Come raccontano infatti l’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e il giornalista Federico Tulli nel libro-inchiesta Giustizia divina, dei 300 casi di preti condannati al carcere, solo 5 stavano scontando la pena in prigione. Tutti gli altri, compresi quelli destinati ai domiciliari, finiscono in altri centri religiosi che poco somigliano alla detenzione. In alcuni di essi, i preti intraprendono percorsi di psicoterapia volti a migliorare la loro condizione psicologica e a tutelare la società, in modo che la possibilità di recidive si riduca. Non esiste però una lista ufficiale di questi centri: Zanardi ne ha contati 24 “ricavando i nomi dagli atti giudiziari. Quando la magistratura manda ai domiciliari i preti che hanno commesso abusi nel 99% dei casi vanno in questi posti”. Una volta scontata la pena i preti possono tornare alla loro vita di prima: se durante il processo canonico, infatti, la Santa Sede assolve l’imputato, il prelato non è obbligato a dismettere l’abito, e lo Stato non può obbligarlo a farlo. Insomma, dopo il processo civile, quello canonico, ed eventualmente il carcere, il prelato viene semplicemente trasferito in un’altra sede. Per avere un’idea della gravità della situazione degli abusi sessuali su donne e minori, la Rete L’ABUSO ha creato una mappa interattiva che indica tutte le Diocesi non sicure, ovvero dove sono situati tutti i casi noti, quelli giunti al terzo grado di giudizio, quelli attualmente in corso e quelli di cui non si è più saputo nulla. Secondo l’associazione, i preti denunciati, indagati, in attesa di giudizio o in attesa di sentenza definitiva per reati sessuali e molestie a danno di minori in Italia sarebbero 151, mentre quelli condannati in via definitiva o reo confessi dal 2000 a oggi sarebbero 154.
Alcuni sostengono che una possibile soluzione al problema potrebbe essere l’accesso per le donne al sacerdozio e al cardinalato, in modo da riconoscere loro più potere all’interno della gerarchia ecclesiastica. Eppure, per quanto importante, questo non è sufficiente, dato per tutte le donne che nella Chiesa occupano i gradini più bassi le cose continuerebbero come prima. Chi di dovere dovrebbe assumersi le proprie responsabilità e decostruire questo sistema bacato in cui gli abusi sono normalizzati e pesano sistematicamente sulle spalle dei più deboli. Non è possibile che i sacerdoti possano commettere violenze del genere e venire coperti, ne va dell’immagine e della credibilità della Chiesa stessa.
Questi abusi di potere avrebbero i giorni contati se la Chiesa iniziasse a rispettare le donne, in primis in quanto persone portatrici di diritti inalienabili e in secundis come lavoratrici, studiose e professioniste. Papa Francesco ha fatto un tentativo di aprire la strada, almeno a parole, ora si tratta però di avere il coraggio di percorrerla fino in fondo senza tentennare. Invece che punire le vittime che denunciano questi abusi, è arrivato il momento di ascoltare le loro testimonianze e fare in modo che i prelati, come tutti gli altri cittadini, si confrontino con la legge dello Stato, oltre che con quella della Chiesa, e che invece di essere semplicemente spostati da una parrocchia all’altra scontino le loro pene come tutti e se ritenuto necessario da chi di dovere (un organo super partes) vengano sollevati dai loro incarichi.