Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: seminario

  • NOVARA: 7 anni di reclusione per l’ex rettore del seminario minorile dei Legionari di Cristo. Ma è fuggito in Messico

    NOVARA: 7 anni di reclusione per l’ex rettore del seminario minorile dei Legionari di Cristo. Ma è fuggito in Messico

    La procura rappresentata dalla dott.ssa Silvia Baglivo aveva chiesto 11 anni, ridotti poi a 7 nel rito abbreviato.

    Questo è quanto stabilito questa mattina dal Giudice Andrea Guerrerio, del Tribunale di Novara, nei confronti di padre Vladimir Resendiz Gutierrez, ex rettore del seminario minorile dei Legionari di Cristo di Novara.

    Una causa complessa, partita da Milano, con un’ulteriore accusa, quella di estorsione, poi separate le due accuse, la seconda (pedofilia) è stata trasferita per competenza presso la Procura di Novara.

    Per le tre vittime, difese dall’avvocato Daniela Cultrera, il giudice ha stabilito una provvisionale di 80.000€, oltre ad essere stata accolta la costituzione di parte civile dell’Associazione Rete L’ABUSO, rappresentata invece dall’avvocato Alessandro Maneffa.

    Tra 90 giorni, le motivazioni della sentenza.

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webp2018/03/09/novara-abusi-nel-seminario-dei-legionari-di-cristo-udienza-preliminare-il-15-marzo-ma-il-prete-e-fuggito-in-messico/

  • Summit anti-pedofilia, Lombardi svela i lavori dei gruppi

    Summit anti-pedofilia, Lombardi svela i lavori dei gruppi

    Un testo inedito del moderatore, contenuto nel volume «Consapevolezza e purificazione» (Lev) e anticipato da Vatican News, sintetizza i resoconti: necessaria «una “cultura della denuncia”»

    DOMENICO AGASSO JR
    CITTÀ DEL VATICANO

    È fondamentale «rompere e superare la “cultura del silenzio”». Allo stesso tempo bisogna sviluppare quella «della denuncia». Sono indicazioni emerse dai gruppi di lavoro dell’Incontro per la protezione dei minori, che si è svolto in Vaticano dal 21 al 24 febbraio. Tutti i documenti del meeting – una prima volta assoluta nella storia della Chiesa – sono pubblicati in un libro della Libreria Editrice vaticana (Lev) intitolato «Consapevolezza e purificazione». Vatican News anticipa un testo inedito contenuto nel libro, scritto dal moderatore del summit, padre Federico Lombardi, che sintetizza i resoconti delle squadre di dialogo e riflessione in cui erano divisi i vescovi e cardinali.

    È emerso innanzitutto che bisogna «rompere e superare la “cultura del silenzio”». Occorre allo stesso tempo impegnarsi per sviluppare «una positiva “cultura della denuncia”, che permetta di agire efficacemente nella verità e nella giustizia».

    È importante poi capire «le connessioni fra gli abusi di potere, di coscienza e sessuali; la visione distorta dell’autorità nella Chiesa come potere e non come servizio, qualificata da papa Francesco come “clericalismo”».

    La priorità «dell’ascolto delle vittime è stata ribadita da tutti i gruppi, dove si è riconosciuta la forza delle testimonianze ascoltate». Troppo spesso «le ferite profonde nelle vittime sono causate non solo dal fatto degli abusi, ma anche in gran parte dall’esperienza del rifiuto di essere ascoltate». E anche i vescovi sono chiamati a «esercitare l’ascolto in prima persona». Successivamente, serve «sviluppare le capacità di accompagnamento delle vittime e persone ferite».

    Si può inoltre «mirare ad avere una vera partecipazione di vittime all’aiuto di altre vittime. Inoltre si è parlato del maggiore ruolo che va riconosciuto alle vittime nel corso dei processi canonici».

    Lombardi scrive che «si è messo l’accento sulla importanza della partecipazione e collaborazione dei laici – in particolare delle donne – con le loro competenze specifiche e sensibilità, nei diversi organismi da istituire in aiuto del vescovo (Commissioni per la valutazione delle segnalazioni di abusi; Commissioni “indipendenti” di esame e studio dell’insieme dei casi anche del passato; Commissioni di verifica dell’attuazione di procedure e misure prese; Commissioni per le attività di formazione dei seminaristi, del personale ecclesiale; Commissioni per attività e iniziative di prevenzione per le famiglie e comunità…)».

    Si è parlato dell’importanza «della collaborazione fra Diocesi e Congregazioni religiose, della coerenza di criteri e procedure adottate, anche nel campo dello spostamento del personale religioso da un luogo all’altro». Si è ragionato sul «rapporto fra le competenze dei Vescovi e delle Conferenze Episcopali (ad es. importanza che le Conferenze possano avere un quadro complessivo dei problemi ricevendo adeguate informazioni dalle Diocesi ed elaborando statistiche e Linee guida comuni e valutandone l’attuazione) come pure delle Conferenze Episcopali e di Roma (valutare la trattazione e il giudizio sui casi anche a livello decentrato – Tribunali nazionali o regionali – per evitare accumulo a Roma e ritardi; come pure avere una fase locale di informazione e valutazione sui problemi relativi a negligenza o incompetenza nel governo dei vescovi)».

    Si è esortato alla realizzazione di «un Vademecum per tutti i vescovi, da cui risultino chiaramente i loro compiti e doveri e la obbligatorietà delle norme. La preparazione di un tale Vademecum è stata annunciata da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede ed è molto attesa».

    Tutto ciò è decisivo affinché si possa «procedere efficacemente anche nella direzione del “rendere conto” delle proprie responsabilità (accountability) e della valutazione del modo in cui le responsabilità di governo sono state esercitate».

    In alcuni gruppi «si è discusso in modo approfondito sui problemi e sulle utilità dei “seminari minori”, criticati in una delle relazioni. In tutti i gruppi si è ribadita l’urgenza di un miglioramento della formazione umana, affettiva e integrale dei candidati al sacerdozio, anche nella dimensione della sessualità». Ed è stata «apprezzata l’importanza della presenza di donne nel corso della formazione, di persone competenti dal punto di vista psicologico, dell’uso di test psicologici, in modo da evitare l’accettazione agli ordini sacri di persone inadatte».

    Si è insistito «sull’importanza delle informazioni fra i Vescovi o Superiori competenti sui seminaristi o sacerdoti che passano da un seminario a un altro o da una Diocesi all’altra».

    In diversi gruppi ci si è interrogati «sull’esistenza di un rapporto fra gli abusi sessuali e l’omosessualità. La questione è complessa e per vari motivi sembra da ritenere che non vada stabilita una connessione. La questione merita tuttavia un approfondimento per quanto riguarda il clero cattolico, poiché i casi di abuso conosciuti da parte di membri del clero sono in maggioranza nei confronti di ragazzi piuttosto che di ragazze».

    Poi, la trasparenza, che significa «anzitutto la pubblicazione e conoscenza delle regole, procedure e norme che devono essere seguite; seguirle effettivamente e poter verificare comportamenti, azioni e risultati».

    A proposito di statistiche «si sarebbero desiderati rapporti più dettagliati sulla situazione. Se vi è stata una sentenza di condanna definitiva è giusto che sia conosciuta, come pure è bene che siano resi noti i motivi di dimissione di un vescovo dal suo compito».

    Occorre fare chiarezza sulla tematica «del “segreto”: segreto pontificio, istruttorio, d’ufficio, professionale, confessionale. Si è parlato più volte della eliminazione del “segreto pontificio” a proposito dei procedimenti su abusi sessuali di minori, ma bisogna spiegare che cosa comporta».

    E nella collaborazione con le autorità civili, va dato «accesso ai documenti richiesti».

  • Scola Delpini e Tremolada. Chi dichiarò il falso nella lettera di “integrità morale” che permise a don Mauro Galli l’iscrizione all’Alfonsiana di Roma ?

    Scola Delpini e Tremolada. Chi dichiarò il falso nella lettera di “integrità morale” che permise a don Mauro Galli l’iscrizione all’Alfonsiana di Roma ?

    di Francesco Zanardi – Don Mauro Galli; condannato in primo grado nel settembre 2018 a sei anni e quattro mesi per aver abusato sessualmente di un suo parrocchiano, all’epoca dei fatti 15enne. Come risulta agli atti della Procura di Milano per sua stessa ammissione, monsignor Mario Delpini – oggi vescovo della diocesi Ambrosiana- facendosi forza del privilegio per il quale in Italia i vescovi non hanno l’obbligo della denuncia, dichiarò di essere subito stato informato dai parroci dell’abuso accaduto quella notte. Tuttavia, se ne lavò le mani e, come se nulla fosse, trasferì poco dopo il sacerdote accusato in una parrocchia vicina, nuovamente a contatto con minori.

    Questo è in estrema sintesi quanto emerso fino ad ora sul caso Galli ma pochi giorni fa, per posta ordinaria arriva una lettera indirizzata per conoscenza, a noi di Rete L’ABUSO, a un noto programma televisivo e a due testate nazionali.

    Nella missiva, molto ben articolata, viene fatto notare che don Mauro Galli, da Rozzano, è stato nascosto la prima volta a Legnano, scoperto dalla vittima e successivamente trasferito presso la cappella dell’ospedale S. Giuseppe, dove grazie a una fatalità, scopriremo dove era stato nascosto per la seconda volta. Questo ennesimo episodio, porterà la vittima, sfiduciata della chiesa, a denunciare all’autorità Civile.

    Siamo nell’agosto del 2014 e da questo momento, tranne qualche indiscrezione non verificabile, perdiamo totalmente le tracce di don Mauro Galli.

    Ma torniamo alla missiva ricevuta, che riapre nuovamente il caso di don Galli, ma questa volta il favoreggiamento delle gerarchie non riguarderebbe gli abusi sessuali, ma qualcosa che si lega molto a loro, soprattutto dopo la condanna di primo grado.

    Oggi don Mauro Galli, sembrerebbe aver conseguito il grado accademico di Licenza di Teologia presso la Facoltà di diritto pontificio in Teologia morale all’Alfonsiana di Roma e il conseguimento di Dottorato presso la stessa.

    Oggi quindi, in barba a tutti i presunti (e soprattutto strombazzati a gran voce) provvedimenti della chiesa di Francesco in tutela dei minori, don Mauro Galli  potrebbe persino insegnare in un seminario minorile. Ometterò di chiedermi come ciò sia possibile, ma tuttavia c’è un’altra questione molto grave.

    Nella missiva, viene fatto notare che “nessun sacerdote della chiesa cattolica può iscriversi ad alcuna Facoltà se non con una lettera dell’ordinario del luogo (il vescovo) che attesti che tale studente possiede i requisiti di integrità, anzitutto morale (<<virtu>>) previsti dal canone 819 del Codice di Diritto Canonico. Più specificatamente, la Costituzione Sapientia Christiana, emanata da Giovanni Paolo II, all’art. 31 prescrive la necessità di un nulla-osta (che viene rilasciato dal vescovo) attestante l’idoneità del clerico, <<per la condotta morale e per i precedenti studi compiuti>>.

    Naturalmente verifico il dato acquisito…

    Can. 819 – Nella misura in cui lo richieda il bene della diocesi o dell’istituto religioso o anzi della stessa Chiesa universale, i Vescovi diocesani o i Superiori competenti degli istituti devono inviare alle università o facoltà ecclesiastiche giovani, chierici e religiosi, che si segnalino per indole, virtù e ingegno.

    Fonte-http://www.vatican.va/archive/ITA0276/_P2O.HTM

    SAPIENTIA CHRISTIANA Art. 31 – Le Facoltà Ecclesiastiche sono aperte a tutti coloro che, sia ecclesiastici sia laici, forniti di regolare attestato, siano idonei, per la condotta morale e per precedenti studi compiuti, ad esservi iscritti.

    Fonte-http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_constitutions/documents/hf_jp-ii_apc_15041979_sapientia-christiana.html

    é fondato.

    Sempre nella missiva, il nostro interlocutore afferma che don Mauro Galli, avrebbe frequentato gli anni accademici 2013-2014 e 2014-2015 per poi prendere il dottorato nell’anno 2015-2016.

    A questo punto mi torna in mente quanto appariva sul sito della parrocchia di Legnano, proprio nel momento in cui la Rete L’ABUSO rese pubblico il caso di don Galli. (vedi screenshot  a lato del 5 luglio 2017)

    Si diceva che l’allora cardinale Scola, volendo valorizzare le virtù di don Mauro, dal novembre 2012 (periodo in cui la vittima scoprì che don Mauro non era sospeso ma ancora in servizio, poco distante da dove aveva abusato di lui e ancora tra i minori della pastorale giovanile) gli avrebbe chiesto di recarsi presso il Niguarda, in attesa di recarsi a Roma. Qui dice che l’indirizzo di studio però, fosse la Pastorale Sanitaria, tuttavia le date coincidono, essendo novembre 2012, l’anno era oramai cominciato, quindi se ne deduce che quell’attesa di recarsi a Roma, si riferisca all’anno successivo, il 2013-2014.

    Certo gli indirizzi di studio sono diversi e quindi si rende indispensabile verificare quale indirizzo di studio abbia effettivamente preso e se effettivamente abbia frequentato all’Alfonsiana di Roma, perché anche qui c’è una discrepanza, sul sito della parrocchia di Legnano si parlava di Pontificia Università Lateranense.

    Cerchiamo sul sito dell’Alfosiana, di don Mauro Galli non vi è traccia, ma non ci scoraggiamo. La Rete L’ABUSO ha particolari procedure dietro le quali conserviamo tutto il materiale acquisito, soprattutto quello dei casi di cui ci siamo occupati, ma non solo. Molto spesso materiale che non leggiamo neppure perché non rilevante in quel momento ma che archiviamo.

    E proprio nel nostro archivio, trovo questo bel pdf dell’Accademia Alfonsiana, anno accademico 2014-2015 e a pagina 25 “Tutta la celebrazione, curata in ogni dettaglio dal nostro dottorando don Mauro Galli, in collaborazione con il prof. Jules Mimeault, è stata un momento di alta spiritualità”.

    Don Mauro Galli, che appunto vedete citato come dottorando, lo abbiamo trovato…  facendomi cadere l’occhio anche altrove, ma questa è un’altra storia.

    Al momento non sono in grado di verificare se abbia effettivamente preso il dottorato, ma dal verbale del suo interrogatorio, sappiamo per sua dichiarazione,  che nel dicembre 2016 (data del verbale) frequentava ancora l’Alfonsiana. Qualora fosse, come sembrerebbe a pagina 384, dove è citato tra i dottorandi, credo che forse quella laurea andrebbe rimessa…

    Ma in questa valutazione conta poco, a noi interessava capire se qualcuno lo avesse favorito con una falsa lettera di “integrità morale” e così permesso al Galli di entrare all’Accademia Alfonsiana. Questo è accaduto.

    Il nodo cruciale, per me anche divertente, adesso è: chi ha favoreggiato?

    Senza dubbi all’epoca l’ordinario diocesano era Scola, ma sappiamo anche che a gestire il caso di don Galli sono stati i suoi sottoposti, Delpini e Tremolada, che per la funzione dell’epoca, avrebbero potuto informare male Scola oppure, addirittura, accreditare il Galli.

    Tuttavia il punto è che il Galli, denunciato dalla vittima alla chiesa nel dicembre 2011, formalmente all’Autorità Giudiziaria nel luglio 2014, abbia tuttavia potuto terminare l’anno (e forse prendere il dottorato l’anno successivo) quando era certo che all’epoca sapessero almeno che il prete si era portato a letto il minore, prete che tra le altre cose hanno spostato più volte.

    Quindi:

    A – Delpini ha insabbiato il caso facendo carte false per iscriverlo, dicendo che il prete aveva tutti i requisiti necessari garantendo per lui, come richiesto.

    Scola però scriveva alla vittima che nel momento in qui si sono resi conto della gravità della situazione, “hanno mandato don Galli a Roma a studiare e che, a differenza degli altri studenti, non poteva svolgere alcuna attività pastorale”…

    Per quale motivo tale restrizione? Inoltre sostiene che il prete era anche sospeso temporaneamente dal ministero sacerdotale fino all’esito del processo (presumibilmente canonico in quanto, nonostante fosse già indagato, sotto indagine, già intercettato, Delpini gli aveva già procurato l’avvocato Zanchetti). Quindi, se moralmente era integerrimo, perché sospeso dal sacerdozio? Perché sotto processo canonico? Oppure era falso anche lo scritto di Scola che sosteneva che fosse avviato il processo canonico?

    B – per Delpini è moralmente accettabile dormire con un minore, tanto da iscrivere il sacerdote a Teologia Morale? È quindi la sua moralità in discussione? E quindi: perché le restrizioni e la sospensione di cui sopra?

    C – per tutti è moralmente accettabile? Anche per l’Università, che rappresenta la morale al massimo livello istituzionale ?

    Quindi: o veramente Delpini ha fatto documenti falsi per iscrivere don Galli, e nessuno sapeva nulla a Roma, e Scola scriveva falsità circa le restrizioni che a Roma avrebbero dovuto attuare – e quindi vigilare – pur non sapendo nulla… oppure sono tutti concordi in queste soluzioni di omissioni e insabbiamenti (altro che morale e requisiti!) e pertanto questa è la Morale che forma i candidati che insegneranno Morale ad altri nuovi moralisti.

    Fate vobis

    di Francesco Zanardi

  • Don Giovanni, vittima di un pedofilo, attaccato e minacciato per aver detto di essere stato abusato da bambino

    Don Giovanni, vittima di un pedofilo, attaccato e minacciato per aver detto di essere stato abusato da bambino

    MONTEBELLUNA – Don Giovanni Gatto, il prete che poche settimane fa ha raccontato di essere stato abusato da bambino è stato attaccato e minacciato per aver fatto outing. «Mi hanno criticato con dei messaggi privati e mi hanno pure detto che sbaglio a espormi pubblicamente contro la pedofilia». Ma don Gatto ribadisce: «No all’omertà».

    Originario di Caonada, dove è ancora molto forte il legame con parenti ed amici, da tempo vive in Abruzzo ed è parroco di Tempera, frazione di L’Aquila. Quando di recente Papa Francesco ha iniziato il summit contro la pedofilia ha trovato il coraggio di raccontarsi pubblicamente sui social, destando grande clamore anche a Montebelluna.

    «Sono molto sereno e confido sempre in Gesù, anche se, due persone, tramite messaggio privato, mi hanno criticato perché io e don Vinicio Albanesi, abbiamo pubblicamente confessato di essere stati abusati tanti anni fa da dei pedofili. Io da un laico, quindi non prete, invece don Vinicio è stato abusato quando era in seminario. Queste due persone, di cui non faccio il nome per rispetto della privacy, mi hanno pure scritto che io, don Vinicio Albanesi e don Fortunato Di Noto, presidente e fondatore di Meter, sbagliamo a esporci pubblicamente contro la pedofilia …».

    Un lungo sfogo in cui don Gatto rammenta anche quando, qualche anno fa, venne preso di mira dalla mafia per aver denunciato infiltrazioni nel tessuto economico della sua parrocchia: ne seguì un’inchiesta che ha portato in carcere chi voleva speculare sulla ricostruzione post terremoto de L’Aquila. Le sue dichiarazioni di poche ore fa hanno scatenato decine di messaggi di solidarietà e vicinanza da ogni parte d’Italia al prete coraggioso che ora, con l’associazione Meter, lavora per aiutare le vittime di pedofilia.

    http://www.oggitreviso.it/don-giovanni-vittima-di-un-pedofilo-attaccato-minacciato-aver-detto-di-essere-stato-abusato-da

  • Il vertice sull’abuso ha ottenuto qualcosa, ma non quello che ci si aspettava da papa o vescovi

    Il vertice sull’abuso ha ottenuto qualcosa, ma non quello che ci si aspettava da papa o vescovi

    di Thomas P. Doyle

    Il cosiddetto “vertice” sulla crisi degli abusi sessisti del clero non è stato un fallimento totale. Il processo e l’esito dell’incontro del 21-24 febbraio tra i vescovi in ​​Vaticano sono stati chiaramente una grave delusione per i sopravvissuti-sopravvissuti, le loro famiglie e innumerevoli altri che speravano in qualcosa di concreto. I risultati possono essere compresi solo nel contesto della totalità dell’evento: i discorsi, in particolare quelli delle tre donne, le deliberazioni dei vescovi, la reazione dei media e la presenza e la partecipazione delle vittime-sopravvissute di almeno 20 paesi .

    Sono stato coinvolto direttamente in questo incubo dal 1984 , quando la realtà della violazione sessuale dell’innocente da parte dei chierici, e la menzogna sistemica e l’insabbiamento della gerarchia (dal papato in giù) sono emersi dagli strati del segreto ecclesiastico allo scoperto . Nel 1985 , papa Giovanni Paolo II e diversi alti funzionari del Vaticano possedevano informazioni dettagliate su ciò che stava rapidamente diventando la peggiore crisi della chiesa dal Medioevo.

    Da quel momento in poi, i vescovi di vari livelli della burocrazia ecclesiastica sono stati coinvolti in una retorica quasi ininterrotta sul problema che è stato un misto di diniego, spostamento di colpa, minimizzazione, spiegazioni (il più bizzarro, che è opera del diavolo ) , scuse, espressioni di rimpianto, promesse di cambiamento. La retorica è stata accompagnata da procedure, politiche, protocolli e alcuni cambiamenti nella legge canonica. Il raduno di febbraio non ha fatto eccezione.

    Non ci sono state rivelazioni, dichiarazioni, discorsi o promesse da parte di chiunque fosse coinvolto nelle riunioni che erano nuove, comprese le memorabili dichiarazioni di Holy Child of Jesus Sr. Veronica Openibo , Linda Ghisoni e Valentina Alazraki . Tutto ciò che è stato detto è già stato proclamato pubblicamente da qualcuno all’interno del sistema della chiesa, tra le vittime e i sopravvissuti o dai loro sostenitori.

    L’altro elemento che si adatta perfettamente al modello di risposta dei vescovi negli ultimi 35 anni è che hanno fatto delle promesse ma non hanno fatto nulla. Le persone hanno implorato i vescovi per anni a smettere di parlarne. Ferma il flusso senza fine di banalità vuote e promesse vuote e fai qualcosa . Sfortunatamente, la convinzione di vecchia data della gerarchia secondo cui le loro parole sono sufficienti per cambiare la realtà è stata completamente inutile.

    La conferenza stampa finale ha annunciato tre azioni concrete promesse: una dichiarazione papale su come gestire le violazioni sessuali all’interno della Città del Vaticano; task force di esperti per aiutare le diocesi a gestire le domande di abuso; e un manuale su come rispondere alle accuse. Difficilmente rivoluzionario! Un piano per gestire i rapporti nella Città del Vaticano è tanto importante quanto un piano per gestirli in Antartide. Le altre due promesse, tuttavia, sono tutt’altro che nuove.

    Nel 1985, ho lavorato con due altri uomini che avevano avuto questo casino all’inizio . L’avvocato Ray Mouton, il sacerdote / psichiatra Michael Peterson e io abbiamo messo insieme un manuale intitolato Il problema delle molestie sessuali da parte del clero cattolico: Incontrare il problema in modo positivo e responsabile . Era lungo circa 120 pagine e conteneva articoli professionali sulla pedofilia.

    Insieme al manuale, abbiamo anche presentato un piano per la creazione di gruppi di esperti in varie aree, per aiutare i vescovi che hanno richiesto assistenza. Questo è stato chiamato un “team di intervento di crisi” ed è stato principalmente la creazione di Mouton. Abbiamo anche esortato i vescovi a istituire un comitato per promuovere ricerche aggiornate su quasi ogni immaginabile dimensione della violazione sessuale dei minori da parte dei chierici.

    Quello che è successo? Non solo rifiuto, ma insulto insensato. La direzione della Conferenza nazionale dei vescovi cattolici, al momento della convocazione della conferenza episcopale statunitense, ha respinto il manuale, affermando che già conosceva tutto ciò che conteneva. Hanno respinto il piano di assistenza, sostenendo che non potevano imporlo alle diocesi.

    L’idea del comitato era fortemente sostenuta nientemeno che dal cardinale Bernard Law e dal vescovo Anthony Bevilacqua . Tuttavia, due settimane dopo averlo discusso con il rappresentante di Law, poi il vescovo Bill Levada , il piano è stato improvvisamente cancellato dai vertici della conferenza. Non sono state fornite motivazioni e non sono stati fatti sforzi per sostituirlo.

    Una delle risposte più morali della conferenza episcopale è stata quella di equiparare il piano alla creazione di una squadra SWAT da imporre ai vescovi.

    Finalmente l’insulto. Un portavoce dell’Ufficio dei vescovi del Consiglio generale ha annunciato in una conferenza stampa che noi tre abbiamo preparato il manuale e i piani d’azione per una sola ragione: metterci in fila vendendo i nostri servizi ai vescovi.

    Post scriptum alla densità dei vescovi: un arcivescovo, ora defunto, mi ha commentato ad un ricevimento presso l’ambasciata vaticana: “Non preoccuparti di tutto questo, Tom. Nessuno farà causa alla Chiesa cattolica”.

    Questa informazione di 35 anni fa è importante perché era un presagio di cose future. Da quel momento, c’è stata una costante tensione tra le vittime-sopravvissute, le loro famiglie e sostenitori, il papato e la gerarchia. Le aspettative tristi per l’azione, qualsiasi azione da parte della gerarchia, non è sorprendente, ma in linea con l’eredità difensiva dei vescovi. Qualunque cosa facciano deve essere fatta alle loro condizioni e al loro orario, o viene ignorata.

    Ma quella tattica è stata un disastro per due motivi: in primo luogo, i vescovi non si aspettavano che i sopravvissuti avrebbero trovato la loro voce, organizzato e preso il controllo della storia rispetto agli abusi sessuali e, in secondo luogo, i sistemi legali secolari in un paese dopo un altro stanno trattando i dirigenti della chiesa nel modo in cui trattano chiunque sia coinvolto in un’impresa criminale. La deferenza che ha protetto i vescovi per secoli sta rapidamente avvizzendo nel nulla.

    Coloro che stanno lottando per trovare una svolta positiva per l’incontro, alla ricerca di ragioni per mettere la leadership istituzionale in buona luce fine a se stessa, non sembrano vedere che questo non riguarda il salvataggio del papa e dei vescovi. Riguarda la giustizia per i sopravvissuti.

    Dopo 35 anni di pia banalità, vuote promesse, scuse infondate, vittime demonizzanti e lotta per la marcia verso la giustizia ad ogni svolta, Papa Francesco e i vescovi dovrebbero rendersi conto che un’estensione dell’eredità del comportamento difensivo passato sarebbe caduta sul suo volto, e lo ha fatto. La realtà, che piaccia o no al papa, è che la chiesa istituzionale non può aggiustarsi. I suoi passati tentativi di farlo hanno fallito. Futuri tentativi come quello di far sì che gli arcivescovi metropolitani gestiscano il processo contro i vescovi accusati di abuso o di complicità finiranno allo stesso modo in cui sono finiti tutti gli altri tentativi della chiesa: un fallimento.

    Ora agli aspetti positivi. Il fatto che il papa abbia convocato la leadership di ogni conferenza episcopale nel mondo è un’impresa di per sé importante. Non importa come lo tagli, questo dovrebbe essere un segnale che il Papa prende seriamente la questione e, si spera, per la maggior parte delle giuste motivazioni.

    Ha detto che lo scopo era quello di elevare la coscienza dei vescovi ed educarli sulla natura grave e tossica degli abusi sessuali (qualcosa che avrebbero dovuto sapere prima ancora di andare in seminario). Questo è un ordine molto, molto alto alla luce dei decenni di comportamento dei vescovi di tutto il mondo. Tuttavia, la conferenza ha dato voce ad alcune persone che non hanno tralasciato parole e glielo hanno dato senza ammorbidire il messaggio con scuse o elogi falsi per quanto sia bello avere i vescovi e il papa tutti insieme.

    Eppure la stessa cosa è accaduta nello storico incontro dei vescovi statunitensi a Dallas nel 2002. Data la storia collettiva dei vescovi negli Stati Uniti da allora, è ovvio che l’inclusione di vittime eterosessuali e di sopravvissuti sia stata per lo spettacolo e non per l’illuminazione. Possiamo solo sperare e pregare che questa volta sarà diverso.

    Il vertice del Vaticano non ha prodotto risultati decisivi, orientati all’azione, solo più banalità e promesse. Considero questo un aspetto positivo perché dovrebbe eliminare ogni dubbio sul fatto che il Vaticano e la gerarchia abbiano la capacità o la volontà di adottare le misure radicali essenziali per risolvere il problema. È anche positivo perché ha mostrato ciò che è ovvio da così tanto tempo: la Chiesa ha risposto e continuerà a rispondere alle violenze sessuali e alle sue vittime in modo pastorale e decisivo, ma sono i laici e le donne della gente di Dio, e non il clero, che sono stati e continueranno a essere la forza trainante in questo.

    Il risultato più sorprendente dei quattro giorni a Roma è stato quello che il Papa o i vescovi hanno detto o fatto, ma ciò che i loro incontri hanno ispirato, e questo è stato il raduno senza precedenti delle vittime, dei sopravvissuti e dei loro sostenitori da ogni angolo del globo. Erano organizzati, articolati e determinati. Mentre i partecipanti agli incontri ronzavano in Vaticano, il flagello secolare di violazioni sessuali e stupri da parte di chierici di tutti i ranghi, l’unica ragione della loro presenza, fu chiaramente proclamato per la chiesa e per il mondo da coloro che avevano sperimentato esso.

    Il netto contrasto tra ciò che stava accadendo a livello ufficiale, a livello di chiesa e quello che stava accadendo nelle strade ha ulteriormente rafforzato la credibilità, la simpatia e il sostegno per i sopravvissuti e i loro sostenitori, e non solo quelli a Roma, ma gli innumerevoli altri in tutto il mondo chi hanno rappresentato.

    Il fenomeno dell’abuso del clero è la peggiore crisi che la chiesa abbia vissuto in più di mille anni. La Riforma protestante e il suo seguito, il Concilio di Trento , riguardavano la dottrina, le strutture ecclesiastiche e il clero inetto. Si tratta di qualcosa di molto peggio, la pandemia di violenze sessuali e lo stupro di innumerevoli persone vulnerabili, in particolare i bambini, e il consenso sistemico dello stesso da parte dei papi e della gerarchia.

    Quando finirà e cosa è necessario per risolverlo? Le risposte sono ovvie, ma invocano tanta paura nell’élite clericale che non sono nemmeno in grado di discuterle. Questo incubo continuerà finché il sistema gerarchico che lo ha creato e sostenuto esiste nel suo stato attuale. Le ragioni di questo fenomeno sono profondamente radicate nelle strutture istituzionali della chiesa e nelle scuse teologiche che le sostengono.

    Ci vorrà un processo radicale e fondamentale di cambiamento prima che l’intera chiesa rifletta veramente ciò che dovrebbe essere, il popolo di Dio.

    [Thomas Doyle, un avvocato canonico e prete inattivo, è stato a lungo un esperto di avvocati che rappresentano le vittime di abusi sessuali del clero.]

    https://www.ncronline.org/news/accountability/abuse-summit-achieved-something-not-what-pope-or-bishops-expected?fbclid=IwAR0rH-X6_jIInxmP1wz53XR21TJCNwpejresCqs32sSTO9zeZBQyl5PBGk8

  • Suore abusate, preti aguzzini sempre coperti. Per la Chiesa conta solo la fedeltà

    Suore abusate, preti aguzzini sempre coperti. Per la Chiesa conta solo la fedeltà

    di Marco Marzano

    Si è parlato a lungo in queste settimane di violenze sui minori, soprattutto maschi. Ora, grazie all’eccezionale documentario di Elizabeth Drévillon, Marie-Pierre Raimbault e Eric Quintin, “Religieuses abusées, l’autre scandale de l’Église” (che dà conto degli stupri sulle religiose in Africa e in Europa), si parla finalmente di quelle sulle donne. Gli autori sono sempre i medesimi: i preti. Omosessuali, eterossessuali, bisessuali, ma sempre e solo preti. Certo, nei confronti delle donne esiste tra i sacerdoti cattolici un disprezzo tutto particolare, quello appreso in tanti anni di frequentazione di ambienti tutti maschili e grondanti di violenta misoginia, ma le modalità di fondo degli abusi rimangono identiche.

    Identiche sono, in tutte le situazioni, le coperture di cui gli artefici delle violenze hanno goduto a tutti i livelli dentro un’organizzazione nella quale contano soprattutto la fedeltà alla gerarchia e la volontà di difendere, costi quel che costi, la buona immagine pubblica.

    Identiche sono le cause: le gravi inibizioni allo sviluppo di una normale e serena vita sessuale ed affettiva maturate in seminario, l’incapacità a costruire dei rapporti basati sulla parità e sul rispetto reciproco, la convinzione di avere il diritto di usare il prossimo come un oggetto senza alcun valore intrinseco e di essere per giunta destinati a rimanere totalmente impuniti, grazie all’appartenenza ad un gruppo sociale, la casta clericale, dotato di un potere infinitamente superiore rispetto a quello delle vittime.

    Identica è anche la situazione delle persone oggetto delle violenze, dei bambini e delle donne. Al pari dei bambini abusati infatti, molte delle religiose vittime delle attenzioni indesiderate dei preti nutrivano in perfetta buona fede un’ammirazione incondizionata e un rispetto senza pari verso ciò che i propri aguzzini rappresentavano, cioè verso la figura del sacerdote come uomo di Dio. Sono stati proprio questi i sentimenti che gli abusatori hanno sfruttato per perpetrare le proprie violenze.

    Non mi stupirei se si venisse a sapere che, come avvenuto in altri casi di soprusi clericali, gli abusatori dei quali si parla nel documentario hanno fatto le stesse cose anche con adolescenti di entrambi i sessi o con qualche seminarista. Quel che è in gioco in queste situazioni non è infatti l’attrazione fisica, ma l’ebrezza di esercitare un potere assoluto su una persona che non può reagire, che non può sottrarsi. L’abusatore è in definitiva un vigliacco e ciò che lo eccita, ciò che rende la vittima veramente appetibile ai suoi occhi, è la sua impossibilità di reagire, la sua impotenza, la sua sottomissione psicologica o il fatto che non si renda ben conto di quel che sta avvenendo. Poco conta, da questo punto di vista, che sia maschio o femmina, bambino o giovane o adulto.

    Un bambino traumatizzato, proprio per effetto dello shock subito, faticherà a lungo ad ammettere anche a se stesso quel che è avvenuto col prete. Lo stesso farà una donna che ha deciso di consacrare la sua vita a Dio. Costei, confusa e terrorizzata, prima di denunciare l’aggressore, si torturerà chiedendosi cosa ha sbagliato, quale sia stata la sua colpa, se non sia stata per caso lei a sedurre involontariamente il prete. Si chiederà se denunciare il prete non significhi per caso gettare fango su quell’istituzione alla quale ha fatto voto di assoluta obbedienza. Per questo secondo i preti, lo si dice nel documentario francese, le religiose sono meglio delle parrocchiane e delle prostitute. Perché è più difficile che “cantino”, che riferiscano ad altri quel che hanno subito dal sacerdote.

    Gli autori del documentario hanno dichiarato di sperare che la Chiesa si adoperi per evitare che fatti come questi si ripetano. È una speranza nobile,ma vana. Perché per abolire il clericalismo alla base dei crimini che costoro hanno raccontato le dichiarazioni di intenti non servono a nulla: bisognerebbe abolire lo stesso clero, smantellare i seminari, riconoscere pari dignità e ruolo alle donne, informare il funzionamento dell’organizzazione ai principi della democrazia e dell’uguaglianza. Un’utopia.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/03/18/suore-abusate-preti-aguzzini-sempre-coperti-per-la-chiesa-conta-solo-la-fedelta/5045770/?utm_medium=amp&utm_source=ifq&utm_campaign=comments

  • Il Papa sempre più complice: Zanchetta, denunciato per abusi, è un amico

    Il Papa sempre più complice: Zanchetta, denunciato per abusi, è un amico

    Gustavo Oscar Zanchetta è stato invitato ad un ritiro spirituale con Papa Francesco. Il vescovo è sotto indagine per accuse di abusi sessuali. Sul suo cellulare sono stati trovati materiali pornografici e selfie in compagnia di giovani.

    Al ritiro spirituale in Vaticano, voluto da Papa Francesco, c’era anche Gustavo Oscar Zanchetta, Vescovo di Oran, località della provincia di Sala, al nord dell’Argentina, sotto indagine per abusi sessuali. Un nome che ha fatto scalpore e che getta buio proprio sulla figura di Bergoglio. Se il Vaticano tenta di coprire gli abusi, la più alta rappresentanza della Chiesa non si fa di certo problemi ad andare in giro con persone di dubbia moralità.

    E se George Pell – condannato a 6 anni di reclusione per abusi su due minori quand’era arcivescovo a Melbourne – sarebbe dovuto essere il consigliere di Papa Francesco, Zanchetta è stato invitato ugualmente dal Papa a unirsi agli esercizi spirituali nella Casa ad Ariccia. Non curante, per nulla, delle cattive voci e accuse che ruotano attorno a lui. Del resto, i due sembrano essere molto amici, tanto che il vescovo argentino venne chiamato a Roma nel 2017 per una nomina ad assessore all’Apsa – Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica. La promozione fece storcere il naso e alimentò le dicerie su Papa Francesco, tanto più se Zanchetta, poco prima, aveva rinunciato  al governo della sua diocesi per “problemi di salute”, salvo poi, quattro mesi dopo, accettare la nomina.

    Sul vescovo piovono denunce presentate alla nunziatura di Buenos Aires e riguardano abusi in seminario. Sul suo telefono sono state trovate fotografie pornografiche e selfie in compagnia di giovani, ad avvallare le denunce per abusi sessuali piovute sul suo conto. Attualmente, è sotto indagine da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede. Stando a quanto riporta il neo direttore ad interim della sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, le notizie sono giunte mesi dopo la nomina da parte del Papa. Eppure, stando a fonti argentine, diversi preti della diocesi di provenienza di Zanchetta, affermano che una denuncia era stata presentata già nel 2015. Il Papa, dunque, non poteva non sapere.

    La notizia della presenza dell’arcivescovo al ritiro spirituale è circolata su diversi giornali anglosassoni e ha fatto il giro del web. Si discute il ruolo di Papa Francesco in relazione allo scandalo dei preti pedofili che da mesi ormai invade la Chiesa, percepito ormai come un alleato.

  • Papa Francesco, cambi il Vaticano

    Papa Francesco, cambi il Vaticano

    Mai come ora la Chiesa non può stare ferma davanti alla piaga della pedofilia che ne mina le fondamenta

    Gianluigi Nuzzi

    Lo scandalo della pedofilia nella Chiesa non deve distrarre. È la classica punta dell’iceberg che nasconde qualcosa di ancora più grande: il silenzio endemico, sistemico, geometrico che ha soffocato ogni reazione per difendere i bambini e la Chiesa di tutti dagli abusi.

    I segnali della portata devastante di questa metastasi sono stati per anni incredibilmente sottovalutati. Spesso per superficialità, colpa, ma anche per dolo e scienza criminale pur di evitare che si risalisse alla catena di responsabilità e coperture. Oggi i vescovi a capo di tutte le conferenze episcopali, riuniti in summit, si stracciano le vesti, fanno sfilare le vittime fino a ieri nascoste, si appropriano mediaticamente della denuncia, ma è troppo tardi.

    Gli abusi sui bambini, ha tuonato Papa Francesco, sono «una piaga all’interno della Chiesa. La disumanità del fenomeno a livello mondiale diventa ancora più grave e più scandalosa nella Chiesa, perché in contrasto con la sua autorità morale e la sua credibilità etica». Tutto vero. Eppure questo già lo sapevano e nulla è stato fatto.

    Aveva ragione Georg Gäsnwein, storico segretario fidatissimo di Benedetto XVI, quando nel settembre scorso sostenne che la pedofilia rappresenterà l’11 settembre per la Chiesa: «Oggi, la Chiesa cattolica guarda piena di sconcerto al proprio nine/eleven, al proprio 11 settembre, anche se questa catastrofe non è purtroppo associata a un’unica data, quanto a tanti giorni e anni, e a innumerevoli vittime». E, braccato dai dubbi, aggiunse: «Il lamento di Benedetto XVI ai vescovi americani del 2008 sulla profonda vergogna» causata dagli abusi sessuali «non riuscì a contenere il male, e nemmeno le assicurazioni formali e gli impegni a parole di una grande parte della gerarchia».

    Insomma, fu un lamento «pronunciato invano come vediamo oggi». Proprio così: la pedofilia costituisce una ferita profonda nel corpo della chiesa moderna. Una ferita poco curata, tanto da provocare necrosi nelle comunità cattoliche che si trovano ad affrontare questa emergenza permanente senza orizzonte, speranza, contromisure, possibilità di vedere chi abusa e chi lo protegge cacciati da ogni tempio. E infatti il paragone di Gänswein con l’11 settembre degli Usa è vero solo nella prima parte, quello dello choc e della devastazione, delle vittime che camminano con la morte dentro, ma non in quello della reazione.

    Dopo le Torri gemelle gli Usa ebbero una reazione ad alzo zero in tutto il pianeta. In pochi giorni chiunque aveva avuto a che fare con la famiglia di Osama bin Laden si vide messo in black list, i patrimoni sequestrati, le attività controllate dai servizi segreti. Era solo il primo passo di una guerra che dura tuttora, declinata in ogni forma. Per sei lunghi interminabili anni, invece, questo pontificato non ha considerato una priorità la lotta alla pedofilia.

    Il testimone lasciato da Benedetto XVI, che spinse le diocesi americane a risarcire le vittime, è caduto nel vuoto. Joseph Ratzinger aveva compiuto una svolta epocale, riconoscendo la giustizia dei tribunali oltre a quella divina. Non aveva però avuto la forza di destrutturare il sistema delle protezioni a catena, già ben descritto nel film Il caso Spotlight. Non basta cioè condannare e ridurre allo stato laicale il sacerdote che abusa, serve individuare chi lo ha coperto e chi ha fatto finta di non vedere. Solo così si spezza questa catena che uno a uno sta tirando giù i pilastri del tempio. Se non colpisci chi copre, accrediti il messaggio insidioso dell’indulgenza della gerarchia ecclesiastica.

    Una linea devastante che sforna ricatti, e, soprattutto, pregiudica il futuro di tutti con vescovi e cardinali dagli armadi stipati di scheletri, pronti a nuove omissioni misericordiose. La prova plastica di ciò si riassume bene nei disastri della commissione contro gli abusi del clero, che Bergoglio istituì nel 2014. La task force partì con le migliori intenzioni, cooptando diverse vittime che entrarono nel gruppo di lavoro. Peccato che in tutti questi anni non abbia mai fatto notizia per aver individuato e fatto condannare preti che abusavano o vescovi e cardinali che li proteggevano. No, l’unica volta che ha goduto dei riflettori dei media è quando la consigliera irlandese Marie Collins, vittima abusata da giovane da parte di un sacerdote, nel marzo del 2017 se ne andò sbattendo la porta: «È vergognosa la mancanza di cooperazione da parte della curia romana» nella lotta alla pedofilia.

    Chi s’immaginava che Francesco raccogliesse la denuncia d’insabbiamento della Collins da parte di settori del Vaticano, cacciando i depistatori, è rimasto deluso. Il papa ringraziò la signora accettando «le dimissioni con profondo apprezzamento per il suo lavoro a nome delle vittime e dei sopravvissuti degli abusi del clero». Grazie e arrivederci. Eppure non era la prima a denunciare l’inattività.

    Nei mesi precedenti un altro consigliere e vittima di abusi da parte di un prete, l’attivista inglese Peter Saunders, aveva sbattuto la porta per protestare contro l’atteggiamento dell’allora potentissimo cardinale George Pell, prefetto della segreteria per l’Economia. Saunders era allibito e scandalizzato perché Pell aveva risposto con certificati medici alle richieste di essere interrogato dalla commissione governativa australiana che all’epoca doveva far luce sugli abusi e la gestione dei sacerdoti colpevoli o sospettati di abusi nella diocesi di Melbourne, quando il porporato ne era l’arcivescovo. Era un segnale d’allarme, che doveva accendere un faro su questo porporato oggi clamorosamente in carcere dopo la condanna per pedofilia. Eppure nulla si mosse. Anzi la storia di Pell è una fulgida sequenza di errori clamorosi che lasciano senza parole.

    Già nel 2010 Pell sembrava volersi allontanare il più possibile dall’Australia e aveva sollecitato l’allora segretario di stato Tarcisio Bertone a essere nominato prefetto della Congregazione per i Vescovi. Ma venne scelto il canadese Marc Ouellet. Arrivato papa Francesco, riuscì nell’impresa, conquistando un ruolo chiave: numero uno della nuova segreteria per l’Economia, un ufficio che Bergoglio vedeva nello scacchiere del potere per depotenziare la segreteria di Stato e lo strapotere dei dicasteri economici che andavano così sotto le dipendenze del cardinale australiano.

    O, almeno, così sulla carta perché Pell incontrò mille resistenze per rendere la curia trasparente. Una guerra che vide schierati contro di lui cardinali del vecchio potere, uno sopra tutti era certamente il bertoniano Domenico Calcagno, ma anche quelli vicini a Bergoglio come lo stesso Pietro Parolin.

    Se sui soldi le battaglie non si contano, sulle accuse di aver coperto preti pedofili che già montano nessuno fiata. Anzi, quando l’8 giugno 2016 Pell compì 75 anni e presentò al pontefice le dimissioni dall’incarico per raggiunti limiti di età, Francesco non le ha accolte, tenendole ferme sulla scrivania. Un cardinale amico di Francesco commentò: «Il Papa non vuole accogliere adesso le dimissioni di Pell altrimenti dovrebbe rimandarlo subito in Australia e lì finirebbe di certo male. Francesco vuole prima capire come si concludono le indagini per le accuse di pedofilia». E così le gaffes non sono mancate, come quando nel marzo 2016 ha testimoniato in video-collegamento – da un albergo di lusso di Roma – alla Commissione reale sulle Risposte istituzionali agli Abusi sessuali sui Minori e ha ammesso che «avrebbe dovuto fare di più» nei confronti dei sacerdoti sui quali si addensavano le peggiori accuse.

    In quei giorni le vittime della pedofilia furono costrette a prendere a loro spese un volo aereo per seguire in diretta la testimonianza nella capitale di Pell senza che il Vaticano abbia offerto loro la minima accoglienza. Eppure sono curve tutte in discesa che era facile prevedere. E c’è forse da chiedersi perché Francesco, gesuita attento e prudente, abbia scelto come collaboratore «numero uno» un porporato esposto al vento di queste tremende accuse.

    Nei sacri palazzi si mormora che un giorno tra i due ci fu un chiarimento. Francesco chiese a Pell se le accuse che gli venivano mosse erano fondate, il cardinale negò tre volte senza abbassare lo sguardo. Allora il pontefice gli disse «Vai e prosegui il tuo lavoro». Ma in realtà la credibilità di Pell era fortemente pregiudicata, tanto da riflettersi sui lavori della segreteria che presiedeva. Lavori che rallentarono ancor più quando il cardinale, due anni fa, dovette lasciare definitivamente i sacri palazzi, il comando del super dicastero, per andare a difendersi in Australia. E anche qui Francesco non dispose la sostituzione al vertice del polmone economico della Santa sede, mossa fondamentale per portare avanti riforme troppo annunciate. Anzi, lasciò Pell comunque formalmente al comando, seppur sospeso.

    Il partito curiale si fregò le mani e prese di nuovo fiato. E così anche i detrattori di Bergoglio che lessero in questa mossa una fragilità del pontefice. Perché Bergoglio sottovalutò queste accuse? Le possibilità non sono molte. O nessuno aveva idea in Vaticano del reale quadro probatorio a carico di Pell. E questo non è credibile perché la Chiesa rimane una delle più efficaci strutture informative sul pianeta. O qualcuno con dolo presentò a Francesco una situazione diversa dal reale, alleggerendo la massa critica che poi ha investito il «cardinale ranger». E questo, a voler inseguire la dietrologia, per costringere un domani il Papa stesso a una brutta figura. Oppure perché lo stesso Papa non considerò le accuse gravi, seppur costituissero comunque quella che oggi bolla come «piaga mostruosa».

    All’epoca però non utilizzava le stesse espressioni. Sceglieva altre parole. Per esempio, nel giugno 2017, alla rivista Civiltà Cattolica, dichiarava: «Circa gli abusi sessuali, parliamoci chiaro: questa è una malattia. Se non siamo convinti che questa è una malattia, non si potrà risolvere bene il problema». E ancor più il 21 settembre sempre del 2017: «Una persona che fa questo, uomo o donna, è malata: è una malattia». Ora, la pedofilia non è una malattia ma un reato, un reato dei più insidiosi. Da una malattia si guarisce: si trova l’antidoto, ci si cura e si ritorna al mondo guariti. Dalla pedofilia, invece, non si esce.

    Ogni tentativo di recupero dei pedofili in carcere, per esempio, è andato fallito.

    L’amministrazione penitenziaria istituì anni fa dei programmi sperimentali di riabilitazione nel carcere senza ottenere particolari risultati. A eccezione del carcere di Bollate, dove alcuni percorsi hanno consentito di ridurre la «recidiva». Nella Chiesa invece il prete pedofilo subisce processi canonici lunghissimi, viene portato in strutture particolari (una alle porte di Trento) per essere «recuperato» e, soprattutto, le investigazioni su anni e anni di coperture non vengono effettuate. Uno dei cardinali più vicini a Bergoglio, il tedesco Reinhard Marx, ha denunciato, durante il summit sul tema appena concluso, che sono stati distrutti i dossier sugli abusi sessuali in Vaticano. Una denuncia che dovrebbe determinare rapide indagini interne, per capire se, e in che misura, ciò è avvenuto e chi sono gli autori del reato. Eppure è facile prevedere che tutto questo non avverrà e sarà l’ennesima denuncia a cadere nel vuoto. Stessa sorte rischia un’altra indagine, stavolta compiuta dal promotore di giustizia vaticano, sulle denunce di abusi nelle camerate del pre-seminario che ospita i chierichetti del papa. L’inchiesta è ormai conclusa e tutti attendono di vedere cosa verrà deciso: processo o archiviazione? Dopo la riduzione di cardinali ormai indifendibili e l’arresto di uno strettissimo collaboratore, quale reazione studierà Bergoglio per invertire questa tendenza? Per far capire che la reazione ora sarà dura, concreta e non più affidata solo agli annunci? Ogni mossa, infatti, rischia di far perdere ancora credibilità a una Chiesa, si diceva una volta, «che sopravvive persino a certi sacerdoti!». Ma sarà ancora cosi? © riproduzione riservata

    https://www.panorama.it/news/cronaca/papa-francesco-pedofilia-vaticano/

  • Abusi, al ritiro spirituale con Papa Francesco anche il vescovo argentino sotto indagine

    Abusi, al ritiro spirituale con Papa Francesco anche il vescovo argentino sotto indagine

    Città del Vaticano – In Vaticano nominare Zanchetta suscita enormi imbarazzi. Non fosse altro perché l’arcivescovo argentino molto amico di Papa Francesco – chiamato a Roma nel 2017 a ricoprire un importante incarico all’Apsa – è sotto indagine da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede per una serie di abusi sessuali. Sul suo cellulare sono state trovate fotografie porno, selfie in compagnia di giovani. Insomma, un caso scomodo non solo per la faccenda degli abusi, ma perchè getta una luce obliqua persino su Papa Francesco, responsabile della sua promozione nonostante le chiacchiere che in Argentina tutti conoscevano. Zanchetta però è stato invitato ugualmente dal Papa a unirsi agli esercizi spirituali nella Casa del Divin Maestro ad Ariccia. Come se niente fosse. La notizia che inizialmente è circolata su alcuni giornali anglosassoni, tra cui il Catholic Herald, ha inziato a fare il giro del mondo, suscitando sconcerto.

    Le denunce contro Zanchetta sono presentate alla nunziatura di Buenos Aires e indicano abusi in seminario. Per il neo direttore ad interim della sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, le notizie sono giunte mesi dopo la nomina da parte del Papa. Ma secondo quanto racconta il giornale El Tribuno di Oran, la diocesi di provenienza di Zanchetta, diversi preti della diocesi affermano che una denuncia era stata presentata già nel 2015, e che di ciò si parlava apertamente nella diocesi e fra i preti. Il Papa, dunque, allude El Tribuno, non poteva non sapere.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_vaticano_papa_francesco_ultime_notizie_oggi-4356465.html?fbclid=IwAR2TLuYL7SFHhLTxlslgNePiyij7eQfaFxMvUOg9JlWYSKxEG0Kze86WakY

  • Testimonianza di Valerio Maj

    Testimonianza di Valerio Maj

    … C’era solo un colpevole: me stesso!

    Residente in Svizzera da quasi quaranta anni, sono nato in provincia di Bergamo, il 15 aprile 1956, secondogenito di quattro figli. La mia famiglia era modesta e mio padre era assente per lunghi periodi a causa del suo lavoro all’estero. Aveva un carattere forte e oppressivo.

    Alla fine degli anni 60, ho voluto entrare in seminario. Dopo un anno e mezzo, ho chiesto a mia mamma di farmi uscire. Con l’aiuto di una famiglia di amici, ho trovato un posto in un altro istituto religioso. Era nel mese di gennaio del 1970.

    Certamente, a causa della mia natura introversa, timido e già scosso dall’abuso del potere di mio padre, per il mio aggressore, Don Mario, è stato il gioco da ragazzi prendermi sotto la sua ala, guadagnare la mia fiducia e abusare sessualmente di un bambino di 13 anni. Il mio aggressore era il mio professore di latino e di canto. Conosceva la famiglia degli amici che mi avevano aiutato a entrare nel nuovo istituto, e in poco tempo ebbe la fiducia anche della mia famiglia. Mi ha visto, solo e senza amici, timido e nuovo nell’Istituto e per lui è stato facile, farmi sentire importante sotto la sua protezione. Ha preso il posto del padre oppressivo e spesso assente, mentre lui era presente, gentile e premuroso. E poi, rappresentava Dio, il Padre su questa terra.

    L’abuso ha avuto luogo nel suo ufficio, specialmente di sera prima di andare nei dormitori. Da notare che gli studi dei sacerdoti avevano le porte vetrate.  Avevo molta paura di poter essere visto da altri sacerdoti, che usavano gli uffici accanto, e mi sentivo in colpa per quello che succedeva.

    Era una pratica comune o chiudevano un occhio sulle pratiche di Don Mario?

    Durante l’abuso, introduceva la sua lingua nella mia bocca, mi toccato i genitali e mi costringeva a toccarlo nelle parti intime. Questo è accaduto più volte durante la mia permanenza, un anno e mezzo, nell’istituto religioso.

    A volte veniva nel dormitorio e si sedeva sul bordo del letto e mi toccava le parti intime. Avevo terrore e imbarazzo di essere visto da altri studenti che dormivano nei letti accanto al mio. Mi chiedevo: cosa diranno di me se mi vedono cosa faccio con don Mario?

    In due occasioni almeno, lui mi ha accompagnato a casa dai miei genitori, a circa 70 km.

    Dormivamo nella stessa camera accanto a quella dei miei genitori. Appena entrati, chiudeva la camera a chiave, e mi costringeva ad entrare nel suo letto nudo… Ancora la sua lingua nella mia bocca, le sue mani sulle mie parti intime e le mie nelle sue. Anche in queste occasioni avevo spavento, turbamento e collera per quello che subivo.

    Perché non ho confessato l’abuso? Per paura delle conseguenze; lui un sacerdote e io… niente.

    La vergogna e la colpevolezza di essere la causa di questa situazione.

    A chi dirlo? Ai miei genitori che hanno messo questo mostro nella mia camera?

    Nel mio paese di 800 abitanti dove tutti erano cristiani praticanti, dove il sacerdote era la persona più influente, nessuno mi avrebbe mai creduto e difeso… sarei stato indicato come un bugiardo, un pervertito! La Chiesa era la Santa Madre, intoccabile!

    Quindi, ho tenuto tutto dentro. Ho seppellito questa ferita nel profondo di me stesso, ho creduto di cancellare questi dolorosi eventi dalla mia memoria.

    Ahimè, quando si crede di cancellare dalla memoria, i grandi traumi subiti nell’infanzia, un giorno o l’altro, riemergono in superfice e causano danni che sono devastanti a livello fisico, affettivo e psicologico.

    l’abuso lascia sempre il segno nella vita di un bambino. L’abuso condiziona le sue relazioni, la sua personalità, i suoi interessi, i suoi sogni.

    Ecco, qualche problema causato dall’abuso: carattere instabile e a volte irascibile, non riuscivo a dire di no a nessuno, comportamento autodistruttivo, problemi di ambivalenza, mancanza di fiducia in me stesso, sentirmi niente, inutile e incapace, fingere che tutto va bene anche quando ero sull’orlo del baratro. Un sacco di problemi con l’alcool. E nel 1993 e nel 2007 ho avuto due incidenti d’auto, abbastanza gravi, ma senza conseguenze fisiche, a causa dell’abuso di alcool.

    Nel 2006, dopo tre anni come responsabile di circa cinquanta collaboratori, per mancanza di fiducia in me stesso, ho subito un burn-out (stato di grande stress e fatica) e ho dovuto fermarmi dal lavoro per quattro mesi e per quasi tre anni seguire una terapia psichiatrica. Purtroppo il problema degli abusi non è uscito fuori… Ho perso il mio posto di responsabile e con esso una fetta di salario. Fortunatamente il mio datore di lavoro mi ha dato di nuovo fiducia e ho continuato in un altro reparto.

    Nella primavera del 2010, ho trovato il coraggio di parlarne con un amico, sacerdote ed italiano, che era missionario in Svizzera. Mi ha detto di non dirlo a nessuno! Deluso e stordito ho ingoiato la mia delusione.

    Ma il mio corpo non ha accettato e ha cominciato a somatizzare questo problema a modo suo. Alla fine di agosto dello stesso anno, ho iniziato una polimialgia reumatica, molto dolorosa e che ho dovuto trattare con il cortisone per tre anni. Dopo la polimialgia reumatica si è trasformata in poliartrite che si è protratta per due anni.

    Inizio 2016 mia moglie mi ha fatto due domande: chi sei? Perché cerchi di distruggerti? Ho risposto: ho sempre avuto un comportamento autodistruttivo e ho sempre annientato i miei centri d’interesse.

    Mi ci sono voluti tre giorni per riuscire e dire a mia moglie gli eventi in relazione agli abusi sessuali. Da questo mia moglie ha capito subito che i molti problemi avuti nella mia vita (abuso di alcool, ambivalenza, cambiamenti di umore, burn-out e malattie fisiche) erano collegati agli abusi sessuali e per me è stato un sollievo enorme e un supporto fondamentale.

    Ho iniziato la terapia con una psicologa, che è durata dal marzo 2016 all’agosto 2017. Dopo la confessione, ho avuto un’ulcera allo stomaco e ancora adesso prendo farmaci per curarlo. Ho anche sviluppato delle crisi di angoscia, abbastanza violente e frequenti.  All’inizio credevo fossero dei problemi di cuore, ma poi smentite dalle visite mediche presso il pronto soccorso dell’ospedale.

    Ho attraversato il deserto dei dubbi, cercando il vero Valerio e guardando le esperienze del mio passato ho avuto paura e ho dubitato spesso di riuscire a guarire. Più volte ho pensato alla morte come una liberazione. E in questo periodo che ho capito il significato di sopravvissuto…

    Durante questo periodo ho capito una cosa importante – e la psicologa che ho consultato lo ha sottolineato – asfissiavo di vergogna, senso di colpa e denigrazione di me stesso, pensando che l’unico colpevole ero io!

    Ma chi è questa forza devastatrice? È il bambino abusato, usato e gettato che ti chiama, che ti chiede aiuto, che vuole che tu lo prenda tra le braccia per consolarlo. È il bambino che tu non vuoi prendere per mano, che non vuoi rivelare agli altri e che non vuoi riconoscere come una parte di te stesso.

    È il bambino che ha paura, che ha vergogna, che si sente colpevole, che crede di essere la causa di quanto gli è successo. Ma tu non vuoi e non puoi ascoltarlo. Ascoltarlo significa ricordare e ricordare è doloroso. Allora certe volte, per non ricordare, per non ascoltare quel bambino di 13 anni, ti rifugi nei vizi o in certi comportamenti che possono solo farti del male e distruggere quanto di buono hai fatto attorno a te.

    Ma come liberarsi da questa forza devastante? Dare un nome alla sofferenza. Dare il nome di chi ti ha trasformato la vita in via crucis. Dare il nome di chi ti ha tradito, usato e gettato! Finché non troverai il coraggio di cercarlo, denunciarlo o parlargli, sarai sempre la preda di te stesso. Sempre!

    Ho immediatamente avvisato, il mio datore di lavoro, dei problemi che mi tormentavano e ho avuto un’interruzione del lavoro di due settimane. Ho avuto il sostegno senza riserve del mio responsabile e delle RU. Mi hanno rilasciato un documento dove attestano il loro sostegno alla mia denuncia, anche giuridicamente, e mi hanno lasciato il tempo necessario per riprendermi da questi eventi senza caricarmi di troppe responsabilità.

    Don Mario, dopo delle ricerche in rete l’ho trovato in un oratorio come parroco.

    Gli ho scritto che desideravo parlare con lui degli eventi relativi al nostro soggiorno presso l’istituto religioso della mia giovinezza. Non ha risposto. Ho scritto al suo superiore, mi ha risposto e indirizzato, senza una parola di compassione, al Vicario.

    Con il Vicario, ha corrisposto densamente per e-mail, ho esposto i fatti, l’ho incontrato nel marzo 2016. Poi un silenzio di parecchie settimane.

    Il silenzio è insopportabile quando ci aspetta una risposta, anche per fatti accaduti 46 anni prima! Mia moglie ha avuto l’idea di cercare associazioni di persone abusate e abbiamo preso un appuntamento con Marie-Jo Aeby di SAPEC, una associazione Svizzera che si occupa delle persone che sono state abusate in una relazione di autorità con religiosi. Il miracolo avvenuto. Marie-Jo mi ha ascoltato, ha capito il mio dramma; lei si che ha avuto una vera compassione e mi ha consigliato cosa fare. In un secondo tempo mi ha indirizzato al vescovo Charles che ha avuto lo stesso atteggiamento di Marie-Jo. Finalmente un uomo di Chiesa, che mi ascolta e mi crede! Monsignor Morerod ha scritto una lettera per la Commissione, presieduta dal Vicario, che doveva redigere il verbale dell’udienza preliminare prevista per il 14 maggio 2016. Quel giorno, per più di tre ore, accompagnato da mia moglie, per raccontare e rivivere l’abuso e le sue conseguenze. E alla fine, nessuna copia del verbale…

    Ho provato di tutto per ottenere questo documento, ma niente da fare. Solo le minacce di divulgare il nome del mio aggressore alla stampa ha fatto reagire il Vicario; era pronto a un viaggio in Svizzera per discutere questo punto con l’associazione SAPEC, Monsignor Charles e il sottoscritto, ma non a darmi una copia del processo verbale. SAPEC mi ha sconsigliato di discutere con il Vicario senza processo verbale.

    Nel settembre 2016 la procedura preliminare è completata e il mio dossier è inviato a Roma alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Monsignor Charles e Monsignor Francesco, un amico che è missionario da 50 anni, hanno inviato una lettera, alla Congregazione della Dottrina della Fede, per sostenermi nella mia denuncia. Ma dal mese di settembre 2016: silenzio assoluto.

    Nel mese di agosto 2017, ho nuovamente inviato una e-mail al Vicario per dirgli che la mia pazienza era ad al limite e che entro la fine di settembre non ricevevo notizie, avrei rimesso la mia storia di abusi ai media. Risposta immediata del Vicario che dice di avere notizie da Roma e desidera incontrarmi.

    L’incontro con il Vicario, accompagnato dall’avvocato della sua congregazione si svolge nel mio paese in Italia. Mi accompagna Monsignor Francesco. Il Vicario comunica che la mia procedura è terminata! Don Mario ha ricevuto restrizioni nel suo ministero come; divieto di celebrare alcuni sacramenti e incontrare i giovani da soli. Ha dovuto firmare una lettera in cui ha riconosciuto le accuse e ha deciso di non presentare ricorso contro tali decisioni.

    Purtroppo come di solito avviene in Vaticano, non ho ricevuto nulla di scritto. Tutto è stato fatto per via orale, così da non lasciare alcuna traccia. Ho manifestato la mia delusione per la mancanza di comunicazione scritta e con me, Monsignor Panfilo, che mi accompagnava

    Don Mario, che aveva accettato di incontrarmi alla fine della procedura canonica, non ha più voluto incontrarmi o scusarsi per il danno che mi ha fatto. Apparentemente, era un po’ depresso dopo la mia confessione e la decisione di Roma. Il poverino!
    Non ho ricevuto neppure le scuse scritte dalla sua congregazione!
    Sì, ho ricevuto una riparazione ma con l’impegno di non dire il nome del mio aggressore e della sua congregazione.
    La Congregazione per la Dottrina della Fede non mi ha permesso di avere:
    – I documenti del procedimento preliminare e finale.
    – Del processo verbale della mia deposizione.
    – Della dichiarazione e della testimonianza del mio aggressore per sapere se ha riconosciuto i fatti o meno.
    – Un documento che attesti le sanzioni inflitte al mio aggressore.
    – Un documento in cui la chiesa di Roma si scusa per il danno che ho subito.

    Ammetto che non ricevere scuse, né documenti della mia procedura, è difficile, molto difficile da sopportare! Questo è inammissibile e qualche volta la rabbia mi prende e vorrei vedere il Vaticano crollare e sprofondare per sempre.

    Se da un lato sono soddisfatto per il risultato di questa procedura, che almeno mi riconosce come vittima, io non capisco come mai il Vaticano tratta in questo modo le vittime di abusi sessuali. Una cosa è chiara: non vogliono lasciare nessuna traccia scritta del comportamento dei loro religiosi e pazienza se le vittime, di questi esecrabili delitti, si sentano ancora una volta vittime dell’abuso di potere e del clericalismo, di questa istituzione, che perde ogni giorno un po’ più della sua credibilità.

    Un’altra realtà che si è aperta a me attraverso questa esperienza è quella dei sacerdoti italiani.

    A parte Monsignor Francesco, che è arcivescovo in Papua, tutti gli altri sacerdoti italiani che ho contattato, in Svizzera e in Italia, non mi ha aiutato nella mia angoscia ma hanno difeso l’istituzione che li mantiene. Non conoscono le conseguenze degli abusi sessuali sui minori e non sono disposti ad aiutare le vittime. Che delusione!

    Ora faccio parte del comitato del Gruppo SAPEC e vorrei aiutare gli altri sopravvissuti di abusi sessuali ad essere riconosciuti come vittime, ricevere le scuse dell’autore del reato e quella dei suoi superiori e pretendere un risarcimento.

    Nel febbraio 2019 ho partecipato a Roma, con altri membri del Gruppo SAPEC, ad una manifestazione di tolleranza zero organizzato da ECA (Ending Clerical Abuse). L’obiettivo è di fare pressioni sulla chiesa per mettere in atto delle disposizioni, per fermare i suoi indicibili crimini, in parallelo con il sinodo convocato da Francesco.

    Ho incontrato diverse persone, donne e uomini, sopravvissuti da abusi sessuali  nella chiesa. Tutti delusi da questa istituzione, ma determinati a continuare questa lotta per far emergere la verità e fermare la piaga che colpisce tanti bambini.

    Dopo la lettura del documento finale di Francesco, che ci ha deluso tantissimo, tutti ci poniamo le stesse domande:
    Perché la chiesa non fa altro che proferire parole e non azioni concrete per fermare questa catastrofe?
    Perché le vittime non sono riconosciute come tali dalla chiesa?

    Queste le parole dei genitori di Alessandro al papa che condivido completamente:
    “Francesco, ma occorre un summit mondiale per rendere consapevoli i Vescovi che abusare, insabbiare non è una cosa buona, questo l’obbiettivo? La consapevolezza? Occorre un ‘vademecum’ per aiutare i presidenti delle conferenze episcopali per far capire a tutti i Vescovi dei loro paesi che violentare un bambino e spostare i preti che si macchiano di tale crimine, da un oratorio all’altro, non risponde esattamente all’obbiettivo che hai dovuto chiarire”?

    Uno dei problemi fondamentali è che nei tribunali ecclesiastici non considerano l’abuso sessuale, sui minori un crimine, ma una violazione da parte di un chierico dei suoi obblighi di celibato. L’abuso sessuale sui bambini è considerato come fattore aggravante.
    Il diritto canonico non si occupa di criminalità, ma dei doveri speciali del religioso.
    Quindi quello che è in gioco è lo statuto religioso del chierico e non quello che è successo alla vittima perché in Vaticano la vittima non ha statuto.

    Eppure c’è un documento che dovrebbe illuminare e affrontare tutti questi problemi e permettere a tutti gli uomini religiosi di vivere secondo il loro impegno: il Vangelo!

    Mi pongo una domanda ancora più seria:
    Perché i religiosi e tutti i cristiani che collaborano fedelmente per trasmettere il Vangelo non fanno nulla per proteggere i loro fedeli, i più fragili e i loro figli? Il cambiamento può avvenire solo all’interno della chiesa, altrimenti non ci sarà più chiesa…

    Non è la chiesa e i suoi membri che soffre, come insiste sempre Francesco, ma milioni di bambini e le loro famiglie che devono convivere con vite umane distrutte o altamente andicappate!

    Non è certamente la colpa di satana, altra scusa di Francesco, se molti religiosi si lasciano andare in certi comportamenti disumani, ma della perversione di queste persone e di chi, a proposito, copre questi orribili crimini per proteggersi (dai loro scheletri nell’armadio) e proteggere questa istituzione ormai marcia.

    Io non voglio fare parte di questa chiesa, ma desidero, cooperare e aiutare la parte sana a prendere coscienza e sradicare il male che l’ha invasa. La chiesa non potrà ricostruirsi senza l’aiuto delle vittime e delle associazioni che le difendono. Solo ascoltando, l’orrore delle storie delle vittime, potrà prendere coscienza del male che ha fatto e prendere le giuste misure per fermare questa piaga insostenibile.

    Valerio