Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Puglia

  • Violenza minori:Pm, serv.sociali assenti

    Violenza minori:Pm, serv.sociali assenti

    (ANSA) – BARI, 8 AGO – Negli ultimi tre anni, dal 2014 al 2017, la Procura di Bari ha registrato un incremento dei fascicoli di indagini per reati di pedofilia e pornografia passati da 34 a 57, e per quanto riguarda le violenze sessuali da 115 a 157. Una “situazione preoccupante” secondo il procuratore Giuseppe Volpe, il quale accusa la “gravissima latitanza dei servizi sociali”. I dati sono stati resi noti dal procuratore in occasione della prima riunione della task force regionale convocata dall’assessore al Welfare Regione Puglia,Salvatore Negro, in seguito a recenti fatti di cronaca su presunte violenze sessuali compiute nei confronti di due adolescenti baresi: una 15enne che avrebbe subito uno stupro di gruppo da parte di alcuni coetanei, ed una 16enne violentata per oltre un anno e mezzo da due uomini che sono stati arrestati. Alla task force partecipano, oltre all’assessore al Welfare e alla Procura, rappresentanti di Questura e Comune di Bari, Asl, Ufficio Scolastico e il Garante regionale per l’Infanzia, Ludovico Abbaticchio.

    http://www.ansa.it/puglia/notizie/2017/08/08/violenza-minoripm-serv.sociali-assenti_250f259e-677b-4bf1-af7d-880d4776d3fe.html

  • Prete pedofilo arrestato: “questa è l’opera di Dio” diceva al bimbo

    Prete pedofilo arrestato: “questa è l’opera di Dio” diceva al bimbo

    La denuncia è scattata un anno fa, il pediatra del bambino di 8 anni aveva raccolto le confidenze del suo paziente: il sacerdote Francesco Caramia, 42enne di Brindisi, è stato arrestato e condotto in carcere con l’accusa di violenza sessuale continuata e pluriaggravata. I fatti risalgono al 2008 e al 2009: le indagini sono state condotte dai carabinieri coordinati dal pm Milto Stefano De Nozza che ha chiesto la misura cautelare, disposta dal gip Maurizio Saso.

    Le esigenze cautelari si sono viste necessarie perché Don Francesco, da quanto emerge dall’inchiesta, cercava di screditare il ragazzino vittima di violenze. Le violenze, secondo il racconto dell’ex chierichetto al gip nell’ incidente probatorio, avvenivano due volte a settimana, concluso il catechismo.

    Il parroco tranquillizzava il bambino che non voleva sottostare ai suoi lascivi, abominevoli, gesti, dicendoli che era per opera di Dio e che quello era solamente amore che voleva ricevere. Il bimbo ha raccontato nel dettaglio gli abusi: “Io capivo che non era una cosa per bambini, mi immaginavo che non era una cosa per bambini, gli dicevo sei grande, lasciamo stare. Qualche volta piangevo”.  Caramia ha scelto per la difesa l’avvocato Giancarlo Camassa, e la criminologa Roberta Bruzzone.

    Caramia è il terzo prete della diocesi Brindisi-Ostuni, arrestato in un anno: don Giampiero Peschiulli di Brindisi è ai domiciliari per pedofilia, don Franco Legrottaglie, di Ostuni, è stato trovato in possesso di materiale pedopornografico. Condannati entrambi in primo grado, uno a 3 anni e 8 mesi, l’altro a 4 anni.

    http://news.fidelityhouse.eu/cronaca/prete-pedofilo-arrestato-questa-e-lopera-di-dio-diceva-al-bimbo-285260.html

  • “Quel prete ci baciava in sacrestia e prima del catechismo”

    “Quel prete ci baciava in sacrestia e prima del catechismo”

    BRINDISI – “Quel prete mi abbracciava e baciava sulla guancia quando era in corso il catechismo e il sacerdote entrava nell’aula destinata a quell’attività e la interrompeva. Con me, invece, succedeva anche in sacrestia”: le dichiarazioni rese da due ex chierichetti della chiesa di Santa Lucia sono state ritenute attendibili dai giudici della Corte d’Appello di Lecce che, per questo, hanno confermato la condanna a tre anni e otto mesi per don Giampiero Peschiulli, con l’accusa di atti sessuali su ragazzini sotto i 14 anni.

    Le motivazioni della sentenza a carico del sacerdote, arrestato il 15 maggio 2015, sono state depositate alla scadenza del termine di novanta giorni, indicato dal presidente della Corte il giorno della lettura del dispositivo. I giudici hanno confermato quanto sostenuto dal gup del Tribunale di Brindisi nella sentenza del 28 gennaio 2016, sostenendo come siano evidenti le prove di colpevolezza dell’ex parroco, 75 anni, attualmente in regime di arresti domiciliari in una comunità terapeutica. E’ stato, quindi, riscontrato anche in secondo grado l’impianto accusatorio sostenuto dal pm Giuseppe De Nozza.

    Stando a quanto si legge nelle motivazioni della sentenza, gli “atti sessuali sono consistiti nel dare al ragazzo baci sulle guance, nel farsi baciare lui stesso sulla guancia, nell’abbraccio dopo averlo tirato a sé con la forza, nel dargli la mano incrociando le sue dita con quelle della mano del ragazzo, nell’accarezzargli le braccia e le gambe, nell’infilare la sua mano nei pantaloni”.Il parroco ha sempre respinto le accuse, anche davanti alle immagini registrate dalle telecamere de Le Iene, la trasmissione di Mediaset. Il servizio venne firmato dall’inviato Giulio Golia che a Brindisi arrivò con alcuni attori per incontrare il sacerdote dopo aver ricevuto una mail tra aprile e maggio 2014, nella quale una “persona residente in città riferiva di essere stata vittima di avance sessuali di Peschiulli”. Quando tornarono per chiedere spiegazioni lui si chiuse in sacrestia e chiamò il 112, mentre su Facebook si registrò una valanga di commenti. Anche in udienza, davanti al gup, il parroco spiegò di aver dimostrato solo il proprio affetto.

    A giudizio della Corte d’Appello di Lecce, l’imputato ha tenuto “un comportamento processuale non collaborativo” e per questo motivo non sono state riconosciute le circostanze attenuanti generiche. L’ex sacerdote attende la pronuncia della Cassazione. La difesa ha depositato ricorso sostenendo che la “motivazione sia monca, con una parcellizzazione del materiale probatorio” riconducibile  a una “valutazione parziale della parola del dichiarante”.  Nei motivi, inoltre, è stato precisato che l’imputato “si è sottoposto a interrogatorio e ha risposto a tutte le domande poste dal pm e dalla parte civile, tenendo un comportamento processuale idoneo ad arricchire il materiale probatorio offerto all’attenzione del giudice”.

    http://www.brindisireport.it/cronaca/depositate-le-motivazioni-della-sentenza-di-condanna-in-appello-per-don-Peschiulli-ex-parroco-di-Brindisi.html
  • L’ex parroco in Tribunale: “Non ho mai sfiorato i ragazzini”

    L’ex parroco in Tribunale: “Non ho mai sfiorato i ragazzini”

    Don Francesco Caramia, ex padre spirituale del quartiere Bozzano di Brindisi, ha respinto l’accusa di atti sessuali su un chierichetto. Nuova perizia: trovate foto sul suo pc. Per i giudici non necessario l’ascolto del vescovo Caliandro e dei predecessori Talucci e Todisco. Già nel fascicolo le intercettazioni di don Peschiulli, condannato per fatti identici

    BRINDISI – “Non ho mai sfiorato i ragazzini che venivano in chiesa, non ho fatto del male a nessuno dei chierichetti: sono innocente”. Ha scelto di sottoporsi all’esame da imputato, don Francesco Caramia, ex parroco della chiesa di San Giustino de’ Jacobis, quartiere Bozzano di Brindisi, sotto processo con l’accusa di atti sessuali su un chierichetto di nove anni tra il 2007 e il 2008. Ha parlato a lungo, oltre un’ora, nell’ultima udienza del dibattimento che si svolge a porte chiuse davanti al collegio presieduto da Gienantonio Chiarelli, per rispondere al fuoco di domande del sostituto procuratore Milto Stefano De Nozza, titolare del fascicolo d’inchiesta aperto dopo la denuncia del medico pediatra della famiglia, al quale si era rivolta la mamma del ragazzino.

    L’imputato, 42 anni, arrestato dai carabinieri il 15 giugno 2016, è ai domiciliari in una comunità religiosa. I suoi difensori, gli avvocati Giancarlo Camassa e Rosanna Saracino, avevano chiesto l’ascolto di 55 persone, tra i quali l’attuale vescovo Caliandro e i predecessori, Talucci e Todisco, mentre l’avvocato della parte civile, Carmela Roma, che in giudizio rappresenta la madre del chierichetto, aveva chiesto l’esame di don Giampiero Peschiulli, l’ex parroco della chiesa della Pietà, a Brindisi, arrestato e condannato con accusa identica a quella mossa nei confronti di don Francesco Caramia. L’impostazione della Procura nei confronti di don Peschiulli è stata riconosciuta anche in appello con pena a tre anni e otto mesi.

    Il Tribunale ha ritenuto non necessario l’ascolto dei vescovi e ha disposto un taglio alla lista testi inizialmente depositata della difesa. Non necessario anche l’ascolto di don Peschiulli, colto da malore in occasione dell’ultima udienza. Nel fascicolo del dibattimento sono state già acquisite le conversazioni ambientali intercettate nell’inchiesta sull’ex parroco della chiesa del Centro nelle quali si faceva riferimento a situazioni particolari all’interno di alcune chiese e si faceva espresso riferimento alla parrocchia del rione Bozzano. Don Peschiulli era uno degli interlocutori. L’anziano sacerdote ha sempre respinto l’accusa e il suo difensore, Roberto Cavalera, intende ricorrere in Cassazione.

    Il pubblico ministero, in vista della prossima udienza, ha depositato le conclusioni di una nuova perizia informatica sul computer in uso a don Francesco Caramia. Il consulente ha trovato file contenenti foto che per l’accusa costituiscono un’ulteriore fonte di prova a sostegno dell’accusa, in aggiunta alle conversazioni intercettate nel periodo dell’inchiesta, quando don Caramia era indagato a piede libero essendoci stato il sequestro del computer, del tablet e dei telefonini, e ai messaggi scambiati in chat. Sui dialoghi e sulla messaggistica il Tribunale ha già disposto una perizia.

    http://www.brindisireport.it/cronaca/l-ex-parroco-in-tribunale-non-ho-mai-sfiorato-i-ragazzini.html

  • Malore per don Peschiulli teste nel processo all’ex parroco di Bozzano

    Malore per don Peschiulli teste nel processo all’ex parroco di Bozzano

    Rinviato l’ascolto in Tribunale dell’ex sacerdote della chiesa Santa Lucia di Brindisi: depositato certificato medico, era stato citato nel dibattimento a carico di don Francesco Caramia, imputato per atti sessuali su un chierichetto, accusa per la quale l’anziano parroco è stato condannato anche in Appello

    BRINDISI – Un malore ha impedito all’ex parroco della chiesa Santa Lucia di Brindisi, don Giampiero Peschiulli di presentarsi come testimone nel processo a carico di don Francesco Caramia, ex padre spirituale della parrocchia san Giustino de’ Jacobis del rione Bozzano, imputato per atti sessuali su un chierichetto.

    Peschiulli, condannato con accusa identica anche in Appello, era stato citato come teste dall’avvocato che in giudizio rappresenta la parte civile nel dibattimento dinanzi al collegio presieduto da Gienantonio Chiarelli: doveva essere ascoltato nell’udienza calendarizzata per la mattinata di oggi, venerdì 14 aprile, ma ha fatto recapitare un certificato medico a titolo di giustifica.

    Il sacerdote, 74 anni, è ai domiciliari in una comunità religiosa dopo essere stato destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare seguita il 20 maggio 2015. Per difendersi dall’accusa dal pm, ha scelto il rito abbreviato ed è stato condannato alla pena di tre anni e otto mesi, confermata dalla Corte d’Appello d’Appello di Lecce a cui aveva presentato ricorso il difensore Roberto Cavalera. Il prete ha sempre respinto le accuse. Così come si è professato innocente don Caramia che è ai domiciliari in una comunità religiosa, dopo l’arresto in carcere del 15 maggio dello scorso anno. L’ex sacerdote del quartiere Bozzano ha scelto, invece, il giudizio ordinario, ed è difeso dagli avvocati Rosanna Saracino e Giancarlo Camassa.

    http://www.brindisireport.it/cronaca/malore-per-don-peschiulli-teste-nel-processo-all-ex-parroco-di-bozzano.html

  • Processo a don Caramia, teste ex parroco condannato per abusi

    Processo a don Caramia, teste ex parroco condannato per abusi

    Don Giampiero Peschiulli, riconosciuto colpevole di atti sessuali su chierichetto, è stato citato dall’avvocato della parte civile nel dibattimento in cui è imputato l’ex sacerdote della chiesa di Bozzano

    BRINDISI – Nel processo in cui è imputato l’ex parroco del quartiere Bozzano di Brindisi, don Francesco Caramia, accusato di atti sessuali su un chierichetto, sarà ascoltato un sacerdote condannato con la stessa accusa: nella lista di testi, figura don Giampiero Peschiulli, per anni guida spirituale della chiesa di Santa  Lucia, al quale anche in Appello sono stati inflitti tre anni e otto mesi.

    Peschiulli, arrestato il 20 maggio 2015 e nel frattempo ai domiciliari in una comunità religiosa, è stato citato in qualità di teste dall’avvocato della parte civile nel processo incardinato divanzi al Tribunale di Brindisi, presieduto da Gienantonio Chiarelli. Il suo ascolto è stato ritenuto necessario dall’avvocato Carmela Roma che in giudizio rappresenta La mamma del chierichetto.

    All’epoca dei fatti oggetto del capo di imputazione, il bambino aveva nove anni. E’ stato ascoltato in sede di incidente probatorio alla presenza della criminologa Roberta Bruzzone, nominata come consulente dai difensori dell’imputato, gli avvocati Rosanna Saracino e Giancarlo Camassa.

    Sono stati già sentiti in qualità di testi dell’accusa, sostenuta dal pm Milto Stefano De Nozza, la mamma del ragazzino, la perpetua di don Francesco Caramia, al servizio della parrocchia San Giustino de’ Jacobis e il pediatra che per primo raccolse i dubbi del genitore e sporse denuncia. La donna, a sua volta, apprese tutto parlando con un’amica del figlio.

    Per quale motivo la parte civile intende ascoltare don Giampiero Peschiulli? La finalità della testimonianza sarà evidente in udienza, ma pare che siano considerate pertinenti alcune delle intercettazioni telefoniche confluite nell’ordinanza di arresto a carico dell’ex parroco di Santa Lucia: in alcuni stralci, il prete sosteneva che nel caso in cui avesse parlato lui, sarebbero state scoperte situazioni particolari interne alla chiesa brindisina, con riferimento ad alcuni casi di cui sosteneva di essere a conoscenza.

    Peschiulli, difeso dall’avvocato Roberto Cavalera, è stato giudicato con rito abbreviato e condannato a tre anni e otto mesi, pena confermata nel secondo grado di giudizio. Il parroco ha sempre respinto le accuse, anche davanti alle immagini registrate dalle telecamere de Le Iene, la trasmissione di Mediaset che diede avvio all’inchiesta. Il servizio venne firmato dall’inviato Giulio Golia che a Brindisi arrivò con alcuni attori per incontrare il sacerdote dopo aver ricevuto una mail tra aprile e maggio 2014, nella quale una “persona residente in città riferiva di essere stata vittima di avance sessuali di Peschiulli”. Le Iene lo chiamarono il prete “pomicione”. Quando tornarono per chiedere spiegazioni lui si chiuse in sacrestia e chiamò il 112, mentre su Facebook si registrò una valanga di commenti.

    Don Francesco Caramia è finito sotto processo con accusa identica, dopo essere stato arrestato il 15 giugno 2016: ha scelto il processo ordinario, nel frattempo ha ottenuto anche lui i domiciliari in una comunità religiosa, e da quando è iniziato il dibattimento è sempre stato presente in udienza. Ai suoi difensori ha confermato la volontà di sottoporsi all’esame per difendersi: rivendica la propria innocenza così come ha fatto in sede di interrogatorio di garanzia. I penalisti Saracino e Camassa hanno chiesto l’ascolto dell’attuale vescovo, monsignor Domenico Caliandro, e dei precedenti, Talucci e Todisco.

    http://www.brindisireport.it/cronaca/processo-a-brindisi-a-don-caramia-per-atti-sessuali-su-chierichetto-teste-don-peschiulli-condannato-con-accuse-identiche-anche-in-appello.html

     

  • Ex sacerdote abusò di un 11enne. Il giudice accusa: “La Chiesa foggiana fu superficiale”

    Ex sacerdote abusò di un 11enne. Il giudice accusa: “La Chiesa foggiana fu superficiale”

    Le parole del giudice nelle motivazioni della sentenza che a Bari ha condannato a otto anni Giovanni Trotta, il quale sarà processato a Foggia per abusi su altri nove minorenni

    Parla di “atteggiamento quantomeno superficiale delle locali autorità religiose” il gup barese Giovanni Anglana nelle motivazioni della sentenza con cui nei mesi scorsi ha condannato Giovanni Trotta, ex sacerdote ed ex allenatore di una squadra di calcio giovanile della provincia di Foggia, a otto anni di reclusione per violenza sessuale su un 11enne. Trotta sarà inoltre processato a partire dal prossimo 5 giugno dinanzi al tribunale di Foggia per abusi su altri nove minorenni.

    “Appare quantomeno superficiale – scrive il gup nelle motivazioni della sentenza relativa alla prima vicenda – l’atteggiamento tenuto dalle locali autorità religiose. Le quali, malgrado la chiara prescrizione contenuta nel verdetto della Congregazione della dottrina della fede (con il quale Trotta veniva ridotto allo stato laicale per ragioni correlate ad abusi su minori) con il quale l’imputato avrebbe dovuto essere segnalato nel caso di situazioni potenzialmente pericolose per i minori, hanno mantenuto assoluto silenzio al riguardo”. Gli hanno consentito “addirittura – si legge inoltre – di continuare a indossare il clergy (il colletto bianco delle camicie usate dai sacerdoti) e a farsi chiamare don Gianni, così permettendo all’imputato di continuare impunemente a frequentare minori e a farne oggetto delle sue abominevoli perversioni”.

    Nelle motivazioni della sentenza il giudice ricostruisce le presunte violenze commesse fra il 2013 il 2014 nei confronti dell’11enne, del quale avrebbe abusato sessualmente “millantando la sua qualità di sacerdote (sebbene invece ridotto dal 2012 allo stato laico), nonché con la promessa di un ingaggio come fotomodello nel mondo della moda e con quella di un provino per una importante società calcistica romana”. Il giudice definisce poi l’imputato “abituale adescatore di minori via Internet”, parla di “inquietante background di pederastia di cui è portatore” e di “atavica dimestichezza all’utilizzazione perversa degli strumenti informatici”.

    Il gup rimarca “la serialità patologica delle condotte” e “l’estrema pericolosità sociale” di Trotta. E nella quantificazione della pena non risparmia valutazioni sui “traumi psicologici” causati alla vittima “potenzialmente devastanti tenuto conto dell’età del ragazzino”. Le indagini coordinate dalla pm Simona Filoni hanno poi accertato abusi commessi nel 2014 da Trotta su altri nove minori di età compresa fra i 12 e i 13 anni. Per i reati di violenza sessuale aggravata, produzione e diffusione di materiale pedopornografico, adescamento di minori, il gup barese Roberto Oliveri del Castillo ha rinviato a giudizio Trotta dinanzi al tribunale di Foggia.

    Contro di lui si è costituito parte civile uno dei nove minori presunte vittime degli abusi, tutti affidati alla sua custodia in quanto dirigente e allenatore della squadra di calcio frequentata dai bambini, nonché loro docente di lezioni private, dei quali avrebbe abusato nella sua abitazione singolarmente o in gruppo, fotografandoli durante gli atti sessuali.

    http://bari.repubblica.it/cronaca/2017/03/15/news/ex_sacerdote_abuso_di_un_11enne_il_gup_accusa_le_autorita_religiose_foggiane_furono_superficiali_-160627559/?ref=fbplba

  • «Io, testimone di Geova pentito»  Esposto in Procura contro gli abusi

    «Io, testimone di Geova pentito» Esposto in Procura contro gli abusi

    di Valentino Sgaramella

    Deve essere terribile nascere e crescere all’interno di una famiglia che educa a credere in una visione spirituale e soprannaturale e poi, giunti in età adulta, distaccarsene. Il fatto è che bisogna pagare prezzi altissimi se l’intera famiglia, a cominciare da padre e madre, resta all’interno della congregazione e ti ostracizza fino al punto da considerarti virtualmente mai esistito.

    RICCARDO MAGGI – Questo è capitato a Riccardo Maggi 34 anni, oggi consulente turistico. È fuoriuscito 3 anni dai Testimoni di Geova. Nel frattempo si è sposato, ha un figlio. Vive a Bari. Ha presentato una denuncia alla Procura della Repubblica per presunti casi di pedofilia all’interno della congregazione e per questo allega riprese video e audio. Il padre è un sottufficiale dei carabinieri che, ad un certo punto della vita, viene come folgorato sulla via per Damasco. Si congeda dall’Arma e diviene Testimone di Geova seguito da sua moglie, madre di Riccardo. È il 1983. Riccardo nasce e cresce in una famiglia in cui sin da piccola età vengono impartite nozioni sulle sacre scritture, continuamente. «Nascere Testimoni di Geova significa essere isolati da tutti gli altri non aderenti a quel credo. Significa vivere nel proprio recinto culturale, nel senso letterale del termine. Tutto ciò che si trova al di fuori viene definito il mondo inquinato da Satana», racconta oggi. Vietate amicizie al di fuori della cerchia religiosa. I bambini sono bombardati con cartoni animati a sfondo religioso. Il bambino è indotto ad andare alle adunanze e partecipare a riunioni, 3 volte a settimana.

    LA PIRAMIDE INTERNA – Maggi ricostruisce l’intero assetto interno ai Testimoni di Geova. La base della piramide è composta dai cosiddetti proclamatori. Sono quelli che girano per le case con una borsa nelle mani proclamando l’avvento del regno di Geova. Non hanno ancora ricevuto il battesimo ma si stanno affacciando all’associazione. Appena al di sopra ci sono i servitori del ministero. Ossia, diaconi. Un gradino sopra c’è il corpo degli anziani, persone qualificate che hanno esclusivo accesso con password ed username al sito internet a loro riservato dove ricevono indicazioni dall’ufficio Betel a Roma. Al di sopra del corpo degli anziani è il comitato direttivo composto da 3 anziani responsabili diretti della congregazione. «Io sono riuscito a far parte del direttivo», dice Riccardo. Non puoi predicare al di sotto di 12 ore mensili. «Più predichi più vendi libri ed opuscoli e più sali nella gerarchia». Se sei bravo a vendere libri sarai anche bravo a dirigere la congregazione. I 3 che compongono questa vetta sono il sorvegliante del servizio, il segretario, il coordinatore. In questa triade il più potente è il coordinatore. Il comitato direttivo dirige tutti gli anziani. Al di sopra del direttivo c’è un sorvegliante di circoscrizione. Un uomo assai potente alle dirette dipendenze di Roma. «A lui viene pagato uno stipendio, un’auto, vitto ed alloggio dalle congregazioni».

    Riccardo partecipa a molte riunioni. «Il sorvegliante siede a tavolino e carte alla mano verifica quanti libri sono venduti, le entrate e le uscite. È un contabile». Non basta. «Ogni proclamatore è tenuto a versare una quota minima in denaro di 2,50 euro. Si instilla dall’alto un senso di colpa per cui si devono versare offerte a Geova». Allora molti decidono di versare oggetti di valore. «A me è capitato di raccogliere 400 euro al giorno per 3 volte la settima». Quindi, sono 4.800 euro al mese. Ossia, 57.600 euro all’anno. Con quei soldi si paga la manutenzione delle strutture e lo stipendio del sorvegliante. «La congregazione religiosa ha negli Usa un pacchetto azionario di un’impresa automobilistica; viene fornita un’auto al sorvegliante a costo zero; dopo 90mila chilometri l’auto è ritirata e rivenduta», sempre Maggi che parla. Ogni anno tutti i «Testimoni» di Puglia e Basilicata si radunano a Bitonto. In queste assemblee di tutti gli anziani si lascia un’offerta. «Tutto il denaro raccolto viene versato in una banca. Poco prima che io fuoriuscissi abbiamo votato il trasferimento dell’utile dell’anno precedente da Bitonto sino a Brooklyn». Negli Usa c’è qualcosa di paragonabile al Vaticano dei Testimoni di Geova. «Parliamo di 750mila euro». Il sorvegliante di circoscrizione risponde al suo superiore, un sorvegliante di filiale. Questi fa parte di un comitato di filiale composto da 4 a 6 sorveglianti anziani molto esperti nominati da Brooklyn. «In America sono capi massoni a reggere l’intero gioco mondiale».

    HO VISTO COSE CHE VOI UMANI – Per un po’ di tempo Riccardo si trasferisce nella sede centrale di Roma, la Betel, dove lavora come cuoco. Si producono libri ed opuscoli. Una piccola città nella quale Riccardo vive a 18 anni. «All’interno ho visto di tutto… cose ben diverse da quello che si predica. Tutto tenuto nascosto». Ci sono uffici direzionali, locali adibiti a tipografia ora dislocati in Germania. C’è una cucina, una biblioteca. «Ho visto amici che praticavano rapporti sessuali di nascosto. Uno dei due poi si è impiccato all’interno del suo alloggio della Belten per la vergogna e per evitare di subire l’ostracismo. Di questo episodio accaduto nel 1983 ci fu vietato di parlarne ad altri». Di lì a poco anche il suo compagno muore suicida impiccato nel bagno. «Tra confratelli sposati spesso si verificava uno scambio di coppia all’interno degli alloggi. All’interno circolano droga ed alcol». Riccardo racconta: «Un giorno ero nello spogliatoio quando il responsabile del organizzazione si avvicina a me e mi tocca le parti intime. Mi propose uno scambio: un rapporto sessuale in cambio di un alloggio prestigioso che ovviamente rifiutai».

    IL PEDOFILO – Un ragazzo maggiorenne partecipa ad una festa con altri anziani in una villa a Cassano. «Ad un certo punto, il maggiorenne si isola con un bambino di 8 anni in auto – dice Maggi – la madre del bambino li scopre mentre il maggiorenne ha i pantaloni abbassati. Quando la madre chiede al ragazzo perché sia nudo la risposta è che aveva un prurito».

    Tutto è registrato con un video ora all’attenzione del magistrato. Maggi ha presentato un dettagliato esposto in Procura. «Gli anziani sapevano cosa fosse accaduto in auto. La cosa fu messa a tacere».

    OSTRACIZZATO – La Torre di guardia dice che chi si allontana dalla congregazione è come se non fosse mai esistito. «Io, mia moglie ed il mio bambino siamo come morti per i miei genitori. Se ho bisogno di qualsiasi cosa e telefono ai miei genitori mi chiudono il telefono in faccia. Se sono in ospedale oppure ho avuto un incidente e chiedo aiuto ai miei genitori, chiudono il telefono». Oggi, Riccardo con caparbietà si è ricostruito una vita. È stato molto difficile ma oggi vuole che la sua storia smuova le coscienze.

    http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/home/858825/io-testimone-di-geova-pentito-esposto-in-procura-contro-gli-abusi.html

  • Pedofilia, processo al sacerdote  La prima grana per mons. Giuliani

    Pedofilia, processo al sacerdote La prima grana per mons. Giuliani

    Il neo-vescovo alle prese con il processo al sacerdote accusato di pedofilia

    LELLO VECCHIARINO

    luceraL’ultima volta che gli hanno preso a fischiare le orecchie, è stato per un caso di omonimia. Quand’era sacerdote in quel di Nola, un prete col suo stesso nome e cognome – don Giuseppe Giuliano – fu arrestato: per usura ed estorsione. Il reprobo si trovava in un paesino in provincia di Benevento, ad abitare una villa con arredi lussuosi, evidentemente acquistati con i proventi illeciti – così accertò la Guardia di Finanza – derivanti dalle estorsioni perpetrate ai danni di extracomunitari cui dava in locazione alcuni dei suoi numerosi appartamenti. Una squallida vicenda che dovette turbare non poco l’animo di quel mite sacerdote che di lì a qualche anno sarebbe diventato vescovo della diocesi Lucera-Troia. Soltanto un caso di omonimia. Nient’altro.

    E mai avrebbe potuto immaginare il nuovo presule (che ha da subito destato simpatia nella gente, tanto che non è mancato chi ha esclamato, confuso tra la folla: «Somiglia a papa Roncalli!») insediatosi a Lucera il 4 febbraio scorso, che altro squallore si sarebbe presentato ai suoi occhi, quando la telefonata di un giornalista gli ha svelato i capitoli di un brutto episodio verificatosi nella sua nuova diocesi quando a dirigerla era il suo predecessore, Domenico Cornacchia, poi trasferito a Molfetta, presso la stessa diocesi che fu di quel sant’uomo di don Tonino Bello. Al nuovo vescovo Giuseppe Giuliano hanno raccontato che in due paesini del Monti dauni – Pietra Montecorvino e Casalnuovo Monterotaro – qualche anno fa di inenarrabili turpitudini si era macchiato tale don Gianni Trotta, sacerdote della diocesi Lucera-Troia. Una storia che ora è tornata alla ribalta della cronaca perché nei giorni scorsi un’udienza del processo, che vede imputato Trotta, si è tenuta davanti a Gup di Bari.

    E’ la storia dell’Orco in clergyman, che si aggirava per quei paesini. Sacerdote di Santa Romana Chiesa, poi ridotto allo stato laicale perché macchiatosi di reati commessi altrove: insomma, svestito dell’abito talare, perché la magistratura lo aveva accusato di aver abusato di bambini tra i dieci e undici anni di età. In quei giorni maledetti Pietra Montecorvino – un paese di 2500 anime – era avvolta da una foschia di rumori, voci, sospetti e silenzi. Tanto silenzio.

    Il silenzio che si fa buio e paura, perché soltanto il pensare all’Orco fa tremare. Il silenzio di un perbenismo che non ha certezze, se non il timore dello scandalo pubblico, in questi paesi tascabili che hanno generato il villaggio globale, dove tutti sanno tutto di tutti. E in quei giorni maledetti tutti tacevano, forse per la mitezza di non voler credere, forse perché avere l’Orco in casa, incontrarlo al bar, vederlo sul campetto di calcio fa paura. Ma l’Orco è Orco, e non è come quello delle favole; mentre in quella favola paesana non c’era e non poteva esserci un lieto fine. Anche se anni prima avevano visto don Gianni (appartenente all’Ordine degli Orionini) dire messa in quelle stesse chiese dove anni prima avevano celebrato più che degni sacerdoti come don Paolo Stizzi e don Peppino Di Ruberto: parroci custoditi nella memoria non soltanto paesana. Eppure, in quei giorni maledetti, i giorni di don Gianni, quasi un nuovo microcosmo si era sovrapposto alla tranquillità del paese; un minimondo crudele e primordiale, ma viscido e fragile, come fragile era l’innocenza di quei bambini che l’Orco con la tonaca aveva violato.

    Orrore. Il materiale pedopornografico trovato in casa Trotta dagli agenti della Polizia di Stato e dai carabinieri ha turbato finanche gli animi di chi stava eseguendo la perquisizione; eppure, è gente abituata a vedere certe cose. Ma quei filmati, quelle immagini raccontavano una storia che a volerla leggere nell’ordinanza di custodia cautelare fa accapponare la pelle. L’ex sacerdote è accusato di violenza sessuale aggravata, produzione e diffusione di materiale pedopornografico e adescamento di minori. Episodi che risalgono al 2014 e ancor prima. Dopo essere stato ridotto allo stato laicale, continuava a spacciarsi per sacerdote e si faceva chiamare dai bambini e dai genitori ancora “don Gianni”. Nell’udienza preliminare, tenuta in questi giorni davanti al al Gup del Tribunale di Bari Roberto Oliveri del Castillo,  l’imputato, che oggi ha 56 anni, ha chiesto ed ottenuto di essere processato con il rito abbreviato. E si comincerà il 14 marzo prossimo. Giovanni Trotta, che era già stato condannato in primo grado a otto anni di carcere per violenza sessuale su un bambino di undici anni, è ora accusato di altri nove casi di abusi su altrettanti minorenni tra i 12 e i 13 anni che facevano parte dello stesso gruppo di giovani calciatori del primo ragazzino. E sì, perché, dopo essere stato spretato Trotta diceva in giro di essere in attesa di trasferimento ad altra destinazione, magari in una Missione in Africa, e intanto aveva ricoperto il ruolo di allenatore della locale squadra giovanile di calcio. Anche da lì fu allontanato per «Comportamenti contrari all’etica». Cosa era accaduto, di preciso? Nessuno dice di sapere, ma intanto il muro del silenzio aveva mostrato le prime crepe: i genitori di un bambino di undici anni avevano saputo e denunciato. Ora puntano il dito contro chi dirigeva la Chiesa locale: «Se avessero denunciato, loro, le malefatte dell’ex prete, altri abusi si sarebbero evitati». Il vescovo dell’epoca, Domenico Cornacchia, non vuol parlare con i giornalisti, ma si sa che dall’ex Sant’Uffizio aveva ricevuto l’ordine di non divulgare notizie sul «caso Trotta» per evitare uno scandalo. E poi fa sapere che di quel presbitero non era responsabile e che avrebbero dovuto pensarci i suoi superiori della congregazione di Don Orione.

    Benvenuti all’Inferno, e proprio nell’anno giubilare della Misericordia.

    Al nuovo vescovo, monsignor Giuseppe Giuliano, toccherà anche ricucire gli strappi prodotti nella Chiesa locale, come se non bastasse il cahier de doleance dove sono appuntati il «caso Telecattolica e i tre processi che coinvolgono anche un sacerdote», i conti economici delle Congreghe e l’abusata pratica delle lettere anonime consolidatasi sotto la gestione di Cornacchia. Il nuovo vescovo, che per la gente ha stampato in faccia la bonomia di Papa Giovanni XXIII si mostra rattristato per la vicenda del prete pedofilo, e chissà, forse gli sarà affiorato alla mente un passo del “discorso alla luna” di Papa Roncalli, pronunciato quando il futuro parroco di Nola aveva undici anni: «Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza del Papa”. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualcosa, dite una parola buona. Il Papa è con noi specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza».

    http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/foggia/859177/pedofilia-processo-al-sacerdote-la-prima-grana-per-mons-giuliani.html

  • Scandalo prete pedofilo a Foggia, le telecamere della D’Urso alla ricerca di Mons. Cornacchia

    Scandalo prete pedofilo a Foggia, le telecamere della D’Urso alla ricerca di Mons. Cornacchia

    Il Vescovo non riceve la giornalista ma fa sapere che la vicenda non è di sua competenza

    Le telecamere di Pomeriggio 5, programma pomeridiano condotto da Barbara D’Urso, sono giunte a Molfetta alla ricerca di Mons. Domenico Cornacchia, cercando di raccogliere sue dichiarazioni in merito alla vicenda dell’ex prete foggiano accusato dalla Procura di aver abusato sessualmente di 11 minori.

    I fatti risalirebbero al 2012, anche se la Curia ne era da tempo a conoscenza; in quegli anni proprio Monsignor Cornacchia era a capo della Diocesi di Lucera.

    Attraverso la denuncia del bambino di soli 11 anni, l’atrocità degli abusi era stata scoperta, ma il prete, l’ormai ex “don Gianni”, non era stato mai denunciato alle autorità; l’unica misura disciplinare inflitta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede era stata quella di ridurlo allo stato laicale e di abbandonare l’abito talare.

    Così, seppur degradato, Gianni avrebbe, secondo quanto le cronache hanno reso noto, continuato sostanzialmente a comportarsi da prete, tant’è che molti parrocchiani, come riportano alcune testate nazionali, non sembravano essere a conoscenza dell’accaduto o non hanno dato peso alla vicenda, ignari dei veri motivi dell’allontanamento dell’uomo che così avrebbe continuato a stare in stretto contatto con molti bambini. L’ex sacerdote, infatti, divenne allenatore di una squadra di calcio giovanile ed è in quel momento, siamo nel 2014, ed avrebbe, sempre secondo alcune ricostruzioni, continuato imperterrito a rubare l’innocenza di almeno altri 10 bambini.

    Finalmente, dopo la denuncia di un genitore, scattarono le perquisizioni e contro di lui vennero ritrovati filmati, dvd, foto e chat rigorosamente con bambini; tutto conservato nel soppalco a casa della madre novantenne.

    L’uomo attualmente si trova in carcere, poiché condannato dell’ottobre del 2015 a otto anni di reclusione con l’accusa di violenza sessuale aggravata ai danni di un bambino di soli 11 anni, oltre alla produzione di materiale pedopornografico, le stesse accuse che lo porteranno a processo per reati perpetrati nei confronti di una decina di bambini, tutti tra gli 11 e i 12 anni.

    Monsignor Cornacchia ha affermato di non sapere nulla di don Gianni e, in occasione del servizio giornalistico realizzato da Videonews, non si è concesso alle telecamere; al telefono un addetto stampa ha riferito alla giornalista la sua intenzione di non rilasciare dichiarazioni anche perché il pedofilo non era più un religioso.

    http://www.giovinazzoviva.it/notizie/scandalo-prete-pedofilo-a-foggia-le-telecamere-della-d-urso-alla-ricerca-di-mons-cornacchia/