Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia, tutta la Chiesa ha i problemi del Cile

    Pedofilia, tutta la Chiesa ha i problemi del Cile

    Linea dura – Il Papa ha ammesso di aver sottovalutato il caso e ha fatto dimettere i vescovi. Ma le omertà in diocesi e nei seminari sono la norma.
    di Marco Marzano
    La decisione dei vescovi cileni di rassegnare in blocco le dimissioni dai loro incarichi al papa è clamorosa. Segnala la consapevolezza di una responsabilità collettiva dell’episcopato cileno per i gravi crimini commessi da membri della Chiesa in quel Paese. Il gesto giunge dopo decenni di insabbiamenti ed è la conseguenza di un drastico cambiamento di linea di Francesco nel contrasto alla pedofilia clericale in Cile. Sino al gennaio di quest’anno e cioè al suo viaggio nel Paese andino, Francesco non sembrava scontento di come andavano le cose nella chiesa cilena. Nel 2015, aveva promosso, nominandolo vescovo, Juan Barros, un “allievo” e amico del pedofilo abusatore Don Fernando Karadima. Quando Francesco lo ha nominato vescovo sul capo di Barros pendeva già l’accusa di aver assistito impassibile alle violenze che Karadima infliggeva ai minori. Proprio durante quel viaggio, Francesco aveva reagito con fastidio alla domanda di chi gli aveva chiesto conto del suo sostegno a Barros rispondendo che della complicità di quel vescovo con i crimini di don Karadima non c’erano riscontri certi e quindi, fino a prova contraria, quelle contro di lui erano calunnie. Quelle parole parvero l’ennesima manifestazione della complicità vaticana con gli abusatori e suscitarono la reazione indignata di molta parte dell’opinione pubblica, non solo cilena. È a quel punto che il papa fece mostra di esser pronto a cambiar linea, ammise di essersi sbagliato nel giudicare la situazione cilena, dichiarò di essere stato male informato e di voler andare finalmente a fondo della questione. Mandò un Cile un suo investigatore che acquisì nuove informazioni, poi convocò i dirigenti cileni a Roma e ottenne le loro dimissioni. Adesso gli toccherà procedere alle necessarie epurazioni, cioè al licenziamento di massa dei vescovi cileni. Se ciò non avvenisse, se il papa prendesse tempo e nel frattempo la vicenda venisse dimenticata dai media, ci troveremmo dinanzi a una sceneggiata sulla pelle delle vittime. In una lettera indirizzata ai vescovi cileni che doveva rimanere riservata (e di cui alcuni giornali hanno pubblicato stralci) Francesco ammette che i problemi in Cile vanno ben al di là del caso Karadima-Barros, che nella chiesa cilena si sono verificati nel tempo abusi e mancanze di tutti i generi, che sono stati distrutti documenti che compromettevano alcuni preti, coperti e protetti o trasferiti precipitosamente da una parrocchia all’altra e subito incaricati di occuparsi di altri minori. Le accuse hanno riguardato anche le istituzioni formative, i seminari, colpevoli di non aver arrestato la carriera di preti che già da studenti mostravano chiari segni di un comportamento patologico nella sfera sessuale e affettiva. Il problema è “il sistema” ha concluso il papa. Ed è verissimo. Il punto è: quale sistema? A meno di non voler credere che la chiesa cilena abbia sviluppato patologie tutte peculiari, che fosse una sorta di associazione a delinquere fuori controllo e a meno di negare che fenomeni identici a quelli descritti dal papa nella sua lettera si sono verificati ovunque nel mondo bisogna ammettere che il sistema è la chiesa stessa nella sua attuale forma organizzativa. Il problema è cioè un’organizzazione strutturata intorno alla supremazia di una casta clericale tutta maschile e celibe formata intorno ai valori della fedeltà assoluta e della disciplina di corpo all’interno di istituzioni totali e claustrofobiche come i seminari e poi investita del monopolio assoluto nella gestione del sacro, della competenza esclusiva di tutti gli aspetti cruciali della vita dell’istituzione. Se il pontefice vuole davvero combattere fino in fondo il sistema e debellarlo, perché non prende tutti in contropiede e assume l’iniziativa di avviare una grande riflessione collettiva e pubblica, eventualmente attraverso un sinodo straordinario, sul tema della responsabilità dei funzionari e delle
    istituzioni cattoliche nei tantissimi casi di abusi sui minori commessi dai membri della Chiesa nella sua storia recente? E perché non invita a farne parte anche quegli studiosi che da anni sostengono che il problema degli abusi sessuali da parte del clero cattolico va affrontato mettendo in conto l’eventualità di dover smantellare la tradizionale strutturale clericale che da secoli, e senza alcuna discontinuità sino al presente, governa la Chiesa ai quattro angoli della terra? Questo sì che sarebbe l’inizio della rivoluzione.
    in “il Fatto Quotidiano” del 20 maggio 2018
  • Napoli, prete accusato di pedofilia trasferito al Nord con un nome falso: “Faceva catechismo ai bimbi”

    Napoli, prete accusato di pedofilia trasferito al Nord con un nome falso: “Faceva catechismo ai bimbi”

    La “rivolta” delle mamme di Montù Beccaria, in provincia di Pavia, contro don Silverio Mura, ex parroco di Ponticelli accusato di pedofilia da Diego Esposito e altre vittime. E’ passato molto tempo dai fatti e i reati sono prescritti, tuttavia è in  corso un procedimento civile. La Chiesa di Napoli aveva archiviato il caso, recentemente riaperto dal Vaticano. Intanto, però, nonostante le pesanti accuse e anche le “prove” a supporto portate da Diego Esposito, tra le quali un video nel quale il prete non smentisce di aver abusato di lui da bambino, il caso resta senza giustizia e don Mura, fino a qualche mese fa, si trovava ad amministrare i sacramenti e persino a fare catechismo ai bambini sotto falso nome, nel comune in provincia di Pavia. Dopo aver scoperto l’inganno, don Mura si è allontanato da lì ma non si sa dove sia. La lettera delle madri alle istituzioni ecclesiastiche, tra le quali proprio la Curia di Napoli, chiede proprio perché ci sia questa protezione verso questo religioso e si chiede dove sia adesso.

     https://youmedia.fanpage.it/video/aa/WvDbAuSw-eWOvji0

  • Cardinale Pell a processo per pedofilia, il Vaticano spera nell’assoluzione

    Cardinale Pell a processo per pedofilia, il Vaticano spera nell’assoluzione

    Il ministro vaticano per l’Economia è stato rinviato a giudizio in Australia

    Città del Vaticano, 3 maggio 2018 – La Santa sede spera nell’assoluzione del cardinale George Pell, rinviato a giudizio in Australia per pedofilia. A una manciata di giorni dalla decisione del magistrato di Melbourne, Belinda Wallington, il Vaticano abbandona la prudenza della prima ora per intervenire nel merito di una vicenda che da mesi scuote l’opinione pubblica cattolica e non solo. “Speriamo che il cardinale Pell non sia condannato – ha dichiarato ieri ai giornalisti il numero due della Segreteria di Stato, l’arcivescovo Angelo Becciu, a margine di un convegno all’ambasciata italiana presso la Santa sede –. Speriamo sia riconosciuta la sua innocenza, aspettiamo i tempi del processo”.

    Nessuna esplicita ingerenza nel lavoro della giustizia australiana, poche parole, felpate, ma destinate comunque a lasciare il segno quantomeno fra le presunte vittime del potente ministro vaticano dell’Economia, 76 anni, di cui invocano la rimozione. Invano, per il momento, visto che Pell, come precisato dalla Sala stampa vaticana, a udienza preliminare appena terminata, in una nota in cui si prendeva semplicemente atto della decisione della magistratura, resta in congedo dopo che il Papa lo scorso anno gli ha concesso di volare in Australia per difendersi dalle accuse.

    ll cardinale, l’ecclesiastico più alto in grado mai coinvolto in un dossier del genere, sarà processato con l’accusa di abusi sessuali sui minori avvenuti tra la fine degli anni Settanta e Ottanta a Ballarat, suo paese di nascita, e tra la fine degli anni Novanta e gli inizi del 2000 nella diocesi di Melbourne, dove è stato arcivescovo. Anche in ragione della sua età, i legali di Pell chiedono che il processo – formalmente dovrebbero essere due – inizi il prima possibile. Nel frattempo il cardinale non potrà lasciare l’Australia. Dovrà dare alla polizia anche un preavviso di 24 ore prima di qualsiasi spostamento.

  • Pedofilia, il processo che scuote la cattolica Argentina

    Pedofilia, il processo che scuote la cattolica Argentina

    Settantuno testimoni sono stati convocati dal tribunale di Paraná. Dovranno rievocare le notti da incubo nell’arcidiocesi di Nostra Signora del Cenacolo, retta da padre Juan José Llaraz, prefetto della disciplina tra il 1985 e il 1993. “Sentivamo le urla e i pianti, non potevamo fare niente”

    di DANIELE MASTROGIACOMO

    L’Argentina affronta il processo per il più grave episodio di pedofilia della Chiesa. Settantuno testimoni sono stati convocati dal tribunale di Paraná. Dovranno rievocare le notti da vero incubo che hanno trascorso nell’arcidiocesi di Nostra Signora del Cenacolo, retta da padre Juan José Llaraz, prefetto della disciplina tra il 1985 e il 1993.

    Il prelato aveva sotto custodia le decine di ragazzi che studiavano nella scuola di orientamento al sacerdozio. E’ accusato di abuso sessuale nei confronti di sette minori. Stando ai racconti, suffragati da numerose prove, Llaraz sceglieva le sue vittime tra i ragazzi che vivevano nel convitto da quando avevano 12 anni.

    Bambini di provincia, senza soldi, affidati a questo prete perché li educasse, li istruisse e li strappasse alla povertà a cui erano destinati. Minori che avevano contrasti in famiglia, sbandati e senza più contatti con i parenti.

    L’internato si è trasformato in un incubo. “Di sera, al lume di candela”, dicono molte testimonianze, “arrivava nelle nostre camerate, si infilava nei letti dei ragazzi e li abusava sessualmente. Non riuscivamo a dormire per paura di dover anche noi subire le stesse cose. Non potevano

    fare niente. Ne parlavamo tra noi. Sentivamo le urla e i pianti dei nostri compagni ma non sapevamo che cosa accadesse. Soltanto alcuni raccontavano le sevizie. Ma dopo i pianti, si riprendevano e facevano finta di niente”. Ora, il processo che scuote tutta l’Argentina e la Chiesa.

    http://www.repubblica.it/esteri/2018/04/18/news/pedofilia_il_processo_che_scuote_l_argentina-194174194/

  • È il momento di introdurre la parola ‘pedofilia’ nel vocabolario del catechismo

    È il momento di introdurre la parola ‘pedofilia’ nel vocabolario del catechismo

    È giusto che i bambini la sentano anche quando vanno al catechismo. Chiamare un delitto – un orribile peccato – col suo nome proprio è un requisito assolutamente necessario per sconfiggerlo

    Chi, ancora oggi, apre il Catechismo della Chiesa Cattolica, non trova la parola “pedofilia”. Laddove si parla delle “offese alla castità“, lì dove vengono nominati lo stupro, la pornografia, la prostituzione e così via, là non esiste la pedofilia. Di essa, attraverso giri di parole più o meno complicati, se ne parla – sempre senza nominarla – a proposito di incesto e in qualche altro frangente, con toni però sempre doverosamente edulcorati ed indiretti. È venuto il momento di cambiare questo stato di cose e per questo, insieme a un nutrito gruppo di amici, mi sono fatto promotore di una raccolta di firme con la piattaforma Avaaz per far giungere a Papa Francesco la richiesta di introdurre il termine “pedofilia” nel Catechismo: non so quanto fosse giustificata questa assenza nel 1992 ma adesso la sua mancanza è un grido di dolore insopportabile.

    Convocando a Roma i vescovi cileni per esigere da loro le ferme decisioni da prendere in merito allo scandalo pedofilia che si sta abbattendo sulla Chiesa in Cile e chiedendo perdono per aver offeso con valutazioni causate dalle errate informazioni ricevute, Papa Francesco continua la sua opera di pulizia contro il delitto “sacrilego” di preti e religiosi che profanano il cuore dei bambini corrompendolo con la pedofilia.

    Non c’è momento migliore per chiedere al vescovo di Roma di introdurre questa parola – la parola “pedofilia” – finora misteriosamente assente nel vocabolario del Catechismo della Chiesa Cattolica. Se la Chiesa, con il suo Catechismo, non ne parla, dice solo che non ne vuole parlare. Tante cose sono cambiate da quando il principale prontuario della fede e della morale cattolica è stato redatto ed è bene oggi che negli oratori, nei campi scuola, ovunque, quando si fa catechismo, si usi anche la parola pedofilia: magari in quel momento, un bambino o una bambina potranno capire cosa gli è successo poche ore prima, a casa o magari col prete, e potrà parlarne con qualche adulto che andrà a denunciare all’autorità giudiziaria. Parlare fa bene. Sempre.

    Prendiamo uno dei punti del Catechismo in cui più si allude alla pedofilia, il n° 2389, per esempio. Eccolo: “Si possono collegare all’incesto gli abusi sessuali commessi da adulti su fanciulli o adolescenti affidati alla loro custodia. In tal caso la colpa è, al tempo stesso, uno scandaloso attentato all’integrità fisica e morale dei ragazzi, i quali ne resteranno segnati per tutta la loro vita, ed è altresì una violazione della responsabilità educativa”. Cosa c’entra l’incesto con un monsignore che raccoglie sul suo computer un ingente quantità di materiale pedo-pornografico? Ma, soprattutto, se proviamo a leggere a un bambino queste parole, il bimbo non capisce nulla. Ripeto: non so se nel 1992, all’epoca in cui venne promulgato il Catechismo, avesse senso non usare questo termine, ma oggi non farlo significa solo dire che la Chiesa non vuole parlare di questa tragedia delittuosa. La parola pedofilia è tutti i giorni ovunque: se ne parla in televisione, sui giornali e i bambini la sentono.

    È giusto che i bambini la sentano anche quando vanno al catechismo. Chiamare un delitto – un orribile peccato – col suo nome proprio è un requisito assolutamente necessario per sconfiggerlo. Nelle famiglie i drammi peggiori sono sempre causati dai “non detti” e la tragedia della pedofilia è per antonomasia figlia dei non detti: i bambini che subiscono abusi letteralmente non hanno e non sanno le parole per descrivere la loro tragedia. E non sanno le parole perché esse non vengono date dai grandi, che in questo modo danno il terribile segnale di non volerle ascoltare. E se questi abusi reticenti sono ecclesiastici l’omertà manifesta chiaramente la volontà di negare coi fatti quello che si proclama con le parole.

    Una raccolta di firme è qualcosa che cresce piano piano ed è il modo giusto perché si crei un movimento di opinione. Sono tantissimi i laici – e anche i cattolici – che non credono alle loro orecchie quando scoprono che nel Catechismo i termini pedofilo e pedofilia non esistono ma finora è, drammaticamente, proprio così. Nessuno, tanto meno un cattolico, deve avere paura di usare le parole vere: il Papa ci insegna un altro comportamento.

     https://www.agi.it/blog-italia/idee/pedofilia_catechismo_chiesa_vaticano-3770776/post/2018-04-14/
  • A Spalato frate sospettato di pedofilia

    A Spalato frate sospettato di pedofilia

    di Giovanni Vale

    Sospeso dall’Arcidiocesi, l’anziano religioso per anni ha guidato un coro di voci bianche. Tre le denunce di abusi

    ZAGABRIA. Un affare di pedofilia sta scuotendo la Chiesa cattolica croata, alle prese con uno scandalo che da qualche giorno non accenna a sgonfiarsi.

    A Spalato, un frate del monastero francescano è stato sospeso dai suoi superiori per aver commesso «un possibile reato», come ha indicato la stessa arcidiocesi di Spalato e Macarsca in un comunicato pubblicato martedì. Inizialmente, l’arcivescovo Marin Barišic aveva ammesso soltanto l’esistenza della sanzione, ma si era rifiutato di precisare di quale tipo di reato si parlasse, con l’intento di «proteggere la reputazione di tutti, in primo luogo della vittima». A distanza di appena un giorno, tuttavia, i dettagli cominciano già ad emergere. Il quotidiano locale Slobodna Dalmacija fa infatti sapere che la persona in questione è «un frate di 78 anni che per anni ha condotto il coro dei bambini al monastero di San Francesco di Spalato».

    E non solo. Secondo il giornale, «almeno due uomini hanno riportato di essere stati abusati sessualmente (dal frate) nel corso degli anni». Il caso iniziale, emerso questa settimana e all’origine della sospensione del prelato, sarebbe dunque soltanto la punta dell’iceberg. Per conoscere tutti i risvolti della vicenda, tuttavia, bisogna fare affidamento ancora una volta alla stampa croata e alle informazioni ufficiose che quest’ultima ha raccolto tra i membri della parrocchia spalatina. Jutarnji List scrive ad esempio che l’uomo vittima degli abusi «ha chiesto ai frati 15mila euro in cambio del suo silenzio e ha successivamente aumentato la propria richiesta ad un appartamento, cosa che i frati hanno a quanto pare rifiutato».

    A quel punto, l’uomo si è deciso a denunciare il caso, avendo prima l’accortezza di trovare altre due vittime con cui fare fronte comune. Di fronte all’azione dell’uomo e all’insistenza dei cronisti locali che hanno cominciato a investigare sul caso, l’arcidiocesi ha allora annunciato di aver «nominato un giudice d’inchiesta e dei notai a cui è stato affidato il compito di far luce sui fatti, le circostanze e le responsabilità». Ma la posizione della Chiesa, che ha sospeso il prelato dopo aver ricevuto delle informazioni su «un possibile reato» senza tuttavia allertare la polizia, è ancor più compromessa date le nuove rivelazioni. Slobodna Dalmacija si chiede infatti come sia possibile che la Chiesa non abbia trasmesso alle forze dell’ordine «delle informazioni su delle aggressioni che, secondo quanto riportato, sono note già dal 2011».

    In quell’anno, infatti, una delle vittime aveva fatto richiesta di «aiuto spirituale» presso la parrocchia. Inoltre, il caso scoppiato questa settimana è stato fatto presente dalla vittima alle gerarchie ecclesiastiche già a dicembre, ma la Chiesa ha deciso di portare avanti un’inchiesta interna senza coinvolgere la polizia.

  • PEDOFILIA-Sacerdote sospeso per accertamenti

    PEDOFILIA-Sacerdote sospeso per accertamenti

    SPALATO | Le autorità ecclesiastiche dell’arcidiocesi di Spalato e Makarska hanno sospeso un chierico a causa di un “possibile reato” e hanno nominato un giudice istruttore e un notaio, incaricandoli di far luce sui fatti e appurare le relative responsabilità. Il risultato dell’inchiesta interna verrà inviato alla Congregazione per la dottrina della fede e alle autorità civili. La notizia è rimbalzata subito sui media, dove si poteva leggere che un frate del monastero di San Francesco è sotto inchiesta per supposte molestie sessuali nei confronti di minori.

    La Questura di Spalato ha reso noto di non aver ricevuto alcuna denuncia in merito, ma che intende verificare tutte le asserzioni raccolte, inviando poi il materiale alla Procura di Stato (DORH).

    In un comunicato dell’Arcivescovado di Spalato si legge che il vescovo diocesano ha temporaneamente sospeso il chierico e che il risultato dell’inchiesta interna verrà inoltrato alle autorità statali. Nella missiva si sottolinea che lo scopo di questo procedimento è “mantenere il buon nome di tutti, in primo luogo della vittima”.

  • Montù Beccaria – “Ma lei ha mai conosciuto una vittima?”

    Montù Beccaria – “Ma lei ha mai conosciuto una vittima?”

    Prendo spunto dal post del sindaco di Montù Beccaria, apparso su Facebook il giorno 28 marzo 2018. Se avessi l’occasione di parlare con lui credo che gli rivolgerei una semplice domanda: “Ma lei ha mai conosciuto una vittima di un prete pedofilo?”

    Perché voglio credere con tutto il cuore, che tutto quello che ha scritto questo Sindaco, sia frutto di una impulsività, o forse una certa impreparazione a gestire una situazione drammatica, frutto di una non precisa conoscenza delle circostanze.

    Scrive: “Ho visto che gli accusatori di Don Silverio: la presunta vittima che si presenta con nome di fantasia senza mai mostrare il suo volto”…

    Ma ha una vaga, vaghissima idea di com’è la vita di una vittima di un abuso?

    Ha idea di cosa comporta avere una diagnosi di “Disturbo post-traumatico”?

    Si immagina lontanamente cosa subisce la vittima nel momento in cui denuncia l’abuso?

    Ha idea di cosa passano la vittima e la sua famiglia dopo aver denunciato un prete?

    Se non conosce tutte queste cose, se non sa che spesso i parrocchiani, e anche diversi sacerdoti, “metterebbero la mano sul fuoco per difendere il prete accusato di pedofilia” (ovviamente senza sapere: per “partito preso”), se non sa che in tribunale la vittima si trova a dover combattere un colosso, se non sa che una vittima viene additata come quella “contro la chiesa” (anziché essere aiutata e difesa proprio perché vittima)… se non sa cosa ha dovuto subire Diego Esposito dalla Diocesi, compresa la perdita del posto di lavoro, il fatto che i figli a scuola fossero “additati” (perché il suo nome era stato sbandierato ai quattro venti…) … se non sa tutte queste cose … non si permetta di giudicare come mai una delle presunte vittime di Don Silverio Mura si presenta con un nome di fantasia … avrebbe fatto più bella figura a non fare quel commento.

    Io conosco personalmente Diego Esposito, conosco il suo vero nome, conosco la sua dolorosissima vicenda, lo sento quasi tutti i giorni … così come conosco altre vittime e altre mamme di vittime … sono anch’io la mamma di una vittima …

    Al Sindaco rivolgerei un’altra domanda: “Sa qual è il desiderio più grande per una vittima di un prete pedofilo?”

    CHE NON ACCADA AD ALTRI.

    Questa è la determinazione di Diego Esposito e di tante altre vittime!

    Ricevere “giustizia”, ovvero sottoporre il sacerdote ad un giusto processo (non ecclesiastico: penale! Perché un abuso sessuale è un reato, anche se commesso da un prete!), essere quindi riconosciuto come persona che ha subito qualcosa di allucinante da qualcuno che ha “un nome e un cognome preciso”, proprio da quella persona … e avere la speranza che “quella” persona non possa fare ad altri quello che la vittima ha subìto … solo questo …

    Questa è l’indignazione di Diego Esposito e di tutte le altre persone, vittime o familiari, che sono state ferite dal post del Sindaco di Montù Beccaria …

    Un post in cui si parla di “accuse infamanti che anche se infondate ti segnano per tutta la vita”… se incontrassi questo Sindaco gli direi che anche un abuso sessuale ti segna per tutta la vita, solo che, come vittima, non hai scelta, non hai avuto scelta.

    Don Silverio Mura, invece, ha la scelta di scrollarsi di dosso questa “accusa infamante” (come la definisce il Sindaco): potrebbe rinunciare alla prescrizione e difendersi! Subire un processo e difendersi … perché non lo fa? E se le accuse sono così “infamanti” perché non denuncia Diego Esposito?

    Direi al Sindaco che sarebbe stato più saggio e onesto ad informarsi, anziché scrivere questo post che, in virtù della carica che ricopre, non gli rende molto onore.

    Da cosa doveva difendersi?

    E perché anche questo giudizio negativo verso le mamme di Montù Beccaria? Se io fossi Sindaco, sarei orgogliosa di avere dei cittadini che sono alla ricerca di chi ha permesso che un prete accusato di pedofilia se ne andasse in giro indisturbato, sotto falso nome, a contatto con i propri figli … sa: “prevenire è sempre meglio che curare” … non è solo un “detto” …

    Una mamma, lettera firmata

  • Lettera aperta della vittima Diego Esposito al sindaco di Montù Beccaria Amedeo Quaroni

    Lettera aperta della vittima Diego Esposito al sindaco di Montù Beccaria Amedeo Quaroni

    Egregio sindaco, ho letto con rammarico la sua lettera aperta e le confesso che mi ha profondamente ferito non solo per come lei si esprime, con toni giustificativi e rassicuranti nei confronti di don Mura, un pedofilo che ha rovinato la vita a me e ad altri. Contrariamente a come lei lo definisce “Don Silverio Mura per lo Stato Italiano è un uomo libero ed innocente fino a prova contraria”, mi permetto di dissentire: a meno che lei non ritenga “uomini liberi” persone che, come nel caso di don Mura, sono costrette a nascondersi oramai da 10 anni, sotto falso nome, ed avvalendosi del favoreggiamento della diocesi di turno. “Uomini innocenti”, solo perché si avvalgono della prescrizione, anziché rinunciarvi e chiedere il giudizio alla magistratura chiarendo la propria posizione, levandosi di dosso, una volta per tutte, quelle che lei, signor sindaco, definisce banalmente accuse infondate e infamanti: ma si è chiesto perché, se le accuse sono davvero infondate, don Mura non mi ha querelato per diffamazione ?

    Lei afferma che; “come primo cittadino mi sono attivato immediatamente per trasmettere questa nostra preoccupazione agli organi ecclesiastici” ma le devo ricordare che lei è un sindaco della Repubblica Italiana, uno stato laico, il suo dovere non è quello di tutelare la chiesa dalle sue stesse zozzerie, il suo dovere – mi consenta se glielo rammento – è quello di tutelare la salute dei suoi cittadini. Sarebbe stato suo dovere – soprattutto ignorando quali azioni siano in corso da parte della magistratura  – informare di quanto aveva appreso sull’identità di Silverio Mura, il primo posto di polizia e non consultare gli organi ecclesiastici che lo nascondono da 10 anni, per ultimo nel suo comune.

    Anche sul cambio di nome, mi permetta, ma non è paragonabile a chi in paese è conosciuto con un soprannome, o al mio nome di fantasia che utilizzo solamente per tutelare i miei tre figli e mia moglie! Don Mura, il suo lo usava per nascondersi perché, prescritto o meno, più persone lo hanno formalmente querelato per stupro di minore: la differenza è notevole, non crede ?

    I miei avvocati, l’associazione Rete L’ABUSO che mi tutela dall’inizio della mia terribile vicenda, come lei dice non stanno “mettendo in atto un attacco vero e proprio, teso a minare la tranquillità delle nostre famiglie ed il buon nome del nostro paese”, ma stanno cercando semplicemente di fare in modo che don Mura non abusi di altri minori.

    Come ben saprà, la pedofilia non è una malattia che si cura, è una grave devianza della personalità e proprio per le sue caratteristiche la comunità scientifica paragona il profilo del pedofilo a quello del serial killer. Ne viene da se che mettere un pedofilo vicino ai bambini ha lo stesso buonsenso di mettere un orso vicino al miele e aspettarsi che non lo mangi. I pedofili non hanno comportamenti rivelatori della loro perversione sessuale, e quindi appaiono tutti degni di stima e scevri da critiche delle persone che li frequentano. Pertanto solo uno stolto baserebbe il suo giudizio, su un sospettato di pedofilia, ancorandolo a queste  valutazioni che la Psicologia considera prive di significato.

    Per questo motivo chiedo alle mamme, non per creare allarmismi ma sperando dal profondo del cuore che in questo anno a Montù Beccaria non sia accaduto nulla a nessun bambino, chiedo comunque alle mamme, se nell’ultimo anno avessero notato cambiamenti inspiegabili o sospetti nei loro figli, di avere il coraggio di approfondire, perché se preso subito, il trauma si può affrontare.

    A lei, signor sindaco, non ho mai personalmente attribuito alcuna responsabilità per meritarmi questo attacco, le chiedo solo di fare chiarezza, di chiedere al suo vescovo come don Mura sia arrivato a Montù Beccaria, di sicuro non ha bussato alla porta della chiesa dicendo “eccomi qua”, qualcuno, il vescovo, il parroco avrà ricevuto i dovuti accrediti, non penso abbiano aperto la porta ad uno sconosciuto.

    Da quanto ho appreso dai giornali, prima di partire don Mura avrebbe fatto scorta di medicine: avrà quindi avuto un medico, in un anno almeno una volta si sarà fatto fare una ricetta? Verifichi, perché in questo caso, sulla ricetta, oltre al codice fiscale appaiono anche il nome e il cognome.

    Le chiedo solo di fare chiarezza perché è palese che qualcuno sapesse la vera identità di Saverio Aversano, lo stesso qualcuno che lo ha avvisato e fatto fuggire poco prima della messa in onda del programma Le Iene.

    Lei è il sindaco, credo di rivolgermi all’interlocutore giusto e credo che anche i suoi cittadini si aspettino e si meritino questo da lei.

    Diego Esposito

    Per garanzia sull’identità della vittima che pubblicamente utilizza un nome di fantasia

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

  • E’ morto don Carlo Chiarenza, un prete tanto discusso nel bene e nel male

    E’ morto don Carlo Chiarenza, un prete tanto discusso nel bene e nel male

    Ne ha appena dato notizia un blog cittadino, ma sono in molti che ad Acireale ne stanno già parlando.

    E’ morto oggi, nella sua casa di Aci San Filippo, don Carlo Chiarenza, il sacerdote condannato dal Vaticano per pedofilia. Parroco per oltre un ventennio della Parrocchia San Paolo di Acireale, poi trasferito alla Basilica di San Sebastiano dove è stato per un breve tempo reggente, don Carlo Chiarenza venne travolto alcuni anni fa dallo scandalo delle rivelazioni del dottor Teo Pulvirenti per episodi di pedofilia accaduti proprio quando don Chiarenza era Parroco a San Paolo e Pulvirenti era minorenne, documentati da una conversazione privata fra i due anni dopo e registrata dal giovane acese, assistito dalla associazione La Buona Caramella.

    Professatosi sempre innocente, don Chiarenza è stato condannato anche in secondo grado dalla Congregazione per la  Dottrina della Fede due anni fa e rimosso da ogni incarico ministeriale, ma della vicenda, che ha avuto fin dall’inizio una ampia risonanza mediatica anche a livello internazionale, si è occupata pure la Magistratura, ma l’atto d’accusa venne poi archiviato per prescrizione del reato. Adesso la notizia della morte.

    Acireale si è sempre divisa fra innocentisti e colpevolisti, fra chi ha difeso l’operato di don Chiarenza per ciò cha ha fatto quando era Parroco di San Paolo e chi invece l’ha condannato proprio per questa vicenda di Teo Pulvirenti, il giovane ricercatore che vive adesso negli Stati Uniti.