Testimonianza, stando a quanto filtrato, che parlava di una morbosa attenzione di don Pretta verso un bambino del paese. Ma, secondo quanto scritto dai magistrati, “non ci sono elementi di prova in ordine ai presunti abusi”. In altre parole l’accusa non è sostenibile e quindi infondata. A sostenerla, oltre alla donna, secondo quanto riferito dall’Arcivescovo di Cagliari Monsignor Arrigo Miglio al Procuratore della Repubblica, il 16 maggio 2015, anche un cittadino di Gesico.

    Dichiarazioni messe nero su bianco anche dagli inquirenti che, stando a quanto riferito da alcuni preti diocesani, avrebbero sentito a verbale anche diversi sacerdoti. Fra questi l’ex parroco di Mandas don Giancarlo Dessì che, a sua volta, avrebbe indicato a verbale i nomi di altri religiosi informati sui fatti. Tra i nomi che circolano vi è quello di Monsignor Giovanni Melis, Canonico del Capitolo della Cattedrale di Cagliari e originario proprio di Gesico. Una testimonianza, la sua, considerato che Gesico è il suo paese natale, derivata dalla conoscenza di persone e luoghi. Monsignor Melis sarebbe stato ascoltato dagli inquirenti al pari di don Michele Piras, attuale viceparroco di Uta e, a sua volta, citato dall’Arcivescovo Miglio nella dichiarazione del 2015 quando parla della lite scoppiata fra don Piras e don Pascal Manca, allora parroco di Mandas, “nell’estate 2012 perché una signora del paese aveva fatto una cospicua donazione a Piras e non alla Parrocchia. Don Manca aveva ritenuto ingiusta la donazione”.

    Anche nella inchiesta sull’ex parroco di Villamar,  don Piras è stato sentito a verbale dagli inquirenti e la sua deposizione è agli atti del procedimento sempre per pedofilia. Già in precedenza, come ricordato recentemente anche da L’Unione Sarda, “il diacono in passato aveva accusato di “comportamenti gay” un prelato romano e, per questo, non riusciva ad essere ordinato prete”. Piras, infatti, condannato con sentenza del Tribunale Diocesano del Vicariato di Roma del 7 marzo 2012 (quando era Papa Benedetto XVI e Arcivescovo di Cagliari mons. Giuseppe Mani), ha visto questo pronunciamento ribaltato con decisione di Papa Francesco il 10 marzo 2015, al termine dei lavori di una Commissione all’uopo istituita e che, dopo aver sentito anche il nuovo Arcivescovo di Cagliari mons. Miglio, ha dichiarato l’innocenza del Piras.

    Coincidenze su coincidenze se, rileggendo quanto scritto sempre da L’Unione Sarda, il 14 maggio 2015, secondo cui “dall’inchiesta contro don Pascal Manca sono scaturite rivelazioni su avvenimenti passati che avevano  coinvolto sacerdoti di periferia. Nelle carte si fa riferimento a Michele Piras: nome che conduce ad Alberto Pala, parroco della Cattedrale e a Giuseppe Mani, ex Vescovo di Cagliari”. Un nome, quello, di Pala che proprio Monsignor Miglio (oltre a quelli di don Pretta e a don Manca) cita nelle sue dichiarazioni del 16 maggio, parlando di maldicenze.

    Che, come tali, si sono rivelate considerato che il sacerdote è sempre parroco della Cattedrale. Se, la settimana prossima, anche don Pretta vedrà tutto archiviato sarà il secondo prete innocente su tre ingiustamente accusato. E più che di corvi si inizia a sospettare di qualche untore. “Accuse vaghe e generiche” come dichiarato a verbale da mons. Miglio: divenute vere e proprie armi di distruzione all’interno della Diocesi, nel nome della pedofilia. Con sullo sfondo la inquietante ombra della Massoneria. Un quadro che, la settimana prossima, documenti alla mano sarà ancora più chiaro. E non si escludono, dai verbali, clamorose sorprese.

  • Gli scandali nella Diocesi di Cagliari: pedofilia e lettere anonime

    Gli scandali nella Diocesi di Cagliari: pedofilia e lettere anonime

    Ecco i risvolti delle indagini giudiziarie sui sacerdoti nel Cagliaritano: non mancano le clamorose sorprese.

    Negli scandali che hanno sconvolto, di recente, la Diocesi di Cagliari ormai il “menù” quotidiano propone di tutto: indagini canoniche, procedimenti giudiziari (don Luca Pretta, ex parroco di Gesico), avvisi di garanzia (don Marco Lai, parroco di sant’Eulalia), arresti (don Pascal Manca, ex parroco di Villamar, oggi in libertà e in attesa dell’udienza preliminare dopo la chiusura delle indagini), appartenenza alla massoneria (don Giancarlo Dessì, ex parroco di Villamar e Mandas), rinvio a giudizio (don Massimiliano Pusceddu, ex parroco di Decimoputzu) e così via. Una lunga Via Crucis dove anche il Cireneo avrebbe seri problemi a portare la croce, vista l’entità delle accuse mosse nei confronti di alcuni sacerdoti della Diocesi cagliaritana. Nell’elenco delle stazioni della via dolorosa è importante soffermarsi su una in particolare: il ruolo delle lettere anonime e dei corvi nella vicenda della pedofilia.

    Prassi, quella delle accuse senza volto, mal tollerata dall’Arcivescovo di Cagliari Arrigo Miglio che, ascoltato il 16 maggio 2015, dal pubblico ministero Liliana Ledda dichiara a verbale che “non basterebbe l’archivio della Curia per contenerle tutte. Quindi, per prassi, non conserviamo le lettere anonime e non si ritiene possibile, né opportuno dare sviluppo alle indagini”. Parole che pesano come macigni, in queste ore, dove le lettere anonime sembrano farla da padrona. Davanti alla linea adottata dal Vescovo si oppone, infatti, la realtà dei procedimenti giudiziari in corso. Fra tutti quello riguardante l’ex parroco di Villamar don Pascal Manca finito in carcere proprio in seguito ad una lettera anonima che, in calce, portava la firma di tale Virgilio Porcu (risultato estraneo ai fatti). Proprio don Pascal Manca, il 22 aprile 2015, dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia per presunta pedofilia, dichiarava a L’Unione Sarda di “Essere innocente. Non conosco ancora i fatti che mi vengono contestati. Non ho letto l’esposto anonimo contro la mia persona” Particolare inquietante, quello della lettera anonima, poiché riportava alcuni fatti già esposti in precedenza proprio al Vescovo di Cagliari Arrigo Miglio e riguardanti la Parrocchia di Mandas.

    Particolare confermato, nella sua deposizione del 16 maggio, dove affermava che “Nell’estate 2013 ricevo la visita di un giovane di Mandas che mi porta delle accuse contro don Pascal e mi assicura che ci sono altri giovani pronti a venire. Cosa che non si è verificata”. Lo stesso Arcivescovo, agli atti, ribadisce che non ha potuto verbalizzare per l’assenza di due testimoni. Una lettera, quindi, che proprio anonima non era, stando a quanto va via emergendo. Altro particolare curioso è che la missiva (che riporta fatti accaduti nel paese di Mandas) è stata inviata nel 2014 non più solo  al Vescovo o al Vaticano ma anche alla Procura e ad alcuni giornali, portando poi alle indagini che, nei primi giorni di maggio, si concluderanno con l’arresto del parroco di Villamar (di cui si darà conto, sulle sue modalità, in un prossimo articolo), mentre a Mandas era parroco il suo successore (e predecessore a Villamar) don Giancarlo Dessì (che, stando al sito della Diocesi, ha come collaboratore operante in Parrocchia padre Ignazio Pili). Lo stesso sacerdote che, il 25 luglio scorso, stando a quanto riportato dalla stampa, dall’altare della chiesa di San Giacomo Apostolo annunciava che “Io e il Vescovo siamo oggetto di calunnie attraverso lettere anonime”. Le stesse che il Vescovo Miglio, stando alle sue affermazioni, non conservava e non utilizzava per dare sviluppo a nuove indagini. Dettagli, qualcuno potrà dire. Gli stessi di cui parla lo storico Aby Warburg trovando nascosto in essi il diavolo.E per restare in tema con Dan Brown tra Angeli e demoni.

  • Sacerdoti nel Cagliaritano, intrighi e veleni con l’ombra Massoneria

    Sacerdoti nel Cagliaritano, intrighi e veleni con l’ombra Massoneria

    Mentre si attende la decisione del giudice, dopo la richiesta di archiviazione del pubblico ministero, sulle accuse di pedofilia contro don Luca Pretta che si sono rivelate, stando agli atti, infondate, trapelano le prime indiscrezioni sulla vicenda che hanno del clamoroso. Ad essere sentiti dagli inquirenti come testimoni sono stati, infatti,  anche alcuni sacerdoti della Diocesi di Cagliari che, a quanto risulterebbe, hanno avuto un ruolo nella vicenda. Il nome, che se confermato farebbe più scalpore, è quello dell’ex parroco di Mandas don Giancarlo Dessì, trasferito dal paese della Trexenta poche settimane fa in seguito alle accuse di appartenenza, dall’estate 2014, ad una loggia massonica di Cagliari. Uno stato vietato per un sacerdote dal diritto canonico.

    A questo si aggiunge, ora, il coinvolgimento nelle accuse di pedofilia contro don Luca Pretta. Una vicenda che secondo il pubblico ministero Liliana Ledda vede “la notizia di reato infondata”. Proprio al magistrato, il 16 maggio 2015, l’Arcivescovo di Cagliari Arrigo Miglio aveva riferito di aver ricevuto, poco tempo prima,  “una signora di Gesico per dirmi che un ragazzo da minorenne avrebbe subito degli abusi da don Pretta”. Accuse confermate, alcuni giorni dopo, da un altro cittadino di Gesico e che, dopo le indagini, non hanno avuto comunque riscontro. Tra gli aspetti più clamorosi vi sarebbe, comunque, la dichiarazione resa a verbale secondo cui, già a fine 2014, il Dessì avrebbe contattato in prima persona la donna per attivarsi in tal senso (mentre l’indagine è partita solo sei mesi dopo). Oltre a Dessi (che avrebbe indicato agli inquirenti anche il nome di altri sacerdoti informati sui fatti) sono stati sentiti anche altri preti. Un coinvolgimento e una coincidenza curiosa anche perché (il sacerdote era a Mandas dal 2012), come dichiarato dallo stesso Vescovo alla Procura, “nell’estate 2013 ho ricevuto la visita di un giovane di Mandas che mi porta delle accuse contro don Pascal e mi assicura che ci sono altri giovani pronti a venire, cosa che non si è verificata”. L’indagine canonica si concluse nel 2014 senza esiti e solo l’intervento della Procura, nel maggio 2015, portò all’arresto di don Pascal Manca, allora parroco di Villamar (Manca aveva sostituto proprio il Dessì). Pochi giorni dopo l’avvio delle indagini anche contro don Luca Pretta, allora parroco di Gesico (della Vicaria di Mandas) prossime all’archiviazione. I due procedimenti hanno tratti e protagonisti in comune? Sono gli stessi coinvolti anche nelle accuse contro il parroco della Cattedrale don Alberto Pala? I contorni del thriller ci sono tutti anche perché, come ha riferito un sacerdote della Diocesi a Casteddu Online, è curioso che siano stati colpiti preti considerati, a torto o a ragione tradizionalisti. Anche perché non si escludono nuovi colpi di scena dalla lettura degli atti. Con sullo sfondo l’ombra della massoneria. Per la serie intrighi e veleni.

  • Don Pretta, nessuna pedofilia: dopo l’archiviazione nuovi scandali?

    Don Pretta, nessuna pedofilia: dopo l’archiviazione nuovi scandali?

    Chiesa del Cagliaritano in subbuglio: il pm chiede l’archiviazione per l’ex parroco di Gesico accusato di pedofilia. Ma dietro alcune mosse potrebbero esserci altri sacerdoti.

    Archiviazione del procedimento perchè non esistono elementi per sostenere l’accusa contro l’ex parroco di Gesico don Luca Pretta. Una delle più infamanti: quella di pedofilia. A chiedere l’archiviazione del procedimento è stato nei giorni scorsi il Pubblico Ministero Liliana Ledda titolare delle indagini. Nei prossimi giorni la decisione finale del giudice per la definitiva chiusura del fascicolo giudiziario.

    Archiviazione che, se confermata, segnerà un clamoroso sviluppo in una vicenda che, nello scorso mese di giugno 2015, aveva scatenato un vero e proprio scandalo nella Diocesi di Cagliari colpita, nelle settimane precedenti, anche dall’arresto sempre per pedofilia dell’allora parroco di Villamar don Pascal Manca, mentre alcune ombre erano state gettate sul parroco della Cattedrale don Alberto Pala. Nel caso del sacerdote cagliaritano il caso si era sgonfiato in poche settimane e lo stesso don Pala è alla guida dell’importante Parrocchia di piazza Palazzo. Ora la svolta anche nel caso di don Luca Pretta che risulterebbe, stando alle indagini condotte, totalmente estraneo innocente rispetto alle accuse mosse nei suoi confronti. Una innocenza che non mancherà di pesare considerato che il sacerdote originario di Nuraminis era stato sospeso e costretto a dimettersi da parroco di Gesico. Una storia ormai vicina a vedere scritta la parola fine per quanto riguarda il procedimento giudiziario, ma destinata a far discutere considerato che, stando alle indiscrezioni, dietro le accuse mosse ci sarebbero anche alcuni sacerdoti della Diocesi. Una notizia che, se confermata, non mancherà di far scoppiare ulteriori scandali.

    http://www.sardanews.it/247704-don-pretta-nessuna-pedofilia-dopo-l-archiviazione-nuovi-scandali

  • Prete pedofilo, si al rito abbreviato: nominato il perito ed escluso il responsabile civile

    Prete pedofilo, si al rito abbreviato: nominato il perito ed escluso il responsabile civile

    VERSILIA  – ( di Letizia Tassinari ) – Rito abbreviato condizionato ammesso questa mattina in Tribunale a Lucca: il giudice, dottoressa Silvia Mugnanini, ha nominato il consulente: sarà il dottor Claudio Iozzo ad eseguire la perizia calligrafica sulle lettere scritte dal bambino e inviate al prete, finito sotto processo con l’accusa di abusi sessuali nei confronti di un minorenne, dopo una delicata indagine condotta dalla Polizia e coordinata dal Pubblico Ministero Antonio Mariotti. Il magistrato ha però escluso il responsabile civile, ovvero sia la Diocesi Pisana e il suo Vescovo, la cui citazione, come scritto, era stata prevista alla scorsa udienza. L’esclusione – come spiegato dai legali che assistono la famiglia del bimbo, all’epoca dei fatti 12enne, avvocati Cristiano Baroni e Debora Iannello – è prevista ex lege in caso di rito abbreviato. Il processo è stato aggiornato a dopo l’estate: alla prossima udienza, fissata per il 13 settembre, verrà conferito l’incarico al perito nominato questa mattina dal Gup.

    Una vicenda giudiziaria, quella di cui a processo, iniziata nell’ottobre 2014, quando la Procura di Lucca aprì un fascicolo di indagine, dopo che ai servizi sociali di Camaiore, che avevano in carico la famiglia ospitata in un convento di Pietrasanta, erano stati consegnati alcuni disegni, e lettere d’amore, dove il piccolo aveva raffigurato sè stesso con il religioso, di origini indiane. Il bimbo, periziato da esperti, tra cui il professor Mario Di Fiorino, fu poi sentito in audizione protetta e aveva raccontato di abusi da parte del sacerdote.

     

  • Prete condannato per presunte molestie su giovane migrante: in Appello chiesta l’assoluzione

    Prete condannato per presunte molestie su giovane migrante: in Appello chiesta l’assoluzione

    NARDO’ (Lecce) – Colpo di scena nel processo d’appello relativo ai presunti abusi compiuti dal sacerdote Don Quintino De Lorenzis ai danni di un giovane migrante di origini marocchine. Il vice procuratore generale Giampiero Nascimbeni ha chiesto l’assoluzione dell’imputato sulla scorta di una corposa memoria difensiva (di 16 pagine) prodotta dall’avvocato difensore Giuseppe Bonsegna. Il prete, oggi 41enne, originario di Alliste ed ex parroco della chiesa di San Gerardo Majella, era stato condannato nel gennaio di due anni fa a tre anni e mezzo di reclusione per presunte molestie e violenze su un giovane straniero. La denuncia della vittima mise poi in moto le indagini condotte dal pubblico ministero Stefania Mininni.

    La presunta vittima (assistita dall’avvocato Salvatore Centonze e già risarcita dopo la sentenza di primo grado) denunciò di aver subito gli abusi nella sacrestia nell’ottobre del 2010. Ai rappresentati della Chiesa, il giovane si era rivolto appena giunto nel Salento da clandestino. In quel periodo, il giovane straniero (in attesa del permesso di soggiorno) risiedeva a Nardò, paese della fidanzata, e si trovava in grosse difficoltà economiche e decise così di rivolgersi alla Chiesa. Nella canonica, però, il prete avrebbe indossato i panni del molestatore. De Lorenzis avrebbe avvicinato il giovane mentre il 29enne si spogliava e avrebbe incominciato a toccarlo. Subito dopo la chiusura delle indagini, l’allora gup Nicola Lariccia dispose il rinvio a giudizio del parroco.

    Nel corso dell’istruttoria dibattimentale, poi, furono ascoltati diversi testimoni. Agli atti del processo, inoltre, furono allegate alcune registrazioni di telefonate grazie ad una consulenza effettuata dall’ingegnere informatico Luigina Quarta intercorse tra il giovane marocchino e il sacerdote in cui il prelato chiedeva al 29enne informazioni sulle sue abitudini sessuali e a raggiungerlo in canonica a tarda ora. E proprio la consulenza del perito è stato terreno di scontro della difesa. L’avvocato Bonsegna ha confutato gli esiti evidenziando che se si può parlare di toccamenti o palpeggiamenti si dovevano ritenere assolutamente consenzienti. Inoltre incongruenze sarebbero emerse anche sugli orari e sui giorni della presunta violenza.

    Nel processo è stata trascinata come responsabile civile la Curia (rappresentata dall’avvocato Marcello Marcuccio) per le attività svolte dal prete e condannata in primo grado a risarcire la vittima con 20mila euro da corrispondere in solido con il sacerdote alla vittima.. La decisione dei giudici (Presidente Vincenzo Scardia) è attesa per le prossime ore.

    F.Oli. 

    Condannato in primo grado, assolto in Appello: il sacerdote non molestò il migrante

  • Processo don Usai: teste contro pm: “Mai detto certe cose”

    Processo don Usai: teste contro pm: “Mai detto certe cose”

    Cinque ore di interrogatorio, per due pagine scarse di verbale. “Volevano farmi dire cose che io non avevo detto”: è la testimonianza-choc resa oggi davanti ai giudici del Tribunale di Oristano da Juliet Nwdou, un’ex ospite della Comunità il Samaritano di Arborea.

    Il processo, presidente Carla Altieri, è quello per violenza sessuale e favoreggiamento della prostituzione a carico del fondatore della Comunità, don Giovanni Usai.

    L’interrogatorio al quale la testimone dell’accusa ha fatto riferimento in udienza nel corso del controesame era avvenuto nella primavera del 2011, circa tre mesi dopo l’arresto del sacerdote. In tre – due marescialli dei carabinieri es un sostituto procuratore – a fare domande con l’obiettivo di consolidare le accuse nei confronti di don Usai, ma quando si convince che vogliono farle dire cose che lei non ha detto e non pensa, la testimone alza la voce e fa sentire le sue ragioni.

    “Tutto registrato, anche la lite con il pubblico ministero. Abbiamo i nastri”, ha puntualizzato ai giudici l’avvocato difensore di don Giovanni Usai, Anna Maria Uras. Le prossime udienze, dedicate ancora ai testi dell’accusa, sono state fissate per il 27 settembre, il 24 novembre, poi il 19 gennaio 2017.